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lavoro pubblicato giovedì 28 dicembre 2006
ultima lettura martedì 31 marzo 2020

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Tailandia 16-18 novembre 2006

di Nigel Mansell. Letto 988 volte. Dallo scaffale Viaggi

Giovedì 16 novembre 2006 Tailandia! Questa volta scegliamo di prendere la navetta per andare all’aeroporto della Malpensa, è certamente molto più c...

Giovedì 16 novembre 2006 Tailandia! Questa volta scegliamo di prendere la navetta per andare all’aeroporto della Malpensa, è certamente molto più comodo, non hai il problema del posteggio o di allertare partenti e amici per farti accompagnare; e poi il servizio della Comazzi che serve l’Ossola e il Verbano è una sorta di noleggio con conduttore: l’autista ti aspetta anche al ritorno rimandando la partenza del mezzo in caso di ritardi del volo; certo gli orari sono un po’ indicativi non si sa mai esattamente quando il mezzo si presenterà però la certezza che arrivi c’è. Pioviggina, qui a Mergozzo il cielo è nebbioso e triste e a giudicare dalle previsioni che abbiamo sbirciato su internet non ci aspetta niente di meglio in Tailandia. Sull’aereo ci sono molto uomini che viaggiano soli o in piccoli gruppi di amici, quasi dei branchi, la cosa mette molto tristezza perché ti porta a pensare che per questi uomini la vacanza in Tailandia abbia un solo ed unico scopo. Il boeing 777 della Thai è a dir poco favoloso, dobbiamo ricrederci riguardo la tratta Malpensa – Bangkok e rivedere il nostro giudizio in positivo: non eravamo rimasti molto contenti quando due anni fa eravamo andati in Indonesia, invece ora molto è cambiato. Se si escludono i soliti problemi dello scarso spazio a disposizione per le gambe e l’esiguità della larghezza del sedile, (ma a questo problema presente in tutte le economy class sembra che nessuna compagnia voglia porre rimedio nonostante la popolazione mondiale continui a crescere in altezza e in larghezza, gli obesi sono sempre di più), molto è stato fatto. La cucina è sempre di ottima qualità con posate di metallo che non si spezzano alla minima pressione sulle vivande, ci sono ora degli schermi dedicati per ogni passeggero su cui si agisce con un telecomando interattivo, come lo definisce la Thai, estraibile dal bracciolo della poltrona. Si può ingannare il tempo scegliendo tra gli innumerevoli videogiochi e giochi di società che si possono utilizzare individualmente o con il compagno di viaggio, o decidendo quale film visionare tra la numerosa scelta; c’è anche una telecamera posto sotto l’aereo che permette di assistere alle fase di decollo e atterraggio, durante il tragitto purtroppo non funziona. Undici ore di viaggio sono comunque tante e quando atterriamo sono distrutto, è come se tutti quei fossero stati percorsi a terra e poi zippati: una volta a terra tutto il loro peso ci piomba addosso tra capo e collo, rendendoci affaticati ed apatici, rendendoci schiavi di quella sensazione di dondolio che assomiglia quasi a una sorta di mal di mare che non ti abbandona se non dopo parecchie ore. Come sempre ci capita quando viaggiamo verso l’Asia, partiamo ieri per arrivare domani, siamo decollati alle ore 13,50 del 16/11/06 e siamo atterrati alle ore 06,00 del 17/11/06 o forse sarebbe meglio dire alle 6,00 a.m. come si usa qui. Una volta fuori dall’aeroporto, che è appena stato inaugurato, affrontiamo il caldo improvviso cercando di non farci fregare dallo stormo di tassisti. Scopriamo che basta andare al piano terra per trovare quelli regolari col tassametro ed evitare la compagnia “Limousine” che è carissima, e ci facciamo portare in centro Bangkok per raggiungere il nostro albergo. Venerdì 17 novembre 2006 Scendiamo al Bosso Hotel, Anna lo ha prenotato con internet e possiamo dire che è decorso e pulito, non ci fa sentire la mancanza di uno con più stelle. Non riesco a capire dove sono, Bangkok è enorme. E’ una mia mancanza, non mi piace mai leggere la guida prima di partire. E’ Anna che ha quest’incombenza, si sobbarca sempre lei l’onere di leggere e di informarsi, magari a letto prima di addormentarci, riguardo tutti gli itinerari e le curiosità del luogo che visiteremo nei giorni precedenti alla nostra partenza. Non so cosa farci, a me non piace farlo, mi sembra di leggere la trama di un film prima di vederlo, non voglio farmi influenzare. So solo che siamo vicino a un enorme grattacielo, è lo State Tower con un’entrata altissima dal colonnato stile classico e una guglia sulla sommità somigliante a quella del Campidoglio di Whashington, scopro poi che ce ne sono altri molto simili nelle fattezze, deve essere il tipo di architettura più in voga qui a Bangkok per costruire i grattacieli. Dormiamo alcune ore per ricuperare il sonno e cercare di metterci in pari con il nuovo fuso orario. Appena svegli decidiamo di visitare il centro commerciale di elettronica che ci hanno segnalato dall’Italia, ci piacerebbe compare un i-pod e magari una fotocamera digitale a buon mercato, dicono che qui si facciano buoni affari. Una volta per strada scopriamo che c’è da diventare matti nel traffico altrettanto pazzo e disordinato, e poi la moltitudine di gente ovunque negli ambienti del centro commerciale ci fa perdere l’orientamento. Tra la confusione che ancora abbiamo a causa del volo intercontinentale e la stanchezza, nonché il continuo passaggio dal clima umidissimo e caldo e i locali condizionati ci sentiamo quasi ubriachi e barcolliamo nella confusione di gente, luci e l’offerta di merce di tutte le sorte e fattezze. La sede dei centri commerciali è sempre ricavata in strutture enormi con altrettanto grandi insegne luminose, la musica di stampo occidentale a tutto volume inonda la strada antistante le enormi facciate e ti appiattisce a terra mentre confusi giriamo su noi stessi osservando la grandezza del Siam Center, del Paragon e più in là quella del MBK. Qui al centro le infrastrutture della metropoli sono ciclopiche, molte in fase di completamento ad iniziare dal nuovo aeroporto che abbiamo visto per la prima volta stamattina. Ci si fa l’idea che la società tailandese sia incanalata in un veloce e incontrollabile sviluppo, è un mondo di giovani entusiasti, che fa apparire le nostre società occidentali vecchie e polverose imprigionate nelle loro stesse regole e strutture che una volta erano il loro vanto. Dappertutto non si vedono che giovani e molte ragazze dalla bellezza che colpisce, sono molto libere e vestono in modo più libero e disinvolto che da noi. Alla sera ci rechiamo a mangiare qualcosa in Kao San Road che assomiglia tanto alla Kuta di Bali, oppure alla striscia di terra tra Rimini e Viserba: una bolgia di gente che mangia e ascolta musica a tutto volume tra le innumerevoli bancarelle. Ragazze ammiccanti con le loro sexy tenute cercano di attirare il pubblico maschile nei loro night-club, uno su tutti il “Lava” ed il nome è già tutto un programma. Cerco di uccidere la stanchezza con l’ottima birra tailandese che per fortuna servono gelata. La bionda Singha scende copiosa e schiumeggiante nelle mie viscere dandomi un senso di sollievo e freschezza in questo caldo umido e appicicoso, ma ovviamente il mio stato fisico non fa che peggiorare e non posso fare altrimenti che cercare la via del ritorno per il nostro albergo. Sabato 18 novembre 2006 Abbiamo dormito moltissimo, ci siamo svegliati alle nove e trenta, ora che ci siamo tirati insieme, abbiamo fatto colazione e ci siamo preparati per uscire erano ormai già le dieci e trenta. Appena usciti dal nostro albergo siamo stati abbordati da un autista di Tuk-Tuk simile a quelli indiani che abbiamo conosciuto l’anno scorso, ma diversi nella motorizzazione e struttura. Il motore emette un rombo simile a quello di un’auto di Formula 1, il telaio pare quello di un’auto a tre ruote più che a quello di un motocarro, cosicché gli strani trabiccoli riescono a sfrecciare nel caotico traffico di Bangkok con velocità molto vicine agli ottanta chilometri orari. Nonostante le prestazioni eccezionali, i Tuk-Tuk non sono molto consigliabili qui a Bangkok, lo smog è fittissimo e viaggiando nel sedile posteriore completamente all’aperto lo si respira completamente auto praticandosi un potente aerosol di gas di scarico, fumi, vapori di cucina e puzze varie di cui le viuzze sono cariche il tutto amalgamato con l’aria molto umida della capitale. Siamo usciti con l’idea di prenotare il treno per spostarci al sud ma decidiamo su due piedi che forse è meglio prendere l’aereo, così, docili e mansueti, ci facciamo accompagnare in agenzia dal solerte autista di Tuk-Tuk che felice non ci fa neanche pagare la corsa visto che lui sicuramente prenderà la percentuale per averci accompagnato proprio in questa agenzia. Una volta entrati e spiegato le nostre necessità, sotto cinque orologi riportanti i vari fusi orari, da cui risulta che tra Parigi e Roma c’è un’ora di differenza e che in Francia c’è lo stesso orario di New York, prenotiamo il nostro volo per domani per Phuket circa ottocento chilometri più a sud. Ritorniamo nel centro commerciale che già avevamo visitato ieri, l’MBK, il caotico e compresso di persone e cose, cosicché compriamo finalmente l’i-pod taroccato che stavamo inseguendo da ieri, non è quello della Apple ma è molto a buon mercato. Cerchiamo poi un taxi per andare al Grand Palace, ma non è facile. A volte i tassisti si rifiutano di portarci perché è troppo lontano e c’è traffico ci dicono, altre volte non vogliono usare il tassametro per praticarci delle tariffe a forfait, e così è sempre una bella lotta. Una volta arrivati scopriamo un Grand Palace fantastico! Ci si dimentica subito del caos della metropoli visitando gli edifici da favola che lo compongono, con i loro tetti d’oro, magari ricoperti di tasselli dai colori brillanti che formano grandiosi mosaici scintillanti. I templi buddisti che costellano la reggia del Grand Palace sono tra le costruzioni più belle che abbia mai visto. Al ritorno, visto che i tassisti si rifiutano di portarci all’albergo perché secondo loro è troppo lontano, sperimentiamo il battello fluviale che scivola veloce e fumante sul gonfio di acqua grigia, Chao Praya. Intorno i grattacieli sede di multinazionali ed alberghi esclusivi creano uno strano contrasto. Il mozzo che ci ha fatto salire comunica con il timoniere-conducente con un fischietto dai suoni acuti e stridenti, emettendo quattro, cinque tonalità diverse riuscendo a dare le giuste indicazioni per far fermare e ripartire l’imbarcazione dai moli traballanti in maniera millimetrica. Nel caos indescrivibile della capitale di prima serata, quando la gente lascia il posto di lavoro per tornare a casa, percorriamo poi a piedi il tratto di strada che separa il pontile della fermata del taxi fluviale dal nostro albergo. Anna decide di farsi massaggiare, io preferisco prendere una doccia, mi sento fradicio di sudore, qui si suda anche immobili all’ombra. Alla sera andiamo ancora a Kao San Road per mangiare: è così allegro e chiassoso. Ci sono giovani ovunque, sembra che i tailandesi siano solo giovani, i vecchi sono pochissimi e poco visibili, viene da chiedersi dove siano. Dov’è la gente quando diventa troppo anziana per correre come gli altri, dove finiscono i vecchi quando non sono più autosufficienti, quando si ammalano magari di tumore alle vie respiratorie (visto lo smog)? Chi li assisterà? Avranno un’adeguata copertura sanitaria? Li butteranno in mezzo a un vicolo perché non possono più permettersi le spese mediche? Questa Tailandia ti butta in faccia la sua giovinezza, così come tutta l’Asia fatta di milioni di persone tutte giovanissime, ragazzi, ragazze e tantissimi bambini. Questa Tailandia grida la sua vitalità giovanile, la sua voglia di progredire e di sgomitare tra le grandi nazioni, la sua fiducia in un roseo futuro riguardo il quale, pare che nessuno qui intorno voglia dubitare. Sono tutti presi dalla frenesia di guadagnare, di muoversi, di crearsi una posizione migliore, come tutte le ragazzine che corrono dietro ai turisti maschi sempre un po’ troppo attempati per loro. Questa Tailandia ci rinfaccia la freschezza della sua giovinezza a noi che passiamo il nostro tempo a nascondere i segni della vecchiaia nei nostri visi, nelle nostre istituzioni, cercando di farci forza con la nostra storia gloriosa, con la nostra cultura millenaria, con la nostra dubbia saggezza e millantata superiorità… ma non pensiamo che a conservare, senza creare nulla di nuovo, ci rifacciamo le tette e le labbra per sembrare migliori, ci sottoponiamo ad estenuanti fatiche nelle palestre, ci tingiamo i capelli e li ripiantiamo se non ne abbiamo più, rincorriamo ideali sbiaditi, cercando di ossigenare economie ormai asfissiate, gettiamo fiumi di cemento armato sperando che le nostre città non ci crollino sulla testa… ma intanto i tailandesi e l’Asia tutta a grandi passi stanno arrivando…


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