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lavoro pubblicato giovedì 14 dicembre 2006
ultima lettura lunedì 21 settembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

una storia inutile

di Amnesiac. Letto 1096 volte. Dallo scaffale Generico

“io non ce la faccio più!” Lui non rispose e continuò a mescolare il caffè. Prese la tazza e si mise davanti alla finestra. Osservava il traffico. Fa...

“io non ce la faccio più!” Lui non rispose e continuò a mescolare il caffè. Prese la tazza e si mise davanti alla finestra. Osservava il traffico. Faceva freddo fuori. E anche in casa. Si vedevano delle nuvolette di vapore che uscivano dalla bocca di due tizi fermi sul marciapiede sotto casa a chiacchierare. Parlavano e ridevano. “È rimasto ancora qualcosa di cui poter ridere?”, pensò. “ci sono le bollette dell’acqua e del gas da pagare. Dove li prendiamo i soldi? Eh?” “li troveremo, stai tranquilla” “tranquilla un corno! Io me ne vado! Basta! Abbiamo chiuso… prendo il bambino e me ne vado” “fa’ come vuoi”. Infilò la chiave nella serratura. Dall’interno non proveniva alcun rumore. Aprì la porta, la casa era buia. Se n’era andata veramente. Questo gli diede un senso di sollievo. Almeno non avrebbe avuto pesi sulla coscienza. Pensò alle due domande d’assunzione che aveva compilato quel pomeriggio, la prima per una ditta di metalmeccanica, l’altra per una fonderia. Gli dissero di attendere qualche giorno, e forse l’avrebbero chiamato. Sapeva che non l’avrebbero fatto. Aprì una birra e prese una lunga sorsata. Il traffico fuori scorreva come al solito, tra qualche ingorgo e i colpi di clacson. “Loro qualcosa da fare ce l’hanno”, disse. Quando era solo pensava a voce alta. Un piccolo sollievo derivò dal fatto che tre giorni dopo avrebbe avuto un appuntamento in municipio. Doveva sapere se avrebbero accettato la sua domanda per ricevere un sostegno economico dal comune. Chiese dove fosse l’ufficio nel quale doveva andare. La segretaria all’ufficio accoglienza glielo indicò. In fondo al corridoio, la terza porta a destra. Entrò. C’erano una decina di persone in attesa, quattro delle quali, africane. Rimase in piedi appoggiato alla parete, non gli andava di starsene seduto in mezzo alla gente. Era freddo là dentro. “scommetto che nell’ufficio del funzionario non fa così freddo”, pensò, “solo a noi poveracci non è concesso di scaldarsi”. Nella stanza non parlava nessuno. Si poteva sentire la voce del funzionario comunale che stava dentro all’ufficio. Passò una ad una le persone che stavano sedute lì dentro, esaminandole dalla testa ai piedi. Si era soffermato su di una donna. Bionda. Una bella donna. Lei alzò gli occhi e per un attimo si incrociarono gli sguardi. Fu lui a distogliere lo sguardo per primo. Non voleva alcun tipo di contatto con nessuno. La bionda entrò, era il suo turno. Era rimasto da solo in sala d’attesa. Si mise a sedere finalmente. La porta era socchiusa e si poteva udire chiaramente tutto quello che veniva detto. Quasi tutto, perché ogni tanto i due si scambiavano delle frasi abbassando al minimo il tono di voce. “va bene. Tutto a posto” “grazie”, rispose la donna. “non ti preoccupare… vedrai che riceverai l’assegno”, disse caldamente il tizio. “grazie ancora, Mario. Ciao” “ciao”. La tizia uscì. Attraversando la stanza lanciò uno sguardo. Le si leggeva in faccia la soddisfazione, come avesse vinto un premio, sbandierandola liberamente con senso di superiorità. Ora toccava a lui. Si avvicinò alla porta. Lesse la targhetta che vi stava appesa: -Rag. Artemi Mario - c’era scritto. Entrò. “Prego si sieda. Un minuto di pazienza” “certo, faccia pure” Il ragioniere stava sistemando i fascicoli delle persone venute prima. Le dispose in due pile, poi, una alla volta le ripose sulla scrivania dietro di sé, dove stava un’impiegata. “inserisci i dati”, disse all’impiegata. Vide che un fascicolo era rimasto sulla scrivania. Vide il nome scritto sopra. Era un nome femminile. Era certamente della sua amica, pensò. Perché non l’aveva riposto su una delle pile che aveva consegnato all’impiegata? Gli passarono per la testa i peggiori pensieri in quel momento. “eccomi, sono qui”, disse il ragioniere sedendosi. Era un uomo sulla cinquantina, ben tarchiato e calvo. Ben rasato. Aveva l’aria di chi se la passava bene. Come poteva uno così prendere in considerazione i suoi problemi? “ecco qui i documenti: foglio di disoccupazione, ricevute delle bollette, e stato di famiglia” “ok. Controllo un attimo al terminale…” Attese due minuti circa mentre il tizio digitava chissà cosa al computer. “lo stato di famiglia non corrisponde. La signora …. ed il bambino hanno appena ottenuto il trasferimento di residenza” “come? Dove sono adesso?” “non posso dirglielo, sa… per la privacy” “può crearmi qualche problema questo fatto?” “be’… cambia molto. Sarà più difficile per lei rientrare tra gli aventi diritto all’assegno di sostentamento. Prima vengono le famiglie, poi… qui vedo che lei ha una casa di proprietà. C’è gente che deve pagare un affitto, lo sa?” “ho la casa, e allora? Cosa devo fare, mangiarmi i mattoni?!” “stia calmo, per favore. Non c’è motivo di agitarsi a quel modo” “di motivi ce ne sono molti, invece”, disse alzando un po’ il tono della voce. Sentiva la rabbia che si muoveva dentro. Il ragioniere assunse un’espressione seria. “VA BENE, qui ho tutto quello che mi serve. Le faremo sapere” “arrivederci” Se ne andò. “Clara”, disse voltandosi verso l’impiegata, “hai visto che razza di gente ci capita?” Prese il fascicolo e lo infilò in un cassetto della sua scrivania. Squillò il telefono. Rispose. Era la moglie. “ciao…come sta il bambino?” “bene bene, non ti preoccupare” “dove siete adesso? So che avete cambiato la residenza” “stiamo da mia madre. Ascolta… ho chiesto la separazione. Dovremmo andare insieme dall’avvocato a parlarne” Rimase in silenzio. “ehi! Mi senti?” “si si. Quando posso vedere mio figlio?” “guarda… meglio che te lo dimentichi. Adesso sta bene e non voglio che soffra” “ma è anche mio figlio!” “non alzare la voce con me, hai capito? Non voglio che mio figlio frequenti un fallito, perché tu sei un fallito. Non se lo merita” Riattaccò. Non gli riuscì mai di sopportarla nei momenti come quelli. Squillò il telefono. Era ancora lei. “che fai?! Mi sbatti il telefono in faccia?!” “non ho più niente da dirti” “SEI UNO STRONZO!” “e tu una puttana” Riattaccò. Lasciò la cornetta staccata. Era ormai una settimana che aveva compilato le richieste di assunzione in quelle due aziende. Fino ad allora non lo aveva chiamato nessuno. Chiamò telefonicamente entrambe. La risposta fu pressappoco la stessa: “per il momento siamo a posto”. Il frigorifero era quasi vuoto del tutto. Ricordò che nel mobile in soggiorno, là, dietro al servizio di bicchieri che gli avevano regalato i suoceri, c’era una bottiglia di whisky. Andò a vedere; c’era. Si sedette vicino alla finestra e poco per volta svuotò la bottiglia. Lo stomaco stava a posto, ora, non si lamentava più per la fame. Per il resto, stava male. Gli passarono per la testa i pensieri più disperati. Si rendeva conto che di essere ubriaco come non lo era mai stato in vita sua. Osservava il traffico. Era ormai un’abitudine la sua. Le lucine delle macchine che passavano avanti e indietro, quasi lo divertivano. Disse: “domani chiamo quello stronzo al municipio. Devo avere quell’assegno”. Si svegliò seduto di fronte alla finestra, con braccia e testa sul davanzale. Si stiracchiò. Aveva un dolore tremendo al collo. “Lo stronzo del Comune non ce li ha questi problemi. Andrà pure a farsi i massaggi… lo stronzo”. Si alzò ed andò verso il telefono. Ebbe un lieve mancamento. Si aggrappò alla porta della cucina. Meglio portarsi una sedia al telefono, pensò. Dopo alcuni minuti di attesa, gli passarono il ragioniere. Si identificò, e chiese notizie della sua domanda per l’assegno. Mentre gli raccomandava la sua necessità di avere quei soldi, in sottofondo sentiva il ragioniere che picchiava i tasti del computer. Sicuramente non stava ascoltando tutto quello che gli stava dicendo, ma si stava vedendo gli affari suoi. O della sua amica bionda. “aspetti che controllo al terminale” Attese ancora. Il ragioniere stava controllando; così aveva detto. Sentiva il suo respiro al telefono. Non si sentiva, però, il rumore della tastiera. Strano. “pronto. Senta non possiamo concederle l’assegno. Abbiamo fatto dei controlli, non ha i requisiti, o meglio in graduatoria ci sono molte persone prima di lei, ed il budget a disposizione del Comune è limitato” “è sicuro di aver controllato?” “lei mi sta offendendo” “scommetto che la biondina ce l’avrà l’assegno, eh?” Si stava facendo sera. Accese la luce, o meglio, schiacciò l’interruttore, ma non successe nulla. Gli avevano staccato la corrente. Guardò il frigorifero: gocciolava. Chissà da quanto; mica se n’era accorto. Provò ad aprire il gas. Quello ancora c’era. Accese il forno per scaldare la cucina. Chiuse la porta e la sigillò con del nastro adesivo tutt’intorno; anche il buco della serratura. La cucina era piccolissima e si sarebbe riscaldata in fretta. La temperatura si era fatta sopportabile. Osservava, come sempre, quello che succedeva fuori. Il traffico si muoveva meglio quella sera, sembrava un movimento di luci più armonioso. Come scie di lucciole. Spense il forno, staccò con forza il tubo del gas dalla parete ed aprì il rubinetto. Si mise dov’era prima, seduto con le braccia appoggiate al davanzale. Stette là un bel po’ di tempo. L’odore di gas era divenuto quasi insopportabile. Il traffico fuori scorreva come al solito.


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