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lavoro pubblicato martedì 12 dicembre 2006
ultima lettura venerdì 12 aprile 2019

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Stasera patate

di tambu. Letto 1035 volte. Dallo scaffale Sogni

In un pomeriggio qualsiasi entro al circolo dalla porta di sotto, aprendola piano piano perché, visto che si apre all’interno ho sempre paura di c...

In un pomeriggio qualsiasi entro al circolo dalla porta di sotto, aprendola piano piano perché, visto che si apre all’interno ho sempre paura di colpire uno di quei vecchi che in cinquant’anni e passa non hanno ancora capito di non mettersi davanti. Stavolta non c’è nessuno, entro e mi siedo davanti al camino, lo rattizzo e seguo le scintille salire veloci lungo la cappa, chissà dove andranno mai a spegnersi. Il fuoco è fra le cose che più amo, mi fermerei a guardarlo in eterno, senza pensieri. Ancora ricordo quando da bambino andavo con la mia famiglia a trovare il nonno di mio padre nella sua vecchia casa di Gaifa, una casa fredda, senza termosifoni. Allora prendevamo le sedie dal tavolo e si faceva cerchio intorno alla ampia arola, ascoltando i racconti del nonno, racconti di caccia, di vigne espropriate, di crucchi con le teste fracassate da un piccone nel sonno, di fratelli diventati preti o partiti soldati in Russia e mai più tornati. I racconti alla fine erano sempre gli stessi, ma l’impaziente e mutevole fiamma ogni volta li investiva di nuova luce e calore. Il fuoco che i vecchi fanno al circolo non mi piace tanto, ci sono sempre dei ciocchi enormi che stanno lì a bruciacchiare per giorni, è una fine ingloriosa per l’albero farsi brace e fumo senza mai essere fiamma. Per questo mi stanco presto, e dopo pochi minuti mi alzo e me ne vado verso il cortile, sulla cui porta incrocio la barista che cammina decisa e impettita lamentandosi del dolore a una mano, s’è ferita facendo i pomodori. Vorrei chiederle che pomodori ci siano in giro, che è quasi dicembre, ma lei cammina veloce, non faccio in tempo ad aprir bocca. Una volta uscito vedo sul basso terrazzo uno dei tavoli di plastica con sopra una pila altissima di bucce di patate, saranno almeno quattro o cinque metri. L’ equilibrio sembrerebbe precario, ma non pare abbia l’intenzione imminente di cadere, sarà anche per questo che intorno s’è radunato un gruppetto di irriducibili avventori del circolo con aria ammirata, quasi adorante. Chiedo loro cosa diavolo sia, ma nessuno mi dà risposta, però quando m’avvicino per guardarla meglio e perché no, anche ribaltarla con dei grugniti mi fanno capire che è meglio mi tenga a debita distanza. Col trascorrere dei minuti arriva altra gente intorno alla mucchia, e tutti, anche coloro che del loro ateismo avevano fatto incredula religione, hanno l’aria inebetita, come se ciò che ammirassero non fosse una stupida mucchia di bucce di patata. A breve il flusso delle persone aumenta vistosamente, diviene inarrestabile, ormai nel cortiletto non entrerebbe neanche un bambino; ad un tratto un uomo dalla testa fulva sale in piedi su un tavolino e con voce tremula e sguardo etereo intona un vecchio salmo verso la mucchia; tutti lo seguono. Decido di andarmene e in fretta, comincio a temere quella gente, sento che sarebbero capaci di tutto. Torno a casa passando per san Piero, dai clacson e dal indisciplinato rumore del traffico capisco che lungo la Flaminia deve esserci un’interminabile coda di macchine diretta verso quello che un tempo era un cimitero di semivivi, e che oggi è diventato un tempio. Arrivo a casa per l’ora di cena, ci sono tutti, sembrano tranquilli, si vede che ancora non sanno niente e non sarò di certo io a parlargliene. Mi metto a tavola. Stasera patate. Nota: nella mia zona per “fare i pomodori” si intende l’insieme di operazioni ( raccolta, cernita, lavaggio, spremitura, imbottigliamento, bollitura e quant’altro) volte alla preparazione di bottiglie di passata di pomodoro.Generalmente tali operazioni si svolgono ai primi di settembre. ventinove novembre duemilasei


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