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lavoro pubblicato venerdì 17 novembre 2006
ultima lettura lunedì 16 dicembre 2019

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A funghi ad Anghiari

di tambu. Letto 3994 volte. Dallo scaffale Viaggi

La sveglia del cellulare si mette a suonare, sono le 6 meno 10, ma non mi rincresce alzarmi presto, almeno non questa mattina che si va a funghi in To...

La sveglia del cellulare si mette a suonare, sono le 6 meno 10, ma non mi rincresce alzarmi presto, almeno non questa mattina che si va a funghi in Toscana. L’appuntamento è alle 6 e mezza da Bebo, alle 6 e qualche minuto sono già pronto, come al solito per paura di fare tardi regolo la sveglia troppo presto, odio far aspettare gli altri e odio ancora di più aspettare. E’ troppo presto per partire, per arrivare a Fossombrone non ci vogliono più di cinque minuti, allora per trastullarmi per quel poco tempo metto fuori il cane: non è poi così contento di vedermi, preferiva stare al caldo dentro casa. Finalmente parto, prendo la punto, ieri nel tornare da Pesaro ho fatto anche il pieno di gas, non sono bastati vent’euro, però stavolta tocca a me prendere la macchina cazzo, l’ha sempre presa Marco le altre volte e poi arrivare fino in Toscana con la Niva è un’odissea, non fa più degli ottanta e non c’ha manco le cinture, dicono che in Umbria sbirri e vigili siano tristi e inflessibili. Arrivato alla chiesa di San Martino mi accorgo d’aver messo le scarpe da ginnastica, c’avevo anche pensato a prendere gli scarponi, questo è il preludio dei tanti inghippi e intoppi di varia natura che seguiranno, alla fine niente di grave, forse anzi renderanno la giornata anche più divertente. Svolto, torno a casa correndo, non spengo neanche il motore, prendo gli scarponi in un attimo, so già dove sono; arrivo al bar un po’ in ritardo, ma non fa niente, manca anche Roberto. Bebo è chiuso, si parte rimandando la colazione al primo bar sulla strada, ma non ne dobbiamo fare parecchia: stranamente è aperto Manolo. Entrati, mi sembra un miraggio che ci siano a quell’ora le paste di Rinci, infatti sono solo una squallida e diabetica imitazione, ma ho fame e il pranzo è distante, ne mangio due lo stesso, una, ancora calda, non era nemmeno tanto male. Si parte davvero stavolta; Marco, conscio della mia dirompente golosità, mi fa subito morire dall’invidia raccontandomi di un pranzo al Furlo, lì proprio dove andava il duce: tartufi, ottanta euro a testa, gliel’avevano addirittura offerto, e addirittura s’erano fregati salami nostrani e rare bottiglie. Il viaggio prosegue veloce fra una canna d’erba e l’altra, io non ci penso nemmeno a toccarle, già l’altra volta eravamo un po’ fuori di testa, a momenti ci perdevamo; ad un certo punto s’ascolta Fiorello, sinceramente mi piaceva di più l’anno scorso, meno scontato, ma per tutto c’è una fine. Ci fermiamo sopra Apecchio, lungo il passo, c’è un posto in cui, dice Marco, hanno un ottimo prosciutto, ma in silenzio diffido, che la scorsa settimana abbiamo aperto il nostro, di prosciutto, e sinceramente così buono non m’era mai capitato, ma mi ricrederò mangiando un paio d’ore più tardi il mio panino. Roberto bisogna farlo entrar dentro il barretto per fargli capire che non siamo al ristorante di Martinelli, ad Acquapartita, però effettivamente un po’ somigliava. Poi s’arriva giù a Città di Castello, sono le otto, ci sono delle ragazzine che vanno a scuola, fermi al semaforo si fa gli scemi come al solito; dopo poco s’arriva finalmente ad Anghiari, città dell’autobiografia, e scoppiando in sonore e sguaiate risate ci riproponiamo di scoprire cosa diavolo vorrà dire. Prima d’andare nel bosco ci fermiamo in un bar a fare i permessi, quattr’euro ciascuno, che ladri, pensare che da noi con quindici ci sto bene un anno, in pratica qui i funghi te li vendono, ma non ci metto la data, la segnerò solo se nel bosco vedrò arrivare le forestali. A proposito di forestali nel bar c’era un vecchio col cappello da ranger, proprio come quello di Yoghi, lo prenderemo per il culo tutto il giorno. La macchia non mi pare esaltante, ma già lo sapevo, solo pini, sembra di essere alle Cesane, di finferli un po’ ce n’è, ma mica così tanti come si sente dire nei bar, anghiari, anghiari, anghiari, sembra che sia il paradiso del fungo, che ti saltino da soli nei cestini; ma sarà che è un autunno del cazzo, non piove mai, caldo come settembre: comunque è più umido che da noi e fa pure freddo. Mi rompo subito i coglioni, quella del finferlo non è una ricerca entusiasmante come quella del porcino, dove si cammina in continuazione e con l’occhio si fruga negli angoli più nascosti, si cerca di leggere il bosco, più umido e meno umido, più e meno caldo, l’esposizione dei pendii, ecc…, si cerca di vedere anche sotto le foglie, e ogni ritrovamento dà un piccolo sussulto al cuore, e se se ne trova uno si cercano meticolosamente i fratelli, mentre quella dei finferli più che una ricerca è una raccolta, sembra un lavoro, si cammina poco e ci si punge le dita, meno male che poi a mangiarli son strepitosi, è forse il fungo che mi piace di più. E poi ne ho trovati anche pochi, invece loro verso la fine loro son capitati in una parete dove ce n’erano tanti e grossi, da riempirci i cestini, invece io ho faticato a coprirne il fondo, giusti appena per due tagliatelline il giorno dopo. Poco prima delle due si torna alla macchina, io ho una fame da lupo e Robi e Carlo non sono da meno, così si cerca un ristorante: Marco, che ad Anghiari c’era già stato altre volte, ne conosceva uno, e diceva che si mangiasse molto bene, così ci fermiamo a leggere il menù che era affisso davanti: troppo caro per me, come minimo mi ci volevano cinquanta euro per saziarmi, così appena se ne vede uno più abbordabile si decide per quello. Ma l’avere i prezzi dalla mia parte non ha portato particolari sollievi alle mie tasche, anzi han fatto sì che non mi regolassi nell’ordinare; mano a mano poi che i bicchieri si vuotavano il poter confidare nel ben più fornito portafogli di Marco mi ha spinto ad un vero salasso. E poi neanche si mangiava così bene. Ben mi sta, così imparo ad avere fiducia nei ristoranti e nella mia -ormai perduta- capacità di reggere il vino. Terminato il pranzo era troppo tardi per andare a galletti, come da progetto iniziale, così ci mettiamo a visitare il poi non tanto piccolo borgo medievale, trovandolo anche grazioso e soprattutto dal bel panorama, quel giorno però poco godibile per la foschia. L’incoscienza dei vent’anni, per qualcuno a dir la verità belli che passati, e dell’ebbrezza alcolica ci faceva infilar in ogni antro e porta aperta, così ci ritroviamo per le scale ammuffite d’un vecchio palazzo in ristrutturazione dove ci si presenta davanti il Pacciani d’Anghiari, un vecchio armato di falcetto, da cui fuggiamo a gambe levate; poi entriamo in un istituto d’arte stranamente aperto nel cui atrio sono esposti pregevoli intarsi, dal quale veniamo scacciati da un bidello infuriato. Chiudetele le porte se volete che la gente rimanga di fuori. Quando decidiamo di tornare a casa per raggiungere la macchina, parcheggiata di fronte al teatro, passiamo lungo le mura anch’esse in restauro: sulle mura appunto, vedo un pezzo di tubo blu e lo calcio con tutta la forza, di punta, per mandarlo più lontano e … un dolore atroce m’investe , cado a terra, e giù con me imprecazioni e bestemmie. Il tubo non era altro che a protezione e segnale d’un grosso chiodo infilzato nel cemento -più avanti ce n’erano ancora- e io c’avevo quasi spaccato l’ alluce, l’unghia è andata. Pur sapendo d’esserne nel torto, e infatti gli altri s’erano subito accorti della “trappola”, mi son vendicato ugualmente di quei muratori, non tanto per fargli pagare qualche loro colpa ma giusto per sfogarmi. Come mi son vendicato, questa non è la sede adatta per raccontarlo, ma da buon studente universitario ho avuto una buona vena goliardica. Prima d’andare ci fermiamo in un’antica osteria, un posto veramente affascinante, che ci riporta indietro di cinquant’anni; ordiniamo un litro di vino rosso e un piatto con formaggi e affettati del luogo, salame, finocchiona, lonza e prosciutto. Mentre beviamo e mangiamo ascoltiamo i discorsi dei soliti avventori del posto, tutti mezzo avvinazzati, parlavano di politica e fatti altrui, che altro, con quella sonorità tutta aretina che sembra fatta per canzonare, per mettere in burla. P.S. il cameriere del ristorante ci ha spiegato che Anghiari è la città dell’autobiografia perché ogni anno vi si ritrovano scrittori e studenti per seminari su diari, biografie, ecc… e che addirittura quella è la “sezione staccata” della vera città dell’autobiografia, che è sempre in toscana, ma ora non ricordo quale.


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