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lavoro pubblicato martedì 24 ottobre 2006
ultima lettura mercoledì 11 dicembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

sabato sera

di Mela. Letto 1335 volte. Dallo scaffale Pulp

Sabato sera, ore 19.30 Avevo appena finito di stirare, e me ne stavo beatamente sdraiata sul divano a godermi un attimo di dovuto rilassamento...

Sabato sera, ore 19.30 Avevo appena finito di stirare, e me ne stavo beatamente sdraiata sul divano a godermi un attimo di dovuto rilassamento, guardando la tv, stavano dando “una mamma per amica”. Vengo interrotta dal mio boy che mi chiede cosa mangeremo, così gli ricordo che avevamo comprato tutto il necessario, per fare i toast farciti, proprio quel pomeriggio. Così si offre di apparecchiare la tavola e di iniziare ad affettare il prosciutto, per poi tagliare anche la farcitura per i toast (cetriolini, peperoni, funghetti, carciofini e capperi). Gli rispondo che da lì a cinque minuti lo avrei raggiunto in cucina e riprendo a guardare la tv. Mentre Lorelay aveva il suo daffare con la madre nel cercare di convincerla a non intromettersi nella vita di sua figlia Rory, il mio boy appare sulla porta della cucina ed esclama: Mi sono tagliato! Ed io gli dico di metterci un cerotto, e lui, con una calma disarmante dice: Mi sa che un cerotto non basta! Così mi giro a guardarlo e vedo che si tiene la mano con uno scottex intorno tutto insanguinato, il sangue aumenta ogni secondo che passa, inizia a colare sul pavimento, e gli dico: ma che cazzo ti sei fatto? E lui: mi sono distratto solo un secondo, non lo faccio mai... E mentre dice così il sangue continua a colare in macchie cremisi sul parquet della sala, il suo viso non ha un briciolo di colore, ma è bianco come un foglio e penso che potrebbe svenire da un momento all’altro. Il mio cervello inizia solo dopo un paio di secondi, che sono sembrati un eternità, a comprendere la reale situazione. Così scatto in piedi, corro come una trottola da una stanza all’altra, mentre la sua voce mi arriva alle orecchie calma e fredda, e mi chiedo come cavolo faccia ad essere così freddamente lucido. Intanto raggiungo il cassetto dei medicinali svuotandolo di tutto ciò che poteva servirmi, il mio cervello ormai è in panico e non riesco ad immaginare cosa possa essere utile fare come primo soccorso. Così raggiungo il mio boy che nel frattempo è andato in bagno a sanguinare nel lavandino. Gli spruzzo del disinfettante sulla ferita, e mentre la guardo mi rendo conto che gli s’è mozzato un polpastrello. Il suo viso è sempre più pallido. Così lui chiama un suo collega che fa del volontariato sulle ambulanze per chiedergli cosa fare, e questo gli risponde di stringere appena sotto la falange e mettere del ghiaccio sulla ferita. Nonostante questi accorgimenti il sangue esce copiosamente. Così messo il ghiaccio decidiamo di chiamare il papà del mio boy per farci accompagnare in ospedale. L’avrei fatto io, ma non ero in grado di connettere. Il papà del mio boy dopo neanche 10 minuti è sotto casa, saltiamo in auto e sfrecciamo verso il pronto soccorso più vicino. Sbagliamo il primo imbocco, così torniamo indietro, sbagliamo anche il secondo e torniamo ancora indietro, intanto il sangue imbratta il sedile del mio boy. Appena davanti all’ingresso ci precipitiamo fuori io e lui, mentre il papà di fa va a parcheggiare l’auto. Entriamo all’accettazione urgenze e lasciamo dietro di noi una scia di sangue, che se c’avesse pensato Pollicino non si sarebbe perso nel bosco. Però forse l’avrebbero inseguito i lupi XD La tipa seduta dietro lo sportello vedendo il sangue subito, con un aiutante, guarda la ferita e gli avvolge un fazzolettone azzurro attorno al braccio, mettendogli però prima la mano in una specie di sacchetto. Dopo aver preso tutti i dati, mi dice di accomodarmi nella sala attesa dei parenti, e al mio boy nella stanza urgenze. Lui entra, io resto ad osservarlo dal finestrino nella porta. Lo vedo seduto in fondo alla saletta dove già aspettavano altre persone. Gli hanno dato il codice verde, quindi il penultimo, se arrivava un codice giallo o peggio rosso, gli passavano davanti. E intanto lui se ne stava lì a perdere sangue su una scomoda sedie al freddo. Dalla fretta non ha preso il giubbino con se, lasciandolo in mano mia. Così sconsolata aspetto di vedere arrivare il suo papà per poi accomodarci in sala d’attesa. C’è un via vai di parenti di vittime di incidenti, di ictus e di chissà cos’altro. Ma gli incidenti sono veramente numerosi. Io e il papà di Fa ci scambiamo qualche battuta, ma per la maggior parte del tempo restiamo in silenzio, ad aspettare che dal megafono ci chiamino. Passa un ora e ancora nulla. Il papà di Fa si alza ed ogni tanto va a sbirciare dalle finestre della porta della sala urgenze, ma la situazione non varia. Una signora piange per un parente preso da un ictus, una dottoressa dorme della grossa, un bambino che fa ammattire il padre andando avanti e indietro irrequieto, un ragazzino cicciotello gioca con un videogames. Io vengo assalita da un atroce mal di testa. Mi massaggio il punto di agopuntura con la speranza che possa alleviare il dolore, devo dire che all’inizio era stato efficace, ma poi è tornato più forte. Intanto il papà di Fa, tornato da un pellegrinaggio alla porta della sala urgenze, mi torna con il cellulare del mio boy...sporco di sangue. Lo guardo e cerco di ripulirlo un po’, ma senza successo. Ormai il sangue si è rappreso, dovrà toglierlo con una pezzetta imbevuta. Così per passare il tempo, emulo il ragazzino e gioco con i giochino del cellulare di Fa. Mi stufo dopo una mezz’oretta circa. Intanto sono passate due ore senza sapere ancora nulla. Il papà del mio boy continua imperterrito il suo andirivieni, e mi porta le notizie dell’ultimo minuto: s’è spostato dalla sedia attaccata al muro, a quella vicino alla colonna, la gente dentro è sempre quella. Mi accoccolo meglio sulla sedia e cerco di non pensare al mal di testa che mi sta provocando anche la nausea e penso che voglio tornare a casa per prendermi un aulin e sdraiarmi sul mio lettino. Poi altri pensieri si affollano nel cervello...dovrebbero prendere il numerino... Il papà di Fa mi offre un qualcosa da bere dalle macchinette, ma non riuscirei a mandar giù nemmeno un sorso d’acqua. Intanto litigo con una zanzara la quale ha la peggio. Poi è il turno di una mosca, ma quella la scaccio e basta sarebbe deleterio per la mia testa ingaggiare una lotta con una mosca. Intanto è passata un'altra mezz’ora. Sento la dottoressa poco più in là che se la russa alla grande con la testa penzoloni sul petto...penso che dovrei almeno provare a rilassarmi. Così appoggio la testa al muro e socchiudo gli occhi, dal megafono arrivano solo scariche elettriche e tutti gli avvisi per altre persone. A un tratto con un occhio aperto e uno chiuso intravedo la figura del mio boy, così scatto in piedi e gli chiedo qualcosa alla rinfusa, cosa ti hanno fatto, hanno finito, ti fa male che ti hanno detto, ma lui mi dice che dopo che gli hanno medicato la ferita, gli hanno dato un foglio con dei medicinali da prendere, ma che gli hanno detto di aspettare perché volevano controllare se il flusso di sangue s’era fermato, così dopo averci rassicurato, torna dentro. Intanto sono passate tre ore e mezza. Mi alzo e mi metto ad aspettare dietro la porta della sala d’attesa, pensando che ormai è finita e che possiamo andare a casa, ma mi sbagliavo. Dal finestrino della sala d’attesa non si vede nulla di confortante, solo barelle e sedie a rotelle portate avanti e indietro dalle ambulanze alla sala delle urgenze. Stanca di stare in piedi torno a sedermi, rassegnata a passare ancora del tempo in quella stanza sporca che sa di drammi familiari. Passa così ancora mezz’ora, fino a quando finalmente il mio boy arriva e dice che possiamo andare a casa, guardo l’orologio ed è mezzanotte. Il mio mal di testa non mi abbandona un secondo, così appena a casa preparo una minestrina per entrambi, nell’impeto della nausea riesco a mandar giù solo due cucchiaiate di pastina, quel tanto che basta per prendere l’aulin e poi mi infilo a letto incapace di stare ancora in piedi un solo minuto in più. Poi tutto è buio e mi perdo nell’oblio dell’effetto del medicinale, abbandonandomi tra le braccia della notte...


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