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lavoro pubblicato mercoledì 27 settembre 2006
ultima lettura lunedì 12 agosto 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

alice

di hilde. Letto 972 volte. Dallo scaffale Generico

per la prima volta ho trovato il coraggio di farmi leggere da qualcuno, per me sarebbe davvero importante capire cosa ne pensate

Eccomi, ho con me la cartolina, l’ho conservata. Non ci avresti mai creduto eh? 
No, non ci avrebbe mai creduto e invece lei
Lei ce l’aveva avuta sempre, invece, spostata di cassetto in cassetto, dalle mutande alle posate, dagli strofinacci alle fotografie, la teneva qualche mese nell’agenda, poi perdeva l’agenda, ma la cartolina spuntava sempre. La usava come segnalibro o la fissava al frigorifero con una calamita, se aveva voglia di pensare a lui, oppure in quelle sere strane in cui il ricordo si fa doloroso e il futuro è una specie di baratro, la seppelliva tra i vecchi documenti, radiografie e pagelle del liceo, o la spingeva con rabbia sotto il divano. 
Ma che ne avesse voglia o no, che fosse dell’umore o no, ogni giovedì la rileggeva. A volte era doloroso, come masticarsi lo stomaco: camminava da sola con lo sguardo rasoterra fino al bar del gobbo, scappava perché in casa va davvero a finire che ci si taglia le vene certe volte. Prendeva una bottiglia di qualcosa ma che fosse una bottiglia perché un bicchiere non basta a scacciare un male come quello, e se ne stava lì. Tirava fuori la cartolina dalla borsa nepalese, quella a righine sottili che sfoggiava nella speranza di sembrare un po’ più giovane e compagna, e guardava l’inchiostro scolorito sul retro: non c’era bisogno di leggere, la memoria scorreva più veloce dello sguardo: con gli occhi ancora sulla seconda riga  ripeteva a mezza voce le ultime parole. E poi sempre uguale, guardava il francobollo, la data scritta di traverso, il timbro postale e alla fine la girava ed è lì che a volte scendevano le lacrime e le partiva un singhiozzo sconnesso. E il gobbo tra il cinico e il discreto le svuotava il posacenere e le portava una ciotola di noccioline guardando altrove. Lei abbassava gli occhi, concentrata sul solito sottobicchiere, avevano entrambi gli occhi verdi e neanche lo sapevano di questa in effetti inutile affinità.
 A volte invece era bello, il giovedì: creava intorno a se un’atmosfera mistica e artificiosa con tisana bollente in tazza blu, incenso, vecchi vinili, candele profumate, si sentiva perfettamente collocata nel suo ambiente, nel suo felpone e nei calzini di spugna e si perdeva a guardare la foto di una scogliera deserta. Poi chiudeva gli occhi e si lasciava passare davanti le immagini di trent’anni prima: sacchi a pelo all’ombra di ulivi nodosi, libri di Keruak ed Hesse sfogliati distrattamente sorseggiando un tè, corpi nudi che si tuffano in un mare senza fondo e in storie senza futuro. Ricordi. Troppi ricordi, belli al punto di fare male.
E tutte le volte che riaffioravano, nel piacere o nel dolore, c’era sempre quell’ansia, quell’insoddisfazione di fondo, quella consapevolezza di vivere in un mondo di effimera illusione. Sei sposata, le chiedevano a volte i colleghi, fidanzata, convivi? E lei rispondeva vaga, faceva un sorrisetto molto interiore e pensava a quelle poche righe di inchiostro sbiadito.
Nessun anello intorno al dito, nessun abbraccio, nessuna parola amica che non pretendesse un qualunque compenso, lei aveva amato solo lui, la sua cartolina, la sua immagine sempre più lontana e inconsistente. Lei faceva l’amore ogni notte con un cuscino e un’utopia, col retrogusto amaro del rimpianto. Sapeva di essere patetica, sapeva di essere triste, sapeva che c’era una sola possibilità  e che il tempo era sempre meno, se ancora ce n’era, se mai ce n’era stato. 
“ non si può dire ti amerò per sempre, ora l’ho capito e ho capito perché sei fuggita. Io non ti amerò per sempre Alice, sempre non esiste. Ti amerò per altri trent’anni, non sono tanti vedrai, anche se la parola duemila suona così strana. Ti amerò sullo stesso scoglio e tu farai quello che vorrai, troverai un marito, un lavoro, una casa, cambierai marito e lavoro e casa e io ti aspetterò qui. Non avrò fretta e guarderò i pesci nuotare intorno al nostro scoglio. Giorno dopo giorno, anche se tutto ciò è privo di ogni senso”
Di quei trent’anni non restavano che le briciole, lo capisce in una domenica mattina più vuota delle altre, in cui tutto sembra urlarle contro, corri, corri Alice biascica Maurizio Costanzo dal suo salotto pretenzioso, dai sbrigati, cosa ci fai ancora qui, fischia dalla cucina un bollitore smaltato estremamente radical chic, ma dio buono, bestemmia infine Cippo, canarino anoressico e scolorito come un bambino di città, dio buono perché non ti guardi un po’ intorno e cerchi di essere obbiettiva: la tua vita fa ancora più schifo della mia, la tua gabbia è ancora più stretta e piena di merda.

È vero, devo pulire la gabbia

Pensa soltanto questo, pensa e poi corre: le passano davanti mille immagini sfocate, l’agenzia di viaggi sotto i portici, l’impiegata coi denti storti, la mosca sul vetro della biglietteria, il traghetto metallico e obeso, i turisti coi loro bermuda e i loro sandali e i loro mille trucchetti anti-scippo, l’acqua torbida del Pireo, una vecchia col fazzoletto nero in testa, un pontile di legno, uno scoglio
Lo scoglio
Lo scoglio è ancora lì. Gli scogli non cambiano forma, non cambiano posizione e il mare li rispetta. Questo pensiero la colpisce, la commuove, la terrorizza, la infuria. Come può quel pezzo di roccia starsene lì beffardo ad ostentare una coerenza, una solidità che a noi umani non saranno mai concesse?
Gli scogli non invecchiano, pensa poi, e si ferma e si osserva: mezzo secolo di buchi nelle cosce e di solchi nel viso, jeans un po’ troppo fuori moda che le fasciano il culo cadente, la maglietta stinta di un concerto a cui è andata almeno dieci anni prima, infradito arabeggianti di cui adesso si vergogna.
Cosa credevi di fare, pensa quasi dice, di scendere dal traghetto e trovartelo lì? Come la più virile delle sirenette di Copenaghen? Con i suoi jeans slavati e la barba lunga, sì? Pensavi di farci chilometri sulla spiaggia lasciando impronte dorate e di farci l’amore tutta notte stordita dall’hashish e dal vino resinato?   Pensavi di farti sfondare e godere come non hai più goduto negli ultimi vent’anni? Pensavi di svegliare i pesci e i gabbiani coi tuoi strilletti di piacere e di svegliarti la mattina con la sabbia nei capelli e i vestiti sparsi intorno e scusa –risolino audace- amore, nella foga ho forse perso il reggiseno… 
Pensavi a quel ti amo che ti ha detto solo lui –si ma trent’anni fa trenta, te ne vuoi rendere conto?- A quel ti amo in cui ti rifugi quando tra le lenzuola hai solo le tue visioni a farti compagnia, quando al bar arriva il ragazzo della cameriera bionda e tu li guardi e ti sale un’invidia bollente che qualche volta ti fa urlare –signorina, il mio caffè?-
A tutto questa pensa mentre i turisti le passano attraverso, quasi volgari nella loro allegria, e capisce poi che non sa che fare. Pensa alle mille possibilità che ha davanti a sé, alle mille evoluzioni che quel momento statico e imbarazzato potrebbe avere. Pensa che potrebbe girare per l’isola a cercarlo, chiedere informazioni ai pescatori e alle pensionanti, chiedere ai viaggiatori frettolosi se hanno visto un ragazzone tedesco con la barba lunga e gli occhi incredibilmente blu. Pensa che potrebbe prendere una stanza in qualche alberghetto coi muri bianchi e il tetto piatto, mangiarsi uno yogurt in terrazza e fare conoscenza con un brillante banchiere brianzolo. Pensa che sta sudando, che deve pisciare, che non sa una parola d’inglese. Si tocca la tasca sul retro dei jeans per cercare garanzie nella consistenza rigida del biglietto di ritorno. Atene-Roma, le suona bene, razionale, organizzato, rassicurante.
Morto
Rassegnato
Ecco come le suona in realtà: non si accorge nemmeno più dei sui gesti, è troppo persa nel flusso della sua vita. Un insieme di rivelazioni crudeli e di speranze carezzevoli, un continuo ripetersi di contrasti interiori in un deserto di totale apatia. Non si accorge neanche di aver appoggiato il biglietto su un muretto di pietre. Cammina lenta sotto il sole spudorato del mezzogiorno, non si accorge neanche di se stessa e delle motorette che le suonano isteriche Non si accorge della connazionale grassa che la insegue col fiatone mettendo a repentaglio la vita del suo cappello di paglia colorata.
-siorina, siorina il biglietto! Ha perso il biglietto
Non la sente non vuole sentirla. Cammina lenta, accelera, corre, inciampa, non si gira, è lontana. Libera.



Commenti

pubblicato il 14/10/2011 22.10.52
FerencNis, ha scritto: Illegibile. Dovresti impaginarlo bene.

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