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lavoro pubblicato lunedì 25 settembre 2006
ultima lettura sabato 16 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il principe in bicicletta

di Poz186. Letto 1226 volte. Dallo scaffale Racconti

Ehr...questa è un pò una mia sfida personale. E' raccontato da quattro narratori (Un pò come "Non buttiamoci giù" di Nick Hornby). Si svolge tutto in un giorno e si basa sull'incontro casuale fra i quattro personaggi. Fra i propri problemi e le incomprensioni le loro vite si incrocieranno e ognuno lascerà nell'altro segni indelebili. Spero vi piaccia. :)

ANDREA Avete presente la mattina? Quando ti svegli e non vorresti? Senti trillare la sveglia e vorresti restare sotto le coperte, a continuare a dormire, a placare il mal di testa e la stanchezza ancora e ancora e ancora. Ecco, avete presente quella sensazione? Bene, benvenuti nel mio mondo. Ma quella mattina, quella mattina era stata diversa…Beh, a dirla tutta anche la notte che l’aveva preceduta era stata profondamente diversa dalle altre. Mi aveva convinto che avessi finalmente trovato ciò che cercavo, che avessi trovato la donna della mia vita. Avevo quella sensazione che non avevo mai avuto, quella sensazione di tranquillità e leggerezza che le altre donne (Non è che fosse la prima notte passata con una donna, non credetemi così sfigato) non mi avevano mai dato. Era stato tutto così naturale, così magico, così surreale da convincermi in pieno. E la mattina, quando aprii gli occhi e la vidi, non avevo più la solita sensazione di stanchezza, ma avevo solo felicità e voglia di vivere. La guardai per qualche minuto e poi decisi di alzarmi senza svegliarla, facendo in modo di scivolare dalle coperte nel modo più delicato possibile. Andai in cucina e misi su una moka con del caffè, pensando che le avrebbe fatto piacere ricevere la colazione a letto. Misi le due tazzine di caffè su un vassoio, con due cornetti caldi dal forno e, per completare l’opera e sputtanarmi completamente, ornai il tutto con una rosa rossa (So che qualcuno di voi avrà disgusto della mia persona). Non sapevo se svegliarla o no. Col vassoio in mano la guardai dormire sorridendo come un ebete, tentato di lasciarla dormire e contemplarla ancora. Poi mi avvicinai e le sussurrai “Buongiorno…” nell’orecchio, dolcemente. Lei aprì piano gli occhi, mi guardò e sorrise. “Mh…Buongiorno Andri…” Mi baciò sulle labbra dolcemente, quasi sfiorandole, e lì, amici lo dico in confidenza, avrei voluto fermare il tempo (Cercate di capirmi, ero un uomo innamorato!). “Servizio in camera per la mia piccola.” Sorrisi di nuovo e mi sedetti accanto a lei. Mangiammo insieme, scherzammo, rievocammo i momenti magici di quella notte in un’atmosfera di un romanticismo surreale, a volte così dolce da disgustare. Ora, amici, se siete arrivati fin qui e siete tentati di chiudere, aspettate ancora un secondo. Penserete che tutto era perfetto, che era una di quelle cose che si vedono solo nei film e che non vale la pena di continuare. Beh, allora fidatevi, andate avanti e vedrete. A dir la verità tutta quella perfezione mi aveva messo in testa qualche dubbio…Avete presente quando va tutto troppo bene e pensi che ci sia qualcosa che non va? Quella sensazione che ti prende e dopo un attimo svanisce tra l’autoconvinzione di essere solo leggermente paranoico? E io quella sensazione ce l’avevo, ma non ci badavo poi più di tanto. Mentre lei era in bagno a sciacquarsi andai a fare la spesa e a comprare le sigarette. Ero tranquillo, ma ancora non per molto… GIANNI Quella mattina ho creduto di aver toccato completamente il fondo…La mia paura era che potevo ulteriormente scavare. Ero ormai da tempo indebitato, senza una casa fissa, senza lavoro, ma quella mattina ero arrivato a svegliarmi per strada, sporco e puzzolente come un barbone. C’è qualcosa di peggio? In effetti non pagavo l’affitto da un mese, perciò era comprensibile che mi avessero cacciato…Ma almeno un po’ di comprensione…Darmi il tempo di trovarmi una sistemazione, cazzo! Dovevo trovarmi una sistemazione, ma ne avevo poca voglia, e, ancora peggio, non avevo soldi e lavoro…avevo solo una fame assurda e dolori in tutto il corpo. Mentre ero lì a pensare a cosa fare, passò di lì un ragazzo che fumava allegramente, spensierato e felice. Era l’immagine della felicità e mi infastidiva parecchio, ma decisi che per vincere momentaneamente la fame una sigaretta andava bene, e poi non fumavo da tre giorni... “Ehy, ragazzo! Bellissima giornata,vero? Senti, non è che mi daresti una sigaretta?” Non fece una piega, sorrise, mi porse la sigaretta e l’accese. “A lei! E si riprenda, il mondo è bello!” Mi irritava, ma in quel momento avevo raggiunto il mio piccolo obiettivo grazie alla sacra arte dello scrocco. “Come mai così felice? Vinto alla lotteria?” “Meglio! Va tutto bene, va a gonfie vele, e sento che andrà bene ancora a lungo!” Non so perché poi gli dissi quelle parole nonostante mi avesse aiutato, forse perché mi irritava particolarmente, perché era felice e io a terra a soffrire. Forse ero solo invidioso. “Beh, stai attento perché tutto arriva quando meno te lo aspetti. Le cose belle come le cose brutte. I castelli si infrangono molto facilmente nella vita.” Non mi diede ascolto, inebetito sorrise di nuovo e andò via. Io francamente avevo altro a cui pensare, dovevo rialzarmi, materialmente e psicologicamente. E non era per nulla facile… EVITA Odio il suono della sveglia. Ne sono sempre più convinta. Posso cambiare suoneria, mettere un volume più basso, una melodia più dolce, ma quel suono lo odio e lo odierò sempre. E poi sempre la stessa scena al risveglio, la mia solita stanza con Jonh Lennon e il Che alle pareti...E poi sempre sola, sempre sola nello stesso posto… Ma esistono davvero quelle donne che al mattino vengono svegliate da un bacio delicato e con l’uomo della propria vita che le porta la colazione a letto? Io dubito, ma se esistono, io non sono una di quelle, io queste fortune non ce le ho avute mai. Pensavo di averlo trovato e poi? Poi scopro che mi ha preso in giro per sei mesi…Se la faceva con quella che credevo fosse la mia migliore amica…Cose da pazzi… Forse dovrei fare come le mie colleghe, che fanno quello che vogliono fregandosene di tutto, ma in fondo che male c’è a cercare ancora l’amore della propria vita, il principe azzurro a 22 anni? Comunque mi sono dilungata tanto che mi sono dimenticata il perché quella mattina mi ero alzata…Ah già, dovevo andare a ritirare dei moduli all’università (studio giurisprudenza) e avevo deciso di alzarmi di buon ora per non trovare fila. Anche l’università non andava tanto bene. O per meglio dire, non andava tanto bene nella mia testa, perché anche se prossima alla laurea avevo innumerevoli dubbi se fosse stata quella la scelta giusta. Comunque in qualche modo andavo avanti, fra le mie perplessità e paure. Quella mattina decisi di prendere l’autobus per evitare il traffico e la scena che mi trovai davanti fu quella di sempre: confusione enorme, bambini che piangono (e come biasimarli, chi vorrebbe salire su un autobus puzzolente pieno di maniaci), puzza assurda. Pensai che forse sarebbe stato meglio prendere la macchina… Ma pensate che sia tutto qui? E no! Arrivata alla mia fermata, felicissima di scendere da quell’inferno, notai una faccia conosciuta e giuro che avrei voluto vedere tutti quella mattina, ma non lei. Era Michela, la mia ex-migliore amica…quella che mi ha scopato il ragazzo, dai, ve ne ho parlato qualche rigo fa! Ogni volta che mi incontra mi saluta e cerca di attaccare dialogo, abbassando la testa come una cagna bastonata (non so se dovrei godere o soffrire di questa cosa). Ma pensate che possa fermarmi a parlare con una persona il cui solo sguardo mi provoca conati di vomito? “Ciao Miky…Guarda sono di fretta, poi ci sentiamo, buona giornata…” Crepa, stronza maledetta! E’ inutile, so che le persone mature dovrebbero saper perdonare, ma ogni santa volta che incrocio il suo sguardo ripenso a lui, a Filippo, il mio ex, e mi rodo dentro come non mai. Ripenso a tutto, ai due anni insieme, ai momenti belli, brutti, a quanto lo amavo e lo consideravo indispensabile alla mia vita…Agli ultimi sei mesi, in cui dietro le mie spalle rideva di me con quella sgualdrina…A come ho scoperto il tutto… Perché come l’ho scoperto non ve l’ho raccontato vero? E’ una cosa che credevo potesse accadere solo nei film, e invece…Un giorno il mio “amore” aveva la macchina dal meccanico, così mi chiede gentilmente di prestargli la mia. Io felicissima di poter fare qualcosa per lui gli affido le chiavi senza fare una piega. Quando torna, mi abbraccia ringraziandomi e cosa vedo? Un enorme, violaceo livido sul suo collo. Iniziai a tremare, di rabbia, di tristezza, di incredulità, mentre lui si copriva inutilmente. “Che diavolo è quel livido sul collo?!?” Lo vedevo teso. “Ma…Amore…Non ti ricordi? Me l’hai fatto tu!” Mi calmai per un istante. Poi ragionai nuovamente. “Scusa…Quando te l’avrei fatto?” “Giovedì sera, non ricordi?” Mi calmai nuovamente. Poi pensai. Io quel giovedì non ero con lui, dovevamo vederci, ma poi era saltato tutto perché non ero uscita in tempo dalla facoltà. “Bastardo…Io Giovedì non ero con te…” Iniziò a diventare sempre più teso, cercò di inventare scuse, ma erano tutte campate in aria, senza un briciolo di fondamento. Alla fine crollò. “Amore…non volevo venissi a saperlo così…” “Stronzo non chiamarmi amore!!! Che cosa sarei dovuta venire a sapere???” “Io…e Miky…cerca di capire…” Cercare di capire? Quale persona dovrebbe cercare di capire? Cosa si aspettava, che sorridessi e gli dicessi “Certo amore, capisco, i miei migliori auguri, vogliatevi bene e siate felici”? Lo cacciai via a calci, urlandogli di tutto, con le lacrime agli occhi e il cuore che pulsava all’impazzata. Il giorno stesso chiamai Miky, chiedendole se potevamo prendere un caffè insieme a casa mia. Lei venne, e deduco che, a meno che non avesse istinti suicidi, non sospettasse ancora nulla della mia scoperta. La guardavo sorseggiare il caffè con una rabbia enorme, avevo voglia di bruciare quelle labbra che mi avevano strappato l’uomo che amavo. “Lavori bene con la bocca, eh?” Lei mi guardò incredula. “Togliti quel punto interrogativo dalla faccia e soprattutto quel sorrisetto maliziosamente ebete…So tutto di te e Filippo” Non sapevo niente…Sapevo solo che mi avevano tradito… “Come hai potuto? Io non capisco…Che ti ho fatto? Perchè proprio Filippo?? Ci sono tanti bei ragazzi là fuori…Perché proprio col mio ragazzo, me lo potresti spiegare?? Saresti così gentile da dirmi perché??” E sapete la sua risposta qual è stata? “Io lo amo, Evi…” Lì pensai davvero di ucciderla, non so cosa mi trattenne, so solo che trovai la forza di mantenere la calma e chiederle di spiegarmi tutto della loro storia. “Evi sono 6 mesi che la nostra storia va avanti…Io volevo dirtelo ma…Avevo paura…E avevo paura di perdere lui…E’ successo tutto il giorno del tuo compleanno…Tu eri a Barcellona e lui era solo a casa…Così mi ha telefonato e siamo usciti come amici…Poi non lo so…Ci siamo baciati e da quel momento in poi non siamo riusciti a chiudere…Evi ci amiamo...Prova a capirmi…Ti prego…” “Capire?? Cosa dovrei capire?? Stronza! Sei un egoista che guarda solo i suoi problemi e i suoi sentimenti…Tu non sei umana…Sei così egoista che non puoi essere umana…L’uomo è egoista al massimo al 40%, tu no! Tu sei completamente egoista…E pazza…Pazza che mi vieni a dire tutte queste cose…Come se ti sei comportata bene…Come se io Filippo lo trattavo male…Lo tenevo chiuso in una prigione di cristallo…Cosa credi che io non lo amassi più della mia vita? Sparisci e non farti più vedere…Ah, e se hai lasciato qualche cosa in macchina...Riprenditela da sola…Io non voglio avere più niente a che fare con te…Fai come se fossi morta!!” Sfogai tutta la mia rabbia in quelle parole, lei scappò piangendo, ma penso che le lacrime che versai io furono molte di più. Non so quante notti furono, ma credo furono molte, una marea di notti passate ad ascoltare le nostre canzoni, a leggere le cose che ci scrivevamo, a guardare le nostre foto, i nostri video. E a piangere, piangere, fino a inzuppare le coperte, come a voler cancellare il suo odore che sembrava non andare via in nessun modo… Ma ora basta, pensare a quella storia non mi faceva bene, e poi avevo una faticosa giornata davanti. E non era cominciata per niente bene… AURELIO Quella mattina ebbi la sensazione quasi certa che non mi sarei alzato dal letto. Mi sentivo pesante come un macigno, la testa mi pulsava e dire che avevo dormito un’ora quella notte era iperbolico. Feci uno sforzo enorme per muovere la testa e guardare l’orologio sul comodino: erano le 11. O almeno così mi sembrava di capire, visto che l’orologio era nascosto da una muraglia costituita da sigarette, accendino, una fiaschetta con Jack Daniel’s e una confezione di pillole per la gastrite. Tutto aperto, tutto disordinatamente sparso su quel tavolo sporco, sporco come tutta la stanza, come tutta la casa, come l’interno del mio corpo, come la mia anima. Ero un poeta maledetto in tutto e per tutto, ma non avevo più l’ispirazione…ed ora ero ridotto in quello stato pietoso. Comunque ero davvero uno scrittore. Certo non Stephen King, ma sapevo usar bene le parole. Dopo una buona laurea in lettere avevo iniziato a seguire la mia passione: scrivere. Niente di troppo complesso…articoli, racconti brevi, recensioni, qualche poesia. Avevo anche in progetto un romanzo, ma era fermo e impolverato da molto tempo ormai. Il problema era che da mesi qualcosa non andava. Non riuscivo più a scrivere, non trovavo più l’ispirazione. Avete presente il classico blocco? Ma il problema era che io scrivevo, ma quello che scrivevo mi disgustava, non mi piaceva, era banale, vuoto, senza anima. E io sono dell’opinione che se qualcosa non soddisfa chi l’ha scritta, non potrà mai soddisfare il pubblico. Avevo tentato tutti i metodi, quelli ortodossi e non. Ero arrivato addirittura a provare con gli allucinogeni, ma era stato inutile. Nel mio trip avevo visto solo le mie paure, le mie angosce, e il descriverle non mi dava alcuna emozione. Tutto nuovamente vuoto, banale, senz’anima. Ero senza via d’uscita, non trovavo ispirazioni, stimoli, voglia. E stavo perdendo la passione…Ed è la cosa peggiore… Ma stando nel letto non l’avrei recuperata di certo. Mi alzai barcollando e rischiai di cadere rovinosamente a terra. A ogni passo la testa pulsava e lo sguardo si annebbiava. Lanciai in terra i vestiti e mi infilai sotto la doccia. Funzionò anche se non molto, l’acqua sembrava lavare via i dolori e l’odore di morto vivente che mi portavo addosso. Ero a stomaco vuoto, ma non riuscivo a mangiare nulla. Presi in mano la mia borsa col taccuino e uscii per strada. In cerca di ispirazione. O in cerca di me stesso… ANDREA Ma che bella la vita quando tutto va bene, quando il sole splende e non si vedono nuvole. Ero nel Nirvana totale, non avevo pensieri negativi, stavo davvero troppo bene! E tornato a casa ero felice, felice perché l’avrei rivista. E poi? E poi avete presente quando costruisci un castello di sabbia? Lo guardi estasiato, perché è il castello più bello che abbiate mai costruito, e sul più bello, quando prendi la macchina fotografica per immortalarlo, nonostante il mare sia di una calma piatta, arriva un’onda e lo distrugge, distrugge tutto il tuo lavoro. E resti solo con la sabbia nelle mani, incredulo, senza capire bene cosa sia successo. Bene, immaginate la mia contentezza quando tornai a casa. E immaginate il mio umore quando non la vidi più. Sparita. Sparita lei, sparite le sue cose, i suoi vestiti, la sua borsa. Sul letto solo un biglietto con poche parole: “Scusa Andrea, ma ho capito che non può funzionare. Non sei tu sono io. Non me la sento di continuare. Addio.” Guardai quel biglietto inebetito per non so quanto, poi scrollai la testa e la chiamai. “Pronto?” “Pronto, che cosa significa?” “Cosa?” “Come cosa??? Il biglietto che mi hai lasciato! Cosa vuol dire?” “Quello che hai letto. Non me la sento di continuare Andrea, non è per te. E’ che mi sento troppo confusa e non penso tu sia la persona giusta. Cerca di capire.” Era fredda, fredda come un pezzo di ghiaccio. Fredda e seccata, seccata che chiedessi spiegazioni. “Ma…Come? E stanotte? E questi due mesi? E tutto ciò che mi dicevi, che mi scrivevi?” “Beh…Erano cose che sentivo…In quel momento…Ma le persone cambiano…” “Ma…” “Andrea, cerca di capire…Non essere bambino…” “Ma…Ma vaffanculo!!” Avevo le lacrime agli occhi, volevo piangere, ma non volevo farle sentire che piangevo. “Addio, Andrea…Stammi bene, spero potremo risentirci.” Chiuse il telefono, senza darmi il tempo di replicare, di dirle quello che sentivo. Ma cosa sentivo in quel momento? Rabbia, delusione, incredulità…Tristezza…Soprattutto un’enorme tristezza… Per qualche secondo ebbi la sensazione di non potermi riprendere. Chi l’ha provato sa come ci si sente. All’inizio non ci credi, ti viene da ridere, pensi sia tutto uno scherzo e che da un momento all’altro il telefono squilli e lei ti dica ridendo che ci sei cascato. Poi ti accorgi che forse è vero, che non è uno scherzo, e inizi a farti domande: perché? Cosa ho sbagliato? Cosa le ho fatto mancare? Mi sono forse illuso? Poi, infine, capisci che non c’è nulla da fare e che devi reagire, ma in quel momento ne sei consapevole ma incapace di farlo. Io pensai di non poter far nulla. Passai parecchio tempo imbambolato in piedi a raccogliere i pezzi di ciò che era successo. Poi ad un certo punto, quando arrivò violenta la consapevolezza di ciò che era successo, fui pieno di rabbia, volevo urlare, piangere di rabbia. Uscii per strada, credendo che mi avrebbe fatto bene. Ma avevo odio per tutto ciò che vedevo. Cosa volete farci, io reagisco così, sono fatto così. Finché ad un certo punto rividi qualcuno che avevo già visto. GIANNI Niente. Niente casa, niente vestiti puliti, niente soldi, e tanta, tanta fame. Non avevo ancora trovato nulla e ora non sarebbe bastata una stecca di sigarette a togliermi la fame. Quando all’improvviso, mentre pensavo a come racimolare qualche spicciolo, rividi il ragazzo che avevo incontrato prima, la felicità in persona, e pensai di sfruttarlo nuovamente. “Ehy, capo! Ci si rivede! Non è che avresti qualche spicciolo…Non mangio da ieri…” Mi guardò con una faccia che era il completo opposto di quella di prima. “Vai a farti fottere, vecchio bastardo.” Lo guardai incredulo. “Come?” “Ho detto di andare a farti fottere. Cos’è, non ci senti?” Iniziai a innervosirmi, potevo essere a terra, sporco, puzzolente e senza soldi, ma nessuno doveva mancarmi di rispetto. “Senti stronzo, se non mi vuoi dare i soldi tieniteli pure, spenditeli a medicine, ma cerca di non offendere, capito?” Se cercava grane le aveva trovate. Non ero dell’umore per mettermi a ragionare con un deficiente lunatico. Si avvicinò guardandomi minaccioso, io non abbassai la testa e lo guardai fisso negli occhi. Stranamente più che rabbia vedevo tristezza in quegli occhi. Sembrava che volesse piangere e si trattenesse. Dico la verità, in quel momento mi fece anche un po’ pena. Sfogava la sua tristezza con la rabbia, prendendosela con tutto e tutti. Lui sembrò non capire e mi spinse, ma o non aveva forza o non ne usò. Indietreggiai di qualche passo più che altro perché ero debolissimo e affamato. Lo spinsi a mia volta e presto da spinte si passò a una specie di vera e propria rissa. Francamente non mi andava, più che altro perché quella mattina c’era una volante della polizia che girava per il quartiere e volevo evitare casini. Cercai di bloccarlo da dietro e ci riuscii nonostante si dimenasse con forza. “E basta ora! Cerca di calmarti, deficiente! Non mi va di avere casini con la pula per una stronzata di queste!” “A me non importa di andare dentro, lasciami!” “Non parlare a vanvera, non sai manco come è fatto un carcere, idiota!” Mentre cercavo di tenerlo fermo notai un uomo ridotto in viso peggio di me dall’altra parte della strada. Ci guardava da un po’, più o meno da quando era iniziata la rissa. Io feci finta di niente. Andrea no. “Ehy, e tu cosa cazzo ci guardi?” AURELIO Avevo girato un po’ per la strada ma non avevo trovato niente che mi interessasse, poi avevo visto quella scena. La trovavo interessante e mi fermai ad osservare, senza che nessuno notasse la mia presenza. Era strano perché il più anziano dei due, credo fosse un barbone, cercava di evitare che la situazione degenerasse, mentre l’altro si dimenava nervoso. Ad un certo punto mi notò, si divincolò e si diresse verso di me. Non avevo paura, e non so dire il perché. Ero interessato alla scena, ma come se fossi esterno al tutto, come se tutto stesse accadendo ad un’altra persona. Ero forse ancora ridotto a pezzi per le porcherie prese il giorno prima? “Ehy, allora? Cosa avevi da guardare?” Non risposi, lo guardai senza fare una piega. Nel frattempo intervenne il vecchio. “Ma lascialo in pace! Lui cosa c’entra ora?” Ripresero a parlare tra loro, mentre io continuavo ad osservare tacendo. Da ragazzino era difficile che finissi in qualche rissa, anche perché ero sempre stato tranquillo e riuscivo ad evitare i guai. Era una scena surreale che volevo cogliere, convinto che potesse ispirarmi qualcosa. Ma niente, non mi veniva in mente nulla, c’era ancora il vuoto più totale nella mia mente. Decisi di andarmene quando mi sentii bloccare la spalla. “Eh no, ora non te ne vai. Non prima di spiegare cosa avevi da guardare!” Era ancora il ragazzo nervoso di prima. Adesso la situazione iniziava a stancarmi, e visto che era inutile a trovare ispirazione, non mi andava di restare ancora lì. “Senti, non lo so…Guardavo così, perché non avevo nient’altro da fare. Ora se non ti dispiace vado via…Ciao…” “No, no e no! Che vuol dire che non avevi nient’altro da fare?” Era insistente, ma stupidamente insistente. Cosa voleva che gli spiegassi ancora? “Senti, siamo nel mezzo della strada…Almeno spostiamoci…” Neanche il tempo di pronunciare quelle parole che una Punto rossa inchiodò di fronte a noi. La guidava una ragazza abbastanza giovane, e non sembrava affatto contenta di trovarsi tre idioti che discutevano in mezzo alla strada. EVITA Una giornata davvero di merda! E ancora non era finita, questo è ciò che mi preoccupava! Ero arrivata in facoltà dopo il mio incontro poco piacevole descritto qualche pagina fa e chi incontro? La Zitella! Chi è la Zitella? E’ la segretaria della mia facoltà, una donna di mezza età con le rughe, la voce stridula, un orrendo neo sul labbro che sporge sempre per fuori, le labbra con una strato di rossetto rosso spesso quanto l’intonaco di casa mia, i capelli di un colore non classificato e i baffi. Gran donna! Ora capirete perché è sola. Eppure non è una cattiva persona, l’unico motivo per cui ci odiamo è che lei è convinta che io sia la sua fotocopia da giovane, e, francamente, a parte l’essere SOLE, niente ci accomuna. Cioè, non sono Miss Universo, ma ho un bel fisico, i lineamenti del viso leggeri, una pelle liscia, nessun neo e una discreta voce. Se fossi più bastarda e non mi fissassi con l’idea del principe azzurro probabilmente uno straccio di ragazzo lo troverei, ma si sa, cambiare se stessi è l’impresa più difficile. Arrivato il mio turno speravo non mi vedesse, ma si sa, la speranza è degli illusi. “Allora mia fotocopia da giovane…Ancora che cerci il principe azzurro? Quando capirai che l’amore è tutta questione di soldi e di ormoni?” “Signora…Sempre ottimista lei, eh? Comunque io non aspetto nessuno…Chi mi vuole mi prende…Farei di tutto per non finire dietro un bancone con un rossetto rosso fuoco, messo anche male per la fretta , a fare la segretaria impicciona…E Zitella!” Lo ammetto, ero stata cattiva, odiosa forse. Mi consegnò i moduli osservandomi in silenzio. Credo mi odi profondamente…Ma se c’è odio, c’è amore, vero? Comunque l’importante era prendere quei moduli, e ce l’avevo fatta nonostante tutto. Tornai a casa con l’autobus (Per fortuna stavolta c’era meno confusione) e diedi un’occhiata in cucina per vedere cosa cucinare. Capii immediatamente che era meglio fare un po’ di spesa… Decisi di prendere la macchina, visto che il supermercato sotto casa era chiuso per inventario (Che fortuna, eh!). Non amavo prendere la macchina, per vari motivi. Il traffico, il costo della benzina e poi, lo so sono patetica, lui. Mi sembrava di sentire il suo odore ogni volta che ci salivo, era più forte di me. Ma ormai riuscivo a non farci più caso. Ad un certo punto si presentò di fronte a me una scena leggermente assurda: c’erano tre uomini che discutevano in mezzo alla strada e non sembravano avere intenzione di spostarsi. Suonai ma niente, non si smuovevano. Allora abbassai il finestrino a malincuore (Era una cosa che odiavo quella che stavo per fare) e gli urlai di spostarsi: “Ehy, voi! Ma vi rendete conto che siete in mezzo alla strada? State bloccando tutti!” Uno dei tre, quello che sembrava essere il più arrabbiato, si girò verso di me. “E tu non rompere!” Lo guardai stupita. “Come hai detto, scusa?” “Ti ho detto di non rompere! Cos’è, sei sorda?” Lo guardai malissimo, penso di aver cambiato colore in viso in quel momento. Accostai e scesi dalla macchina. Se pensava di prendermi per il culo solo perché ero una ragazza, si sbagliava di grosso. ANDREA Sì lo so, lo starete pensando tutti. Quel giorno mi sono reso ridicolo, e non poco. Ma cercate di capirmi, ero fuori di me! Non capivo nulla, non riuscivo a ragionare. E poi quella ragazza non mi aspettavo proprio arrivasse a scendere dalla macchina! Mi arrivò davanti con un’espressione minacciosa che, in quel viso dai lineamenti leggeri, appariva più buffa che paurosa. “Cos’è che dicevi, allora?” “Di non rompere! Cazzo, ci vuole assai a capire?” Mi tirò uno schiaffo, senza pensarci su due volte. La guardai per un attimo incredulo. “Ah, non dovrei rompere! Certo, voi vi mettete a fare le vostre discussioni per strada bloccando tutto il traffico e io non dovrei rompere! Ma chi vi credete di essere, i padroni del mondo?” Non avevo ascoltato il discorso più di tanto, ero ancora incredulo per il suo schiaffo. “Stronza…Mi hai dato uno schiaffo…” Arrossì leggermente, forse neanche lei si era resa conto di quello che aveva fatto. “Beh…Te lo meritavi…” “Ma mi hai dato uno schiaffo! Come cazzo ti sei permessa!” Gli urlai queste ultime parole nella faccia, col braccio alzato. Non volevo colpirla comunque, non ho mai picchiato una donna ed è una cosa che mi fa ribrezzo. Ma al vecchio non sembrò così e saltò di sopra a bloccarmi. “Imbecille, cosa ti salta in mente ora?” Mi dimenai e riuscii a fatica a liberarmi. “Ma che cavolo fai? Non ho intenzione di far nulla, lasciami!” Per un attimo ci fermammo tutti e quattro a guardarci. Io ero ancora arrabbiatissimo, la ragazza pure, il vecchio sembrava più che altro confuso, mentre il ragazzo con cui me l’ero presa senza motivo sembrava semplicemente assente, come se tutto accadesse a qualcun altro. “Bah…Mi sono ritrovato in mezzo ad una mandria di pazzi…” E la ragazza, che era tesa più di me, mi rispose in malo modo. Riprendemmo a litigare. Io con la ragazza, il vecchio a calmare le acque, e l’altro totalmente assente. Ad un certo punto la vidi impallidire in viso e zittirsi improvvisamente. “E ora cosa ti prende?” Notai che si era piegata e respirava a fatica. Iniziai a tremare. Era così in quelle situazioni, non ero capace di mantenere il sangue freddo. Sudavo e cercavo aiuto ai passanti, stando piegato accanto a lei. Tutta la rabbia che avevo prima si era trasformata in paura. Ad un certo punto il vecchio mi spostò con violenza e si mise accanto a lei. AURELIO Guardavo tutta la scena e finalmente ero interessato! Era stato tutto così veloce che nessuno di noi si era reso conto di ciò che stava accadendo. Nessuno tranne Gianni. Si avvicinò alla ragazza e si piegò a guardarla negli occhi. Li vidi sussurrarsi qualcosa, ma non sentii nulla. In pochi secondi comunque aveva capito la situazione. Si girò verso di me e mi urlò qualcosa, ma non sentii in un primo momento. “Come, scusa? Non ho sentito.” “Vai nella sua macchina, dietro c’è una borsa! Portamela qui, subito!” Restai a guardarlo stupito per un attimo. Lui mi urlò di nuovo. “Idiota! Lo capisci che non c’è tempo da perdere!” Corsi immediatamente verso la Punto rossa. Aprii lo sportello di dietro e raccolsi la borsa sul sedile portandola subito indietro. Feci tutto così velocemente che non ricordo se chiusi lo sportello. “Ecco la borsa!” “Bene, dentro dovrebbe esserci una specie di bomboletta, trovala e dammela!” Rovistai nella borsa in cerca di qualcosa che somigliasse ad una bomboletta, ne trovai una bianca. “Eccola! E’ questa?” “Sì, benissimo, ora spostati, non togliamole l’aria!” La fece appoggiare a terra, dopodiché le fece inalare qualcosa dalla bomboletta. Si alzò asciugandosi il sudore dalla fronte e si diresse verso di me. “Ben fatto, ragazzo!” Poi continuò verso l’altro, che era ancora appoggiato al muro a tremare. “Ehy, stai tranquillo ora. Era solo un attacco d’asma, non ha nulla. Dammi una sigaretta.” Per qualche minuto ci fermammo tutti, seduti a terra a guardarci. La ragazza si era ripresa ed era appoggiata al lampione. Gianni si godeva la sua sigaretta scroccata. L’altro ragazzo si era finalmente calmato. Io stavo per andarmene, convinto che fosse tutto finito, quando Gianni si alzò in piedi. “Ascoltatemi, è successo un bel casino, ma ora stare qui è deleterio per tutti. Andiamo a mangiare e bere una birra insieme. In piedi, su!” EVITA Di quello che era successo avevo ricordi confusi. Avevo visto tutto, sì, ma non mi ero resa bene conto di quello che era successo. So solo che mentre urlavo a quel ragazzo mi sentii mancare il respiro e mi ricordai di aver lasciato la borsa con l’inalatore in macchina. Poi quell’uomo che aveva capito tutto e mi aveva aiutato e poi silenzio. Fino a quella proposta che era sembrata a tutti assurda. A me per prima. “Scusate, ma se non vi dispiace io vado…Scusate per il disturbo e grazie ancora per l’aiuto.” “Eh no! Mi pare di avere intuito che qua nessuno di noi è in una situazione idilliaca. Siamo tutti nei casini, perciò ci andiamo a prendere una birra, qualcosa da mangiare e facciamo quattro chiacchiere.” Era convincente, forse per questo cedemmo e lo seguimmo. Qualche minuto dopo eravamo seduti al tavolo di un pub con cibo e un boccale di birra davanti a noi. Ci presentammo, ma la situazione era imbarazzante. Pensai che Gianni aveva ideato il tutto più che altro per scroccare qualcosa da mangiare, ma ormai aveva tirato fuori l’idea del confronto, del mettere giù le nostre situazioni, e doveva portarla avanti. “Beh, allora, su. Chi comincia? Facciamo che ognuno racconta la propria storia e perché si trova nei casini.” Andrea sembrava il più scettico di tutti. “E che cosa sarebbe? Una riunione degli alcolisti anonimi? Bah…A me non va giù questa pagliacciata!” Alla fine però cedette e fu il primo a raccontare ciò che gli era successo. Mi colpii la sua storia, forse perché sotto certi punti di vista era simile alla mia. Cioè, il mio era un tradimento e il suo un abbandono, ma la ferita era quella. Gli chiesi da quanto stavano insieme. “Un due mesi circa…” Restai stupita. “Ma vaffa…E tu dopo due mesi fai quel casino? E allora io che dovevo fare? Dopo due anni insieme mi ha tradito con la mia migliore amica…” “Ma cosa c’entra…Era una storia diversa…Sono stati due mesi intensi…” Parlammo un po’. Eravamo entrati in confidenza quasi subito dopo quello scontro. Lo trovai simpatico, disposto al dialogo e al ragionamento. E per la prima volta parlare della storia di Filippo non mi faceva così male. Poi Aurelio che era stato in disparte fino a quel momento ci raccontò che era uno scrittore in crisi, e che semplicemente era inutilmente in giro per trovare qualche spunto. L’unico a non parlare era Gianni, colui che aveva organizzato il tutto. “E tu?” Gli chiesi. “Mh? Io nulla. Mi avete visto, no? Sono senza soldi, casa e lavoro. Non c’è molto da dire.” Aurelio lo guardò per un attimo. “Tu nascondi qualcosa. Prima hai capito subito cosa era successo, ed hai agito come pochi avrebbero fatto. Cosa sei?” Tacque per un attimo, come a pensare a cosa dire. “Ma niente…Lei mi ha detto che soffriva d’asma e che aveva l’inalatore nella borsa, non ci voleva molto…” Lo guardai. Per un attimo la scena di prima divenne chiara nella mia mente. Io non gli avevo detto di avere l’asma, era lui che mi aveva direttamente chiesto se avessi l’inalatore e dove fosse. “Non è vero. Mi hai solo chiesto dove fosse l’inalatore…” “Davvero?” Lo guardammo nuovamente. “Dì la verità…Cosa sei tu?” GIANNI Ok, l’avrete capito tutti. A me della storia di quei tre non fregava proprio nulla. Avevo solo bisogno di mangiare e quella era una soluzione invitante. Poi quando mi tirarono in mezzo chiedendomi di raccontare la mia di storia, mi pentii di aver fatto quella proposta. Non mi andava di raccontare il mio passato, non erano cose belle. Ma ormai ero con le spalle al muro… Li guardai, cercando di convincerli con lo sguardo che non ci fosse nulla di interessante nella mia storia, dopodiché sospirai e iniziai a parlare. “Uff…E va bene…Ero un medico…Cioè, sono un medico ancora, in teoria.” Li guardai per vedere se fossero già scoppiati a ridere. “Cioè…Beh…Non credete che sia un chirurgo di chissà quale fama…Sono un discreto medico laureatosi con un anno fuori corso, niente di che…” Aggiunsi quei particolari sia perché era più o meno la verità, sia per farmi credere. Andrea mi guardò. “Scusa, e se sei un medico, perché sei in mezzo alla strada?” “Perché purtroppo in un momento di rabbia ho combinato una cazzata.” Lo dissi in maniera schietta, con lo sguardo basso e roteando il dito sul bordo del boccale. Poi alzai gli occhi e dai loro sguardi capii che volevano saperne di più. “Sono nato e vissuto in un quartiere in cui la vita non era per nulla facile. O mordevi o venivi morso. E così ho imparato a mordere. Poi crescendo le piccole risse dei bambini erano diventate roba più grossa: c’erano le questioni di donne, di droga, di controllo sul territorio. Io non ero immischiato in niente, ma mi facevo rispettare. Se dovevo girare con la mia ragazza per quelle vie ci giravo tranquillamente e se succedeva qualcosa sapevo come difendermi. Nel frattempo mi ero laureato in Medicina e iniziavo ad avere i primi pazienti.” Mi fermai e li osservai un attimo. Erano interessati, e la cosa non mi piaceva. “Diciamo che non sono mai stato uno stecchino ma nemmeno un bestione palestrato, così mi portavo dietro un coltello per sicurezza. Era uno di quei coltelli a scatto con manico in legno, cinque dita di lama, gran bell’arma. Comunque non lo usavo, non ero un teppista, lo tiravo fuori nelle situazioni disperate e solitamente bastava mostrarlo per far capire che non si doveva scherzare. Poi, un giorno…” Mi interruppi nuovamente e sorseggiai un po’ di birra. Mi duole ammetterlo, ma ricordare quell’episodio è doloroso. “Poi un giorno giravo con la mia ragazza e un bestione iniziò a insultarla. Dalle parole si passò alle spinte e quando tirai fuori il mio coltello lui non si impaurì, mi saltò addosso e io spaventato lo colpii. Ricordo tutto, il sangue che usciva dal suo fianco, la mia ragazza che iniziò a piangere, io che iniziai a tremare. Fortunatamente non mi andò troppo male. Non lo colpii in alcun punto vitale e se la cavò con qualche giorno di ospedale e un paio di punti interni ed esterni. Io però andai dentro per qualche mese e una volta uscito tutta la gente che prima si faceva curare da me iniziò ad evitarmi come un appestato. In breve tempo persi tutto ed ora sono qui. Fine della storia.” Ci fu silenzio per qualche minuto, lo trovai imbarazzante. Ad un certo punto Evita mi guardò, e fece la domanda che non mi sarei mai aspettato. “Senti, e la tua ragazza? Hai detto che eri con la tua ragazza, poi com’è finita?” “Non lo so. Non ho più avuto il coraggio di chiamarla dopo quel giorno. Probabilmente si sarà fatta una nuova vita, ormai son passati due anni. Credo si sarà dimenticata di me.” Di nuovo silenzio. Poi di nuovo lei. “Ma…Perché non la chiami? Secondo me ti vorrà sentire, forse capirà l’errore che hai fatto e ti perdonerà, perché ti arrendi così? Se lei ti amava, se lei era davvero convinta di aver trovato il suo principe azzurro, ti capirà.” Ero senza soldi, senza casa, senza lavoro. Pensavo che Laura, la mia ragazza di allora, fosse il mio ultimo pensiero, e allora perché ora che l’avevo rievocata mi rimbombava nella testa così insistentemente? AURELIO La storia che avevo appena ascoltato mi era piaciuta tantissimo. Aveva quel non so che di misterioso e di poetico al tempo stesso. Sì lo so, mi considererete perverso a considerare poetica una simile tragedia personale, ma provate a estrapolarla dal contesto, provate a metterla in un libro, in un racconto. Non siete d’accordo con me? E la cosa più interessante era la storia della ragazza. Mi piaceva vedere come si evolveva la situazione, il dialogo fra Gianni ed Evita. Poi intervenne Andrea. “Il principe azzurro? Ma che hai, 10 anni? Che cavolo vai blaterando?” “Sì, certo. Perché, che male c’è? Il principe azzurro, l’uomo della mia vita che mi tirerà fuori da tutto questo. Che male c’è a cercarlo ancora?” “Non ti basta la scoppola che hai preso una volta? Ancora convinta che esista il principe azzurro?” E mentre la discussione tra i due stava iniziando ad essere animata, Gianni, che era stato in silenzio a ripensare al suo passato, intervenne. “Siete due stupidi! Ma cosa credete? Di aver visto tutto nella vita? Il principe azzurro potrebbe anche esistere, ma non arriva col cavallo bianco, semmai arriva con la bici. Ficcatevelo in testa.” Lo guardammo. “Scusa…Cosa vorresti dire? Che vuol dire che arriva con la bici?” “Uff…Allora, il principe azzurro, cioè l’anima gemella, l’amore della vita, non è detto che non esista, ma non aspettatevi che arrivi col cavallo bianco, non aspettatevi che sia una specie di Superman che risolve con un colpo tutti i vostri problemi. Il principe è un essere umano come voi, ed ha una bici, ha le vostre debolezze, fragilità, e così come lui vi sostiene e vi asciuga le lacrime, dovete essere pronti a sostenere lui e asciugare le sue lacrime. Dovete essere pronti a pedalare quando le sue gambe si faranno pesanti. Capite?” Lo guardammo. Sorrisi, era una cosa bellissima, per la prima volta sentii nuovamente l’ispirazione dentro di me! Cioè non ero sicuro di essere uscito dal baratro di vuoto in cui ero finito, ma sentivo un qualcosa di nuovo dentro. Ed era già qualcosa. ANDREA Dopo quella storia del principe in bicicletta ci fermammo tutti per un attimo, come a osservarci e pensare che in effetti c’era qualcosa che non avevamo mai capito. Eravamo tutti o completamente illusi, o completamente disillusi, l’equilibrio non ci apparteneva. Anche Gianni era stato colpito come un boomerang dalla sua stessa filippica, e sembrava riflettere su tutto quello che ci eravamo detti. Alla fine si alzò, come se tutta quell’atmosfera iniziasse a stargli stretta. “Bene! Mi sembra che abbiamo finito tutti! Perciò siccome io sono senza soldi, il nostro Baudelaire dei poveri è ridotto male, e non è da galateo far pagare una ragazza, i soldi li devi tirar fuori tu, Andrea.” “Vaffa…” Mi appoggiò una mano sulla spalla e rise. “Così ti fai perdonare anche il casino che hai combinato.” Pagai, un po’ a malincuore perché non è che il mio portafogli fosse così pieno da esplodere, e uscimmo tutti. Ci salutammo e andammo ognuno per la sua strada. Io decisi di accompagnare Evita alla macchina. “Beh…Allora ci salutiamo…” “Già…Mi sa che è meglio che torno a casa…” “Senti, mi dispiace per il casino che ho fatto prima…Scusami…” “Tranquillo, scusami tu per averti dato quello schiaffo!” “Ah già! Comunque ne hai di forza nonostante questo visino dolce!” Ridemmo come due cretini. Poi la guardai di nuovo. “Magari una sera di queste possiamo uscire a bere qualcosa…” “D’accordo! Quando?” Mi colpii la sua audacia. Pensavo avesse temporeggiato dicendo qualcosa del tipo “Ti chiamo io” o “Mi faccio sentire” per poi sparire. “Mh…Stasera hai impegni?” Mi colpii anche la mia audacia. “No. Mi passi a prendere tu?” Mi spiegò dove abitava. Capii subito perché stava accanto alla cooperativa dove abitava un mio amico. “Ok, però non ho la macchina stasera…Spero di riuscire a farmela prestare da mio fratello…” Mi guardò e sorrise. “Ce l’hai una bici?” “Mh…Sì, dovrei avercela…Perché?” “Vieni con quella.” La guardai incredulo. “Ma sei scema?” Ci guardammo e scoppiammo a ridere. “Sì dai, sto scherzando.” Ci salutammo. Lei salì in macchina e io tornai a casa mia. Prima di salire però passai dalla cantina. Volevo controllare una cosa… EVITA Non so perché avevo accettato subito di uscire con Andrea. E’ che a pelle mi era stato simpatico, mi era sembrato spiritoso e sensibile sotto quella sua corazza fragile. E poi che male c’era a volerlo conoscere? Mi ero sentita stupida a dire quella cosa della bici, e non penso lui avesse gradito la battuta, ma non ci feci caso più di tanto. La sera arrivò puntuale sotto casa, suonò al campanello e mi chiese di affacciarmi. Lo feci e cosa vidi? Mi stava aspettando a cavallo di una vecchia bici, aprì le spalle come a dirmi “Hai visto?” dopodiché scoppiò a ridere piegandosi sul manubrio. “Visto? Non sarò il principe, ma la bici ce l’ho!” Rise di nuovo. Io risi con lui e gli dissi che stavo per scendere. Entrai in casa e chiusi la finestra. Mi veniva da piangere, e mi sentii stupida per questo. Guardai il poster di Jonh Lennon alla parete: sembrava che mi sorridesse. Provai una sensazione che non provavo da tempo, e la stavo provando per un ragazzo che avevo conosciuto (E preso a schiaffi) il pomeriggio di quello stesso giorno! Ma non mi feci illusioni. Non pensai fosse lui il mio principe in bicicletta, non subito. Ma ero felice. Ed ero pronta a pedalare, in caso di bisogno! GIANNI Tante belle parole e poi? E poi ero ancora lì a raccogliere i pezzi di quello che avevo perduto. Mi sentivo uno schifo, avevo fatto tanta morale e poi ero io il primo a illudermi di potermi rialzare senza fare alcuno sforzo. Ero io il primo a non credere in me stesso. E poi c’era Laura…Me l’avevano fatta tornare in mente e ora non voleva più uscire. Non so poi perché lo feci, ma so che ero deciso, deciso come non mai. Mi incamminai verso casa sua, senza sapere se abitasse ancora lì, se si fosse rifatta una vita con un altro uomo, e soprattutto senza sapere come mi avrebbe accolto dopo due anni. Arrivai che il sole era tramontato e guardai la finestra di casa sua. La luce era aperta, c’era qualcuno…Ma era lei? Guardai il campanello e lessi il suo nome, avevo paura di suonare, avevo paura di chi mi avrebbe risposto… Ma quel giorno riuscii a trovare il coraggio, un coraggio che non avrei avuto più. “Sì, chi è?” Era la sua voce, e questo era leggermente rassicurante. “Laura…Sono Gianni…” Silenzio, un silenzio che mi impaurì, mi fece venire voglia di fuggire via. Poi sentii aprire il cancello. Salii e la porta era aperta, entrai lentamente, impaurito da ciò che avrei trovato. Ad attendermi c’era lei, era bella come un tempo, bella come quando ci eravamo visti l’ultima volta. Mi vergognavo per il mio stato, per come ero ridotto. Di nuovo ebbi voglia di fuggire. Mi guardò. “Gianni…Sei davvero tu?” Volevo dirle un sacco di cose, volevo dirle “Scusa”, “Sono un cretino”, “Non mi merito niente”, “Volevo solo vedere come stavi”. Volevo abbracciarla e baciarla nuovamente, ma ero come paralizzato. Scoppiò a piangere e mi abbracciò, mi strinse così forte che quasi persi il fiato. “Dove sei stato tutto questo tempo? Perché non ti sei fatto più sentire? Perché sei sparito?” Non riuscivo a dire nulla. Avevo gli occhi pieni di lacrime, non volevo piangere, non volevo cadere ancora più in basso, ma le lacrime iniziarono a scendere sole. Appoggiai la testa sulla sua spalla e iniziai a versare tutte le lacrime che avevo tenuto dentro in quei due anni. Parlammo a lungo quella sera, lei per due anni non aveva fatto altro che aspettarmi, non era riuscita ad avere nessuna storia, nessun uomo. Perché io ero nella sua testa e non uscivo. Mi sentii stupido, mi sentii stupido a non averla mai chiamata, a non averle mai detto tutto quello che provavo. Mi disse di restare da lei, che insieme avremmo provveduto a riaprire lo studio e rimettere tutto a posto, ma non avrei dovuto più abbandonarla. La abbracciai nuovamente, non l’avrei abbandonata per nessun motivo al mondo. Avremmo pedalato nuovamente insieme… AURELIO E siamo alla fine amici. So che qualcuno di voi non gradirà il lieto fine, ma a volte le cose nella vita vanno bene, magari non per sempre, magari dopo che questa storia finirà succederà qualche altro casino. Le vecchie storie di Evita ed Andrea torneranno a farsi sentire? Gianni riuscirà ad avere altri pazienti o fallirà miseramente e perderà nuovamente tutto? Mi dispiace, ma tutto ciò non ha una risposta, o almeno non ora. Al massimo sarà un’altra storia. Resto solo io, giusto? Io avevo finalmente trovato l’ispirazione per un nuovo libro. Non sapevo ancora come intitolarlo, la storia di fondo, i personaggi, ma mi sentivo ispirato e la storia del principe in bicicletta mi aveva dato nuova linfa. I miei problemi di salute andavano meglio, Gianni è davvero un gran medico, e io sono uno dei primi clienti del suo nuovo studio. Nei limiti delle mie capacità gli sto facendo pubblicità, se lo merita. E ora io riprenderò a scrivere, non so come andrà. Sarà un successo? L’ennesimo fallimento? Anche questa è un'altra storia. Nel frattempo questa è finita, amici, spero l’abbiate gradita. Forse un giorno ci risentiremo, io nel frattempo riprendo a pedalare. Anche senza la mia principessa a fianco.


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