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lavoro pubblicato giovedì 31 agosto 2006
ultima lettura sabato 2 maggio 2020

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Lacrime di Metallo

di Joshua Bailey. Letto 1690 volte. Dallo scaffale Fantascienza

E’ un pomeriggio grigio: nuvole plumbee in cielo, cariche di pioggia, preannunciano un temporale ormai imminente; dalla strada si odono grida di fanci...

E’ un pomeriggio grigio: nuvole plumbee in cielo, cariche di pioggia, preannunciano un temporale ormai imminente; dalla strada si odono grida di fanciulli e rumori metallici. Seconda palazzina a sinistra, quarto piano. Paul è in piedi di fronte alla parete a finestra, mentre osserva la città. Inizia a piovere, i bambini tornano correndo nelle loro case. Rimangono i robot, impassibili. L’allievo Paul Adam Abbey è uno studente di robopsicologia all’Università Centrale della Città Nuova; se non il migliore, sicuramente il più conosciuto, soprattutto per il fatto di essere il nipote di uno dei più importanti personaggi della storia della robotica, Bryan Abbey, famoso per aver trovato la soluzione al problema dell’utilizzo di materia positronica nella costruzione di automi. Era tempo d’esami, per Paul: oggi, infatti, avrebbe dovuto sostenerne l’ultimo per laurearsi in robopsicologia applicata. Continuava a piovere e le strade poco prima affollate ora erano praticamente deserte, con l’unica eccezione dei robot di trasporto, macchine operative atte al trasporto di merci. Non c’era più tempo da perdere però: Paul diede una veloce ripassata agli appunti, indossò il cappotto, prese l’ombrello ed uscì di casa. Le strade, separate in tre corsie – due per i veicoli di trasporto merci e una per quelli ordinari – avevano un flusso di traffico costante, rappresentato principalmente dai già citati robot di trasporto. Si trovava quindi in mezzo a questo flusso di lamiere, simile ad un fiume di metallo in piena, infastidito dal continuo ronzio di quei meccanismi. Si diresse, più velocemente possibile, alla sede dell’Università, non così distante. Salì la scalinata centrale ed entrò dal grosso portone, per poi trovarsi nell’enorme atrio in cui si erigeva la statua di suo nonno, considerato ancora il più grande luminare che la Città Nuova avesse mai avuto. Fissò per qualche secondo gli occhi di quella statua, in silenzio, quasi aspettando dal suo illustre avo un segno d’approvazione. “Mr. Abbey, è pronto a sostenere l’esame?” – chiese il Professor Hugo Harrison, vedendo il suo studente spaesato “Certo Professore” – rispose Paul “Noi tutti abbiamo grandi aspettative in lei, lo sa” – asserì lo studioso – “E’ un onore per noi avere come allievo il nipote del grande Bryan Abbey” “Ne sono a conoscenza” – rispose il giovane “Prego, ora mi segua” Un brivido corse lungo la schiena dello studente: era finalmente arrivato quel momento tanto atteso. Percorsero un lungo corridoio vuoto, in silenzio: alle pareti erano appesi dei quadri di personaggi illustri che avevano frequentato l’Università; arrivati ad una grande porta di metallo il Professore estrasse una piccola scheda, probabilmente una chiave elettronica, che inserì in una piccola fessura. Una voce fredda e monocorde proferì qualche parola dall’altoparlante e lentamente il portone, con rumore metallico, si aprì. I due entrarono in una piccola stanza buia - illuminata fiocamente da una piccola finestra posta su una parete laterale - dove erano già presenti gli altri membri della Corte di Valutazione, che lo avrebbero esaminato quel pomeriggio. Un’unica porta metallica era presente in quella stanza, oltre a quella dalla quale erano entrati. “Il tuo esame, oggi, consiste nell’entrare lì dentro” – disse il Professore, indicando con il dito l’unica porta presente “Cosa c’è in quella stanza? Come farete a valutarmi?” – domandò preoccupato Paul “Non ti preoccupare, la parte importante del tuo test sarà quando uscirai da quella stanza; dovrai esporci ciò che hai visto all’interno” – rispose Harrison Paul restò un po’ spaesato dal compito che gli era stato assegnato: di certo non si sarebbe mai aspettato qualcosa di simile. Si fece coraggio ed aprì quella porta, per poi richiuderla alle sue spalle. La stanza in cui era entrato era completamente bianca: le pareti, il pavimento, il soffitto; non c’erano finestre, né fonti di luce, a parte una piccola e debole lampadina. Non si accorse dapprima di quella cosa rannicchiata in un angolo della stanza, per terra. Un robot, alto circa un metro e venti, probabilmente domestico, facente parte di una delle ultime serie prodotte, stava in ginocchio, accucciato in un angolo, con la testa china. Paul si avvicinò, per capire cosa stesse facendo: fece qualche passo in avanti e il robot se ne accorse, dato che alzò la testa per osservarlo. Ora ne era sicuro: era un classico robot domestico, di quelli che portano fuori la spazzatura, tengono pulita la casa, badano ai figli; sono caratterizzati da una forma umanoide, un carattere mite e docile, un’obbedienza quasi totale, pubblicizzati come i più simili all’essere umano. Il corpo è costituito da metallo leggero, spesso dipinto di bianco. A questo robot, però, mancava un occhio. “Ciao, il mio nome è Paul” – disse il giovane Il robot lo guardò per un attimo, per poi abbassare nuovamente la testa. “Ho paura” – disse l’automa “Di cosa hai paura?” – chiese lo studente “Sono stato creato per il piacere di voi umani, per rendervi contenti, felici: nessuno ha tenuto conto della mia felicità. Ci trattate come bestie. Ci date un nome simpatico, ci usate fin quando siamo a voi utili, per poi gettarci in una discarica, in attesa di essere smembrati. Perchè esisto? Per questo l’ho fatto” “Hai fatto cosa?” “Ho spento quell’umano” “Cosa significa?” – chiese sbigottito Paul “Non volevo realmente farlo, non pensavo fosse così grave. Volevo solo non essere gettato, come un oggetto, non sono un oggetto, non lo sono…” A queste parole il robot iniziò a tremare e a muoversi in modo innaturale: oscillava il corpo avanti e indietro, dicendo cose senza senso. “Qual è il tuo nome?” – chiese Paul “Robbie” – disse l’automa “Robbie, perché sei qua?” “Sono stato cattivo, cattivo” – la voce del robot diventava sempre più monocorde, sintomo di un errato funzionamento del sistema centrale – “Non dovevo farlo, non dovevo” “Robbie, fare cosa?” – continuò a insistere il giovane L’automa scattò in piedi, velocissimo, afferrò Paul per il colletto della giacca sbattendolo contro il muro: l’espressione del robot era inumana, del liquido colava dalla bocca digrignata, l’occhio era spalancato, terribilmente vivo. “Io non volevo farlo” – digrignò Robbie, mentre manteneva salda la presa sul povero Paul, che faceva fatica a respirare “Lasciami!” – disse il giovane con le poche forze che aveva A un certo punto l’espressione di Robbie cambiò, gli occhi si spensero, la bocca si chiuse, la presa sul povero studente si allentò, finché il giovane riuscì a liberarsi e ad allontanarsi dall’automa, che lentamente si rimise nello stesso angolo e nella stessa posizione iniziale. Paul uscì dalla stanza, sudato, impaurito: i suoi professori erano ancora lì, ad aspettarlo. “Prima che tu dica qualcosa, ti stavamo controllando: in una parete sono presenti dei muri a specchio dai quali osservavamo tutto; come la situazione iniziava a farsi pericolosa abbiamo azionato il controllo remoto su quell’automa. Ora il tuo compito è riferirci ciò che hai notato” – disse il Professor Hugo Harrison Non era certo soddisfatto di quelle parole Paul, ma il desiderio di finire positivamente l’esame era più forte della paura provata. “E’ un robot domestico, di carattere stranamente violento e compulsivo, instabile, pericoloso per gli umani. Non reagisce ai comandi vocali, soffre della ‘Sindrome di Jaspers’, per cui i suoi comportamenti sono estremizzati; l’isolamento o la distruzione sono le uniche cure possibili ” – rispose “Ottimo, giovane” – rispose il professore – “Passiamo al prossimo test” Mentre tutti i luminari stavano uscendo, il giovane studente entrò di nuovo nella stanza di Robbie. Era ancora lì, in un angolo: ora stava singhiozzando; Paul si avvicinò, mentre il robot cominciò a piangere. “Uccidimi, ti prego” – disse Robbie in lacrime – “Poni fine a questa mia esistenza di solitudine!” Paul osservò Robbie nell’unico occhio, pieno di lacrime, che gli era rimasto. Sapeva che il terminale di spegnimento definitivo si trovava sul fianco destro di ogni automa.


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