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lavoro pubblicato mercoledì 30 agosto 2006
ultima lettura domenica 19 maggio 2019

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Mirror

di Ricky. Letto 1090 volte. Dallo scaffale Fantasia

In quel triste giorno autunnale, tutto sembrava andare per il verso sbagliato. Londra era coperta da un nero manto di nuvole e sembrava quasi che l’ac...

In quel triste giorno autunnale, tutto sembrava andare per il verso sbagliato. Londra era coperta da un nero manto di nuvole e sembrava quasi che l’acquazzone non sarebbe mai terminato. Il destino volle che, proprio quel giorno, Amely sarebbe tornata a casa. Erano trascorsi quasi due mesi dall’ultima volta che la ragazzina aveva visto i suoi genitori, e ora, finalmente, avrebbe lasciato il collegio per far loro una sorpresa. Alle sei del mattino, la giovane ragazza aveva preso un taxi per l’aeroporto di Oxford, e già, dopo poche ore di viaggio, era riuscita a scorgere la sua amata Londra. Ricordava perfettamente di quando, all’età di nove anni, dovette partire ad Oxford per il collegio femminile, ed erano ben poche le volte in cui riusciva a fare un salto nella sua vecchia casa. “Chissà che cosa diranno, quando mamma e papà mi vedranno arrivare...” si disse, eccitata. Don...Don Già a pochi metri da terra, la ragazzina udì l’inconfondibile rintocco del Big Ben: il Grande Orologio scandiva tuonante le dodici del pomeriggio. Una volta riappropriatasi delle proprie valigie, Amely non perse tempo prezioso: chiamo a sé il primo taxi e via per Kensington Road. Tutto era come lei se lo ricordava: lunghe vie popolate di gente, aria carica di umidità, alti e lussuosi palazzi. Finalmente, dall’orizzonte, apparve la chiazza smeraldina del Hide Park e, subito dopo, Kensington Road. «Si fermi pure qui.» esclamò la ragazza, tendendo una manciata di monete. Una volta pagato l’autista, ombrello e una leggera borsetta alla mano, Amely si decise a scendere dalla vettura nera e si allontanò nella pioggia. Camminò per alcuni minuti, fino a ritrovarsi davanti a un alto portone nero. Il numero “26” luccicava nel buio dell’acquazzone. La casa di Amely era una costruzione alta, con un tetto nero, tre comignoli ed alcune finestre buie. «Casa, dolce casa.» Appoggiò la valigetta ai piedi della porta e tese la mano, per poi afferrare un anello di rame, saldato debolmente alla porta. Toc-Toc! Silenzio. Toc-Toc! Ancora, nessuna risposta. La ragazza, ormai bagnata e avvilita, si sedette sulle gradinate che vi erano ai piedi della casetta. “E se avessero deciso di partire?” pensò Amely disperata “Se fossero partiti per Oxford per farmi una sorpresa?” La ragazza non poté fare a meno di sorridere per l’ironia della situazione. «Qualunque cosa sia successo, penso sia meglio trovare un alloggio. Non potrò tornare a Oxford prima di tre giorni.» Rimase raggomitolata sulla soglia della sua casetta per alcuni minuti, indecisa sul da farsi. Poi, infine, ebbe un’idea. I suoi genitori, una volta, gli avevano raccontato di un vecchio venditore di antiquariato, che si trovava a pochi chilometri da casa sua. Da ciò che aveva capito, l’anziano venditore era un vecchio amico del nonno di Amely, ed era l’unico conoscente che avessero nel raggio di molti chilometri. Così, infreddolita, la ragazza raccolse la borsa, raddrizzò l’ombrello e si diresse verso il piccolo negozio di antiquariato a passi svelti. Fu dopo una ventina di minuti, che Amely riuscì a scorgere un vecchio edificio, sopra il quale vi era affissa una bizzarra insegna illeggibile. La ragazza esitò per alcuni secondi. Poi, camminò lentamente, fino a trovarsi di fronte a un piccolo portone di legno. Alla destra della porta, era saldato un piccolo campanello polveroso. Driiin! Lo squittio acuto del campanello risuonò tetro nella nebbia di Londra. Silenzio. Driin-Driiiiin!, insistette Amely. Si udì un rumore metallico, proveniente dal negozio. Poi, uno scricchiolio sordo e, infine, la porta si mosse leggermente. Amely provò a spalancarla, ma un rumore metallico le suggerì che la porta era incatenata. «Chi va là?» domandò una voce roca e scorbutica. La ragazza si ritrasse d’istinto e soffocò un grido. «Se mi state facendo ancora uno scherzo, giuro che...» «Scusatemi» lo interruppe Amely «non è di uno scherzo che si tratta.» proseguì. La persona misteriosa ringhiò silenziosamente. «Allora chi sei? Stai attenta, sono armato!» ringhiò, facendo sporgere un cilindro metallico; probabilmente, un fucile. «Il mio nome è Amely, signore. Amely McBrait.» si affrettò a rispondere la ragazza. «McBrait? Un mio caro amico si chiamava McBrait, ma lui è morto tanto tempo fa.» Fu allora, che la porta si spalancò, rivelando un vecchio signore, tra i settantacinque e gli ottant’anni. Portava dei vestiti logori e maleodoranti e i suoi capelli erano lunghi e candidi. Infine, dal suo mento, spuntava una barba bianca. «Cosa ti spinge fino a qui, ragazza, in una giornata così fredda?» domandò il vecchio, con aria rassicurata e più dolce. «Io sono la figlia di Roger McBrait. Vengo dal collegio di Oxford, ma i miei genitori non si trovano in casa.» La ragazza fece per continuare il discorso, ma il vecchio la interruppe. «Puoi rimanere quanto vuoi. Sono felice di ricevere un po’ di compagnia, dopo tanto tempo.» Il vecchio si scostò dall’entrata della porta e Amely entrò nel vecchio negozio d’antiquariato. L’anziano signore tossì violentemente e si allontanò zoppicante. «Grande uomo, Roger McBrait.» farfugliò, infine. Il vecchio scomparve nell’oscurità. Alquanto intimidita, Amely osservò che la stanza in cui si trovava era buia e stracolma di ogni tipo di mobile. Al centro di essa, erano disposti un tavolo, un letto e una vecchia radio polverosa. «Lo so, non è un granché.» esclamò il signore. Teneva tra le dita un vassoio luccicante, sul quale erano poggiate due tazze e una teiera fumante. «Sei completamente bagnata! Gradisci del tea?» Amely annuì, tremante. «Bene. Vedrai che tornerai come nuova.» Il vecchio appoggiò il vassoio su un tavolino e posizionò due sedie accuratamente lavorate. I due si sedettero e sorseggiarono lentamente il tea caldo. «Sono le due del pomeriggio. Sono pronto a scommettere che, al giorno d’oggi, v’insegnano che il tea si beve solo alle cinque del pomeriggio, o roba del genere. Che la vita deve essere cronometrata, minuto per minuto.» Il vecchio esitò e terminò la sua tazza di tea con un sorso deciso «Ora, ti dicono quando mangiare, quando cenare, quando bere...Ancora pochi anni e ti diranno quando si nasce e quando si muore.» Amely scrutò il vecchio signore incuriosita. «Da quanto tempo è che non ricevete un cliente, signor...» «Smith. Enric Smith.» la precedette il vecchio. Il signor Smith scoppiò in una risata, che si tramutò, a poco a poco, in un tossire assordante. «Sono venticinque anni che nessuno viene più qui.» rispose, infine. Per alcuni secondi, la sala buia ripiombò nel silenzio. «Come mai?» ribatté Amely, con un sorrisetto curioso. Il signor Smith si ricompose. «Devi sapere, mia cara, che, ben venticinque anni fa, in questo vecchio negozio accadde qualcosa di molto strano.» Smith s’interruppe e inspirò profondamente «Un giorno, un bambino entrò nel mio negozio. Lo accompagnava suo padre, Derec Gaylord, un mio grande cliente. Così, mentre io e il padre eravamo intenti negli affari, Derec Junior (questo il era il nome del bambino) si intrufolò di nascosto nella stanza segreta del mio negozio. Quando io e suo padre ce ne rendemmo conto, era già troppo tardi...» Il volto dell’anziano signore era velato da una malinconia appena percettibile. «Che cosa intendi con era già troppo tardi?» ribatté Amely, incuriosita più che mai. Ci furono ancora alcuni secondi di silenzio, che, tuttavia, sembrarono per Amely interminabili. «Né il so corpo, né i suoi vestiti vennero ritrovati.» rispose Smith, con lo sguardo rivolto verso il basso «Accadde solo una cosa stranissima...» Quasi senza accorgersene, i due avevano cominciato a sussurrare. Gli occhi del vecchio erano lucidi. «Quando ispezionai nuovamente la stanza segreta, vi trovai un enorme specchio. Il legno scuro della sua cornice era lavorato nei minimi particolari; il suo specchio argenteo e nitido sembrava quasi emanare vita.» La voce del signor Smith era ridotta a un mormorio. Ora, Amely riusciva a percepire il fiato caldo del vecchio sul viso. «Che ne fu dello specchio?» domandò Amely. «Si trova ancora nel piano di sotto; nella stanza segreta.» Smith s’interruppe per un violento attacco di tosse. «Lo coprii con un telo bianco, e non lo svelai mai più, per paura di rispecchiarmi in esso. Fu da allora che nessuno mise più piede in questo postaccio, e, in un certo senso, ne sono felice.» Appena Smith si alzò dalla sedia, si avvicinò ad una delle finestre del negozio e, dopo aver aperto un varco nella polvere esclamò: «A furia di parlare, non ci siamo resi conto che si è fatta notte. Hai fame?» Amely scosse la testa. «Bene. Neanche io!» Detto ciò, il vecchio signore, prese una coperta da un armadio, un materasso e un cuscino sudicio. «Stanotte, dormirò per terra; tu potrai stare sul mio letto.» Lo sguardo della ragazza si voltò d’istinto verso il sudicio letto che si trovava al centro del negozio. «Vi ringrazio.» Quella notte, il fastidioso acquazzone si convertì in un potente temporale. La piccola casetta di Smith, in balia dei lampi, s’illuminava ritmicamente, rivelando ombre tetre e raccapriccianti. Neanche a chiederlo, la povera Amely non riuscì a chiudere occhio. Ogni sedia, ogni armadio, ogni piccolo mobile, si trasformava nell’incubo più terribile, o in un gigante nero, pronto a schiacciare la povera ragazza. Inutile dire che, la compagnia del vecchio Smith fu per Amely irrilevante. Fu a mezzanotte precisa, che Amely ebbe un’idea: sarebbe andata nel piano di sotto e avrebbe guardato quello specchio che il Signor Smith temeva così tanto. Più di una volta, la ragazza si disse che non era un idea saggia; che il vecchio Smith si sarebbe arrabbiato. Nonostante ciò, tuttavia, l’idea di vedere quello specchio la tormentava e non le dava tregua. A dieci minuti dall’una di notte, Amely si decise, indossò le scarpe e si alzò dal letto. Fece alcuni passi e ricordò di aver visto una piccola lampada ad olio, poggiata su una mensola. Brancolò nel buio per alcuni secondi, fino a quando non riuscì a trovare la piccola lampada. Infine, l’accese. La stanzetta buia, ora, illuminata dal lugubre pallore della lampada, appariva alla ragazza ancora più tetra. Avanzò di qualche passo e sentì un rumore improvviso. Grrhh...Argh! Sventolò lentamente la lampada e notò con sollievo che si trattava del vecchio Smith, che russava beato. “Avanti, Amely. Avanti!” Continuò a camminare per un po’, fino a trovare una scala a chiocciola che portava verso il basso. «Ci siamo.» sussurrò. Scese lentamente le scale, con passi felpati. Amely continuò a camminare per alcuni minuti. Ogni volta che la ragazza faceva un giro completo della scala a chiocciola, la speranza di intravedere un bagliore, si accendeva. Quando, poi, continuava la sua discesa e davanti a lei si apriva un altro arco di scale, tutto le sembrava stupido e inutile. Dopo quasi un’ora di discesa, quando ormai le lacrime cominciavano a solcare il viso della ragazza, si aprì davanti a lei una grande stanza polverosa, illuminata da un foro che, probabilmente, comunicava con la parte superiore della casa. Ogni cosa era illuminata da un argenteo bagliore lunare. «La stanza segreta!» disse Amely eccitata. Subito, si asciugò gli occhi e si guardò intorno. Nella stanza segreta vi erano numerosi mobili e comodini; armadi e seggiole. Ogni cosa, nonostante la sua semplicità, aveva una bellezza innaturale; come se tutto ciò che vi fosse in quella grande camera fosse solo frutto dell’immaginazione più fervida o del sogno più dolce. Ad un tratto, lo sguardo di Amely cadde su una grossa chiazza bianca, in fondo alla stanza. Una volta affinata la vista nel buio, la ragazza si accorse che doveva trattarsi di un telo candido, poggiato su un qualcosa di incredibilmente imponente. Si incamminò verso di esso, a passi lenti e cauti. Tuttavia, ad ogni metro guadagnato, la ragazza si fermava ad ammirare ciò che vi era nella stanza. Ci volle più di mezzora, prima che la ragazza riuscisse ad arrivare ai piedi dell’immenso telo. «E se questo telo avvolgesse lo...» La mano della ragazza si alzò istintivamente e afferrò con forza il telo. Una volta saldata la presa, Amely tirò con forza, e il telo candido scivolò lentamente a terra. Al suo poto, adesso, vi era un enorme «...specchio.»; lo specchio più grande e più bello che Amely avesse mai visto. La sua cornice non era altro che un groviglio spinoso di rose di legno, che avvolgeva l’ovale argenteo, e che troneggiava, nella parte più alta, in una mano aperta e dalle unghie nere. Quando Amely fu a pochi centimetri dall’enorme specchio, fu sorpresa di sentire veramente il profumo di rose. «E’ la cosa più strana che abbia mai visto.»


Commenti

pubblicato il 01/09/2006 19.57.35
maya, ha scritto: Bello il ritmo, avvincente e anche la descrizione dei prsonaggi.... molto ntensi. Bravo. Maya

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