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lavoro pubblicato martedì 29 agosto 2006
ultima lettura sabato 22 luglio 2017

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Indigeni

di Gabriele Cecchini. Letto 1267 volte. Dallo scaffale Racconti

Indigeni La cosa più goduriosa della mia vita? Creare scompiglio in famiglia. O meglio creare scompiglio nello scompiglio che è la mia famiglia. ...

Indigeni La cosa più goduriosa della mia vita? Creare scompiglio in famiglia. O meglio creare scompiglio nello scompiglio che è la mia famiglia. Eccovi un bel decalogo dei comandamenti vigenti in casa mia: Primo comandamento: Non dire mai agli altri quello che pensi realmente. Secondo comandamento: Scopri i punti deboli del tuo prossimo. Terzo comandamento: Punzecchia il tuo prossimo più di te stesso (nei suoi punti deboli). Quarto comandamento: Caccia il naso negli affari degli altri senza farti vedere. Quinto comandamento: Onora i segreti degli altri (fino a che non riesci ad ottenere in cambio qualcosa che desideri o fino a che non rischi un esaurimento nervoso se non spiattelli tutto). Sesto comandamento: Non rubare (sotto gli occhi degli altri). Settimo comandamento: Nega tutto: colpe, errori, fraintendimenti. Ottavo comandamento: Mai chiedere scusa. Nono comandamento: Non negare un favore agli altri (se e solo se hai un tornaconto). Decimo comandamento: Mai andare incontro all’altro e alle esigenze dell’altro: conti solo tu. Undicesimo comandamento: Ogni cosa che esce dalla tua mente è verità assoluta. Questa summa della moralità della mia famiglia sono riuscito a estrapolarla grazie a anni di osservazione molto attenta, quasi fossi un ricercatore in una foresta dell’Amazzonia che studia una tribù di indigeni (con tutto il rispetto per gli indigeni!). Tutto perché io non mi sento uno di loro, mi sento altro da loro, mi sento un extra-terrestre piovuto dal cielo casualmente proprio in questa casa. Mi spiego meglio. Per darvi un’idea di come funzionano le comunicazioni nella mia famiglia, farò degli esempi. Esempio 1 Trisha e Jane – due delle mie tre sorelle - stanno parlando tra loro fitto fitto. Occhi assatanati, gomiti sul tavolo, bocche spremute e orecchie attente (sembrano scimmie ammaestrate). «Tua sorella Odetta non si sa proprio vestire.» «E’ anche tua sorella, cara Trisha. E comunque dire che non si sa vestire è un eufemismo: si veste proprio come un pagliaccio.» «Sì! Quelle casacche grandi e bislunghe…» «Quelle cinture di pelle animale…» «E delle scarpe vogliamo parlarne?» «Mi viene il vomito al solo guardarle. Pensa che una notte mi sembravano degli orribili ratti tutti ammucchiati in fondo al letto che stavano per uccidermi!» «Chissà che paura!» Entra l’interessata, la povera Odetta. Un attimo prima del suo ingresso le due pettegole (che hanno gli ultrasuoni e recepiscono l’avvicinarsi di qualcuno anche a chilometri di distanza) cambiano automaticamente argomento. «Sì, che paura l’esorcista!» «Tu l’hai visto Odetta ieri sera l’esorcista?» «No, non l’ho visto. Stavate per caso parlando di me?» «Di te?» «Di te? Hai manie di protagonismo, bella mia?» «No, mi sembrava...» «Non vorrai insinuare che stessimo parlando male di te, signorina?» «No, ci mancherebbe…» La povera Odetta, che qui era la vittima designata di tanta malignità, non è da meno quando si tratta di parlar male di qualcun altro che non c’è. Infatti… Esempio 2 Odetta e Trisha se ne stanno stravaccate sul divano, l’afa le sta uccidendo lentamente. «Oddy, hai visto che schifo che fa il nuovo ragazzo di Jane?» «Ragazzo?! A me sembra un minorato! Se ne stava lì appoggiato alla parete come un manico di scopa!» «Hai proprio ragione! E il fisico?» «Lo chiami fisico quello? Meglio chiamarlo scheletro! Non gli daranno da mangiare a casa. Ogni volta che lo guardo vorrei sbatterlo alla finestra come un tappeto!» «Se provo a immaginarli mentre si baciano mi viene il vomito!» «Sì, lei con quelle mani sudaticce e quei capelli sporchi!» «Mamma mia, fermati o mi sento male!» La povera Jane, che si stava facendo una doccia, entra in salotto. «Di chi stavate sparlando?» «Di Vince» sarei io. «Dicevamo che ci siamo stancate delle sue stranezze.» «Sì, sempre lì in camera a scrivere…» «Ragazze» fa la nuova arrivata «per me è un frocione.» «Anche per me, proprio a noi doveva capitare?» «Non credo che riuscirò mai ad accettare questa cosa, la sola idea mi toglie il respiro.» Entro io, il povero Vince. Ho sentito tutto e diversamente da loro non ho nessuna voglia di far finta di non aver sentito. «Grazie per il frocione, Jane.» «Frocione? Cosa dici Vince? Hai capito male, dicevo fradicione! Mi riferivo a Fred, quell’ubriacone dell’amico di Odetta!» «Pensa un po’: con voi ho sempre problemi di udito!» «Se hai voglia di fare la polemica, allora ce ne andiamo. Che in casa mia non possa dire quello che mi pare…» «Mi sembra che parliate fin troppo, vipere. Comunque non vi preoccupate, toglierò il disturbo appena posso, così potrete respirare in santa pace, troiette da quattro soldi.» «Ragazzino! Quel tono da saccente puoi usarlo con i tuoi amichetti, ma non con noi, capito?» «Ci fai proprio pena, Vince del cazzo.» Capito con chi ho a che fare? Cambiano sempre le carte in tavola e non ti permettono di ribattere, hanno sempre ragione e negano quello che le tue orecchie hanno appena udito. Un tempo mi sentivo una specie di visionario, un pazzo in preda alle manie di persecuzione che sente solo ciò che vuole. Oggi ho capito che non sono le mie orecchie a fare cilecca, ma i loro cervelli maligni. Delle tre, se proprio devo sceglierne una, salvo Odetta, che un tempo era mia alleata. Poi però la necessità di averle dalla sua parte per poter sopravvivere l’ha portata a vendersi al nemico, e adesso è diventata peggio di loro, maledetta. Le altre due infatti avevano cominciato a dire (dietro le spalle) che in questa famiglia c’erano due maschi e due femmine, i maschi eravamo io e Odetta. Adesso dicono che ci sono quattro femmine, ma non mi offendo. Lo so che la mia posizione mi potrebbe far sembrare presuntuoso, forse lo sono… Ma ho sempre dovuto difendere i miei pensieri, le mie idee, la mia vita per non farli sprofondare nelle sabbie mobili. Non vorrei molto da loro: il rispetto per gli altri, l’essere responsabili e coscienti delle proprie azioni e delle conseguenze delle proprie azioni… Non fanno altro che scimmiottare la vita vera. Giocano con la loro esistenza e quella degli altri mantenendosi al di sopra della realtà, fingono che niente accada davvero, come in una di quelle soap-opera infinite dove tutto si sistema come per magia per mano del fato; anche le situazioni più tragiche vengono rattoppate e dimenticate nella puntata successiva, e nuovi intrighi, nuovi tranelli hanno inizio. Non calcolano le conseguenze delle loro azioni, dicevo. Gli indigeni non chiedono mai scusa, non ammettono l’errore. Le mie reazioni emotive – pianti, grida di rabbia, sguardi suicidi – vengono accolte allo stesso modo: «Sei proprio una femminuccia!», «Come sei permaloso!», «Ti offendi per così poco?», «Sei proprio stupido!», «Lui è tutto particolare!». Sono delle bambine che non riescono a pensare a ciò che la loro farsa possa originare: un inferno di cartapesta dove i veri sentimenti e le emozioni sono completamente tagliati fuori, pigiati sempre più giù nel proprio animo da miliardi di parole, frasi, epiteti, monosillabi… fino a scomparire, fino a seccarsi. La scuola dell’insulto è una delle istituzioni più importanti fra gli indigeni. Si comincia da bambini e si prosegue per tutta la vita. «Mangia, bamboccio!», «Corri a scuola, scemo!», «Non hai ancora finito i compiti? Muoviti, ritardato!», «Che coglione! Sei l’unico a non avere la ragazza!»… L’insulto infatti va coltivato e irrigato pazientemente giorno dopo giorno. Il massimo della maldicenza si raggiunge nell’età adulta. Quando le tre sorelle e la madre si riuniscono per sparlare di un terzo esterno (generalmente un vicino, una vicina, me o mio padre), si raccolgono i frutti belli maturi di una sana cultura dell’insulto. Allora sì che se ne sentono di cotte e di crude; sparano a zero e godono come matte di questa meschina deframmentazione della persona. Sembra di stare in mezzo a un gruppo di anatre: parlano le une sulle altre, ridono, ghignano, gridano e si muovono in maniera incontrollata, come in preda al delirio. Tutte assieme costituiscono padre, figlio e spirito santo della maldicenza, non manca niente al catalogo: corna, difetti fisici, ripicche, disgrazie degli avi che tornano a galla… Eccovi un altro esempio. Esempio 3 Mia madre è appena tornata da una spedizione in terra nemica, ovvero la casa della mia vicina Tilly. I due fronti della guerra sono così organizzati: Odetta, Jane, Trisha e mia madre Heater contro una bambina, Greta, la figlia di Tilly. Non la possono proprio sopportare (per non dire che la gonfierebbero di schiaffi), e ogni cosa che dice la bambina (che ha solo nove anni!) viene scimmiottata in seguito a casa nostra. «Volete sapere l’ultima?» esordisce mia madre con tanto di mani sui fianchi. «La “z”!!!!» fanno in coro le tre anatre-figlie. «Quanto siete stupide! Il problema è che vi ho partorito io…. Diciamo che il cervello me lo sono tenuto tutto per me.» «Il seno però l’hai dato solo a noi, piattona!» «Insolenti! Quella mocciosa, quella Greta…non la sopporto, non la sopporto, non la sopporto! La odio con tutta me stessa.» «La madre la vizia in una maniera schifosa, gliele dà tutte di vinta» sblatera Trisha massaggiandosi l’unghia incarnita. «Le è morto il gatto, poverino! Dovere sopportare una bambina intignita e piena di vizi era davvero troppo per lui. Forse si è suicidato! E chi lo condanna?» sghignazza Odetta guardando con una smorfia di disgusto la sorella all’opera in zona piedi. «La gente normale potrebbe pensare che siate delle squilibrate a prendervela con una bambina di appena nove anni. In teoria, e dico in teoria, dovreste essere più mature e passare sopra a certi capricci infantili» provo a calmarle io prima che cominci la solita storia. «Ha parlato il Papa! Ma vaffanculo! E’ una stronzetta presuntuosa e odiosa, non me ne frega un cazzo se sono più grande di venti anni…» comincia Jane con gli occhi da serpe. «Venti? Conta meglio, ladruncola!» corregge Trisha che gode come non mai a rinfacciare l’età a Jane. «Taci, vipera. Una madre deve avere i controcoglioni.» ripete a memoria Jane: è la lagna che nostra madre ha cercato di inculcarci per secoli. «Mia madre sì che era una madre come si deve! Se provavi a fare quella voce smielata o a saltare in preda alla frenesia per qualcosa che desideravi, la risposta era sempre la stessa: due schiaffi sonanti. Quando ci vuole ci vuole!» prosegue mia madre vigorosa. Le tre figliocce annuiscono all’unisono come a confortare la madre dell’irritazione provata. «Insomma ero lì a casa loro per parlare dei lavori che dobbiamo fare nel giardino comune. Allora ho detto: “Comunque direi che sarebbe il caso di far fare i lavori a John.” E la piccoletta, che non c’entrava un tubo, cosa risponde? “John è un ubriacone che picchia sua figlia e tradisce la moglie, l’ho sentito dire dalla mamma di Melissa alla mamma di Kelly l’altro giorno.” Che saccente!!!» «Brutta intrigante! Cosa vuole saperne lei degli affari degli adulti?» s’intromette Odetta digrignando i denti. «Io le avrei risposto: “Perché non ti metti un calzino in bocca e vedi se riesci a parlare ancora?”. Invece faccio mantenendo la calma: “Non dovresti stare a sentire i discorsi dei grandi. E poi saranno solo dei pettegolezzi…”. Joan, la madre, ribatte offesa (dico io: c’è qualcosa di offensivo nella mia risposta?): “Non vorrai dire che la mia Greta sta mentendo? Se l’ha sentito, l’ha sentito.” Carezza sulla testa alla stronzetta. Mica è un cane, stupida tonta! La bimba fa ancora: “E poi la mamma dice che se si spettegola qualcosa di vero c’è.” Allora non ci ho visto più e le ho gridato: “Perché non vai a giocare con le bambole e ci lasci fare i nostri discorsi da grandi, brutta maleducata?”» «Ben detto, mamy. Ci volevano anche due schiaffi.» «Allora quella tonta della madre le dice con voce mielosa e melodrammatica: “Vai, Greta, vai a giocare. Heater è una prepotente e non ti vuole sentire parlare.” Lo schiaffo doppio sarebbe stato d’obbligo, alla madre e alla figlia. Avevo un formicolìo alle mani… “Io maleducata? Qualche schiaffo in più e qualche giocattolo in meno non le farebbero male. Verrà su una stronzetta senza midollo che pensa solo al cellulare e ai vestiti corti da zoccola.” A quel punto abbiamo litigato come due pazze, e non siamo arrivate alle mani solo perché la sorella di Tilly si è intromessa e ci ha divise.» «Io picchierei la saputella, la bambina.» «E io no?» «”La mia mamma dice che sono la bimba più brava della scuola”» scimmiotta Jane facendo alcune smorfie con la bocca tanto orribili da fare spavento. «“Non si dice a me mi”» recita Odetta con tanto di bocca spremuta e occhi stizziti. «Si potrà odiare in questo modo una bambina, dico io?» mi introduco in una piccola pausa di silenzio. «Riecco il moralista. Facciamo una scommessa. Se riesci a sopportare la marmocchia per un intero pomeriggio senza perdere le staffe, siamo delle matte squilibrate. Al contrario, se muori dalla voglia di schiaffeggiarla o altro e scoppi, abbiamo vinto noi e tu sei solo un moralista del cazzo.» «Anche matto squilibrato. Perché noi sì e lui no?» «Hai ragione Odetta, se vinciamo vuol dire che sei un matto squilibrato del cazzo.» Ecco a cosa mi sono prestato. Le mie tre sorelle si presentano a casa di Tilly chiedendole di andare con loro al centro commerciale (sapendo quanto vada fuori di testa per lo shopping nei centri commerciali). «Ma non so a chi lasciare Greta… Potrei portarla con noi.» «No, come facciamo a passare in rassegna ogni singolo negozio di abbigliamento? Sai come sono i bambini, si annoiano e cominciano a fare i capricci» sbotta Trisha. «Mi sembra che tu sia dimagrita, Tilly, hai bisogno di roba nuova, attillata e alla moda» s’inventa Odetta - la ruffiana n.1. «Decisamente sì, Tilly» sostiene Jane con occhi ammiccanti. Tilly è praticamente in calore e fa le fusa come una gattina d’appartamento alla vista del padrone. «Che idea magnifica mi è venuta: lasciamola a Vince, tanto lui sta sempre in casa. Si guarderanno i cartoni animati e mangeranno pop-corn tutto il pomeriggio, Greta neanche si accorgerà che non ci sei» propone il genio del gruppo, Trisha. Cartoni animati? Ho quasi trent’anni… Sono senza speranza. «Dite che lui voglia?» «Certo, se glielo chiedo io acconsentirà. Considera che adora la piccola Greta» esagera Jane. E così rimango con la piccola Greta per un intero pomeriggio. Chi può testimoniare alle ragazze il mio comportamento e la resistenza dei miei nervi? Ovvio: la madre regina delle truffe, la mia. Inizio con dei disegni, che Greta gradisce molto. Ovviamente, sapendo di essere sotto osservazione e avendo i nervi super allenati grazie a decenni di pratica con le mie tre sorelle e mia madre, mi guardo bene dal lasciarmi infastidire dalle uscite insolenti della bambina. Infatti, a dire il vero, che sia una bambina davvero odiosa è fuor di dubbio. Sa sempre tutto lei e vuole mettere becco su ogni cosa, anche sulle notizie del telegiornale o sui miei studi universitari! Ma il punto non è questo, il punto è dimostrare alle donne di casa mia che sono delle immature, egocentriche, egoiste senza midollo, insomma delle pazze furiose. Quindi ammicco e sorrido alle uscite strafottenti della piccola peste, cosa che mia madre non riesce a concepire. In una pausa a fine primo round - cioè a circa metà pomeriggio - mentre la bimba guarda i cartoni animati in salotto, mia madre mi trascina in cucina e mi mette al muro per una riunione al vertice. «Come cazzo fai a rimanere così calmo? Non è giusto! Ti odio ancora più di lei! Io l’avrei già sculacciata almeno dieci volte.» «E’ la mèta da raggiungere che mi sostiene!» «Ovvero?» «Dimostrare che siete tutte delle squilibrate da rinchiudere.» «E tu un frocetto che ha letto troppi libri di psicanalisi e menate varie. Finalmente l’ho detto!» «E tu che hai l’armadio pieno di Harmony, riviste scandalistiche e merdaccia simile?» «Ma vaffanculo, Vince.» Com’è amorevole una madre moderna! E soprattutto molto fine! Ha studiato in una scuola molto esclusiva… Al ritorno del trio, mia madre ha una faccia da funerale che spaventa. Mitragliano le tre anatre appena varcata la soglia di casa: «Allora niente parolacce?» «Bestemmie?» «Schiaffi come se piovesse?» «Niente. E’ stato calmo come una donnicciola pia o una suora laica. Non si è neanche alterato. Abbiamo perso.» «Ti odiamo, Vince! Ci siamo dovute sorbire quella melensa di Tilly per ben quattro ore!» «L’avete voluto voi, care arpìe!» «Sentilo, il saccentello!» La mia tesi, ampiamente dimostrata, è che vivo giorno e notte con delle nevrotiche perse e purtroppo sono solo contro quattro. Mio padre, dimenticavo, ha mollato mia madre dieci anni fa, in seguito ad un esaurimento nervoso che il poverino ancora si porta dietro. Spero di non fare anch’io quella fine… Me ne sto qua, a osservare gli indigeni, per capire il loro modo di comunicare, di muoversi. Non so quanto durerà ancora questa fase di ricerca. Se riuscissi a trovare un lavoro ben pagato, che mi rendesse indipendente… beh il mondo della scienza sopravviverà senza i miei resoconti dall’Amazzonia e mi scuserà se abbandonerò la mia situazione privilegiata di scienziato in mezzo agli indigeni per andare a vivere da solo, finalmente!


Commenti

pubblicato il 09/09/2006 0.50.59
Lollo, ha scritto: Un racconto davvero intrigante...Volgare ma non pesante. Se hai scritto altri racconti validi come questi, ti assicuro che troverai qualche casa editrice disposta a pubblicarteli senza un contributo. Buona fortuna!

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