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lavoro pubblicato mercoledì 5 luglio 2006
ultima lettura domenica 18 ottobre 2020

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Aracne

di Roberto Chiavini. Letto 1813 volte. Dallo scaffale Teatro

Aracne Argomento: la scena è un boschetto della Lidia, nei pressi di Colofone, dove la fanciulla Aracne tesse le sue delicate trame. I personaggi s...

Aracne Argomento: la scena è un boschetto della Lidia, nei pressi di Colofone, dove la fanciulla Aracne tesse le sue delicate trame. I personaggi sono la dea Pallade Atena, Aracne e Idmone, il vecchio tintore padre della ragazza. Il Coro è formato dalle ninfe dello Tmelo, assidue spettatrici della fanciulla al telaio. Scena prima: (Idmone, Aracne, Coro) Coro: Ecco la dolce Meonia Aracne tessere le trame sottili con le molli dita sul povero telaio. Con volto gemente e austero il padre tintore già da tempo la ammonisci per la sua superba sfacciataggine. Osa, la giovane vergine, proclamarsi più degna della fulgente Pallade nell'arte di tessere al telaio. Mentre le sue agili dita frugano gli interstizi del vello ovino intrecciandoli mirabilmente sul sostegno di cedro, la sua temeraria favella sfida la gagliarda guerriera a misurarsi con lei nel mestiere mortale. E già la dea ha più volte proclamato la sua collera verso l'ardita fanciulla. Piange mille mali il povero Idmone, venerando sempre la dea vergine, figlia di Zeus, la grande Atena dall'egida splendente, e supplicando pietà pr la figlia, troppo giovane ancora per capire il senso di ciò che fa e che dice. Guardati, o vergine mortale, dall'ira della vergine divina, nata dalla fronte del Padre degli dei! Non sfidare con stolti pensieri la bontà divina, l'orgoglio della schiatta di Crono e Gea! Pentiti dunque o meonia Aracne, e prostrati alla bellicosa Atena, offrendole gli onori dovuti al sua rango. (sul ramo di una quercia vicina al posto dove stanno sedute le ninfe si posa lievemente una civeta, non vista da nessuno dei presenti. Mentre Aracne continua a filare, ignorando le parole assennate dlele ninfe, entra in scena Idmone, vestito di un povero abito consunto, che geme e si lamenta per il comprotamento della figlia) Idmone: O Zeus dal bastone tonante, assolvi mia figlia dalle accuse di empietà! Ella non sa cosa dice, quando la sua bocca si agita per muovere offesa e scherno a tua figlia, la vergine Partenia. La sua giovane età è fallace consigliera. Mendace a lei stessa è il suo parlare. Sono sproloqui di gioventù, o divina Pallade! Abbi pietà della nostra famiglia, che già più volte il Fato ineluttabile ha colpito duramente in questi ultimi tempi. Ricordati del sangue ancora puro che il mio unico figlio ha versato copiosamente nelle sacre acque del Partolo, dove le candide ninfe saltano fra i prati di viole, sacrifcando la sua giovane forza per la sacra Artemide, amazzone dal nervo vibrante. Già due vite hai avuto, o Moira implacabile, dalla nostra stirpe di poveri mortali! Anche mia moglie, la rimpianta madre dell'adorata Aracne, è stata rapita dalle nubi dell'Ade, per essere portata nel regno dei morti, dove sono le ombre, ahime solo quelle, degli amati avi. Poni infine, o pietosa dea, la tua giustificata ira, non per l'empia, ma per la sciocca e presuntuosa giovane! Ascolta la preghiera di un povero tintore a te devoto, tartassato dalle sventure, di un amoroso padre in pena per l'amata unica luce del suo cuore ormai spento. (volgendosi verso la figlia imperterrita al fuso, fra lo stormire delle fronde) Non vuoi dunque mio diletto fiore recedere dal tuo sdegnoso intento e far felice un padre ansioso e placare l'ira della pallida Atena! Può il tuo giovane cuore essere così stoltamente ardito? Aracne Sì, o padre mio, canuto Idmone! E' venuto il tempo di smettere di genufletterci agli dei senza motivo! Il mio cuore non è stolto e non così giovane da non poter essere nel giusto. Io non arreco offesa agli dei e alla casta Pallade, asserendo di esserle superiore nell'arte del telaio. Le ninfe stesse, le agili e flessuose abitanti dei rivi e delle polle, lasciano sovente i loro dorati siti per accorrere al mio fianco, solo per osservare le mie bianche dita correre rapide come la folgore sul fuso, per vedere la bianca lana cangiarsi in ordito flebile e divino, quale effluvio di rose sul grembo di Iride. Le stesse dee accorrerebbero ad ammirarmi se non fosse per l'arrogante veto della guerriera alata. Idmone Taci, insana fanciulla! Non osare ancora verso la santità divina! Le tue parole sono l'amaro frutto della follia che impregna le menti impure. Fa', quindi, silenzio e pentiti, chiedi perdono, con doni e giuramenti del tuo aspro contegno. Aracne Padre, non lo farò Non tediarmi ancora con i tuoi pavidi verbi. Non temo la collera di Atena! Non è da dea essere irato contro chi le è superiore, pur essa semplice mortale. Idmone Taci ho detto, empia infante, ancella dell'Ade! O Erinni, non scatenate la vostra furia sopra di me! Aracne Non prostarti invano, vecchio avo! Le tue preghiere non possono smuovere gli dei dalla nefanda collera, se non è nel Fato! Vuoti sono i tuoi lamenti, vuote le tue incessanti preghiere. Puoi piegarti, se ti è lecito, fino a baciare la polvere, ad annusare l'era frigida del bosco, bagnata dalla rugiada del mattino, sfidando le tue stanche membra, ma non servirà questo a salvarti dalla loro rabbia. Se Zeus agiterà il suo scettro, scagleirà le sue folgori, offuscherà l'azzurro colore del cielo, questo sarà fuori dalle tue offerte, dai tuoi doni, dai tuoi scongiuri. Solo le Moire implacabili e il Fato onnipotente sanno ciò che avverrà a dei e mortali. Anche i fili degli dei penzolano dalle mani lunghe e nodose di Atropo! Idmone (piangendo a dirotto, in ginocchio, con gli occhi rivolti al cielo) Taci per pietà mia unica face. Non uccidere il tuo povero padre con le tue parole. Abbi pietà di te stessa, avendone per me! Abbandona la lotta finché hai tempo. Aracne Non ne ho più il tempo, padre caro. (un tuono potentissimo squarcia il cielo sereno. Le ninfe fuggono atterrite. Idmone corre lacrimante a casa. Aracne reprime un brivido e resta al telaio) Scena seconda (Aracne, Pallade sotto le spoglie mortali di una vecchia, curvata sotto il peso degli anni) Aracne (rivolta al cielo) Vieni pure, o dea maligna, a misurarti con me da pari a pari! Mai cederò alla tua schiatta! Anche se ti vanti di essere progenie di Zeus stesso, figla del padre dei Cieli, io non piegherò la testa al tuo volere, se non dopo aver perduto lealmente. Questo ai mortali è concesso dal Destino inesorabile: essere arbitri delle loro scelte. O almeno così ci pare. E anche se tutto quello che ha da essere, già è, ugualmente così dovrò agire. Pallade (entrando in scena piegata su un bastone) Salve o abile fanciulla! Le tue dita scivolano sulle fila del tessuto agili come le tenebre. Il tuo pollice sapiente riavvolge il fuso, così come la cresta di Poseidone riavvolge la schiuma delle onde, riportandole indietro nel mare. Allieva ti si direbbe di Atena Ergane, quasi pari a lei in bravura al subbio. Aracne Salve, o vecchia assennata! Forse gli occhi, stanchi di vedere da troppi anni, portano seco l'inganno e ti rendono meno acuta del dovuto. Io non sono brava quasi quanto la dea Atena, protettrice degli artigiani, ma ben di più! Sappi che le ninfe dei boschi e delle vigne giungono qui a frotte per ammirare le mie sottili e delicate trame, tralasciando gli inviti dei satiri e dei sileni. Io cambio il soffice manto dei timidi pascolatori in stoffa ricca e ornata. Io nuvole di lana stendo in morbidi tessuti ricamati, brama segreta di molte donne, mortali e non. Io non sono allieva, ma maestra della luminosa Pallade! Pallade Frena le parole, imbriglia la lingua, serra i denti, o audace fanciulla! Toccano le tue parole il cuore della dea. Già molto osasti in passato e lentamente empisti il vaso della Collera. E pur adesso, con violenti insulti, ti pavoneggi con superbia altezzosa, non già tra le tue pari, ma tra le stesse dee! Ascolta chi cammina su tre gambe, piegata e sfigurata dal volgere delle stagioni. Non osare più del lecito. Non recare altro dolore a tuo padre e altro fiele alla Gorgopide! Gareggia solo fra le mortali tue pari. Prostrati alla dea vergine, offrile un degno sacrificio espiatorio e votati a lei. Ella ti concederà la vittoria in ogni agone terreno. Ascolta le parole dell'esperienza, improvvida fanciulla. Aracne Con l'età non solo la vista, ma forse anche il senno vien meno? Direi di sì, o vecchia sdentata! Vaneggi grandemente, invero. Le tua parole hanno su di me l'effetto della nebbia, figlia di Eos, sulle ruvide scogliere di Ipepe. Conserva i tuoi savi consigli per tua figlia o per le tue nuore, se ne hai, vecchia strega! Io non cederò mai alla dea dalla faccia larga. Venga qua, se vuole. Accetti nella sua infinita potenza la mia umile sfida di mortale. Oppure la dea Pronoia teme le arti dell'Uomo? E' ella così pavida da mandare solo piccoli emissari? O ha forse vergogna della leggenda da lei stessa creata, riguardo la sua abilità al telaio? Perché se non è così, ella non mostra il suo fulgido elmo, la sua lustra corazza sul ventre illibato, i suoi veloci calzari, la sua lancia furente? Compari, dunque, o dea dagli occhi di civetta, e misura la tua arte divina con la mia terrena. Pallade (svelandosi) Eccomi dunque o empia mortale! Raccolgo la tua sfida. Preparati a subire le conseguenze del tuo blasfemo atto. Coro (Le ninfe, ritornate cautamente sul luogo del diverbio, narrano la trasformazione della dea furente) E la rilucente Pallade smette il suo trucco vegliardo e compare in tutta la sua potenza e bellezza davanti allo sguardo altero della stolida vergine mortale. Trema, trema, o meonia Aracne! L'ira della dea è al suo vertice. La tua follia ti condurrà alla morte. Non c'è scampo contro l'ira divina! Ecco la dea che con sguardo offeso e torvo fulmina la fanciulla in piedi lì dinnanzi. Ma ella non recede dal suo temerario disegno. Sdegnosa, superba, audace, parla con parole alate alla dea vergine. Rinnova il suo proposito e chiede di essere esaudita. In caso di vittoria le sia dato il dovuto ossequio; in caso di sconfitta sia ceduta alla dea Aglaura e alla sua giusta vendetta. Così parla, con voce viva e pungente, e la dea ristà titubante. O dea pandrosa, luminosa madre! Concede alla graziosa fanciulla di gareggiare con te da pari a pari. Tralascia le tue arti divine, i tuoi potenti desideri e battaglia, o dea guerriera, come solo gli dei sanno fare! Accetta, infine, la dea Tritogenia le norme della sfida e le due si siedono al telaio. O Zeus protettore, veglia su di loro e sulle loro opere! Arbitro degli dei e degli uomini, concedi anche alla vergine mortale di competere nell'audace compito. Non favorire in alcun modo la tua divina figlia. Giudica dall'alto della tua giustizia il loro operato e il tuo verdetto sia inappellabile. Trema, trema, o meonia Aracne. L'ira della dea non conosce giustizia. Le Moire già mandano in cielo le feroci Arpie, per strapparti la tela sontuosa e splendida, pari alla venustà della Pafide. Ma lotta, infine, anche senza speranza. Scena terza (Coro) (E' passato del tempo e le due abili tessitrici stanno ultimando la loro opera. La funzione del coro è quella di descrivere le rappresentazioni sulle tele) coro E le due splendide e orgogliose regine filano, con la velocità e la foga di un levriero in caccia, le loro stoffe policrome. Cambiano la candida lana con le preziose tinte dei mercanti fenici, in una meraviglia multicolore. La stessa Iride guarda a queste con invidia e si duole per la sua sconfitta. La dea Pallade è invero maestra di ogni mortale! Narraci, o dea dagli occhi color del mare, la storia della città che a te sta a cuore, con l'agile fuso e il dentato pettine! Ecco i dodici campioni, i dodici padri della mortale stirpe, posti innanzi all'Acropoli Cecropia. Bello, austero, imponente sta sul seggio onnipotente il Padre tuo tonante. Sul suo volto si leggono la Legge e la Giustizia, e l'amore di padre. Parlaci o dea, dell'avvenuto agone! Ed ecco che in piedi fra loro si innalza potente il tuo barbuto zio, fratello al padre Zeus, stringendo in una mano lo scettro ippocampesco, dal trono di delfini, nell'atto di scagliare col braccio nerboruto l'aguzzo tre punte che si conficca nella dura rupe. Sgorga ferace l'acqua sorgiva e bagna gli onori delle genti. Ma vano fu il suo gesto, vano il gridare degli uomini. Narraci, o Vergine feroce, dell'ottenuto vittoria! E subito accanto fili te stessa nell'egida sfolgorante, nel'atto di scuotere la terra con la dorata asta. Mirabile fu il dono, munifica madre! Dal suolo scoperchiato emerge prima esile, poi trionfante, il sacro fusto dell'olivo sacro, col suo dono nerastro ad esso appeso. E le donne tutte te proclamarono regina. Vincesti o dea superia il dono del rivale, grazie al voto inappellabile del giusto Padre, che a te cedette il serto piuttosto che allo schiumoso fratello. O meonia Aracne, rivolgi al cielo l'ultima preghiera e piega il capo nerocinto alla dea Aglaura! Ma ecco che la vergine Pronuba tesse un'altra scena sul lembo ancora puro della splendente federa. Sfoga la sua ira la dea vittoriosa rappresentando la sconfitta degli improbi mortali, che hanno sfidato senza requie gli ossequiosi Olimpi. Al lato destro porge la patetica storia della folle Gerona, regina dei Pigmei, e della sua stolta vanità. Poi è la volta della presuntuosa Antigone e della sua meritata fine. Sul lato sinistro pone le pene di Cinira per le marmoree figlie e i monti nevosi un tempo uomini mortali. O dea implacabile, guarda con più mitezza, dall'alto della tua vittoria, la povera mortale! Perdona la vanità che è femmina e recale pietà (Qui le Ninfe si alzano per osservare la trama tessuta da Aracne. Con meraviglia si accorgono che è migliore di quella della dea e con senso di equità mitigato dal pudore per la presenza di Pallade, narrano il ricamo ordito dall'abilissima fanciulla) Coro O Zeus immortale, gagliardo difensore della Giustizia, aiutaci a narrare senza fallo ciò che i nostri teneri occhi vedono! Immenso è il livore della dea verso l'abile fanciulla, ora. Vede la pallida Atena il suo ambito lavoro svanire fra boschi di felci e ortiche. Una cangiante corona splende sul capo nerocrinito della bella Aracne. Perdonaci, ti preghiamo, o riverente Padre, se osiamo parlare, con salaci parole, dello sfrontato tema dalla fanciulla ordito. Vero ci pare il toro che insidia la casta Europa, vivo e scalpitante, ma regale nel suo aspetto. Il mare spumoso si infrange sulla sabbiosa riva e ci sembra di udire il mormorio dei flutti, dai quali esce il loro re, il cronide Poseidone. Pari a essi sembrano le rappresentazioni degli artifici da te, o potente Zeus, usati nei tuoi infiniti amori: ecco la bella Leda carezzante il cigno, il perfido Anfitrione soggiogare Alcmena, il temporale aureo che dona prole e parto alla restia Danae, o l'aquila divina che con i poderosi artigli solleva la giacente Asteria, o l'infido rettile squamoso strisciante sul seno di Deoide. Ma non solo a te, o furente Zeus, la fiera mortale rimprovera i fraudolenti inganni! Col puntuto ago e la rotante spola, osa gettare lordura sul volto illibato del glabro Febo del color del sole, mutandolo in perfido pastore e bramoso mandriano. Guardati, mortale, dall'ira degli dei! Paragona il Re del mare a un satiro voglioso e l'ebbro Dioniso a una vita ingorda. Perfino Cronos, il silenzioso padre, non sfugge alla sua tela inquisitoria. Guardati o temeraria dell'ira della dea ! Cinge il fine lavoro con filo verde id mare, mutando in edere fiorite i lembi del lenzuolo. Mai occhi divini furono così estasiati dal lavoro di una mortale. Ammetti, o Vergine furiosa, la sconfitta inattesa! Non fare che l'Invidia stessa, che le si è piegata, ti sia superiore! Ma tu non gioire, stolta fanciulla ! Accontentati della tua maestria e non osare infierire sulla Dea perdente! (il coro di ninfe si scioglie e si allontana) Scena quarta (Pallade, Aracne) (La dea furente e rossa in volto sfoga tutto il suo livore contro la povera mortale punendola per la sua irriverenza) Pallade Empia mortale, tre volte maledetta! Il tuo sorriso beffardo presto laverò dal tuo volto infido! Piegati ora! Le Erinni vengono a rendere giustizia! Pagherai la tua insolenza! (la dea si scaglia sulla tela e la fa a brandelli, mentre Aracne guarda in silenzio con odio e disprezzo) Aracne Davvero da dea della giustizia ti comporti, o spregevole Atena! E' questo il valore della tua parola? Questo è il serto che mi doveva cingere le nere chiome? Più in basso del nudo verme rosato dovresti strisciare! Pallade Ora hai passato ogni limite, o impotente mortale! (la dea si trasforma in un gigantesco guerriero, capace di calpestare la fanciulla indifesa) Aracne O Zeus padre! E' forse questa la figlia che meriti? A questo soltanto vale essere dei? Soverchiare il più debole? Punire il giusto? Ma forse questa è infine la giustizia degli dei! (Un'aquila vola intorno alla testa del gigante, che riprende il suo aspetto di dea) Pallade Le tue parole non meritano pietà. Sì, tu hai vinto la gara e questo magnanimamente lo concedo. Ma hai osato troppo e prima e dopo. Non puoi, tu, temeraria fanciulla, insultare impunemente chi ti è superiore. Il tuo fato è segnato. Perirari tra mille tormenti e vivrai cento morti. Questa è la fine delle persone empie! Aracne (con sorriso ironico) O dea invidiosa dagli occhi di civetta, vanamente minacci chi non ti teme!Grosso è il tuo potere, ma inferiore a quello delle Moire onnipotenti. Solo se è scritto subirò ciò che hai detto. Neppure tu puoi sfuggire alle mani rapaci delle uniche tessistrici più abili di me! A queste io cedo l'alloro e il mirto! A loro mi piego felice! Ma non a te, o dea infingarda! Passato è ormai il tuo tempo. E adesso morirò da sola, ringraziandoti del tuo generoso dono, certamente degno di un vincitore. (Aracne afferrà un brandello di stoffa e se lo stringe con forza attorno al collo, ma la collera di Atena non le permette il suicidio) Pallade Non ti sarà così facile uscire dalla vita, o infelice mortale! La mia collera adesso non conosce limiti. Straboccato ampiamente è il vaso che la conteneva. Col tuo stesso fuso caverò l'empietà del tuo sozzo cervello! (La dea afferra il fuso e ferisce ripetutamente alla testa e al volto la fanciulla che cerca di proteggersi con le mani. Poi l'ira della dea cambia obiettivo) Pallade No, temeraria fanciulla! Non morirai così facilmente! Più sagace può essere la mia vendetta e lo sarà. Tu ti vanti di essere la miglior filatrice esistente, superiore perfino a me stessa, la dea filatrice. Bene. Adesso lo sarai per sempre (con un gesto della mano destra trasforma la fanciulla in un grosso ragno arboricolo, dal corpo nero e dalle zampe pelose, orrendo e nauseante) Pallade Ecco ciò che volevi, insolente fanciulla! Ora potrai tessere per sempre e così fara la tua stirpe fino alla fine dei tempi! (La scena si chiude col ragno che fila su un ramo in primo piano) Scena quinta, epilogo (Pallade, Idmone) Pallade Compiuta è la vendetta. Finite sono le violente ingiurie della fiera mortale. Placata è la mia ira. Di nuovo regno sovrana su ciò che è mio di diritto. Serva la sua punizione di monito ai pavidi mortali. (Compare sulla scena Idmone in cerca della figlia. Vista la dea e riconosciutala le si getta ai piedi) Idmone Pietà di me, o dea Pronoia! Perdona le mie colpe e accetta i miei poveri doni, indegni di tanta fulgidezza. Dov'è mia figlia, la splendida Aracne dalle agili membra? Pallade (indicando con feroce sarcasmo il ragno penzolante al suo fianco) Come o ossequioso mortale non riconosci il frutto del tuo seme? Non vedi le sottili dita slanciate come tessono sapientemente il prodotto del molle addome? Ecco tua figlia Aracne, l'empia assalitrice! Ha vinto la sua gara e questa è l'adeguata ricompensa! Filerà seta per sempre, come da suo ardente desiderio. Ma tu, padre amoroso, mi sembri sconvolto. Piangi anche. Ciò mi sorprende. Non sei felice per l'onorevole sorte, molto migliore di quella che avrebbe meritato, che le è toccata? O sono forse lacrime di gioia? Idmone Giustamente, o vergine vendicativa, schernisci me, creatore di quella donna! Mia fu la colpa per la sua venuta, ma niente potei contro la sua renitenza! Ribelle e sprezzante lo era per volontà del Fato, non per mio volere. Lei stessa era complice ignara del Destino. Ma sii clemente, o dea dagli occhi di cerbiatto, verso l'innocente padre! Ferma la tua santa ira, accogli i miei voti. Pallade Non temere per te, o pavido mortale. La mia ira è placata dal sacrificio di tua figlia. Eppure ella valse ben più di te, quando con feroce disprezzo osò sentenziare contro me stessa e il Padre mio! Tu, misero vecchio implorante, non meriti né pietà né compassione. (Il dramma si chiude con Atena che torna nell'Olimpo sotto forma di civetta, mentre il vile Idmone piange le sue amare lacrime)


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