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lavoro pubblicato mercoledì 5 luglio 2006
ultima lettura domenica 18 ottobre 2020

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Quattro pulzelle in cerca ...

di Roberto Chiavini. Letto 2233 volte. Dallo scaffale Amore

QUATTRO PULZELLE IN CERCA D'AMORE (PER TACER DEI SATIRI) Prologo (Due personaggi sono seduti davanti a una dama: uno è Cupido, l'altro è Pan Cupi...

QUATTRO PULZELLE IN CERCA D'AMORE (PER TACER DEI SATIRI) Prologo (Due personaggi sono seduti davanti a una dama: uno è Cupido, l'altro è Pan Cupido muove un pezzo e si rivolge alla platea, alzandosi) E' questa una storia di uomini e donne che rompe la noia di notte sì insonne. Di risa di pianti, di amori sì eterni che passan di corsa le estati, gli inverni. Che quella è la freccia che coglie una volta che scava profondo, che mai sarà tolta. Tra poco vedrete la sfida alla sorte del triste Etrigan nel fare la corte all'alba Ifigenia, la fuga dal fato, le quattro donzel più carin del creato, fatal tentazion del colei fidanzato: il dramma vi lasci col core accorato. Son tante le gesta che vi vo’ narrando, non bastan le ore che già va albeggiando. Perciò senza indugio, sia inizio alla storia di amor che si pasce di sé senza boria. Primo coro (di un gruppo di ninfe e amorini su riva di laghetto) Evviva l'amore, l'amore che canta di rose e rubini giocoso t'ammanta L'amore sì dolce, l'amore infantile dei baci rubati là in fondo al cortile L'amore feroce, l'amore esultante Cupido ha colpito non una ma tante L'amore filiale, l'amore materno Con fare sprezzante lui sfida l'eterno L'amore indeciso, l'amore insicuro Con luce accecante lui vince l'oscuro L'amore infelice, l'amore mai saldo incerto ti muove, ti rende ribaldo L'amore nei sensi, l'amor nella mente Ti riempe di voglia, ti rende potente L'amore è la forza, l'amore è il coraggio Che se ti ha colpito giammai sarai saggio L'amore splendente, l'amore creativo Sì forse hai sofferto, ma sai che sei vivo Scena I (Etrigan nella grotta con la tomba di Ifigenia) Qual nuda Calipso bramante il suo Ulisse Qual mòra di stelle nell'orbite fisse Qual raggio di sol che di fumo trapassa voluta Così sta Ifigenìa, bella, silente e muta. Io ne sono custode in teca di vetro Del canuto sovran io detengo il decreto. Negando sé stessa alla corte di Pluto clamando e gemendo in richiesta d'aiuto per lei solo questo ha infine ottenuto: sia duplice pena per lei e per Germano per mille millenni di sonno inumano lasciata alle cure di un satiro nano. Sento afrore d'amor, il mio cuore rimbomba pur d'averla con me ne accudisco la tomba Come lacrima densa di albero alpino discende sinuosa tra gli aghi di pino e ratta cattura l'abulico insetto Così freccia d'amor ha trafitto il mio petto. Quelle roride labbra, quel naso assassino nel dolore d'amor io mi struggo, è destino Ma scaduta è la pena dell'atro Plutone E per sua libertà si è tenuta concione. Il sevo reggitor nolente a me la tolse E grande fuoco dentro me travolse, che conosco per ben la fatal profezia: Ifigènia è promessa e mai sarà mia. E perciò mi flagello con cotal soliloquio che al solo pensier a me coglie deliquio Di lei che perdo dopo lunghi anni Ricompensato non per i miei lunghi affanni. Ma il desiderio fa la mente nera E rende l’emozion così sincera “Nato non son per senno o per ragione Per ninfe là sedute ho tumescenza Nel vino e nella carne ho competenza E devo pensar che è finita prigione”. Così dirà Itrigan di me nero gemello Lontan da me e non solo per quello Già pronto e desto a risalire al soglio Contrario a me che invece sottostar non voglio (Si sposta nei pressi di una bacinella d’acqua e dentro vede l’immagine di quattro donne vestite da esploratrici che si muovono in una grotta) Ermete che dei ladri tu sei il dio Dai ratto occasione al mio spurio desio Ché là riposa incauto il buon Germano Sacello di virtù, ma sempre umano. E certe donne son come le stelle Per sua mancanza un uom rendono imbelle E quando luce sveglia la pupilla Da un sonno lungo giganteschi anni Il corpo scatta, scocca la scintilla E il primo sguardo lava via gli affanni. Interludio Pan (sempre seduto sullo sfondo alla damiera con Cupido. Muove il pezzo e si alza) Se capite l'amor, trattenete lo sdegno mentre vado a spiegar l'intricato disegno: quattro belle stranier dallo sguardo fatato lo dovranno stregar dopo averlo svegliato. Per quante vorran le sue voglie placarne non resister potrà al richiam della carne Dall'irsuto Etrigan, non sia a suo detrimento Ifigènia saprà del fatal tradimento. Come mano crudele che svelle una rosa così è furia molesta di donna gelosa. Qual gatto affamato si lecca vibrisse Pregustando il sapore dell’ottima preda Che ha tenuto ferita perché non fuggisse Così quella adirata oltre quanto preveda Le labbra si torce fin a renderle esangui Mentre segue stupita quei giochi d’amanti Quei corpi nudi e quelle membra pingui balletto di ninfette e coribanti. L'ira funesta le afferra la mente in gelida cella Germano gemente chiede perdono all'amata fremente sta prece inattesa per rabbia inclemente. Coperta la porta di cupri mattoni Nel buio profondo ove muoiono i suoni Lei getta la chiave. German invano loquace: un ultim singulto, poi là tutto tace Coro II Arriva la morte, la morte assassina Strappandoti il cuore, ti ha reso bambina La morte crudele, la morte feroce ha posto lei fine all'amore precoce La morte che seca, la morte che taglia Coi fil di tua vita si cuce la maglia La morte veloce, la morte gramigna ti azzanna alle gambe com'aspide arcigna La morte sinistra, la morte innocente Qual tetra lucerna lei spegne la gente La morte ribalda, la morte impazzita Lei porta il dolore, lei uccide la vita La morte ossequiosa, la morte sognante che rende infelici, non una ma tante La morte insidiosa, la morte precisa Con falce e mantello lassù resta assisa La morte volteggia, la morte ti aspetta La morte pazienta, lei sa, non ha fretta Interludio II Cupido (vedi sopra Interludio I a ruoli invertiti) Conclusa la tempesta ecco amor che si desta e la sua mente tornata in retta via se n'accorge: l’ho perso Spersa, vacue le orbite, per l’inaudito effetto Quali le salme orrida, morto c’ha il cor nel petto, tace le manca stimolo, Càino si sente Abel. Lui sta, pensier ignobile, sente mancar respiro Ecco che arrivan remore, degne di probo viro Pene d’amor perduto l’han fatto vacillare Spinto l’han oltre i limiti del disumano osare. Ma puro è il suo cuor sì adesso indegno e teso nel fervor di rimediar l'ingegno. Scena II (Etrigan e le quattro pulzelle) Deborah (con il fiatone) Aho, se quella era incazzata... sembrava mi ma' quando tornavo a casa alle cinque di mattina a sedici anni... Amaltea Miseria... che corsa!!! Edwina Sarà stata la sua donna... mi sarei risentita anch'io. Deborah E vorre' vede' te, bellina! Vulnavia (entra in scena completamente coperta di fango) Puta madre! Proprio là dovevo inciampare... Etrigan (arrivando in scena da dietro un masso in alto) Ma ecco chi appare, qual fulgida alba profumo di donna, che mai l'uom disturba Su levati oh dea, coperta d'argilla son qui mi presento: Etrigan per servirla Vulnavia Oh, Madonna Edwina Mio Dio... chi è questo? Amaltea Sembra un satiro della mitologia greca Deborah (che non riesce a togliere lo sguardo dalle pudenda del satiro) 'Azz... Etrigan Ti riempe di sdegno il mio membro virile i miei modi affettati, un aspetto sì vile? Deborah Di più... Amaltea Chi sei? Etrigan Custode son di donna pria celeste che visto avete nella sua baldanza che forse vi è sembrata tracotanza E una gran furia voi le provocaste tirate dentro per fatal presagio E per uscir da questo stran disagio potendo poscia andarvene serene Audite me che ne fui la cagione mai forse comprendendone ragione. Amaltea Non riesco a capire cosa stai dicendo... Vulnavia Zero... ma si è mangiato un rimario? Deborah Me sembra d'esser tornata a scuola... Danunzio, er Foscolo, er Nasone, er Sciacquapanni... Edwina (alzando gli occhi al cielo) Beata ignoranza... Etrigan Del mio rimar così non gnosco la ragione forse sarà per la minuscola prigione o solo per la veglia solitaria mancando d'ora in poi della mia aria. Per quanto la brami, le manca la chiave gettata nel buio per furia sì grave dal brusco risveglio dal sonno dei giusti per avere sprezzato dell'Erebo i gusti. Protetta la tiene il mio nero fratello Itrigan l'infame, ma ahime mio gemello Disfatto il suo corpo dal pravo suo vizio lui sperne l'amore, sol cerca orifizio in cui scaricare sua forza selvaggia dai secoli accesa, non certo più saggia. Deborah Spreme? E che spreme questo? Le arance? Ma che sta' a dì? Edwina Shhh Etrigan Oh tu che fosti di Giove matrigna rivolgi anche a me la tua cura benigna. Mai speme sopita d'amore che adora da secoli uggiosi io veglio, signora ma anche or che l'ho così perduta non posso ricordarla lì seduta... E qui sta il don di vostra magna razza di donne forti pur senza corazza, di dar amor a chi ne ha ricevuto punto per quanto sia feroce il disappunto. Amaltea E cosa vorresti dunque? Già ci hai messo in una situazione assurda con le tue trame e ora vuoi che te ne tiriamo fuori pulito? Edwina Per chi ci hai preso per delle crocerossine? Vulnavia Lasciatelo a me che lo sistemo io questo capro venuto male. Etrigan Tu che nel nom mi porgi già ferita pietade mostra verso la sua vita. Per quel che ho fatto già attendo la pena ché nella sua assenza mai vita serena davanti mi vedo, speranza nessuna. Ma per quella donna cui ho preso una luna, Son pronto ad affrontar anche l'inferno e già per me sarà d'ora in avanti inverno. Deborah Aho, nun se capisce un cazzo dicche dice, ma è romantico dai. Edwina Sì, magari... è un cretino. Vulnavia Un cretino che tra poco muore Deborah E nun fa così che ti resta simpatico, dai. Amaltea D'accordo, aiutamolo. Edwina Ma ti sei ammattita. Amaltea Guarda che la colpa è in fondo tua. Sei tu che hai sedotto il bel moretto. Vulnavia Ma va che poi una bottarella l'hai avuta anche te, e ormai ti capita di rado... Amaltea (arrossendo) Ma senti un po', stronzetta... Etrigan Madonne, voi foste senza colpa alcuna che il fato volle che il fatal Germano svegliandosi da un sonno leviatano dovesse amarne tante e non sol una. E quella capirà del turpe inganno causato dal suo servo disperato nel suo capir d'aver invano amato e i soffi dell'amore torneranno. Nella sua mente nascerà lacuna dove si gettan le speranze morte gli arditi inganni, e la cattiva sorte, e del suo amor lei sol avrà fortuna. Ite perciò negli antri bui di Dite e senza quella chiave non sortite Etrigan fa un gesto e le donne sprofondano in una buca e spariscono di scena Scena III Ambientazione: una grotta abbastanza grande, piena di massi e cespugli. Itrigan (Entra in scena sopra un masso) C'è ancor chi sostiene: non puoi farne a meno di donne s'intende, l'amato veleno le adori, le brami, le guardi ma invano stai lì sull'attenti, senz'altro sovrano poi via giù a seguirle fintanto sei sano la mente si offusca, lo sguardo lontano son loro la glassa del genere umano. Per due gemme verdi, una bocca, un bel seno di giorno e di notte mi affanno, mi peno. Ma poi lo capisci questo sesso strano tu soffri e patisci, non mangi nemmeno che non le accontenti financo se trino in fondo che conti: ben meno di un pruno Perciò io mi resto nell'antro qui bruno di mese via in anno, compagno nessuno con grappoli aulenti e buon vino messeno per ogni mio sfogo mi basta una mano (Entra in scena Edwina, vestita con hot pants e camicetta stile esploratrice) Ma sento un odore, ricordo lontano che al solo pensarci mi prude la mano Che vedono gli occhi, si gonfia il mio petto due gambe sinuose, un musino furbetto e guarda che fianchi, che glutei, che cosce... mi sembra Afrodite dal mare che esce. Mi sento sì strano, già brucio d'ardore le gambe ho un po' molli, suvvia: che sia amore? (Itrigan scende dalla rupe e si avvicina alla ragazza) Edwina Qual mostro tu sei, qual orrido nano ! Fermati! Non avanzare ancora, che mi manca il cuore per sostenere il tuo aspetto Itrigan Leggiadra signora dal naso intrigante tu vuoi dileggiarmi, birbante, birbante. Edwina ti ho detto di fermarti, immonda creatura tartarea! – Ma che vo dicendo. Non sono mica a teatro... Ma ho bisogno di questo idiota - Son giunta fino da te per chiederti una cosa... Itrigan Ma certo mia bella: ti presto un orecchio. (si stacca un orecchio dal capo) Puoi pure tenerlo che tanto è già vecchio Edwina corre via schifata con un grido tornando verso l'ingresso Itrigan - Sì tanta è la voglia di correrle appresso non sia mai che donna mi faccia poi fesso - Aspettami amore, soave creatura che io non son fatto per corse in altura Itrigan si getta alle calcagna di Edwina in fuga che è caduta in terra inciampando in una radice, tenendosi la caviglia ferita con le lacrime agli occhi. Itrigan le si avvicina con fare inequivocabile Itrigan - Inutil discerner tra il mirto e l'ortica, le donne son tutte due tette e una...amica! - (vedendo Amaltea che si avanza in scena) Potevi anche dirlo che avevi compagna, ma tu invece zitta fai il broncio, che lagna! (Entra anche Vulnavia) - Ma un'altra si avanza, senz'altro una gnocca - ma su cosa aspetti, dai prendilo... incocca ( porgendo un arco a Edwina) Su su scendi giù ma.. dai, ahi, che fa' picchia?(viene colpito da uno schiaffo di Amaltea) Tien ferma le mani, su su vuoi uno spicchio? (porge un'arancia ad Amaltea, poi a Deborah, appena giunta, che rifiuta sdegnata) E’ pure scontrosa, ma ti guardi a uno specchio? - Caliente, latina, ma piena è di spocchia Visin di furetto, orsu che si incacchia - (vede Edwina puntare l'arco) ma su vo' scherzando... spariamo... alla macchia! (si rifugia sopra una collinetta dietro un masso) Amaltea Che fai ? Così lo perdiamo. Deborah Eh già. Se succede, poi dopo che famo? Edwina No fermati. Aspetta. Dobbiamo parlarti Itrigan Va bene riscendo - capito che gonze? (fa l'occhiolino al pubblico) Ma in fondo son donne, si sa, sono... lonze! Si certo son pingue, son grasso, c'ho il buzzo c'ho il pelo dovunque e sta certa che puzzo cos'è quella faccia, oh si certo... c'ho il pizzo (sorriso lascivo guardando giù in basso) oh su su cosa piangi, non farmi una pozza di lacrime sfuse o di pianti da pazza tu cerchi che cosa ? mi importa una mazza! Sì, dai, su, ma certo, vuoi metterci pezza ma tu senti questa... le donne che pizza! Va bene va bene, che barba, una storia stringetevi a me, voi siatemi ombrello, che intanto vi narri del mondo la gloria. Son qui da millenni da solo bel bello, Sol qui me ne sto senza altro sollazzo sovente se ho voglia che ciuccio ? Il cappello? alla fine capite: mi gira un po' il... pazzo? (vede Amaltea che picchia l'indice sulla tempia rivolta a Deborah) Ah questo pensate di me che son servo. Itrigan io fummi - io fossi, io fui ma chi se ne cale, son tempi un po' bui - schiavetto frizzante di un dio sì protervio che giunto nel mondo c'ha avuto un diverbio con quella che volle poi farne un alterco poi lite, poi guerra con fango e con sterco, mescendo soldati, poi spiriti in armi con motti del tipo “vo' maschi codardi incuria e vergogna del genere umano incauti adorate l'ingiusto sovrano”. Deborah (sottovoce ad Amaltea) Ma che sta' a dì ‘sto fracico? Itrigan (accortosi) Insomma, son lungo, va bene, or taglio, di quella regina le tenebre veglio – ma queste bambine, guardate che pesche! – Peccato che siano un po' troppo manesche - Vulnavia Ci ha mandate Etrigan perché forse tu hai la chiave per liberare Germano dal sonno eterno in cui l'ha sprofondato la gelosia di Ifigenia. Deborah E d'altra parte, se ti risvegli da secoli di sonno eterno e ti ritrovi cornuta... Amaltea (dandole una gomitata) Shhhh Edwina (con sguardo assassino verso la compagna) Io non ho fatto proprio nulla, mia cara. Non è colpa mia se piaccio così tanto agli uomini... Itrigan Ma senti tu senti, l'arguto gemello – oh mamma che voglia, mi geme l'orpello - Son dì che l'ho perso, quel prode brigante – mi cresce, si erge, l'ho tutto rampante - E dunque vi manda per via della schiava – son tutto sudato, tra poco ho una clava - da secoli dorme nell'antro di Pluto – su stattene buono, a cuccia, giù muto - Col fido cagnetto del pio mio fratello – mai stato sì grosso, sì tanto, sì bello – Vulnavia Sappiamo tutto, sappiamo tutto Deborah Aho, se è grosso… Oh si certo bambina, un do' guardi, coraggio – paffuto è il musetto... poteva andar peggio - in poche parole a me sembrami saggio - financo parecchio... mi basta un assaggio... - Tornate su in alto a renderle omaggio che vuoi che vi dica, boh... frutta, un ortaggio via su canticchiate, una rima, un arpeggio Venuta la sera iniziate l'armeggio - inizi la lizza, la lancia c’ho in resta - cosa dici? che fate? Colpitela in testa poi veloci legatela e buttatela in cesta indi giù nella bolgia, e si inizi la festa. Edwina Ma cosa hai capito? Noi vogliamo liberare Germano ma farlo rimettere con Ifigenia e poi andarcene di qua e lasciare voi altri ai vostri intrallazzi! Deborah Già. Che ce semo a fare no'altre quaggiù ancora non l'ho capito. Itrigan – Astiosa la bimba, ma alquanto graziosa – pur piena di sé, ancorché vanitosa - Ma cara fanciulla mi lasci stupito: tu voi riattizar un amor che è sopito – e bravo Itrigan, qual verbo tu usi - la brava figliola liberar dai soprusi – tra poco mi esplode, è un'or che l'ho in mano - e farla accasar con il prode Germano. Amaltea Proprio così, Itrigan. Ci serve la chiave che Ifigenia nella sua gelosia ha ributtato nell'antro in cui vivi. Itrigan E facile pensi sia questo cimento – e placati, buono, sei quasi un tormento - in questa prigione non ampia, ma grande – se cresce dell'altro ci schiaccio le ghiande - Deborah Ma nun ce l'hai 'na copia? Itrigan Per questo m'hai preso, un maestro di chiavi? Per simil ingiurie ne ho fatti di schiavi. Ma orsù cosa vedo, riaccesa è la speme (vede brillare in terra) Trovato ho la cosa che a ognun di voi preme (la solleva e la stringe al petto) Vulnavia La chiave ! Edwina Ma guarda te che botta di... Amaltea Grande! Deborah Aho, che figata! Edwina si alza e fa per prendere la chiave Itrigan (ritraendosi tenendo ben stretta la chiave) Ma cara bambina, mi prendi per grullo – oh numi beati, c'avrò il mio trastullo - Che cosa mi date per questa chiavetta – sì questa mi piace, ma forse l'ha stretta - un bacio assetato, un morsino, un succhiotto Amaltea Ma stattene zitto o ti arriva un cazzotto! Vulnavia T'ha contagiato. Adesso anche tu fai le rime Deborah arriva da dietro e tira una bastonata violenta in testa a Itrigan che perde i sensi e cade in terra. (Amaltea raccoglie la chiave) Amaltea Ecco fatto. Torniamo su a liberare Germano. Vulnavia Mi raccomando Edwina, rimetti le cose a posto Edwina Puoi starne certa. Quel moretto è senz'altro bello, ma non è poi veramente il mio tipo. E' troppo giovane per me... Coro III Chi senza donne tutta vita resta non per sua scelta, ma per voler del caso, ha una che gli resta sempre in testa la prima che fuoriesce dal Parnàso Ed è l'amor che sfida la leggenda che prende i colpi e sempre li rimbalza è quell'amor per cui non si fa ammenda che un dì ti uccide e l'altro ti rialza. E c'è un amor che il sogno l'accontenta, di sguardi intensi e di pensieri impuri, dal cor distratto di donna disattenta, di gigli disegnati sopra i muri. Per quell'amor tu perdi il tuo rispetto, e in gioco metti tutto il tuo avvenire, ma quando te lo tolgon per dispetto, capisci che la vita è un divenire. Scena IV Siamo all'aperto su di un'altura che domina una valle erbosa, con qualche boschetto, un laghetto, un ruscello, ninfette a decine abbigliate soltanto di veli. Entrano in scena uno accanto all'altro Etrigan e Itrigan. Etrigan (felice guarda verso il cielo) Qual fulgida alba mi irrora orizzonte Itrigan (muove rapidamente lo sguardo dall’una all’altra delle ninfe festanti) Qual turgide coppe mi trovo di fronte Etrigan Da troppi millenni mancavo a te, Sole Itrigan (rivolto alle ninfe più vicine che cominciano a salutarlo) Da troppi millenni aspettavo, mariole Etrigan Laggiù c'è Cirene, di qua l'Ellesponto Itrigan E' pien di ninfette, via via che le conto Etrigan Vedi ben Poseidon ratto pettina l'onde Itrigan Di là un bel boccon con le curve sì tonde Etrigan Là Bacco col tirso che mesce del vino Itrigan E la una biondina che fa l'occhiolino Etrigan Lassù volano augelli, che sian forse starne? Itrigan Iniziamo con una che sia bella in carne Etrigan Ma insomma fratello non pensi che a quello! Itrigan O caro gemello, è ben grosso il monello! Etrigan Là la cupr'Afrodite da spuma che emerge Itrigan Su muoviti, andiam: ho il villan che si erge Etrigan Non senti nell'aer primavera che sprizza Itrigan Pensiamo a quant'altro altrimenti qui schizza Etrigan Intanto avvicinasi alpaca e vigogne Itrigan Con la scorta che ho ce ne vuol di cicogne Etrigan (triste) Della dea del mio cuor più non son sol tutore Itrigan (rivolta a una giovane ninfa che gli si avvicina e gli tende la mano) Certamente tesor, qui si gioca al dottore Etrigan(cercando di recuperare fiducia) La mia anima alfin non è più prigioniera Itrigan Le permetto, che no?, sì di farmi infermiera Etrigan Del ciel posso ammirar ogni stella più bella Itrigan Me ne serve qua un'altra che mi monti in barella Etrigan Quando il cielo è così quasi sempre poi piove Itrigan Che c'entra il trentatre, dica sessantanove Etrigan Fuor dall'antro ferin fuor dall'orrida cella Itrigan Guarda questa che fa: oh, ce l'hai una sorella? Etrigan Non senti se chiami qual eco risponde Itrigan (da dietro un cespuglio dove si è appartato con una ninfa) Non creder sia vento il fruscio delle fronde Etrigan Or attendo il mio amor liberato dal pianto Itrigan Non potevo aspettar son venuto di schianto Etrigan Non so se stilare un peana, un epodo Itrigan (ancora da dietro un cespuglio) Tu pensa a poetare, che intanto io godo Etrigan Elegia pastoral o catartico giambo Itrigan (passa veloce in scena, partendo poi dietro altra ninfa) Ma lo sai Etrigan che tu se' proprio strambo? Etrigan Non inspira anche te quest'alon di mistero Itrigan (di passaggio veloce) Ho già dato du' botte mentre tu sempre a zero Etrigan Ecco là uno stambecco che risale su in vetta Itrigan (rientra in scena sudato) Mentre tu fai bla bla io ho già fatto tripletta Etrigan (vede improvvisamente sullo sfondo Ifigenia che entra abbracciata a Germano) Or distrutto è il mio regno, il mio mondo straziato Soffia torrido vento sul mio me disperato. Ecco là con Germano Ifigènia s'apparta Se Atene non ride, io farò come Sparta. E le quattro pulzel che hanno avuto l'ardire han compreso il messaggio, hanno preso l'aire. Ormai spenta è la luce, affossata è la speme Sono qui. Son sconfitto, or più niente mi preme. Ah qual sordido atto, iracondo Titano obbedite voi Erinni al barbuto sovrano. Voi al servo fedel rifiutate coccarda che premio stridente, menzogna beffarda. Io da sol mi starò nell'eterno dolore Versificar m'è indarno senza amore (si allontana mesto e a capo chino, sedendosi in un angolo della scena) Itrigan (torna di nuovo in scena sempre più sudato e ansimante) Lo sapevo sta qua, guarda che muso lungo quando per palpeggiar basta solo un allungo Certo che per gli dei sei uno strano connubio: Zeus ti ha tolto il cervello, che ne fai del manubrio? Certamente Germano ha sfruttato occasione, -dopo tutti quegl' anni vuoi dirgli coglione?- Ifigènia gelosa si sveglia iraconda: ma cosa credevi al peccato c'è onda che spazza violenta ogni coltre nerastra. dai su pensaci ben: mica scema pollastra. Per cotal esemplar tu ti struggi sì invano? (alza le spalle) La puoi sempre sognar e ti basta tua mano. Or mi devi scusar me ne vado c'ho fretta Mi salutan tre là, mi sa tanto di orgetta. Epilogo Cupido (alzandosi dalla damiera dove ha appena vinto la partita con Pan) E giunta alla fine è l'annosa tenzone che sgorga dai versi di ogni canzone Trionfo or e sempre sul vecchio caprone di baci ed abbracci io sono il campione I due piccioncini han trovato la pace l'amore cortese che rende felice del fiume placato che giunge alla foce che getta nell'ombra ogni motto salace. Dei satiri bini uno geme uno canta, entrambi sfiniti da strada sì tanta. Le quattro pulzelle son senza marito, ma bene han tessuto la trama, l'ordito. Per questo dotate io l'ho di un mio dardo che possan svegliar qualsivoglia codardo. Concluso or è carnascialesco canto E luna pien sia sempre degno manto Per spettator che torna spesso mesto A casa poi al lavor domani presto. Se vi è piaciuta il risultato è certo: sia dato al poeta il meritato serto. Sopita è la voglia, già dorme la zia Voi dite la vostra, io intanto vo' via.


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