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lavoro pubblicato venerdì 23 giugno 2006
ultima lettura martedì 19 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il cerchio del lupo

di Roger fazio. Letto 2047 volte. Dallo scaffale Fantasia

CAPITOLO 1 Per tutta la giornata mi arrabattai nella bottega di mio padre girovagando con la testa tra le nuvole. La legatoria...

CAPITOLO 1 Per tutta la giornata mi arrabattai nella bottega di mio padre girovagando con la testa tra le nuvole. La legatoria, questa era l’attività di famiglia, in quel periodo andava alla grande e in quei giorni un cliente ci aveva consegnato per rilegare un’intera biblioteca. La mia sete di conoscenza non si era placata con gli anni della scuola primaria, e ora, a 12 anni, tutto ciò che mi passava sotto le mani era una fonte di sapere a cui abbeverarmi avidamente. Tuttavia per quanto mi sforzassi d’apprendere, una cosa non mi era ancora data di sapere: l’origine della mia terra. Eh sì, avevo nozione di tutto: botanica, alchimia, medicina, fisica, ma non di ciò che avrebbe saziato la mia sete di conoscenza: Chi eravamo. Finalmente venne sera, limpida e tiepida come nelle migliori tradizioni del mite maggio, io e Martino eravamo accorsi nel cerchio intorno al focolare accaldati per la lunga corsa a perdifiato. L’argomento era di quelli che non si potevano perdere, “La storia delle storie” come l’aveva ribattezzata il vecchio Bartolo. Ogni primavera, quando il freddo era ormai alle spalle, i più grandi passavano le nottate intorno al fuoco nell’aia del vecchio fattore. E lì si narravano le storie più fantastiche, le più incredibili. Quella sera finalmente Bartolo tirò fuori il suo cavallo di battaglia. Onorio, il fratello più grande di Martino, appena avuta la notizia, ci era venuto a cercare avvertendoci che il vecchio dava inizio al racconto. Di lì ad un paio di minuti eravamo in prima fila accanto ai nostri vecchi. Bartolo ci sorrise amabilmente e questo fu per noi un motivo di soddisfazione perché per la prima volta potevamo assistere a ciò che ci era sempre stato negato. “La storia delle storie” era il racconto della nostra gente, del nostro passato. Le notizie che sapevamo sulla vicenda fino a quel momento erano poche e frammentarie. Più volte avevo chiesto ai miei genitori di raccontarmela, ma la reazione di mio padre era sempre la stessa: “Sei ancora piccolo. Verrà anche il tuo momento” E il mio momento era arrivato proprio quella sera. Guardai Martino che attendeva l’inizio tremando come una foglia e sobbalzando ad ogni sguardo benevolo di Bartolo che attendeva quasi a provarci gusto nel vederci trepidare per l’inizio del racconto. Poi con un gesto maestoso tirò fuori da chissà dove un grosso libro e lo posò sull’erba. Diede un colpo di tosse e comunicò ai presenti: “Ho finalmente terminato l’opera che mi ha occupato per tutti questi anni. Qui, in questo libro, ho riscritto la vera storia della nostra colonia” Lo stupore toccò tutti. Un libro, un libro che raccontava le cose come erano andate veramente…. Poi Bartolo aggiunse ancora “Ho raccolto in queste pagine i racconti dei protagonisti delle vicende. Tutto ciò che sentirete stanotte e ciò che accadde in quegli anni” Gli occhi degli astanti rimasero sul grosso tomo con la copertina marrone su cui campeggiava a caratteri cubitali il titolo “la storia delle storie”. Il vecchio lo prese lentamente tra le sua ossute e forti mani e cominciò a sfogliare le prime pagine. Il mio cuore batteva forte, guardai ancora una volta Martino pallido con un morto che rimirava a bocca aperta il vecchio. Poi Bartolo, con voce pacata, cominciò a leggere. LA STORIA DELLE STORIE. (Vicende storiche della nostra terra) La strada che conduceva al piccolo vicolo della libreria storica Cavezzi era completamente bloccata dal traffico caotico di Torino. Claudio se l’aspettava, per cui decise di parcheggiare in piazza e far l’ultimo tratto di strada a piedi. Si trattava di una scelta saggia, in pochi minuti la piccola insegna gialla della libreria era comparsa all’orizzonte. Entrò senza esitare. “Buongiorno Signor Umberto, volevo sapere del libro” “Si eccolo!” Disse euforico l'uomo al bancone "E' stata dura, ma l'ho trovato" “Bene! Benissimo! Lei non immagina con quanta ansia abbia atteso” Claudio esultò felice come un bambino e il signor Cavezzi, titolare dell’omonima libreria, ne tenne conto. “ E’ un edizione del 1964, il distributore ne aveva una copia in un angolo del magazzino. E’ stato fortunato…” “Quanto le devo?” “32 € ….Lo so è caro, ma…” Claudio non batté ciglio, pagò e in preda a sublime eccitazione, uscì dalla libreria. Camminò per le vie del centro in quel caldo venerdì di maggio sfogliando quel grosso tomo senza neanche guardare dove mettesse i piedi; sbatté contro una vecchietta che per poco non fece cadere, si scusò, ma continuò imperterrito a cercare nel libro sfogliandone velocemente le pagine. Dopo alcuni minuti fu davanti a casa; non perse tempo a cercare le chiavi e suonò nervosamente il citofono. Dall’altra parte poco dopo aprirono. “Claudio, ma non te le prendi mai le chiavi?!” “ Lascia perdere Alberto, guarda che cosa sono andato a ritirare. Lo vedi?! E’ il libro di Cornelliusson, l’ho trovato, l’ho trovato!!” “Non è possibile. Ci stavo quasi per perdere le speranze” Salterrarono nella cucina e s’immersero all’interno del grosso libro. Era un volume enorme con la copertina rigida marrone scuro, e si notava che l’edizione non era delle più recenti. Conteneva le poesie e i trattati scientifici di un certo Remigius Cornelliusson, figura di secondo piano della poesia medievale. Costui era nato presumibilmente nel 1236 nelle campagne Svedesi e lì aveva passato tutta la sua giovinezza per poi intraprendere un lungo viaggio che infine lo aveva portato a vivere il resto della sua esistenza nei pressi di Cuneo. Oltre che poeta era anche alchimista, ingegnere e botanico. Qualche storico tende a definirlo anche Mago. Era insomma una delle tante figure arcane che compongono il novero di poeti e pensatori minori prodotti dal medioevo. Ma Claudio e Alberto non erano interessati alla poetica come forma d’arte, a loro interessava quel libro perché conteneva la soluzione ultima alla ricerca che durava ormai da anni. Erano felici come bambini, loro che bambini non lo erano più. Claudio Trovati aveva 34 anni ed era un medico abbastanza noto in città, Alberto Masi di anni ne aveva 37 ed era un professore di biologia e chimica, anche lui parecchio conosciuto. Due personaggi diversi, due vite diverse; Claudio era cresciuto in una famiglia dell’alta borghesia piemontese, cullato nella bambagia di una colta mentalità ignorante. Il padre era un noto neurologo e la madre reggeva la cattedra di dermatologia all’università, lui avrebbe voluto cambiare strada, avrebbe voluto fare l’archeologo, un sogno da bambino che non aveva abbandonato neppure quando, finito il liceo, avrebbe voluto poter scegliere con autonomia. Quando comunicò in casa l’intenzione di non volersi iscrivere a medicina, scoppiò un putiferio tale che per poco i genitori non lo cacciarono fuori di casa. Cedette e diventò un buon medico per forza invece che un ottimo archeologo per passione. Alberto invece proveniva da un ceto sociale completamente diverso, i suoi genitori, entrambi operai, sognavano un figlio professore, un figlio rispettato e rispettabile, un colto insomma. Ci rimasero parecchio male, loro aggrappati alla cultura della famiglia e del matrimonio, quando il figlio prese un’altra strada…. La fama che Claudio e Alberto si erano fatti derivava soprattutto dal fatto che i due fossero fidanzati, e in una piccola cittadina essere gay dichiarati faceva subito salire la notorietà. Vivevano la loro relazione alla luce del sole, abitavano insieme ormai da più di 10 anni e avevano avuto parecchie difficoltà ad essere accettati dalla comunità. In realtà le difficoltà non erano finite neanche adesso; Alberto, solare ad oltranza, doveva combattere quotidianamente con i velati sfottò di qualche suo alunno, con le prese di posizione anche estreme di qualche genitore dalla morale altisonante e più di una volta aveva rassegnato le dimissioni al preside, che da persona saggia quale era, riusciva sempre a farlo ravvedere. Claudio, più serioso e compassato, all’ospedale ne vedeva quotidianamente di tutti i colori, una volta per esempio, un ricoverato non volle farsi visitare da lui per paura di contrarre l’AIDS. Oramai tutti e due ci avevano fatto il callo e non davano più importanza a ciò che la gente diceva sul loro conto, non perdevano mai il buon umore e la gentilezza che li contraddistingueva in ogni loro attività. La loro vita si dipanava tra lavoro e letteratura, soprattutto quella fantasy, una passione che li aveva portati a leggere centinaia di libri e al continuo ricercarne di nuovi. Ultimamente, tuttavia, avevano intrapreso un progetto segretissimo. Si erano messi in testa, leggendo antichi manoscritti cui erano venuti in possesso, che esistesse un portale tra il mondo reale e il mondo fantasy. Pazzia per chiunque, tranne che per loro; iniziarono ricerche alacri su centinaia di testi e manoscritti, consultarono antichi papiri in biblioteche sparse in mezza Europa e conclusero che in quel tomo ci fosse la risposta definitiva. Quello di Cornelliusson era un testo di circa 400 pagine molto fitte, ricche di poesie in latino, in svedese (tradotte in Italiano) e in volgare; nella seconda parte del libro erano riportate formule alchemiche e trattati pressoché incomprensibili di botanica La traduzione era stata fatta col metodo dello “spizzico e bocconi”, cioè in modo assolutamente affrettato e incompleto e i commenti alle poesie erano di un banale insopportabile. Di tutto questo Claudio e Alberto non se ne curavano, loro continuavano imperterriti a leggere velocemente le pagine travolti da un irrefrenabile smania di trovare ciò che cercavano. Dopo mezzora avevano già letto una settantina di poesie, ma sembrava che non avessero ancora focalizzato niente d’interessante. Le pagine scorsero alacremente, ma tutto lasciava pensare che la ricerca sarebbe durata ancora a lungo. Dopo un paio di ore Alberto chiese a Claudio se non era il caso di mollare per un attimo la lettura e fare il punto della situazione, si sentivano stanchi e decisero di prepararsi un buon caffè che li avrebbe aiutati nel proseguo dell’impresa. “Ne ha scritta di roba questo qua” Disse Alberto quasi stremato “Siamo sicuri che non dobbiamo cercare nella sezione di botanica e alchimia?” “Non lo so, intanto andiamo per ordine. La parte de “La grotta del trapasso” potrebbe essere ovunque…” Ecco dunque ciò che cercavano i due. Avevano appreso da altri testi che Cornelliusson nel periodo Italiano era riuscito a perfezionare lo scopo della sua vita: trovare il portale verso un altro mondo. Probabilmente questo portale, grotta o chissà che, era situata proprio nelle immediate vicinanze di Cuneo. Bastava riuscire a definire precisamente il dove e il gioco era fatto. Ma non era facile…. “E’ ora di riprendere la ricerca” Disse Claudio folgorato dalla smania di ricominciare.. Ripartirono di buona lena confidando di finire la ricerca nel più breve tempo possibile. Di lì alla mezzora successiva le pagine si succedettero velocemente, ma nella parte dedicate alla poesia non trovarono nulla che facesse al caso loro; passarono di getto nella seconda parte, quella di alchimia e botanica. Qui le cose si complicavano e non poco, i concetti erano molto complessi, altre cose addirittura non erano tradotte o se lo erano, risultavano assolutamente incomprensibili. Lessero per molto tempo ancora, ma non trovarono nulla di realmente interessante. Alla fine Alberto si alzò e andò a sedersi sul divano della cucina davanti al televisore. Claudio spostò gli occhi dal libro e stette ad osservarlo. “Non ci capisco niente” esordì ululando “ Non c’è nulla che faccia riferimento alla grotta. Non vorrei che avessimo sbagliato tutto” disse col volto teso e la delusione amara. Aveva pensato che quel testo potesse risolvere il loro arcano progetto, ma fino a quel punto Cornelliusson parlava di tutto fuorché di portali. “ Non scoraggiamoci, continuiamo a leggere, non possiamo mollare proprio ora che ci mancano cento pagine alla fine” disse Claudio cercando di rincuorare Alberto, in realtà cominciava a perdere le speranze pure lui “Dai continuiamo, vedrai che qualcosa di sicuro lo troviamo” “No, basta. Abbiamo sbagliato tutto” Alberto s’irrigidì come un bambino “Non ho più voglia di perdere gli occhi su quelle pagine piene di stronzate. Basta! Lasciamo perdere…” Claudio lo guardò con tenerezza, si alzò e lentamente si avvicinò a lui, quindi lo abbracciò e lo baciò. Non fu un bacio sensuale, fu un bacio tenero e consolatorio. Stettero lì abbracciati per un po’, poi Claudio lo prese dolcemente per la mano e lo accompagnò al tavolo sul quale era appoggiato il grosso tomo. “Abbiamo girato mezza Europa dietro questo progetto e non dobbiamo mollare adesso che siamo arrivati al capolinea” “ Va bene” Si limitò a dire Alberto, ma si vedeva che lo faceva più per compiacere Claudio che per un convinzione reale. Ricominciarono lentamente a leggere, passò una buona mezzora fino a quando non trovarono una descrizione su di un luogo che Cornelliusson aveva visitato nell’estate del 1269. Quel lungo racconto incominciava dal fondo di una pagina con caratteri ancora più piccoli del testo normale. Parlava di una località sopra un paesello chiamato Demons che ospitava abeti bellissimi piantati stranamente in forma circolare. Quella radura colpì talmente il poeta che volle studiarla più attentamente: Arrivato in località denominata Demons, m’incamminai su un sentiero che conduceva alla borgata di Chiusa delle Valli. Intrapresi un sentiero impervio che saliva lungo il costone occidentale della montagna e dopo una buona ora di cammino, in prossimità di un enorme parete di roccia bianca, m’imbattei in una radura che ospitava degli abeti bellissimi di una specie che non avevo mai visto prima. La cosa che mi colpì subito fu la forma circolare in cui erano cresciuti quegli alberi. Descrivevano un cerchio perfetto e la cosa era un insieme di bellezza e mistero mescolati. Gli abeti distavano circa tre passi uno dall’altro e ne contai sette, alcuni dei quali erano praticamente appoggiati alla parete della montagna. Stetti ad osservare questa meraviglia della natura per parecchi minuti, approfittandone per rifocillarmi dalla stanchezza del mio lungo viaggio, quindi ripartii alla volta di Chiusa delle Valli. Una volta giunto a destinazione, incominciai a dedicarmi allo studio che mi aveva condotto fino a quelle contrade così romite, aiutato da un monaco di nome Remigio che viveva in un monastero che distava poche miglia da quel posto. La sera eravamo ospitati da una famiglia che viveva nella borgata. La storia degli abeti mi era passata praticamente dalla mente quando una sera intorno alla tavola imbandita mi rivenne il pensiero di quegli strani alberi. Chiesi informazioni ai montanari che ci ospitavano e quelli mi guardarono con circospezione mista a spavento. Fu allora che il Monaco mi raccontò una storia spaventosa. Egli raccontò che quegli alberi vennero fuori misteriosamente da un giorno all’altro, tutti sapevano di chi fosse la colpa ma nessuno osò chiederne spiegazioni. L’accusato era un tal Bernardo da Triuzzo un eremita che viveva su quella stessa montagna, un uomo che tutti temevano perché veniva riconosciuto quale mago. Remigio mi raccontò che quegli abeti non crescevano normalmente in quelle valli, anzi il botanico nel monastero tale Guglielmo di Armand non ne conosceva l’esistenza e stette parecchio tempo a studiare gli alberi, ma un giorno mentre ispezionava la radura venne attaccato da lupi enormi, così grandi che lui stesso li definì 4-5 volte più grossi del più grosso cane che avesse mai visto. Preso dallo spavento lasciò perdere lo studio, ma qualche tempo più tardi ci giunse la notizia che due viandanti fossero stati trovati dilaniati proprio in quella radura nella quale probabilmente si fermarono proprio per osservare quello strano fenomeno della natura. Altri ebbero a morire in quella zona nel corso degli anni per cui la gente del posto cominciò a vedere quegli abeti come un’opera diabolica. Da allora venne definito “Il cerchio del lupo” e nessuno per nessuna ragione al mondo si fermerebbe mai al cospetto di quella manifestazione diabolica. Io stetti ad ascoltare questo racconto con molta attenzione e poi, forse ingenuamente, chiesi di essere accompagnato all’eremo di Bernardo. Il Monaco mi guardò in modo compassionevole e mi spiegò che quell’uomo era morto quasi dieci anni prima. Probabilmente io arrossii, ma non mi diedi per vinto e chiesi a qualcuno se era disposto ad accompagnarmi all’eremo del mago. I montanari che assistettero alla conversazione mi guardarono come si trovassero al cospetto di un pazzo, l’unico che sembrava roso dalla tentazione era proprio il monaco Remigio. Insistetti per un po’ ma lui rifiutò sempre. Dopo un po’ uscimmo per andare nelle nostre stanze e fu lì che Remigio mi si avvicinò e mi disse che lui mi avrebbe accompagnato e che non aveva accettato prima perché aveva paura che qualcuno avrebbe riferito di quella spedizione in terra diabolica al priore del monastero. Decidemmo di non perdere tempo e ci demmo appuntamento alla mattina seguente per intraprendere il nostro sopralluogo. Il giorno dopo partimmo di buon ora, il sole non si era ancora del tutto svegliato e cominciammo a salire lungo il versante della montagna, non c’era un sentiero definito da seguire, passammo in mezzo a boschi fitti di vegetazione, a mulattiere sospese su ripidi burroni e infine stanchissimi giungemmo a destinazione. La costruzione inserita in mezzo ad un’ampia radura era ancora in buono stato, era una casa abbastanza grande con a fianco un’altra piccola costruzione che probabilmente veniva adibita a stalla dall’eremita. In mezzo a quella che sembrava una normale aia dominava uno di quegli strani abeti che componevano “Il cerchio del diavolo”. Giungemmo sull’uscio della porta principale e vidi che Remigio si era fatto molto teso, non ci pensai un attimo e aprii la porta. Ci trovammo in un’ampia stanza rettangolare, da un lato parecchi libri riposti in scaffali di legno, sulla parete opposta campeggiava una raffigurazione in bassorilievo su legno di una battaglia che però io non seppi riconoscere, infine nella parete di fronte a quella della porta di entrata erano accastate una serie di armi e armature da guerra. Dopo un attimo di tentennamento iniziale mi avvicinai agli scaffali dei libri. Molti testi erano di autori che io conoscevo o di cui avevo sentito parlare, altri però erano a me assolutamente sconosciuti; fu proprio su quelli che io accentrai l’attenzione. Ne presi uno e l’appoggiai su di un piccolo tavolo rotondo che campeggiava in mezzo alla stanza e lo aprii. Trattava di botanica (lo capii dalle figure illustrate che ogni tanto comparivano), ma era scritto in una lingua strana e incomprensibile. Le uniche nozioni che riuscii a capire furono delle annotazioni in latino che qualcuno aveva scritto in fondo ad alcune pagine. Lo sfogliai ancora un po’ e poi decisi di cambiare libro; ne presi un altro ma vidi subito che era scritto nella stessa lingua di quello precedente. Intanto vedevo che Remigio vagava per la stanza sempre più teso, borbottava qualcosa e muoveva convulsamente le mani come se stesse parlando con qualcuno. Ebbi per un attimo paura, mi avvicinai e mi accorsi che stava pregando: Era sconvolto. Lo lasciai alle sue preghiere e continuai a perquisire la stanza e consultai ancora qualche libro, ma erano tutti scritti in quella lingua incomprensibile, quindi concentrai le mie attenzioni sulle armi che erano accatastate contro la parete. A prima vista sembravano armi comuni, cioè di quelle usate normalmente dalla fanteria in un campo di battaglia, ma poi con immenso stupore mi accorsi che erano costruite non con le normali leghe metalliche in uso nelle nostre botteghe dei fabbri., erano quasi nere e affilatissime, ma la cosa che mi sconvolse di più fu quando constatai che erano leggerissime; una leggerezza soprannaturale. Preso dallo spavento la feci cadere per terra, facendo sobbalzare di terrore Remigio. Il monaco mi guardò con occhi dominati dalla paura, era pallido e la sua fronte ricoperta di sudore, mi guardò e mi disse con una voce che non sembrava più la sua che sentiva qualcosa di diabolico all’interno di quelle mura. Lo tranquillizzai e continuai la mia ispezione. Consultai ancora un po’ i libri e poi mi avvicinai alla porta vicino al bassorilievo. La aprii e mi trovai in un’altra stanza molto più piccola della prima, non c’era praticamente nulla , se non un pagliericcio, quindi pensai che mi dovevo trovare in quella che era la stanza da letto di Bernardo. Vidi un’altra porta e l’oltrepassai, conduceva in una stanza grossa e completamente spoglia, con una piccola porta in fondo. Chiamai Remigio, che non rispose subito, poi lentamente lo vidi entrare nella stanza camminando lentamente. Notai che doveva stare male parecchio e gli feci vedere la porticina e gli dissi che ero fermamente intenzionato a oltrepassarla. Lui mi guardò e capii che non aveva più neanche la forza di opporsi. Mi avvicinai velocemente alla porta e provai ad aprirla. Era chiusa. Riprovai, nulla. Comunicai a Remigio che l’unico modo di entrare era quello si sfondarla, il monaco cercò di obiettare ma non stetti neanche ad ascoltarlo, radunai tutte le forze e diedi una spallata decisa, la porta non si aprì ma sentii che aveva accusato il colpo, ripresi una rincorsa breve e riprovai. La porta aveva ceduto, la aprii velocemente e vidi una piccola scala di legno che scendeva verso l’ignoto. Trassi dallo zaino una piccola torcia, l’accesi e m’incamminai nel buio. Remigio, terrorizzato ma fattosi curioso mi seguiva a breve distanza. Dopo un lungo tragitto che durò una decina di minuti arrivammo in fondo e feci luce nel vuoto, ci trovavamo in una stanza che doveva essere il vero studio dell’eremita. C’erano molti libri e diverse ampolle su una credenza, alcune avevano ancora liquido dentro. La stanza era abbastanza stretta ma molto lunga e mi ci volle tempo per giungere fino in fondo. E fu proprio lì nel fondo della stanza che trovai ciò avrebbe cambiato la mia vita: La grotta del mondo diverso. (shikyer trex andremis laresiun). Portai via diversi testi da quella casa e tornammo alla borgata di Chiusa delle valli. Chiesi a Remigio di non parlare con nessuno di ciò che avevamo visto, perché poteva trattarsi di un’opera del demonio (mentii per avere la certezza che non avrebbe mai raccontato questa storia a nessuno) e incominciai la mia ricerca. Fu il giorno più bello della mia vita. “E poi…?” Chiese Alberto aspettando notizie da Claudio “Non può finire così…!” Cercarono qualche altro riferimento nelle pagine seguenti, ma non trovarono più nulla sulla continuazione della storia del portale. “Ragioniamo…Sappiamo che ciò che cerchiamo è situato sopra Demons, che adesso verosimilmente si chiama Demonte” disse Claudio sicuro “Lo conosco quel paese, è poco distante da Cuneo sulla strada che porta al colle della Maddalena. Ignoro se la borgata di Chiusa delle Valli esista ancora, comunque abbiamo discreti riferimenti di dove si possa trovare la casa dell’eremita. Domani prendiamo la nostra bella macchinina e andiamo a mettere il naso da quelle parti, se la casa esiste ancora la troveremo…” Da quel momento la frenesia dei due cominciò a salire vertiginosamente, cenarono al volo e subito dopo si stravaccarono sul divano guardando involontariamente la tv. “Potrebbe essere l’ultima serata passata davanti alla televisione” Disse Alberto eccitato come un bambino all’apertura dei pacchi natalizi. Claudio lo guardò divertito e gli diede una pacca sulla spalla. Alla mezzanotte decisero di andare a letto, si diedero un bacio e cercarono di prendere sonno. Dopo una buona ora nessuno dei due era ancora riuscito a chiudere occhio, il pensiero di aver individuato il portale li aveva eccitati parecchio. “Claudio come lo immagini il mondo fantasy?” Era una domanda che si erano fatti mille volte negli ultimi due anni, ma tutte le volte sentivano una risposta diversa. “Bellissimo, anche se adesso mi mette un po’ paura..” “La mia forse non è paura vera, ho solo il timore di non dimostrarmi all’altezza” disse Claudio buttando lì quella frase che non voleva dire nulla ma che rendeva perfettamente l’idea. Si guardarono e cominciarono a sorridere. “Claudio adesso cerchiamo di dormire, domani ci toccherà una giornata molto faticosa suppongo” “Buona notte amore” CAPITOLO 2 Alberto aprì gli occhi e rimase qualche secondo a vagare con lo sguardo verso l’ignoto della stanza, lentamente si girò verso destra e guardò la sveglia sul comodino: erano le cinque e trentadue. Fino ad allora non aveva minimamente pensato a ciò che l’attendeva in quella giornata, era ancora intontito da un sonno agitato e ricco di sogni strani. Poi ad un tratto arrivò come una stilettata di adrenalina il ricordo della sera precedente. Il portale, pensò, oggi dobbiamo andare alla ricerca del portale. D’istinto svegliò Claudio, lo toccò quasi con violenza e quando vide che l’altro aveva ripreso un barlume di ragione gli spiegò che era già tardi e dovevano prepararsi per intraprendere la ricerca del portale. Claudio in realtà non aveva capito subito cosa muovesse tanta eccitazione in Alberto, poi sentendo parlare di portale ebbe un sussulto che lo portò a saltare giù dal letto con le gambe tremanti dall’emozione. “Sono le 5 e 30, se ci sbrighiamo per le 6 riusciamo a partire. Prima partiamo, prima arriviamo...” A turno entrarono in bagno, prepararono un caffè e riempirono lo zaino col necessario per una giornata tra i monti. Alle 6 e 10 la station wagon di Claudio era in moto. Partirono. Demonte distava dalla loro città un’ottantina di chilometri, dovevano arrivare fino a Cuneo e poi seguire la strada che porta al valico con la Francia. Quella zona loro la conoscevano abbastanza bene, Alberto in gioventù aveva trascorso diverse vacanze estive a Sant’Anna di Vinadio un paesino da favola a pochi chilometri da Demonte. Si ricordò di quanto si era divertito in quelle circostanze, aveva quindici forse sedici anni, le partite a bocce con suo padre e suo zio, il bar con il juke box dentro il vecchio castello e quella ragazza, Paola, che si era innamorata di lui e una sera prendendolo alla sprovvista lo aveva baciato ripetutamente. Quella sera non se la dimenticò mai, non sapeva come reagire a quei baci appassionati, con un sorriso ricordò che comincio ad accarezzare i seni della giovane, li sentì turgidi e scatenò una reazione incontrollabile nella ragazza, si toccarono ripetutamente e si sentì imbarazzato quando lei scoprì che il suo pene era in erezione; fu come se avesse scoperto un suo segreto. Poi l’anno successiva la ragazza non andò più in villeggiatura e lui ricordò di averne sentito parecchio la mancanza. Anni dopo seppe che Paola si era sposata con un avvocato di Cuneo, ma che il matrimonio era stato breve e tormentato. Ma il ricordo del passato continuò ad intrecciargli la mente, e adesso le sue mani abbarbicate al volante stringevano quella nuda gomma con la stessa bramosia con la quale avrebbe voluto, un tempo, palpare quegli acerbi e piccoli seni. Improvvisamente gli scappò un sorriso compiaciuto. Claudio lo vide e non volle indagare, ignaro si limitò a sorridere anche lui. La macchina corse allegra lungo la strada deserta e, arrivati alle porte di Cuneo, varcarono il lungo ponte che intrometteva nel budello della città e puntarono decisamente verso destra. Un cartello indicava che Demonte distava ancora 25 chilometri. Continuarono velocemente lungo le strade che salivano verso le montagne, attraversarono il comune di Borgo San Dalmazzo e finalmente davanti ai loro occhi comparve il piccolo borgo di Demonte. Non era cambiato granché da come se lo ricordava Alberto; passarono la via centrale con i portici in classico stile Piemontese e arrivarono sulla piazza all’estremità opposta del piccolo paese. Lì parcheggiarono l’auto. Era una mattina di Maggio che poteva essere tranquillamente scambiata per una di autunno inoltrato, tanto era grigio e freddo. Guardarono l’orologio: le 7 e 15! Il paese era desolatamente inanimato, decisero di entrare nell’unico bar aperto per fare colazione e soprattutto chiedere informazioni sulla borgata di Chiusa delle Valli. “Due cappuccini e due brioche per favore” Chiese Alberto al barista con cortesia forse eccessiva “Senta, volevamo chiedere un’informazione: Dovremmo andare alla borgata di Chiusa delle Valli, ci può indicare la strada?” “Chiusa delle valli?” Il barista, un uomo sui 55 anni che non doveva amare troppi i convenevoli, rifletté un po’ e poi scosse la testa “Che io sappia non esiste nessuna borgata con quel nome. Siete sicuri che sia proprio in questo comune?” “Stiamo facendo una ricerca storica” disse Claudio prendendo la parola “abbiamo trovato il nome Chiusa delle valli su un libro molto antico. Magari adesso si chiamerà in altro modo” “Non so come aiutarvi” rispose il barista poco disposto a perdere tempo con i due. Poi si fece un attimo pensieroso e suggerì “ Potreste parlare col professor Mariani, di solito viene a far colazione verso le otto, lui sicuramente vi saprà aiutare” “D’accordo, aspetteremo le otto” Mancavano un quarantina di minuti all’incontro col professore, decisero di farsi una passeggiata per le vie del piccolo paese. Demonte si presentava nel centro di una piccola e verde valle tagliata in mezzo dal passaggio del fiume Stura, le montagne che sorgevano ai suoi fianchi erano per lo più brulle con punte mozzate di netto che formavano denti e spuntoni dall’aspetto lugubre. Il paese era piccolo, un migliaio di abitanti circa, e manteneva nella maggior parte delle abitazioni un sana e austera architettura alpina; il turismo, quello di massa per intenderci, probabilmente non aveva ancora deturpato l’ambiente come aveva già fatto nelle valli limitrofe. In lontananza verso Ovest, le grandi montagne ancora imbiancate sorgevano da guardiane del confine di stato. Alle otto meno cinque minuti Claudio e Alberto si ripresentarono al bar, entrarono e videro che il locale era molto più popolato di quanto non fosse tre quarti d’ora prima; lanciarono un’occhiata d’intesa verso il barista e questi scosse la testa. Il professore non era ancora arrivato. Si sedettero e ordinarono due caffè. I minuti trascorsero lenti come l’acqua dello Stura, e del professore ancora nessuna traccia. Alle 8 e 13 entrò un ragazzo di circa 30 anni, alto più del normale con capelli lunghi e ricci, disse qualcosa in un piemontese asciutto ad un uomo che era nel bar e questi gli rispose qualcos’altro che fece scoppiare in una gran risata tutti i presenti. Poi, non appena il giovane arrivò al bancone, il barista gli disse qualcosa indicando il tavolo di Claudio e Alberto. Il professore si avvicinò al tavolo sei due con un sorriso cortese ed affabile. “Buongiorno signori, Matteo mi ha detto che state cercando qualcosa qui a Demonte. Posso esservi d’aiuto?” “Si, assolutamente. Stiamo cercando una borgata che un tempo si chiamava Chiusa delle valli. Lei la conosce?” “Certo che si” rispose il professore mantenendo un sorriso cortese “Sicuramente avrete trovato quel nome su qualche testo di Arnaldo Fois o di Bartolomeo di Tolmè” “Esatto!” annuì Alberto pronto a prendere la palla al balzo e a non svelare il nome di Cornelliusson. “Che genere di ricerca state svolgendo?” “Sulle terre occitane. Cultura e tradizione nelle terre d’oc” Anche questa volta Alberto aveva organizzato una risposta pronta e fenomenale. Claudio lo guardò con una certa ammirazione. “ Bello!” S’illuminò il professore che sembrò berla ”Comunque mi presento: io mi chiamo Emanuele Mariani, insegno storia e filosofia in un liceo di Cuneo” E allungò la mano verso i due. “Alberto Masi, piacere” “Piacere, Claudio Trovati” “Bene, torniamo al dunque, la borgata di Chiusa delle valli è in alta montagna e di essa non esiste più un granché, solo ruderi e qualche costruzione ancora decente che viene usata d’estate dai pastori per l’alpeggio. Continuando la strada principale che porta a Valdieri, vi troverete sulla vostra destra un cartello che indica la località di Bagnolin, seguite quella direzione e percorrete la strada fino a che non arrivate ad una chiesetta. Lì vi conviene parcheggiare perché fin su con la macchina non potrete arrivare, quindi prendete il sentiero sterrato che continua oltre quello spiazzo; non è molto lunga a piedi, diciamo un’oretta di marcia allegra; riconoscerete Chiusa delle valli perché è situata in una splendida radura. Non so cosa potrete ancora trovare in quel ammasso di pietre, ma la passeggiata è uno spettacolo della natura che va visto” Ringraziarono Emanuele e di tutta fretta si avviarono all’uscita del bar. “Ancora una cosa” li fermò il professore praticamente sulla porta del locale “ Troverete un bivio lungo il sentiero, a sinistra si va per Chiusa delle valli, a destra si va verso il “cerchio dell’angelo”, dateci un’occhiata; è bellissimo, sono dei faggi che sono cresciuti descrivendo esattamente un cerchio. E’ una cosa stranissima; credetemi, ne vale la pena” Ringraziarono ancora ed uscirono allegramente dal locale, ma fatto qualche passo nella grassa piazza, Claudio trasalì. Come dei faggi? Cornelliusson sosteneva che fossero degli abeti stranissimi, non dei faggi. E poi non lo chiamava “cerchio dell’angelo”, ma più draconianamente “cerchio del lupo”. Che strano! Partirono quasi sgommando e percorsero la strada principale, dopo un paio di chilometri arrivarono al bivio indicato dal professore, svoltarono a destra e salirono per una stradina tutta curve che li portò, dopo un breve tragitto, ad intravedere il lontananza una sagoma di chiesetta tutta bianca con piccolo campanile annesso. Una volta giunti al cospetto della chiesa parcheggiarono la macchina, si caricarono i piccoli zaini sulle spalle e iniziarono la marcia sul sentiero che partiva proprio da quello spiazzo. Il sentiero si faceva più stretto man mano che i due camminavano e, all’entrata di un piccolo bosco, scomparve del tutto. “Maledette sigarette” imprecò Alberto ansimando come un cavallo alla fine del palio “Non ce la faccio più. Non sono abituato a scarpinare così tanto. Tappa?!” Claudio, che un paio di volte alla settimana andava a correre e soprattutto non fumava, lo guardò così devastato e sentenziò “Tappa!” Si sedettero su una roccia e s’attaccarono alla borraccia. Il panorama era fantastico e anche la giornata li aveva aiutati volgendo al bello, e adesso cominciava anche a fare caldo. “Si riparte!” sentenziò Claudio alzandosi deciso, e ad Alberto non rimase che abbandonare quella confortevole roccia piatta. Il problema di non avere più un sentiero come riferimento li fece sbagliare strada un paio di volte, ma dopo aver raggirato un enorme masso, iniziarono a camminare su una mulattiera che proveniva dalla direzione opposta a quella da cui erano arrivati. Pensarono che quella doveva essere la strada più breve e continuarono seguendo la nuova via. Passati una decina di minuti si ritrovarono su di un ampio prato che terminava alle soglie di un bosco; li la strada prendeva una biforcazione, verso destra si entrava in un bosco di piante ad alto fusto, a sinistra si proseguiva verso il costone della montagna. “Ecco il bivio che ci ha detto il professore. Io a questo punto andrei a vedere ‘sto “cerchio” del lupo o dell’angelo che dir si voglia. Che ne dici?” Claudio si voltò e vide Alberto ripiegato sulle ginocchia e col volto quasi paonazzo, era stremato e annuiva. Il bosco era più piccolo di quello che voleva dimostrare e i due lo attraversarono in poco tempo. Salirono lungo una pietraia e arrivarono al limite di un costone. Rimasero sorpresi, sotto di loro compariva una piccola radura ospitante degli alberi che formavano effettivamente un cerchio. La loro posizione rialzata rendeva ancora più curioso quel fenomeno, lo guardarono per un po’ stupefatti, poi scesero lentamente lungo un piccolo sentiero che conduceva vicino ai tronchi. Oltrepassarono i faggi ed entrarono nel cerchio. In mezzo era stata posata una piccola lapide in gesso raffigurante un angelo che teneva aperta un pagina di diario sulla quale c’era scritto: Innalzato a te o Angelo del bosco per preservare l’incolumità di noi tutti dal terrore del diavolo del passato. 13 Settembre 1869 “Ecco perché non si chiama più Cerchio del lupo!” affermò Claudio tranquillo ”Hanno fatto benedire questo posto e messo una guardia contro il male” “Bisognerebbe capire se funziona davvero” Rispose pronto Alberto “La benedizione in ogni caso è un fatto marginale, il problema è che qui una volta c’erano degli abeti, adesso stranamente ci sono dei faggi. A meno che non abbiano sradicato quelli per mettere questi…” Stettero un po’ li a pensare, poi d’improvviso Alberto si accorse di una cosa strana “Guarda Claudio, guarda queste radici. Hai visto come sono cresciute?” “E’ vero sembrano formare dei disegni” Disse Claudio eccitato “ E’ veramente strano….” “No è quello ad essere strano!” Disse Alberto alzandosi di scatto e guardando fisso gli alberi “La cosa strana è che quelle radici non sono di faggio. Sono radici di abete!” I due si guardarono sbalorditi. Poi Claudio con voce tremante prese la parola. “Come di abete? Ne sei sicuro?” “Ho dato un paio d’esami all’università sull’argomento. Penso di essere in grado di riconoscere una radice di faggio da una di abete” Rimasero inebetiti ad analizzare quel fenomeno per qualche minuto, poi decisero di riprendere la strada per chiusa delle valli. Arrivati al bivio si diressero verso sinistra sul sentiero che scavalcava il costone di roccia. La strada era diventata adesso impervia, la roccia friabile e la velocità della marcia inevitabilmente ne risentiva; per una attimo finirono le pietre e si aprì una piccola radura stretta in una gola tra le sue pareti della montagna. Era uno scorcio bellissimo, i raggi del sole entravano timidamente in quel antro recondito creando giochi di luci e ombre sbalorditivi e una frescura irreale refrigerava i corpi provati dei due. Fu un’ illusione troppo breve per essere assaporata fino in fondo, fuori la strada ricominciava a salire e il sole si faceva ancora più caldo. Non si erano più scambiati una parola dopo aver abbandonato quel cerchio di alberi strani, erano stanchi, un po’ spaventati, ma nessuno dei due accennò a fermarsi. Salirono ancora per un bel pezzo e quando le forze dei due furono al limite, si ritrovarono come per incanto all’imbocco della radura di Chiusa delle valli. La piccola borgata sorgeva in fondo ad un ampio spiazzo verdissimo, le case, o ciò che ne era rimasto, erano state costruite quasi appoggiate sulla parete della montagna ed erano per lo più ammassi informi di pietra, tranne un paio che mantenevano un discreto stato di conservazione. S’incunearono in quello che doveva essere il cuore del villaggio, guardando con grande interesse ogni cosa. Lentamente giunsero davanti a una delle costruzioni ancora in stato decente ed entrarono dalla grande porta centrale che era socchiusa; qualcuno aveva trascorso lì la notte. Un materasso sul quale era abbandonato qualche indumento, dei piatti, bottiglie e una buona scorta di alimenti in scatola testimoniavano la presenza umana. “Qui ci vive un pastore!” Dichiarò sicuro Alberto “Potremmo andarlo a cercare, magari sa dove si trova la casa di Bernardo” Uscirono dalla casa e si guardarono intorno. Il pastore doveva trovarsi in un qualche luogo nella direzione dalla quale erano venuti, dall’altra parte non c’era verso di superare la montagna. “E’ inutile scarpinare senza meta. Aspettiamo un po’ qui e se tra un po’ di tempo non arriva, lo andiamo a cercare. Intanto riposiamoci” Era l’idea più saggia e Alberto ne convenne. Si distesero sull’erba e aspettarono. Dovettero aspettare un bel po’ visto che nel frattempo Claudio si appisolò. All’improvviso da lontano si udì il rintoccare inconfondibile di campanacci e capirono che il pastore stava rientrando. Guardarono l’orologio, il tempo era passato molto più in fretta di quanto avessero immaginato, le lancette indicavano le 15 e 45. Quando la mandria li oltrepassò videro che il pastore non si era ancora accorto della loro presenza e cercarono di attirare la sua attenzione. Il vecchio ebbe un sussulto nel vedere esseri viventi in quella zona, poi avanzò verso di loro e cordialmente li salutò “Buongiorno” “Buongiorno” “Come siete arrivati fin qui?” “Stiamo svolgendo una ricerca sulle tradizioni locali. Ci hanno detto che in questa zona esiste una casa che una volta era definita maledetta. Lei non ne sa nulla?” “In questa zona di case maledette ce ne sono tante…” rispose il vecchio mantenendo una certa cortesia nella sua voce “ …dipende quale cercate voi” “Quella di un antico mago del medioevo, un certo… Bernardo” disse Claudio stentando un attimo a pronunciare quel nome per paura della curiosità del vecchio. Il pastore ebbe un piccolo sussulto, poi allargò un amabile sorriso. “Certo, certo, la conosco “la ca’ d’le masche”. E’ tutta distrutta, non penso che ci sia qualcosa d’interessante. E poi… “E poi…” Claudio incalzò “E poi circolano brutte voci su quel posto, pure i pastori evitano di passare da quelle zone. Anch’io non ci vado da parecchio tempo…” “Noi avremmo bisogno solo di fotografarla, ci basterebbe questo” lo incalzò Alberto che ancora una volta aveva avuto la risposta pronta “Ho capito…” “E’ molto distante da qui?” “Direi di sì” spiegò il pastore “Un tre ore di marcia. E’ dall’altra parte della montagna e il sentiero è abbastanza pericoloso” Poi guardò l’orologio traendolo dal taschino “ Partendo adesso e camminando di buona lena arrivereste su verso le sette, il problema sarà ritornare giù prima che faccia notte…” Poi, teatralmente, si fece serio “… E passare la notte sperduti tra le montagne non è una bella cosa” Quest’ ultima frase spaventò Claudio e Alberto che si guardarono cercando una soluzione. Il vecchio li vide indecisi e abbozzò una proposta. “Ascoltate, facciamo così: stanotte dormirete qui, io un paio di materassi ve li posso procurare, domani mattina di buon ora partite così avete tutto il tempo di andare e tornare” L’idea del vecchio non pareva essere niente male anche perché tornare fino a Demonte voleva dire farsi quattro ore di marcia in discesa e poi rifarsele in salita l’indomani mattina; in più c’erano d’aggiungere le altre tre per arrivare alla casa di Bernardo. I due si lanciarono un’occhiata d’intesa “Se non disturbiamo…” Abbozzò Alberto “Per niente” Rispose il vecchio sorridendo.. CAPITOLO 3 Alberto entrò nello stanzone della casa e vide il vecchio armeggiare con dei tronchi da ardere vicino al caminetto. “Da quanto tempo è quassù?” “Da un paio di mesi circa” “E fino quando ci starà?” “Dovrei andare via all’inizio di settembre” Incredibile, pensò Alberto, quest uomo vive da solo per sei mesi e non batte ciglio, io probabilmente dopo una settimana sarei già sulla via del suicidio. Continuò a guardarlo ammirato mentre il pastore metteva sul fuoco il minestrone per la cena. “Lei è sposato?” Chiese Alberto involontariamente. “Si sono sposato” Ripose il vecchio sorridendo. “E sua moglie dove vive?” “Poco distante di qui, in un’altra valle” “Non viene mai a trovarla?” “Si, di solito passa qui il mese di luglio. Sa, abbiamo tre figli, il più piccolo ha 15 anni e non ha nessuna voglia di passarsi sei mesi in mezzo alle montagne, studia e mi ha già detto che non ha intenzione di diventare un orso solitario come me, dice che diventerà un medico e scapperà dalle montagne molto presto. Le altre due sono femmine che hanno già messo su famiglia. Così mia moglie è costretta a rimanere a casa per badare al più giovane” “Ho capito” Disse Alberto cercando di deviare immediatamente la discussione “Mi scusi, ma non ci siamo ancora presentati: io mi chiamo Alberto e il mio amico Claudio, siamo di un paese della provincia di Torino” “Piacere. Io mi chiamo Piero, ma tutti mi conoscono come Pierot” Claudio, che nel frattempo era entrato con in mano del legno da ardere, si mise a sedere vicino ai due “Che lavoro fate” chiese Pierot “Io sono un professore e lui è un medico” Il pastore guardò verso Claudio: è un medico – pensò – come diventerà un giorno mio figlio. Un medico… “Perché tutti sognano di diventare dottore?” chiese al brucio il vecchio. “Non so….” Balbettò l’altro. “Suo figlio è convinto di diventare medico, ha 15 anni…” Disse Alberto per vincere l’imbarazzo del compagno. “Lei non è contento che suo figlio diventi medico?” Chiese cortese Claudio. “Lo sarei di più se prima diventasse pastore, non voglio che si vergogni del lavoro di suo padre” Qui calò il silenzio. Ci pensò Alberto ad avviare una nuova conversazione “Lei oggi pomeriggio ha detto che da queste parti ci sono molte case maledette, ci può raccontare qualcosa di più?” “Queste sono montagne strane. Si racconta che centinaia di anni fa da queste parti vivessero alcuni maghi che massacravano tutti quelli tentavano di passare per queste strade. Per scacciarli gli abitanti della valle radunarono un piccolo esercito. Ci fu una battaglia qui vicino in cui morirono molti uomini, ma alla fine i maghi riuscirono ancora una volta ad avere la meglio. Allora si pensò di costruire un monastero cercando di scacciare quegli uomini con l’aiuto dei monaci. I maghi probabilmente ebbero paura del potere divino dei frati e poco per volta si ritirarono in un'altra valle. Di loro non si ebbe più notizia per centinaia di anni, ma quando il monastero fu distrutto durante la Guerra, nella valle ricominciarono quegli strani fenomeni” Alberto e Claudio rimasero fissi sul vecchio che subito riprese il suo racconto “Molti anni fa durante la resistenza, vicino ad una casa diroccata non molto distante di qua, una pattuglia partigiana trovò una ragazza che piangeva, era spaventata e ferita, parlava uno strano italiano che nessuno riusciva a capire bene. La portarono dal parroco del paese che la curò. Dopo qualche giorno la ragazza si riprese e raccontò di chiamarsi in un modo buffo: Elbea. Diceva di essersi persa e non riusciva a ricordare dove fosse la sua casa. Molti in principio pensarono che fosse una spia dei tedeschi, ma sbagliavano. Era semplicemente una ragazzina spaesata che quando vedeva passare le macchine o sentiva sparare in lontananza si nascondeva e cominciava a piangere. Ma la gente è cattiva e cominciò a dire che quella giovane donna era vittima del demonio. Una strega forse. Una notte alcuni contadini andarono in chiesa a prelevare la poverina per bruciarla viva. Non la trovarono perché si era uccisa nel pomeriggio buttandosi giù dal ponte dello Stura. Non si è mai saputo chi fosse veramente quella donna” “E’ una storia molto interessante” Disse Claudio inebriato da quei racconti “E del cerchio dell’angelo cosa ci dice?” “Adesso mangiamo” Disse Pierot incamminandosi verso il camino “ Dopo cena vi racconterò un’altra storia” Cenarono in silenzio; la zuppa che il vecchio aveva cucinato doveva essere ottima da quanta ne avevano ingurgitavano; mangiarono anche del cibo in scatola e quando ebbero finito uscirono si sedettero su una panca nello spiazzo davanti alla casa. Pierot si assentò un attimo e dopo un po’ ritornò con una bottiglia e tre bicchieri “Assaggiate questa grappa, la faccio io: è la fine del mondo…!” E ne versò un po’ nei bicchieri. “E’ davvero buona…” Disse Claudio sforzandosi di mascherare il bruciore che aveva provocato quel liquido nel suo intestino. Era una bevanda fortissima che aveva poco a che fare con la grappa, sembrava che avesse il fuoco dentro, ma dava una sensazione bellissima appena arrivata nello stomaco. “Signor Pierot, lei prima di cena ci aveva promesso qualcosa” Intervenne Alberto “Però, come è buona questa grappa!” disse sincero mentre brandiva quel bicchiere con una certa convinzione. Era quasi ubriaco e Claudio gli lanciò un’occhiataccia da antologia. “Volevate notizie a proposito del Cerchio dell’angelo non è vero? Bene, allora dovete sapere che quel posto una volta era chiamato il cerchio del lupo per la comparsa di enormi lupi in quella zona. I vecchi mi hanno raccontato che gli alberi che formano il cerchio sono diabolici e furono piantati dai maghi come ricordo di tre compagni uccisi durante le battaglie con l’esercito di cui vi ho raccontato prima. La comparsa di queste enormi bestie fu narrata da parecchie persone e la cosa spaventava parecchio. Fu il prete di Vinadio che fece sradicare quegli alberi stranissimi e posare quel angelo in mezzo al cerchio come protettore della gente della valle. Sembrò funzionare, ma qualche anno più tardi dal paese si vide una luce fortissima provenire dai monti. Il giorno dopo una pattuglia di montanari andò a constatare quello che era successo e trovò che l’angelo di gesso era illuminato di una luce bianca intensissima. Stettero a guardare quel fenomeno per quasi tutto il giorno, poi d’improvviso si spense e scoppiò un temporale fortissimo. Per molto tempo non si parlò più degli alberi, ma solo qualche anno fa un pastore che passava da quelle zone vide che gli alberi non c’erano più, corse in paese e lo disse a al curato e quello si fece accompagnare fin sul posto. Vide pure lui che i faggi erano spariti, allora il prete benedì l’angelo e aspettò. Tre giorni dopo quegli alberi erano di nuovo al loro posto. Questa è tutto quello che so sul cerchio dell’angelo” “E’ una storia incredibile. Ma come fa a sapere tutte queste leggende, chi gliel’ha raccontate?” “Qui in montagna le leggende corrono come il vento…” Ripose Pierot sorridendo “ Forse le ho sempre sapute” “Ma non ha paura a vivere qui tutto solo?” “Non sono solo, ho le mie vacche e i miei cani, e poi la montagna parla, dice cose interessantissime. Basta saperla ascoltare…” Concluse il vecchio socchiudendo gli occhi rilassato. Anche Claudio e Alberto stettero in silenzio assecondando le parole del pastore. Il vento soffiava e creava dei suoni ora gutturali, ora sibillini, creando variopinte melodie. Si lasciarono trasportare da queste soavi note cercando di carpirne gli arcani messaggi. Si ridestarono parecchi minuti più tardi testimoni del concerto che la montagna aveva eseguito per loro. “E’ ora che io vada a dormire” Disse il vecchio ferendo il silenzio “Domattina la sveglia è alle 4.30. Buonanotte” “Buonanotte” I due aspettarono che il pastore rientrasse in casa, poi si guardarono. “Ho sentito davvero la voce delle montagne, era una sensazione bellissima e allo stesso tempo spaventosa” affermò Alberto un po’ soddisfatto e un po’ sconvolto “Poi di colpo ho sentito un brivido sulla pelle e una voce che urlava cose spaventose. Claudio ho paura!” L’altro lo guardò e poi si scoppiò in una fragorosa risata “Tu non hai sentito la voce delle montagne, hai sentito la voce della grappa. Sei ubriaco perso!” rispose dandogli una pacca sulle spalle “Andiamo a dormire va’…” Si avviarono nel buio verso l’edificio e entrarono in una stanzetta che il pastore aveva frettolosamente adibito a camera degli ospiti. Accesero una candela, si tolsero le scarpe e si misero a letto. Prendere sonno quella notte non fu difficile, erano stremati dalla fatica e anche la grappa del vecchio aveva dato contributo alla causa. Si addormentarono di botto. Il sole non si era ancora destato quando Alberto sentì un qualcosa di bagnato passargli addosso; si svegliò di soprassalto e vide che uno dei cani di Pierot, quello più grosso, era venuto a dare la sveglia passando il naso umido sulle sue mani e sulla testa. Decise allora di scendere dal letto e guardò fuori della finestra, le prime luci dell’aurora coloravano quella piccola valle di tinte fredde che andavano dal blu al viola. Uscì e s’accorse che l’aria che proveniva dalle montagne era gelida. Pierot era già al lavoro e stava radunando delle fascine dall’altra parte dello spiazzo. Guardò l’orologio, erano le cinque meno un quarto. S’avvicino al vecchio e lo salutò, Pierot si girò e alzò la mano “Non vi conviene tardare a partire. Avete ancora parecchia strada da fare” Disse il vecchio mentre con lo sguardo era impegnato ad annodare le fascine ”Se volete la prima parte della strada la facciamo insieme, anch’io vado da quella parte” “Benissimo…” “Allora d’accordo, preparatevi che tra cinque minuti si parte” Il vecchio se ne andò e Alberto raggiunse Claudio e lo esortò a prepararsi per la partenza. S’avviarono dopo alcuni minuti; tra i sentieri irti e sinuosi camminarono in coda alla mandria in compagnia del pastore, ed era uno spettacolo vedere come quelle vacche fossero tanto ordinate nella marcia, quelle poche tetragone all’ordine venivano immediatamente riportate nei ranghi dai cani che erano dotati di un senso assoluto del comando. Avevano già lasciato da parecchi minuti la radura di Chiusa delle Valli quando entrarono in una piccola e verde insenatura che nasceva dalla confluenza di due alte rocce, lì la mandria si fermò e il pastore s’avvicino a Claudio e Alberto “Qui io mi fermo, voi adesso prendete il sentiero che esce dalla valle e non abbandonatelo mai. Tra un’oretta di cammino incontrerete un grossa pietraia, lì i troverete la casa che cercate. Fate attenzione mi raccomando!” I due ringraziarono calorosamente e promisero al vecchio di passarlo a trovare al ritorno se ce ne fosse stato il tempo. Immortalarono quel momento con la Konica di Claudio, quindi s’avviarono in direzione del sentiero. La marcia divenne subito difficile perché la strada salì rapidamente dipanandosi lungo appuntite rocce chiare; camminarono prima sulle pietre, poi sull’erba, poi, alla fine di un boschetto di aceri, incontrarono i ruderi di una antica costruzione in pietra. Lì si fermarono al cospetto di quelle macerie per rifocillarsi perlustrando con lo sguardo quella massa informe di pietre; non c’era nulla d’interessante, s’augurarono di non trovare in quello stesso stato anche la casa di Bernardo. Ripartirono decisi, la pietraia cui faceva riferimento il vecchio non doveva essere molto distante e infatti, passato uno spuntone di roccia aguzzo, si ritrovarono su un ampio crinale in fondo alla quale s’intravedeva la sagoma grigia di un edificio. Accelerarono il passo e in pochi minuti raggiunsero la costruzione. Constatarono subito, non senza delusione, che quella casa era per lo più crollata e non rimaneva granché d’interessante. Si sedettero su un blocco di pietra e studiarono il da farsi. Videro che sul lato sinistro della costruzione il muro non aveva ceduto del tutto, solo in basso c’era una grossa crepa, ma il resto era rimasto quasi integro. Decisero di entrare da quella breccia. L’interno dell’edificio era crollato quasi interamente, tuttavia s’intuiva la forma delle antiche stanze. Dovevano essere in quella che Cornelliusson definiva la cucina di Bernardo, cercarono vicino alle pareti la sagoma di un entrata che conducesse verso il basso. Non era facile, le macerie obnubilavano le basi delle pareti originarie. Decisero di cercare sul lato destro della stanza e cominciarono a spostare le pietre, ma s’accorsero immediatamente che non ce l’avrebbero mai fatta a rimuovere i blocchi più grossi. Furono presi dallo sconforto e uscirono dalla casa. “Un modo ci sarà per entrare in quel cunicolo” “Dalla porta principale non ci riusciremo mai” “Dalla porta principale no, ma da un’altra entrata…” Disse Claudio con gli occhi illuminati “ E’ possibile che abbiano costruito quel cunicolo con più derivazioni. Nel medioevo facevano così!” “E’ vero Claudio, ma dove la cerchiamo? Siamo sperduti nel bel mezzo delle Alpi Cozie e dobbiamo trovare un buco che conduca in quel cunicolo…” “Teoricamente non dovrebbe essere molto distante di qui. A meno che non abbiano trivellato tutta la catena delle Alpi per fare un’altra entrata sul monte Bianco, il “buco” come lo chiami tu, dovrebbe essere qui vicino” Alberto lo guardò con occhi spenti e gli diede una pacca sulle spalle. “E cerchiamo questo buco….” Disse alzandosi, e ciondolante, s’avvio nella pietraia. CAPITOLO 4 “Niente di niente. Qui non c’è nulla. Ci sono solo pietre, pietre e basta!” “L’unica soluzione è quella di inoltrarci in quel bosco la in fondo” Propose Claudio, che dei due era quello a non aver ancora perso le speranze. Si guardarono un po’ intorno ciondolanti, poi Alberto vide che esisteva, all’estremità della pietraia, un rigoglioso bosco che terminava al cospetto della più alta vetta di tutto il comprensorio. S’avviarono lentopede in quella direzione intuendo che se non avessero trovato nulla sarebbero dovuti rientrare a Demonte per il sopraggiungere della notte. Erano le 3 e 30 del pomeriggio quando s’inoltrarono nel bosco. Dopo mezz’ora di cammino i due sconsolatamente stavano valutando di tornare indietro, quando videro una piccola costruzione appoggiata su una parete di roccia nera. S’avvicinarono a quello strano edificio che sembrava essere partorito dalla montagna stessa quindi entrarono per una grossa crepa che si faceva largo tra i grossi blocchi di roccia. Si trovarono in una piccola stanza che non testimoniava la recente permanenza di un essere umano, sul lato opposto dell’entrata si disegnava la sagoma di una piccola porta che era stata murata con grossi blocchi di pietra. “Ma dove diavolo conduce questa porta. Oltre questo muro inizia la montagna. A meno che…” “…A meno che non conduca all’interno della montagna” Disse gioviale Alberto come se avesse asserito qualcosa di clamorosamente ovvio. Si guardarono e senza dirsi nulla cominciarono ad armeggiare intorno a quei blocchi di pietra. Erano pesantissimi, Alberto ad un certo punto si ferì ad una mano, ma volle continuare lo stesso. Faticarono come dei matti, si sentirono sudati e sporchi, ma dopo un’ ora di lavoro cominciarono a vedere il buio oltre la barriera. “Ci siamo! Alberto passami la pila che c’è nello zaino…” La piccola luce della torcia rivelò la presenza di scale che conducevano verso il basso. Sgattaiolarono dentro la breccia ricavata dai blocchi di pietra e lentamente cominciarono a scendere. Il cunicolo era abbastanza largo e alto da poterci camminare comodamente. Non si sentivamo rumori se non quelli dei loro passi che risuonavano ovattati. Poco dopo la discesa finì e iniziò il piano; qui la strada si allargava e confluiva in un’enorme insenatura circolare. S’accorsero che l’aria emanava un puzzo terribile, acre, nauseabondo, quindi Alberto, che teneva la piccola pila, ebbe un sussulto: la flebile luce scovò poco più avanti la figura di un uomo disteso per terra con la faccia rivolta in giù. S’avvicinarono lentamente e Claudio, presa la torcia da Alberto, constatò che il suo corpo era in avanzato stato di decomposizione; stabilì che doveva essere morto qualche giorno prima, forse una settimana.. Lo guardarono riverso nella fredda terra, era poco più di un ragazzo e vestiva un uniforme militare non ben specificata. Si misero un fazzoletto sulla bocca per ripararsi da quell’ aria malsana e perlustrarono velocemente lo stanzone. In un angolo trovarono qualcosa che doveva essere appartenuto a quel giovane: una giacca, un fucile, qualche provvista. Claudio frugò nella giacca e trovò delle carte, se le mise in una tasca; sentì Alberto avere dei conati di vomito, s’accorse che anche lui cominciava a respirare a fatica; velocemente fece cenno di abbandonare la zona e s’incamminò per il cunicolo che usciva dall’insenatura. Percorsero un centinaio di metri quando in lontananza videro una flebile luce: era l’uscita. Accelerarono ulteriormente il passo e appena giunti all’aperto si lasciarono cadere e ripresero fiato. Poco dopo si guardarono intorno e costatarono che quel cunicolo li aveva portati in qualche punto della valle che non riconobbero. “Ci siamo imbattuti in un morto, siamo passati vicino al centro della terra, abbiamo rischiato di morire soffocati, ma del portale nessuna traccia. Bella giornata…” Disse Alberto che non si era ancora ripreso del tutto da quella esperienza. “A questo punto non ci resta che rientrare a Demonte” Rispose Claudio accorgendosi che stringeva ancora tra le mani i documenti. “Cristo! Quel ragazzo è nato ad Asti il 23 Aprile 1924. Dovrebbe avere quasi ottanta anni. Non è possibile!” “Magari quei documenti non sono i suoi” rispose quasi subito Alberto. “I documenti magari no, ma questa lettera sicuramente sì. Ascolta: 21 Febbraio 1945 Cara madre, I tedeschi ci hanno accerchiato sopra Vinadio, ma dobbiamo resistere. L’altro giorno abbiamo combattuto dalla mattina alla sera e due dei nostri sono morti. Siamo stremati. Mi è venuta anche la febbre e strane macchie mi sono comparse sul corpo, ma un compagno che ha fatto l’infermiere mi ha detto che guarirò in fretta. Passiamo la notte in una caverna al sicuro, ma il cibo sta per terminare. Dovrebbero arrivare nuovi rifornimenti, ma a questo punto nulla è più certo. Solo la notte prima di addormentarmi riesco ad avere un po’ di serenità e penso che tutto questo un giorno finirà e allora ti prometto che ti porterò al mare. Ti voglio bene Matteo “Questa è la prova che quel morto è lui; le macchie sul corpo, la febbre: quel ragazzo aveva il tifo!” Claudio non badò neppure un momento alle parole struggenti di quella lettera tanto era preso dalla stranezza della vicenda. Poi continuò “Quello che non mi riesce di spiegare è che la lettera sia datata 1945, ma il giovane è morto al massimo sette, dieci giorni fa. E’ assurdo pensare che abbia passato cinquanta anni in quella grotta. Poi ci sarebbe da spiegare come mai quel uomo ha ottanta anni e ne dimostra sì e no venti…” “Dovremmo andare alla più vicina stazione dei carabinieri per denunciare il ritrovamento. Loro sapranno spiegarci chi è davvero quel ragazzo” Replicò Alberto sentendo irrompere il caldo brivido della paura. Non avrebbe voluto passare più neanche un minuto su quelle montagne “Oltretutto ci si dovrà preoccupare di fargli avere una degna sepoltura” Partirono immediatamente incamminandosi per la discesa di una piccola mulattiera che immetteva in una rigogliosa selva; il freddo stava diventando pungente e Demonte doveva essere ancora parecchio lontana. Scarpinarono una buona mezzora discendendo un ripido sentiero stretto e malfermo alla fine del quale scorsero una formazione di alberi disposti a cerchio simili a quelli incontrati il giorno precedente. “Abbiamo ritrovato la strada” Disse rinfrancato Claudio. “Manco per niente. Non vedi che questi non sono faggi ma abeti? Abeti, abeti con radici….Con radici di faggio!” “Ma è possibile una cosa del genere? Voglio dire, in natura è possibile che esista una pianta così?” “No!” “E allora?” “E allora torniamocene a valle!” Ripartirono cominciando a maledire quella giornata campale. Avrebbero voluto scoprire nuovi mondi, nuove sensazioni, e invece si ritrovavano a camminare per quelle maledette montagne tutte uguali. E intanto la strada continuava a scendere vorticosamente…. Erano passate due buone ore da quando avevano ripreso il cammino e la speranza di scorgere il mondo civile giù nella valle si faceva palpabile, ma davanti a loro continuava a riemergere solo lo splendore della natura incontaminata. Si fermarono un attimo e si guardarono intorno, fu lì che balenò l’idea che si fossero irrimediabilmente persi. “Ma dove cazzo siamo?” Chiese Alberto lasciandosi cadere sull’erba. Claudio si guardò intorno per cercare qualche riferimento provvidenziale, poi alzò lasciò cadere le braccia lungo il corpo. “Non lo so…” Ripartirono immediatamente, il buio avrebbe bussato al giorno non più in la di due ore dopo. Verso le 7 e 30 giunsero in un’ampia valle in fondo alla quale erano sparpagliate alcune abitazioni. Ci siamo, pensarono i due, e s’incamminarono velocemente verso quel luogo abitato. Arrivati ad un centinaio di metri dall’inizio delle case, videro in lontananza alcuni uomini che stavano armeggiando intorno ad una palizzata e alzarono il braccio in segno di saluto. Ricambiati proseguirono. Il borgo era composto da una decina di case fabbricate in modo assolutamente rudimentale e alcune avevano addirittura il tetto ricoperto di paglia. Nell’aia delle prime abitazioni qualche bimbo giocava rincorrendosi e poco più in la alcune donne parlavano sull’uscio di una casa. I due s’avvicinarono e cortesemente salutarono. “Buonasera. Ci siamo persi e vorremo arrivare a Demonte, da che parte dobbiamo andare?” Chiese Claudio. Le donne, intimorite, squadrarono quei due uomini da testa ai piedi, alcune si misero le mani sopra la bocca, altre si scambiarono occhiate dubbiose, ma nessuna rispose alla domanda di quel uomo. “Vorremmo andare a Demonte!” ribadì Claudio perdendo per un attimo la pazienza. “Aspetta Claudio…” disse Alberto inserendosi nella contesa “Capite la nostra lingua?” “Si, capiamo la vostra lingua” Rispose la donna, dall’apparenza la più anziana, facendosi avanti e affrontando i due “Cosa cercate?” “Dobbiamo rientrare a Demonte, ma ci siamo persi. Da che parte dobbiamo andare?” “Qui non esiste un posto con quel nome. La città più vicina è Nabersat ci vuole un giorno di cammino verso Sud” “Nabersat?! Che città è Nabersat?” “Senta Signora, ci dica dove possiamo trovare il paese più vicino con un Albergo e una stazione dei Carabinieri per favore” La donna probabilmente non capì, ma continuò “Nabersat, andate a Nabersat…” I due intuirono che non avrebbero ottenuto molto da quella conversazione, salutarono il raduno di donne e s’allontanarono. Ripresero tosto il cammino camminando sulle sponde di un piccolo ruscello scintillante che si tuffava a valle dalle alte montagne. Una piccola ansa del rigagnolo diede loro l’opportunità di rifocillarsi. “Non è che abbiamo passato il confine e adesso siamo in Francia? Magari Nabersat, o come diavolo si chiama, è una località Francese” “Può essere…Adesso però che facciamo? Sono le 8 e 30 e tra un po’ farà buio. Dove passiamo la notte?” Guardarono il cielo, erano sì le 8 e 30, ma il sole era ancora parecchio alto nel cielo. “Com’è possibile? Ma a che ora cala il sole?” “Non lo so, ma visto che abbiamo ancora qualche ora di luce, tanto vale sfruttarla. Riprendiamo la marcia e cerchiamo di arrivare ad un paese” Ripartirono poco rinfrancati continuando sul sentiero che usciva dalla valle. Alberto di tanto in tanto guardava il cellulare per vedere se in quella zona c’era campo, ma ogni volta il display del telefonino rimaneva desolatamente inanimato. Intanto il sentiero continuava a scendere vertiginosamente senza che nessun essere vivente incrociasse il loro cammino. Cominciarono a sentirsi irrimediabilmente soli, e il sole era sempre alto in vetta al cielo. “Alberto guarda…” Disse d’improvviso Claudio quando scorse in lontananza una mandria che pascolava in un campo da basso “E’ Pierot, sono le mucche di Pierot” Si sentirono salvi, si lanciarono di corsa verso quel pascolo e cominciarono a gridare forte il nome del vecchio pastore. “Buongiorno Pierot” Disse Claudio ansimando per la corsa a perdifiato “Che piacere rivederla, non sa cosa ci è capitato” Il vecchio non ostentò nessuna emozione, li guardò con occhi gravi, quasi rimproveranti. Poi ad un tratto chiese: “Chi siete?” “Come chi siamo?! Pierot?” Disse Claudio trasalendo “Siamo Claudio e Alberto, i due che hanno dormito nel suo rifugio stanotte…” “Io non vi ho mai visti prima. Cosa volete?” Rispose quasi minaccioso il vecchio. “Ma Pierot ….Non si ricorda? Le leggende sulla vallata, il cerchio del diavolo, la voce delle montagne….” “Andate via subito se non volete che vi aizzi contro i miei cani” Disse il pastore con una collera quasi inumana “Via!” I due s’incamminarono lentamente guardando quello strano vecchio che li osservava minaccioso. I cani si erano avvicinati rabbiosi, erano enormi e sprizzavano collera e crudeltà. Si allontanarono lungo il sentiero e appena si sentirono al sicuro dalle bestie di Pierot si fermarono. “Ma che cazzo gli è preso a quel vecchio? Non è possibile che non ci abbia riconosciuto” “Ascolta Alberto, di cose strane oggi ce ne sono già state troppe. Non ci resta che continuare a scendere e cercare di arrivare in fretta al primo paese civile dove qualcuno ci possa spiegare cosa diavolo sta succedendo” Alberto lo guardò con sfiducia, era moralmente a pezzi e la sua mente era obnubilata a tal punto che le sue gambe non rispondevano più lealmente agli impulsi nervosi. “Claudio, io non ce la faccio più. Sono a pezzi!” Claudio si avvicinò e lo abbracciò teneramente, poi appassionatamente lo baciò. Un bacio estraneo alle intemperie dell’anima sconfitta da quella giornata particolare, un bacio di amore vero. Le due bocche si staccarono e gli occhi si riaprirono, Claudio lo accarezzò sui primi virgulti di barba incolta. “Per favore resisti!” gli sussurrò. CAPITOLO 5 “Io mi fermo qui. Non ce la faccio più, ho male ai piedi, il cuore va a mille e mi sono rotto le palle di camminare. Claudio lasciami qui!” “Alberto non fare il bambino. Finché c’è luce dobbiamo camminare, quando verrà la notte ci fermeremo. Dai su….” “No, ho detto che mi fermo e mi fermo. Non ne discuto più” Gridò Alberto in preda ad una crisi isterica “Adesso fumo e non rompere i coglioni i con la storia che fa male” Erano passate ormai molte ore da quando i due avevano incontrato il pastore, la strada aveva continuato a scendere ma di paesi non se n’erano visti e alle montagne scavalcate se ne aggiungevano di nuove pronte per essere domate. “Claudio cosa diavolo fai?” disse Alberto incuriosito nel vedere Claudio ritto su una pietra a guardare nel vuoto. “Shhhhh. Ascolta…. Alberto guarda la…” Dalla selva che si ergeva davanti a loro si sentirono dei rumori e alcune frasche si mossero. I due rimasero lì fermi, senza percepire lo stimolo della fuga in balia del loro destino. I rumori si fecero più chiari, sembravano degli animali, grossi animali. Claudio prese per un braccio Alberto per tentare una disperata ritirata. Partirono a perdifiato lungo il sentiero che scendeva; veloci, più veloci che potevano; qualcosa li braccava con una forza oscura che non avrebbero potuto combattere. Claudio durante la fuga si girò, ma il nemico non mostrò ancora la propria malvagia identità. Arrivarono alla fine della discesa, la strada ora ricominciava a salire lungo un dente mozzato di roccia, correre era diventato molto più difficile per via delle pietre che rendevano sdrucciolevole il percorso. Poi d’improvviso sentirono dietro di loro la furia della malvagità; non ebbero la forza di girarsi, sentivano solo il disegnare di passi veloci avvicinarsi velocemente alle loro spalle. Cercarono di risalire il sentiero verso il dente che si parava davanti a loro, forse lì avrebbero avuto un rifugio sicuro. Forse… Il culmine del sentiero era a cinquanta, quaranta passi, ma le forze li avevano abbandonati. Trenta, venti metri ancora… “Fermi!” Una voce potente lì ridestò. Sulla punta del dente si ergeva un uomo con la mano alzata. Il suo ordine fu perentorio. “Fermi!” I due fuggitivi si bloccarono sul posto. Dietro di loro il rombo dei passi sembrò attutirsi. Claudio velocemente s’avvicino all’uomo. “Aiuto Pierot, siamo inseguiti” “Lo so. Sono i miei cani che vi cercano” Alberto si girò di scatto e vide i tre enormi cani che ringhiavano fermi a pochi metri da loro. “Ma porca puttana Pierot…Cosa cazzo fa?” “Avvicinatevi ” Disse per un momento calmo il vecchio “Sedetevi qui e ascoltatemi. Avrei voluto mandarvi allo sbaraglio, ma non me la sono sentita. Ieri sera ho sbagliato, ma non posso continuare a farlo anche oggi…” “Senta Pierot si spieghi: prima ci ha detto che non ci conosceva, adesso si ricorda che ci siamo visti ieri. A che cavolo di gioco stiamo giocando?!” “Signor professore stia calmo che le spiego. Ieri quando vi ho visto, non ho pensato minimamente che voi foste intenzionati a fare una cosa tanto pericolosa, ma vi avevo sottovalutato…” “Che cosa avremmo fatto di tanto pericoloso?” “Avete trovato quello che cercavate…” disse il vecchio per la prima volta cortese. Sorrise anche. “Lei ci vuole dire…Beh insomma…Cioè, lei ci dice che abbiamo passato il portale?” “Non era ciò che volevate?” “Si…Però non pensavamo….” “Ascoltate, abbiamo pochi minuti per parlare e non vi posso raccontare tutto. Sappiate che il portale fu chiuso parecchio tempo fa e io fui incaricato di controllare che nessuno cercasse d’oltrepassarlo. Ho visto tantissima gente transitare da quelle valli sopra Demonte, ma nessuno intenzionato a passare in questo mondo, così ho pensato che neanche voi foste al corrente del portale. Ma ripeto: ho sbagliato!” “Ma scusi noi…” “No, signor dottore non m’interrompa. Dicevo che il portale fu chiuso in quello che nel mondo reale era il 1644, allorquando l’ultimo uomo passò e creò talmente tanti scompensi da indurre il consiglio dei 5 a chiuderlo definitivamente. Da allora chiunque passi il portale viene ricercato e ucciso immediatamente. E’ una misura di sicurezza crudele, ma credetemi, necessaria. Le guardie brune del consiglio a quest’ ora saranno già in marcia alla vostra ricerca. Le troverete presto lungo il vostro cammino, loro sanno chi siete e vi troveranno. A meno che….” “A meno che…?” Chiesero i due all’unisono. “Ho in mente un piano. E’ difficile che riesca ma è l’unica opportunità che vi rimane. Ascoltate…” Pierot si sedette vicino ai due “ Esiste una città che si chiama Artheram, è ad un paio di giorni di cammino da qui, lì potrete essere al sicuro. Il problema sarà arrivarci, perché potreste incappare nelle guardie; dovrete sempre camminare fuori dal sentiero, rimanere al coperto il più possibile e mai, ripeto mai, per nessuna ragione al mondo, avere rapporti con essere umano fintanto che non sarete giunti ad Artheram. Le guardie arriveranno fino a qui e io penserò a depistarli, così avrete un buon vantaggio su di loro. Vi darò degli abiti più consoni a questo mondo, così darete meno nell’occhio” Poi riprese fiato e continuò “Una volta arrivati in città cercherete un uomo di nome Garinius e gli darete questa pergamena, lui saprà cosa fare” “E chi ci dice che non è una trappola?” insinuò Alberto sicuro. “Se non mi credete continuate per la vostra strada, non arriverete a domattina…” “No! Adesso ci spiega per quale motivo prima ci ha sguinzagliato contro quei cinghiali che chiama cani e adesso è disposto a rischiare la vita per noi” urlò Alberto con una rabbia immensa. “D’accordo vi spiegherò. Garinius è un fraterno amico da molto tempo, ha aiutato moltissimo la mia famiglia quando tanti anni fa sono stato rinchiuso nelle carceri delle colonie e per questo gli devo un favore…” “Che cazzo vuol dire vecchio? Cosa c’entriamo noi con i favori che devi fare a Garinius” Disse Alberto urlando come un pazzo e quasi scagliandosi contro Pierot. “Voi potreste aiutare Garinius in una faccenda che lo tiene molto in apprensione” “E come per Dio? Come?” “Ascoltate, non ho tempo di spiegarvi tutti i particolari, le guardie del portale potrebbero arrivare da un momento all’altro; sappiate soltanto che io rischio come e più di voi in questa storia. Se avessi voluto annientarvi vi avrei fatto assalire dai miei cani e voi non avreste avuto nessuna possibilità di salvezza” Poi il vecchio si avvicinò ai due “ Dovete fidarvi di me, è l’unica via d’uscita che avete” “Secondo me ha ragione. Non abbiamo scelta, dobbiamo fidarci di Pierot!” disse Claudio mettendo una mano sulla spalla di Alberto che non sembrava per niente convinto. “E sia… Ma tu vecchio non mi piaci: sappilo!” “Bene. Allora cambiatevi, lì nel sacco ci sono degli abiti da contadini; lasciate tutto qui, anche le vostre cianfrusaglie tecnologiche che da queste parti non servirebbero a nulla” “Ma Claudio scusa…” Disse Alberto alzandosi di scatto non ancora sicuro della strategia del vecchio “Ma perché non riprendiamo il portale e torniamo indietro, chi ce lo fa fare di rischiare la vita qui?” “Non è possibile” rispose il vecchio interrompendo la discussione tra i due “Non si può ritornare da dove si è arrivati. Quel cunicolo non esiste più una volta che l’avete passato per arrivare di qua” “E lei come fa?” “Questo a voi non deve interessare” “A noi interessa sì invece, siamo noi che rischiamo l’osso del collo. Ci dica come fa a tornare indietro!” “No!” disse il vecchio urlando d’improvviso e facendo ricominciare a ringhiare i cani. Poi ritornò calmo “Io vi posso aiutare ad eludere le guardie brune, altro non posso fare. Decidete subito, perché di tempo ne è rimasto davvero poco” “Alberto dobbiamo andare… Per favore ascoltami” disse Claudio abbracciando Alberto che annuì, ma era evidente che quella idea non gli piaceva affatto. I due si spogliarono e indossarono vecchi e lisi abiti marrone scuro di lino, simili a quelli indossati dai montanari. Posarono a malincuore i loro cellulari, le loro pile e tutto quello che poteva recare impiccio al proseguimento del viaggio. Claudio portò con se la piccola valigetta del pronto soccorso. “Bene signori, è tempo di partire. La vostra strada passerà per quella grossa montagna, una volta superata arriverete ad Artheram. Tenetela sempre come riferimento, sarà la vostra guida. Mi raccomando: non camminate mai sul sentiero ed evitate qualsiasi incontro. Una volta arrivati in città dirigetevi alla torre Sud, lì troverete Garinius” “Grazie Pierot” si accomiatò Claudio tendendogli la mano “Spero di rincontrarla un giorno. Magari dall’altra parte…” Il vecchio sorrise amaro e scosse leggermente la testa “Andate ora e buona fortuna” CAPITOLO 6 “Phorien… Phorien. Maledetto, dove ti sei cacciato!” Dalla selva emerse un vecchio “Oh capitano Datan, buongiorno. Meno male che è arrivato: ci sono novità!” “Lo so che ci sono novità, dove sono?” Il vecchio sorrise compiaciuto “Li ho incontrati un paio d’ore fa, non si erano ancora accorti di nulla. Li ho mandati a Nabersat. Se vi affrettate li incontrerete prima che arrivi la notte” Il capitano lo guardò con occhi colmi d’odio e il vecchio s’impaurì. Anche se era ormai anziano, Datan riusciva ad incutere timore a tutti quelli che gli si paravano davanti; i lunghi capelli grigi risaltavano quegli occhi piccoli ma crudeli, e la cicatrice sulla guancia sinistra testimoniava il passato che l’aveva reso celebre nell’intero regno. Giravano brutte voci sulle sue imprese, era stato arruolato nell’esercito delle colonie contro le popolazioni autoctone e lì aveva trucidato molta gente, molta della quale innocenti. Poi negli anni della tregua aveva accettato l’incarico nelle guardie del portale, fece ancora richiesta di essere reintegrato nelle file dell’esercito, ma senza successo; infine la vecchiaia era arrivata e il comando supremo aveva ritenuto troppo anziano quel guerriero per potergli affidare compiti militari nella seconda guerra degli Dei. Erano ormai molti anni che Datan marciva in quelle inutili caserme e la mancanza d’azione lo aveva reso ancora più crudele e burbero. Dal suo arrivo la valle piombò sotto una sorta di tirannia militare, fu lui a far mettere a ferro e fuoco alcuni villaggi di montanari e fu sempre lui che diede l’ordine d’impiccagione per diversi innocenti che, dopo una stagione di assoluta carestia, non erano riusciti a pagare le gabelle alla colonia. “Perché non li hai fermati? Che tu sia maledetto, vecchio incapace” Le parole di Datan rimbombarono. “Perché ho pensato che si avessi fermati loro avrebbero tentato la fuga, invece adesso marciano tranquillamente verso Nabersat ignari del vostro arrivo” “Mhhh…” Mugugnò il capitano “Non hai agito male” “Grazie” Disse timidamente il vecchio. “Non ringraziarmi vecchio! Avrei dovuto farti impiccare per come ti facesti gabbare quella volta che non riuscisti a fermare quel monaco. Ne paghiamo ancora le conseguenze” “Non fu colpa mia….” “Bada vecchio, non forzare la fortuna perché la corda è sempre pronta” Urlò inviperito Datan. Poi si girò verso le guardie che erano al suo seguito e ordinò perentorio “Andiamo adesso, abbiamo una faccenda da sbrigare” Phorien lo vide partire al galoppo lungo il sentiero che portava a valle e nervosamente sputò per terra. Camminare nella notte era diventato impossibile nell’enorme bosco in cui si erano addentarti molte ora prima, anche i pochi raggi della luna erano diventati flebili e l’unica soluzione logica era quella di fermarsi. S’accamparono vicino a grossi alberi cibandosi dei pochi viveri che avevano serbato da quando erano partiti da casa. Crollarono subito dopo in un profondo sonno. In tutta quella lunga marcia non si erano scambiati neanche una parola, erano rimasti confusi e impauriti loro che avevano sempre immaginato il mondo della fantasia cavalleresca come una dimensione irreale e magica, e adesso si sentivano soli in un luogo che per loro esisteva come esiste un bellissimo quadro da ammirare per un po’ e poi via. I Guerrieri coraggiosi, i maghi saggi e i druidi gloriosi che avevano immaginato leggendo righe di rara arte narrativa li avevano spinti, loro che rappresentavano l’antitesi classica dell’eroe epico, ad avventurarsi in un’impresa che nascondeva le insidie e le paure che ogni uomo si porta dietro pressoché dalla nascita. Adesso erano loro ad essere finiti dentro quel immaginazione, e come un romanzo dei tanti che avevano letto, erano loro che dovevano completare la missione. Vederli lì distesi sulla nuda terra freddolosamente rannicchiati, faceva scaturire una tenerezza primordiale e s’intuiva la sicura illusione che la mattina seguente quel sogno sarebbe svanito e la vita di quelle terre fosse solo il frutto di un insolito incubo. Ma tutte le cose che iniziano male hanno la caratteristica di finire peggio e si svegliarono che diluviava. I tuoni, cupi e selvaggi, sembravano scaturire dalla terra stessa, si ridestarono di soprassalto e si trovarono immersi in una selva primitiva molto più folta di quella che avevano immaginato la notte precedente. Si misero velocemente in marcia cercando un rifugio che li transitasse incolumi in quella calamità della natura. Albero dopo albero, passo dopo passo, la vegetazione si faceva più folta e il diluvio veniva attutito dalla barriera provvidenziale che la natura gli offriva, poi lentamente il rimbombare scemò e i primi raggi di sole fecero breccia da quel tetto verde. Camminarono parecchio fendendo gli ostacoli che il bosco aveva creato a protezione di quella verginale macchia e, ad un tratto, l’enorme montagna che fungeva loro da bussola si manifestò in tutta la sua maestosità. Il bosco era finito, ma l’ultima parte del viaggio sarebbe stato il più faticoso. Si guardarono sfuggenti incrociando occhi disillusi e spenti. “Lo so, non ce la faccio più neanche io, ma dobbiamo continuare. Non abbiamo scelta!” Disse Claudio intuendo la disperazione del compagno. “Cristo…!” E con quel imprecazione Alberto raccolse tutto lo sconforto che aveva nell’anima. Guardarono per l’ultima volta la cima; una sterminata pietraia, ecco cos’era. Una montagna sproporzionata completamente brulla, il cui unico parto aveva prodotto solo pietre, pietre e basta. Partirono dalla base seguendo una piccola mulattiera che saliva a perdita d’occhio. Si ricordarono che il vecchio aveva proibito loro di seguire tracciati battuti, ma l’unico modo di scavalcare quella montagna era quel piccolo sentiero. Si sentirono giustificati e s’inerpicarono. Il sole si era fatto caldissimo, la pelle arrossata ora cominciava anche a bruciare, le gambe a dolere, il cuore a impazzire. Camminarono senza mai guardare la cima, senza mai alzare la testa. Solo Alberto, che rimaneva affannosamente qualche passo indietro, ogni tanto guardava indietro per vedere l’enorme foresta la in basso diventare un’antiestetica macchia verdastra sulla cornice grigia. Poi, quasi senza accorgersene, arrivarono in cima. S’affacciarono sull’altro versante e furono colti dalla sorpresa di una rigogliosa valle verdeggiante che nasceva da sotto i loro piedi; da una parte un grosso lago e dall’altra pulsava la forma ellittica di una città. Quella montagna separava due mondi diversi, di qua nuda e sterile pietra, di la meraviglia e fecondità; di qui sconforto, di lì speranza. “Fermi! Chi siete?” La guardia appostata sul grande portone brandiva una scura lancia e aveva anche l’aria di saperla usare “Non vi ho mai visti prima. Da dove venite?” “Siamo forestieri. Siamo venuti per far visita ad un nostro amico” “Chi è questo amico?” “Garinius, ci ha detto che abita nella torre” ”E’ vero, abita lì, ma non pensavo che avesse amici. Comunque se conoscete Garinius potete passare, ma guardatevi bene dal non crearci grane” I due entrarono spauriti ed emozionati all’interno delle mura: era esattamente come avevano sempre immaginato le città raccontate nei libri. Grosse vie con abitazioni sugli entrambi i lati, alcune basse costruite con grossi blocchi di pietra, altre a due piani con colorazioni pastello che andavano dal azzurro al rosa; strade sterrate che testimoniavano il recente passaggio di qualche gregge e bancarelle di mercanti ambulanti che strillavano la bellezza delle proprie merci. Tutto ciò immerso in un puzzo rancido e nauseabondo. Claudio e Alberto transitarono per quelle vie con gli occhi sbarrati, ora sì che si sentivano davvero dentro un grosso sogno; qui c’erano davvero i guerrieri, e se avessero cercato probabilmente avrebbero trovato anche i maghi e i druidi. Arrivarono alla confluenza di più vie che sfociavano in una grossa piazza: c’era il mercato. La folla affluiva da tutte le parti creando una marasma irreale. S’inoltrarono anche loro e guardarono le merci che quegli uomini vendevano con tanta foga; videro armi e armature argentate, collane e anelli dall’aspetto magico ma che in realtà rientravano nella chincaglieria più bieca, abiti sgargianti per donna e pozioni medicamentose che venivano vantate quali taumaturgiche contro ogni male. Il puzzo in quella calca era insostenibile. Finita la piazza, la via principale continuava sfociando in una miriade di vie e viottoli, ma di torri in lontananza non se ne scorgevano. Fermarono un passante e gli chiesero se sapesse dove avrebbero potuto trovare un certo Garinius e quello li indirizzò per un angiporto che sbucava su un’altra piazzetta, all’estremità opposta della quale campeggiava una torre in pietra che non nascondeva un grave stato di degrado. Bussarono alla grossa porta di legno e aprì un ragazzino dall’aria sveglia che chiese che cosa cercassero in quella casa. Fecero il nome di Pierot e dissero che cercavano Garinius per un affare di assoluta importanza. Un individuo sbucò all’improvviso, si fece dare la pergamena del pastore, la sbirciò e velocemente li fece entrare controllando che nessuno li avesse visti varcare la soglia della sua torre. Garinius si presentò subito. Era costui un uomo anziano ancora di bell’aspetto, con indosso una lunga tunica grigio chiaro, folta barba bianca, alto e segaligno; insomma rispecchiava quello che l’immaginario collettivo associa normalmente alla figura del mago. Li fece accomodare in una grossa stanza polverosa dove li invitò a sedersi intorno ad un grosso tavolo mirabilmente intarsiato. “Avete chiesto di me a qualcuno?” Chiese il vecchio visibilmente preoccupato. “Si, abbiamo chiesto informazioni a una guardia e ad un passante. E’ grave?” “No, ma potrebbe esserlo” Rispose Garinius camminando ansiosamente nella stanza “In ogni caso non abbiamo scelta: dovrete restare qui fino a quando le acque non si saranno calmate” Claudio e Alberto trattennero il fiato e guardarono il vecchio passeggiare pensieroso intorno alla grossa stanza. Capirono che la situazione era molto più complessa di come gliela aveva presentata Pierot. Garinius si fermò e ricominciò a parlare. “Sarete stanchi immagino, adesso vi preparerò qualcosa da mangiare, poi riposerete…” “Pierot ci ha detto che potremmo aiutarla in una faccenda che le sta parecchio a cuore” Disse Alberto appoggiandosi con le mani sui braccioli della sedia. “Avrei voluto parlarvene dopo, ma visto che me lo avete chiesto. Venite con me…” E improvvisamente si avviò verso una piccola porta all’estremità opposta della grande stanza. Fece cenno di seguirlo “Su, venite….” Entrarono in una lunga camera buia al fondo della quale era piazzato un piccolo letto sul quale si celava la presenza di un essere umano. Garinius si fermò qualche passo prima del letto e fissò i due “Sono giorni che dorme in continuazione, il suo corpo è caldissimo, ho parlato col vecchio guaritore del paese, mi ha detto che è un malanno grave e non sa come curarlo. Sono disperato!” Poi si avvicinò al letto e lentamente spostò le coperte facendo intuire la sagoma di una creatura che emetteva, di tanto in tanto, un flebile gemito “Pierot mi ha scritto che tra voi due c’è un medico” Claudio lo guardò e fece un cenno col capo “La prego allora signor mio, mi aiuti!” Claudio chiese che venissero accese più candele e si avvicinò al capezzale. Distesa sul letto giaceva immobile una giovane ragazza che a primo acchito non dimostrava più di 20 anni; i capelli neri e lunghi e gli occhi erano grandi e neri come la pece. Per quanto la malattia l’avesse emaciata parecchio, quella creatura rientrava tranquillamente tra quelle che comunemente vengono definite gran belle ragazze. “Chi è?” Alberto chiese al vecchio. “Si chiama Elindia. La trovai anni fa nei boschi, allora era poco più che una bambina e mi disse che si era perduta. Cercai la sua famiglia in tutti le borgate vicine, ma non trovai niente. Allora l’allevai io. Per me è diventata come una figlia. Non voglio che muoia..” Disse il vecchio e Alberto vide un luminosità cristallina scendere lentamente sul viso rugoso di Garinius. “Non morirà!” Esclamò deciso Alberto, quindi si avvicinò a Claudio che intanto aveva cominciato ad armeggiare nella borsa del pronto soccorso che aveva nello zaino. “Cos’ha?” “Non lo so, ma ha la febbre altissima” Alberto lo vide auscultare con lo stetoscopio il dorso della ragazza, misurarle la febbre e provarle il polso. Gli spasmi della giovane diventarono più forti e frequenti, le labbra tese e serrate, la testa si ripiegò in posizione innaturale, il viso vieppiù madido di sudore. Claudio la guardò un attimo con gli occhi socchiusi alla ricerca di un indizio del suo male. “Ha il tetano!” Diagnosticò infine. “Puoi fare qualcosa?” “Spero di sì” Rispose il dottore mentre armeggiava con una siringa che caricò con un liquido trasparente. “Cos’è?” “E’ un normale antibiotico. Aiutami a tenerla ferma” “Signore, cos’ha? Cosa le state facendo? Morirà?” Chiese Garinius avvicinandosi velocemente al letto con il volto sfigurato dall’apprensione. “Non lo so, intanto mi aiuti a tenerla ferma” Rigirarono la poveretta e alzarono sulla schiena la tunica in lino che indossava. Il piccolo ago trafisse la cute turgida della giovane che ebbe un piccolo sussulto. “Tenetela buona ancora un attimo, gliene dovrò fare un’altra?” “Un’altra? Perché?” “Perché l’antibiotico da solo potrebbe non bastare, per essere sicuri dovrò iniettarle un neuroprotettore” “Un neuroprotettore? Cos’è un neuroprotettore?” Claudio si girò e lo guardò severo “Alberto non mi sembra che questa sia la sede appropriata per fare un corso di farmacologia. Tu tienila ferma e lascia fare a me” L’ago questa volta stette parecchio nel muscolo della ragazza, e il vecchio guardò con aria di estremo stupore quella pratica sconosciuta. Claudio lentamente ritrasse l’ago dalla pelle della giovane e disse di ricoprirla e di aggiungere cuscini sotto la sua nuca. “Cosa le ha fatto? Che cos’è quella roba?” “E’ una cosa che salverà la sua ragazza” Disse Alberto appoggiando la mano sulla spalla del vecchio. “Usciamo di qui. Questa ragazza dovrà riposare per un po’ adesso” Disse Claudio. “Sopravvivrà?” “Solo il tempo e la fortuna può rispondere alla sua domanda” Ma dall’estremità del labbro superiore di Claudio s’intravide un sorriso. La carne arrostita che il vecchio portò in tavola era ottima, un gusto simile al pollo anche se il colore molto più scuro. Il tutto accompagnata con patate lesse. Mangiarono velocemente quella pietanza innaffiandola con del vino dal sapore aspro ma tutto sommato gradevole, poi si rilassarono fumando la pipa che il vecchio porse loro; o meglio, Alberto fumò la pipa, Claudio ci provò ma fu colto quasi subito da una crisi di tosse e immediatamente abbandonò l’impresa. Il tabacco rilasciava un gusto selvaggio e frizzante ed era intensamente inebriante e anche il vecchio ne fumava a grosse boccate, ma a lui non sembrava alterarne i sensi. “Ho letto la lettera del mio amico Phorien, che voi conoscete col nome di Pierot, e mi ha spiegato la vostra vicenda. Credetemi, non è una posizione semplice. Forse è meglio che vi racconti tutto con calma” I due annuirono e il vecchio si aggiustò la sedia, prese un bel respiro e riattaccò “Il nostro mondo, cioè la piccola parte che conosciamo, è diviso in quattro territori: la colonia delle montagne, dove viviamo noi, fondata dal saggio Naburakes; la colonia delle pianure dove vivono gli Retakay, il popolo del saggio Retak, le paludi all’estremo Sud abitate dai seguaci del saggio Ramiuriath e infine le isole del mare di mezzo in cui convivono molte popolazioni diverse. Il loro capo è il saggio Frebium. Per anni queste terre non hanno visto guerre ne contrasti, ma qualche tempo fa la colonia delle pianure ha cominciato a dare segni d’instabilità. Il saggio Arkat, reggente della colonie delle pianure, sembra che voglia rompere gli accordi con le altre colonie; ha fatto fortificare le città di confine e truppe con l’insegna del leone argentato presidiano le vie di comunicazione. Sono sicuro che prima o poi questa situazione scoppierà…” “Come mai Arkat vuole rompere i rapporti con le altre colonie” chiese Claudio, e la domanda servì a far riprendere fiato al vecchio. “Non si sa di preciso, ma pare che Arkat voglia distaccarsi per questioni religiose. La cosa è strana perché nelle nostre terre la religione ha sempre avuto un’importanza marginale e non ha mai creato tensioni, ma nelle pianure gruppi di uomini hanno cominciato a predicare e pare che facciano parecchi proseliti. Non sappiamo un granché di cosa dicano perché è diventato quasi impossibile addentrarsi nelle contrade di Arkat” “Ho capito, tutto molto interessante, ma cosa c’entriamo noi con tutta ‘sta storia? Insomma: perché ci danno la caccia?” Chiese Alberto spazientito. “Danno la caccia a tutti quelli che passano il portale, non solo a voi. L’ordine fu dato dal nostro saggio Ganar e pare che la colpa di tutto sia di un uomo che passò in questo mondo diverso tempo fa” “Chi?” Chiese Alberto di getto. “Non so chi fosse, ma ho sentito dire di un folle pazzo e crudele; pare che abbia fatto giustiziare parecchia gente, ma chi sia non so… la vicenda è avvolta da un segreto impenetrabile. Il portale adesso viene visto come una minaccia costante…” “Senta, a noi dispiace di questa situazione e speriamo vivamente che tutto si risolva in più in fretta possibile, ma a questo punto vorremmo tornare indietro. Come facciamo? Pierot ci ha detto che non si può ripassare il portale per ritornare nel mondo reale. E vero?” “Temo di si” Disse il vecchio con voce triste. “Ma ci sarà un modo per Dio! Pierot lo passa e ripassa tutte le volte che vuole, perché noi non possiamo fare come lui” “Lui fu ordinato guardiano dal saggio Ilgheran che gli donò i sacri poteri dell’ubiquità: è per questo che può tornare indietro” “Deduco che a noi questi poteri non saranno mai concessi” “Deduci bene amico mio…” “E’ ora di fare l’iniezione alla ragazza” Disse Claudio spazientito dirigendosi verso la stanza della giovane. Trovarono la ragazza immobile nel suo letto, gli spasmi muscolari sembravano diminuiti. Claudio preparò la siringa e iniettò il liquido nel corpo della ragazza. Garinius guardò quel procedimento quasi senza respirare, immobile, sperando che le sofferenze della sua bambina finissero presto e forse l’emozione sconfinò nel pianto. Alberto stette a guardare quel uomo dall’aspetto così arcano e notò l’assoluta differenza con i maghi e i saggi dei romanzi epici; forse aveva solo l’aspetto del mago, o forse era solo un vecchio con la barba bianca come migliaia di altri in quel mondo. La sua curiosità fu soddisfatta una volta che furono usciti dalla stanza della giovane. “Chi dispone della magia in questo mondo?” “Pochi, molto pochi. E quei pochi sono tenuti in grande considerazione” “Lei…?” Il vecchio sorrise “Un tempo lo ero, adesso sono vecchio, troppo vecchio” “Cosa vuol dire? I vecchi non possono essere maghi?” “No! La magia con l’andare degli anni scema sempre più fino a finire. E’ parecchio tempo che non dispongo più di poteri magici” Disse Garinius facendosi impercettibilmente triste. “Lei ci sta dicendo che solo i giovani possono disporre della magia in questo mondo?!” “Esatto! Solo i giovani che hanno i caratteri dominanti della magia possono accedere alle scuole d’addestramento, e solo i pochissimi che verranno ritenuti affidabili potranno praticare effettivamente l’arte magica” “Dove sono le scuole d’addestramento?” “Dipende dalla magia che uno può apprendere. Non esiste una sola magia, ne esistono diversi tipi e ogni colonia ne insegna una diversa, solo la nostra colonia non ha scuole d’addestramento…” Il vecchio fu interrotto dall’arrivo del ragazzino che li aveva ricevuti, sembrava preoccupato, era sudato e scapigliato e si avvicinò precipitosamente al vecchio comunicandogli qualcosa nell’orecchio. Garinius si voltò di colpo verso i due. “Dovete nascondervi immediatamente, venite con me!” E si fece seguire verso una porticina che conduceva ad un corridoio che portava verso il basso. “Che succede Garinius?” Chiese Claudio confuso. “Vi hanno scoperto! Adesso seguite le scale fino in fondo e state lì. Non muovetevi per nessuna ragione al mondo. Quando il pericolo sarà passato, vi avvertirò!” “Garinius….” “Andate ora!” Il vecchio diede una torcia ai due e frettolosamente chiuse la porta alle loro spalle. I due sbigottiti scrutarono il buio oltre la luce e cercarono conforto incrociando lo sguardo stringendosi in un abbraccio tremulo. Ed ebbero per l’ennesima volta paura! CAPITOLO 7 Gli zoccoli degli enormi cavalli producevano un rombo terrificante e la città sembrava ancora più vuota così violentata da quel rumore metallico. La sera era calata su Artheram e le poche torce accese lungo le strade disegnavano ombre lunghe e funeree, gli uomini a cavallo correvano veloci per le strade deserte della città in cerca di qualcosa, o più probabilmente qualcuno. Colui che comandava il manipolo alzò la mano e fece fermare la piccola fila, scesero ed entrarono in una grossa e spartana costruzione che sorgeva sull’ampia piazza. “Chi comanda qui?” chiese l’omaccio dalla rude e cupa voce. “Salve, comandante Datan” Disse la voce di un individuo che era sbucato da una stanza attigua “Sono il capitano Caberiat, comando io qui. A cosa devo l’onore della sua visita?” “Stiamo cercando due uomini, due fuggitivi. Hai avuto notizie di nuovi arrivi oggi?” “Sei sfortunato Datan, oggi era giorno di mercato e di gente ne è entrata e uscita parecchia” “Probabilmente erano vestiti in modo strano, è difficile che siano passati inosservati” “Potrei chiedere alle guardie che erano alle porte d’ingresso della città, ma questo non prima di domattina” “D’accordo” Sentenziò grave Datan. “La notte la potrete passare nella mia caserma. Vi faccio preparare le stanze” Datan annuì e Caberiat ordinò ad un soldato di preparare le brande negli alloggi del secondo piano. Poi si avvicinò “Comandante Datan, gradisci qualcosa da bere?” “Della birra per me e per i miei uomini” Ordinò con il solito tono deciso. “Se il comandante Datan si è messo personalmente alla ricerca di quei due, vuol dire che si tratta di personaggi davvero pericolosi…” “Direi di sì Caberiat, sono tre giorni che li cerchiamo, ma sembrano essere spariti. Stanno minando la sicurezza dell’intera colonia…” “Hanno a che fare con il portale per caso?” Chiese Caberiat con voce invadente. “No! Sono delinquenti comuni che provengono dalla colonia delle pianure. Il portale non c’entra nulla in questa faccenda” “Uomini delle pianure? E che cosa spinge uomini delle pianure ad inoltrarsi fino alle nostre terre inerpicate in mezzo alle montagne?” “Questo è un argomento segreto che non ho facoltà di svelare. Mi dispiace capitano Caberiat, ma la discussione finisce qui!” Rispose Datan con un accenno di tono minaccioso. “Certo, certo Datan. Capisco…” Si precipitò a convenire Caberiat capendo che non era il caso di proseguire “Domattina di buon ora convocherò le guardie che ieri hanno presidiato la porta d’entrata alla città” “D’accordo, noi intanto faremo un breve giro per la città, è da molto che non vengo ad Artheram e voglio vedere che cosa c’è di nuovo” Disse il comandante tranquillo e distaccato, ma Caberiat capì che Datan in realtà voleva controllare di persona come andassero le cose in città. La strada era deserta e il freddo era diventato crudo, in lontananza si sentivano delle urla avvinazzate provenire da qualche taverna. I sei uomini camminavano in ordine sparso e solo Datan sembrava guardare con circospezione ogni cosa. Giunsero in prossimità dell’entrata della locanda; alcuni uomini erano riversi sull’uscio completamente ubriachi e l’andirivieni era costante. Varcata la grossa porta di legno massiccio si ritrovarono in un enorme stanzone con tavolini stipati in ogni dove e il grosso bancone piazzato sul lato opposto dell’entrata; un uomo pelato e viscido faceva mansioni d’oste aiutato da una bionda ragazzina minuta, molto carina, che doveva essere il bersaglio preferito di volgari considerazioni di alcuni membruti. I sei uomini di sedettero in un angolo della taverna e stettero per qualche minuto ad osservare quella calca selvaggia. Molti degli astanti dovevano essere soldati in permesso, altri avevano l’aria di essere forestieri giunti in città per il mercato del giorno prima, altri ancora non nascondevano facce da sgherri di bassa lega. La cosa che colpì immediatamente gli occhi di Datan fu una piccola compagnia di uomini seduti ad un tavolo poco distante dal loro. Otto in tutto, equipaggiati da guerrieri più che da normali soldati, se ne stavano seduti in silenzio bevendo lentamente la loro birra; a capo tavola il più anziano, probabilmente il capo di quella pattuglia, lanciava sguardi severi a tutti quelli che inavvertitamente o meno transitassero nei paraggi del loro tavolo. Datan socchiuse gli occhi e con la mano si stuzzicò il labbro inferiore cercando di ricordare chi fosse quell’ uomo; aveva già visto da qualche parte quel volto, ma non ricordava né dove, né quando. Una prostituta grassoccia e non più di primo pelo gli si parò davanti e aprì violentemente la scollatura, i seni abbondanti e flaccidi balzarono fuori come spinti da una molla, il comandante la guardò trucido e brutalmente la spinse via. Una volta avuto di nuovo la vista libera, s’accorse che uno degli otto si era alzato, mentre gli altri rimanevano seduti a bersi annoiatamene lo loro birra. “Agherez, fai finta di nulla e guarda a quel tavolo alla nostra sinistra” disse Datan a bassa voce distogliendo lo sguardo dalla tavolata “Quello che sta a capo tavola ti ricorda nessuno?” L’uomo fidato del comandante lanciò un’occhiata di sbieco in direzione di quegli uomini, ripetendo velocemente l’operazione un po’ di volte per il timore di essere scoperto. “A prima vista direi di no, ma non mi pare un viso sconosciuto” “Anche a me! Quel uomo mi ricorda qualcosa…. Qualcosa…” disse il comandante mentre con il viso abbassato scrutava verso il comandante della pattuglia. Poco dopo uno di quegli uomini aveva abbrancato una prostituta e, quasi denudatala, le stava palpando violentemente i seni. Poi, d’un tratto, il vecchio a capo tavola si era alzato e con fare enfatico aveva ordinato agli altri di alzarsi. Uscirono. “Agherez, la vista di quegli uomini mi preoccupa, non so perché, ma mi preoccupa” disse ancora Datan tracannando una boccata generosa di birra “Ho come un presagio…” “Magari l’oste sa qualcosa” ribatte Agherez. “Giusto! Portamelo qui” L’attendente si alzò e si avviò con passo deciso verso il bancone, parlò brevemente con l’oste e l’invitò a seguirlo dal comandante. “Chi è quella gente che era seduta a quel tavolo? Lo so che lo sai, quindi non fare il furbo” ruggì Datan mostrando occhi crudeli e decisi. L’oste, per tutta risposta, ebbe un fremito di sincero terrore “Non lo so, è la prima volta che li vedo: lo giuro!” Datan non lo fece neppure finire e alzatosi gli si parò davanti; la differenza di corporatura tra i due era addirittura imbarazzante e l’oste indietreggiò impaurito “Lo giuro!” Gli uscì dalla bocca in un tono sibilante. Il comandante con una smorfia di disapprovazione lo spinse via in malo modo facendolo indietreggiare per parecchi metri, poi ordinò ai propri uomini di alzarsi e di riprendere la via della caserma dove avrebbero passato la notte. “Carraten! Carraten!” Urlò d’improvviso Agherez mentre con il plotone camminava verso la caserma. Datan lo guardò perplesso. “Carraten, comandante te lo ricordi? Quell’uomo seduto alla locanda era Carraten!” Datan si fermò di colpo e stette immobile a pensare. Carraten – pensò – che ci fa Carraten qui ad Artheram? Non lo vedo da anni e se è venuto qui un motivo ci sarà… L’ex generale Mattiun Carraten era un uomo ormai anziano ma che avrebbe potuto tenere testa a qualsiasi giovane guerriero, e infatti nessun uomo con un briciolo di cervello gli si era più parato davanti. La sua storia era simile a quelle del comandante Datan: tutti e due avevano combattuto per l’esercito delle colonie e tutti e due erano stati messi a riposo forzato. Datan lo ricordò comandare l’esercito contro gli originari sempre alla testa delle truppe pronto a rischiare la pellaccia. Stratega lungimirante, saggio e giusto, ma spietato all’occorrenza come quando aveva fatto giustiziare tutti i prigionieri al campo di Hutz. Non lo conosceva personalmente, lo aveva visto più volte sui luoghi delle battaglie, ma non aveva mai avuto un reale contatto con lui. Le ultime notizie che aveva avuto sul suo conto lo davano quasi eremita in qualche luogo sconosciuto. Ma adesso era lì con un manipolo di uomini apparentemente pronti a tutto e la cosa risuonò parecchio strana a Datan: proprio adesso – pensò - adesso che ci sono tumulti in tutte le colonie Carraten si presenta in campo pronto a giocare un’altra partita. Perché? La domanda risuonò insistente nella testa del comandante fino al giaciglio approntato nella caserma del capitano Caberiat; lì nel buio di quella spartana e fredda camera quel quesito lo aiutò a transitare al giorno successivo. Il freddo nella grotta era diventato severo e per quanto avessero cercato di perlustrare non sembrava che esistesse un fondo a quel cunicolo. Si fermarono e aspettarono l’evolversi degli eventi. “Quanto dovremo rimanere qui?!” “Boh…” “Mannaggia a me e a quando ho voluto ascoltarti…” “Finiscila di lamentarti Alberto, ora siamo qui e in un modo o in un altro una soluzione dobbiamo trovarla” “Ma che soluzione?! Claudio, se non te ne sei ancora reso conto, da qui noi indietro non ci torniamo più; hai sentito cosa ci ha detto il vecchio: indietro non si torna!” “Vabbè, allora mettiamola così: cerchiamo di salvare la pelle! Poi una soluzione la troveremo…” “…E dagliela… Claudio, porca puttana, siamo incastrati qui e, ammesso e non concesso che riusciremo a toglierci da questo cazzo di cunicolo, non sapremo cosa fare una volta fuori” “E che ci posso fare io?” sbraitò Claudio superando il limite della pazienza “Adesso siamo qui e qui dobbiamo restare. Altre soluzioni non ne abbiamo. Punto!” “Ok, restiamo qui….” Ribattè Alberto sedendosi e aspettando notizie dall’alto. Il tempo trascorreva lento, di tanto in tanto qualche rumore proveniva dalle viscere dell’orrido facendo sobbalzare i due; piccole gocce erano scese dalle pareti fomentando una leggera nebbiolina che rendeva ancora più lugubre quell’antro recondito. Puzzo, olezzo stagnante, stava impadronendosi dell’ossigeno del cunicolo e freddo, quel freddo che attanaglia le ossa e fa diventare nemico il proprio corpo, increspava la pelle dei due sventurati. Poi un botto, un rumore provenne dall’alto. Sentirono i passi farsi via via più incalzanti, si spaventarono, cercarono rifugio qualche metro più in giù nella galleria, spensero la torcia. “Dove siete? Venite fuori, sono io Garinius” La voce amica del vecchio bloccò la fuga dei due. “Abbiamo sentito dei passi arrivare e non sapevamo di chi fossero….” Disse Claudio uscendo dal buio del profondo e avvicinandosi a Garinius “Questo posto non lo conosce nessuno, qui potrete stare tranquilli” “Novità?” “Poche, temo che dovrete stare qui ancora per un po’” “Come per un po’?!…Per quanto? Qui non si respira, c’è una puzza infernale, fa freddo!” disse Alberto protestando vivacemente. “Il comandante Datan è al villaggio e vi sta cercando. Questo è l’unico posto tranquillo” Asserì severo Garinius “Vi ho portato qualcosa da mangiare. Tenete” “Come sta la ragazza?” chiese il dottore cercando un’emozione nello sguardo del vecchio. “Non bene, continua a contorcersi nel letto…Ha la febbre alta…” “E’ normale, devo farle un’altra iniezione…” “Quanto tutto sarà finito gliela farà” “Quanto tutto sarà finito potrebbe essere tardi” “Non può rischiare dottore…” “Devo rischiare Garinius. Se non continuo con le iniezioni ad intervalli regolari, la ragazza muore!” Il vecchio ebbe un sussulto, un fremito. Guardò negli occhi il dottore e capì che non stava esagerando. “E sia! Venga su, ma faccia in fretta!” I due s’incamminarono rapidamente verso l’uscita. “E io? Io che faccio qui tutto solo? Vengo anch’io!” disse Alberto prendendo per un braccio Garinius. “No, lei professore rimane qui! Faremo in fretta e poi in due sarebbe troppo rischioso!” “Garinius lei è pazzo, io qui da solo? Non se ne parla nemmeno…” “Alberto, ha ragione Garinius, sarebbe troppo rischioso. Mancherò solo per qualche minuto…” “ Io qui da solo..?” gridò Alberto “ Io qui da solo….Ho…Ho paura!” Claudio si girò verso il vecchio con sguardo interrogativo. Garinius chiuse per un attimo gli occhi e scosse la testa sconsolato “E sia…” Quando Claudio arrivò al cospetto della ragazza non perse tempo, aspirò il liquido biancastro nella siringa e iniettò l’antibiotico nel muscolo della giovane. Poi auscultò per un momento il dorso e le tastò la fronte. La febbre era ancora alta, ma il cuore ritmava piuttosto preciso e le contrazioni erano meno veementi di quanto non lo fossero il giorno prima. Gli antibiotici stanno facendo un minimo effetto - pensò Claudio – ma dovrò somministrarli ad intervalli regolari. Ma come faccio se devo nascondermi tutto il giorno in quel cunicolo…? “Garinius, questa ragazza ha bisogno di due iniezioni al giorno per guarire” disse Claudio tenendo basso il tono della voce. “Non è ….” La risposta del vecchio fu mozzata da forti colpi che provenivano dalla porta. “State fermi qui. Non muovetevi per nessuna ragione al mondo. La mano che bussa potrebbe essere quella di Datan!” lì ammoni il vecchio. I due annuirono e visibilmente spaventati si andarono ad accucciare in fondo alla piccola camera. Garinius chiuse lentamente il paletto della stanza di Elinda e si diresse verso la porta da cui continuavano a provenire forti colpi; tirò un lungo respiro e cercò di rassettarsi un poco i capelli, non voleva che Datan lo vedesse così scapigliato perché sicuramente si sarebbe insospettito. Aspirò un’ ultima volta e aprì il chiavistello della grossa porta di legno “Buongiorno” “Buongiorno a te Garinius. Come stai?” “Io direi bene. Ma dimmi, cosa porta fin qui il capitano Datan” “Il lavoro. Due fuggitivi, due personaggi molto pericolosi sono stati visti entrare in città ieri mattina. Tu non hai notato nulla di strano?” “No. Cosa vuoi io sono sempre in casa…” “E’ strano però….Il soldato che stava di guardia alla porta Ovest ha ricordato di aver notato due forestieri sospetti che dicevano di essere tuoi amici. Chi erano?” “Due allievi della scuola di magia di Trelleriuk”” “E che ci facevano da te?” “Nulla di particolare, mi hanno portato un messaggio del loro maestro” “Ho capito…” disse Datan mentre i suoi occhi si muovevano rapidamente nel tentativo di sbirciare all’interno della casa. Garinius se ne accorse “Non fare complimenti, entra. Ti offro qualcosa da bere…” Il vecchio fece accomodare Datan nel grosso stanzone, prese due bicchieri e ci versò dentro un liquido giallastro. “E’ buono vero? E’ fatto con ginepro e tiust. E’ una mia specialità!” Datan scosse leggermente la testa in segno di assenso, ma i suoi occhi erano bassi e la testa ripiegata sulle ampie spalle. “Garinius lo sai vero? Lo sai che le cose stanno andando malissimo nelle colonie? E come se non bastasse dobbiamo dare la caccia a quei due… ” “Cos’hanno di particolare questi due che stai cercando?” Datan non rispose subito, tracannò lentamente l’ultimo sorso del liquore e guardò fuori dalla finestra “Hanno passato il portale” “Capisco…” “Non sappiamo nulla di questi due e potrebbe essere una coincidenza, ma le ultime notizie che ci arrivano dalla pianure dicono che Arkat stia organizzando un potente esercito” “Un esercito? Scusa Datan, ma non è proibito avere un esercito coloniale?” “Garinius lo sai anche tu che è proibito, è proprio per questo che abbiamo serie preoccupazioni” “Che si è messo in testa Arkat? Qualcuno lo sa?” “Di preciso no, ma pare che ultimamente nelle pianure siano stati distrutti alcuni templi. Molti predicatori girano per i villaggi dicendo che i nostri primordiali sono falsi dei, che esiste un solo Dio, che le anime dei malvagi bruceranno nel fuoco eterno…” “E’ una cosa parecchio strana…” “E non è l’unica!” ribadì Datan versando altro liquore nel bicchiere “ Sembra che molti uomini siano stati uccisi nella terra di Arkat perché hanno rinnegato il nuovo Dio” Garinius scosse la testa bofonchiando qualche cosa, forse un’imprecazione. Le sua dita ticchettarono aritmiche battute sul piano del tavolo e le sue palpebre si contrassero lentamente “Cosa possiamo fare?” chiese infine. “Garinius non lo so. Ho cercato di avvertire i saggi delle montagne: mi hanno ascoltato, ma poi hanno alzato le mani dicendomi che l’unica soluzione era quella di aspettare. Se noi aspettiamo ancora ce li ritroviamo qui tra qualche tempo. Dobbiamo anche noi organizzarci!” “Gli eserciti portano guerra e la guerra è l’unica cosa che dobbiamo temere. Andrò io dai saggi: vedremo il da farsi!” Datan allargò un lieve sorriso di compiacimento e versò ancora del liquore nel bicchiere, lo tirò giù con un sorso secco e concluse “Bene, so che ti ascolteranno. Ora devo riprendere le ricerche di quei due. A presto!” La grossa porta di legno si chiuse stridendo e Garinius si precipitò nella stanza della giovane ragazza. “Se n’è andato?” chiese Claudio riemergendo dal buio della stanza “Sì. Tutto a posto. Come sta la ragazza?” “Dorme” “Bene! Adesso dovete ritornare giù nel nascondiglio, il pericolo non è ancora del tutto passato” “Per quanto ci cercherà ancora?” Garinius si avvicinò sorridente a Claudio e gli diede un pacca sulle spalle. “Per sempre!” CAPITOLO 8 La ragazza uscì e rientrò trotterellante più volte dalla cucina e Claudio non smise mai di guardarla stentando di credere che solo venti giorni prima fosse stata così vicina alla morte. Aveva molti più anni di quelli che dimostrava quando l’avevano vista pallida e immobile sprofondare nelle braccia del tetano. Una ventina, occhio e croce; forse non bellissima, ma bella, bella di una bellezza eterna, quasi senza averne l’aria. Una bellezza fluttuante; alta e slanciata, forte ma triste, bicipiti marmorei, carnagione scura, capelli lunghi e neri, incolti e vagamente ribelli, gambe lunghe e nervose. Forza e dolcezza insomma. “Buongiorno Claudio…Hai ben riposato?” “Direi di sì, se è vero come è vero che ho dormito dieci ore lunghe e filate” “Hai fame? vuoi che ti prepari qualcosa da mangiare?” “No grazie…” disse sorridente il dottore. Garinius spuntò improvvisamente dalla porta che conduceva al suo piccolo laboratorio. I capelli erano inaspettatamente disordinati e il volto corrucciato. “Buongiorno Claudio, puoi venire nel mio studio, ti devo parlare” Claudio entrò nella piccola stanza e il vecchio lo fece accomodare su una piccola sedia di legno finemente intarsiata e gli si sedette davanti. “E’ ora che voi andiate via da Artheram. Questo non è più un posto sicuro. L’esercito della colonia delle montagne si sta ammassando qui intorno, tra breve potrebbe scoppiare una guerra con la colonia delle pianure e se ciò accadesse voi rimarreste bloccati qui per chissà quanto tempo…” “Per dove?” “Per Geren. E’ una piccola isola nella colonia del mare del centro, lì ci sono alcuni miei amici e troverete maggiore tranquillità. Partirete stanotte stessa” “Quanto dista questa Geren?” “Parecchio, ma ho deciso che manderò con voi Elinda. Anche per lei questo villaggio non è più sicuro. Vi aiuterà.” “E tu qui cosa farai? Perché non vieni con noi? “La situazione sta velocemente degenerando, la colonia ha bisogno del mio aiuto” Qualcuno bussò. “Permesso…” chiese Alberto entrando timidamente. “Buongiorno Alberto” “Alberto, Garinius mi stava dicendo che stanotte partiamo” “Perfetto…Dove andiamo questa volta?” “In un’isola di nome Geren” “E a fare cosa?” “A trovare una sistemazione più sicura! Partirete stanotte. Adesso scusatemi, ma devo continuare un lavoro” li congedò Garinius prima di rituffarsi nella lettura delle carte che erano disposte sul tavolo. Claudio e Alberto uscirono silenziosamente dallo studiolo e andarono a sedersi nella stanza principale della casa. Lì Elindia aveva preparato due scodelle di kut ancora fumante. “Verrà anche Elindia con noi. Garinius dice che ci sarà d’aiuto nel viaggio” disse Claudio intervallando le sue parole con i soffi per stemperare il calore della bevanda. “E che cosa dovremmo trovare su quest’ isola? La manna dal cielo per caso?” “Non lo so, ma Garinius dice che lì troveremo dei suoi amici che ci aiuteranno. Qui non possiamo più stare, tra breve scoppierà una guerra!” “E noi invece di scappare nella direzione opposta della guerra, cerchiamo di passarci in mezzo! Bella idea! Bravi, complimenti!” “Non passeremo in mezzo alla guerra. L’aggireremo!” intervenne Elindia che stava orecchiando fuori dalla stanza. “E come mia bella Elinda?…Volando?” chiese Alberto ancora una volta caustico. “No, conosco una via che taglia fuori le città principali della colonia delle pianure” rispose la giovane che manteneva una certa soavità nella sua voce “L’ho fatta molte volte, lì sarà sicuro” “Voglio fumare!” disse Alberto battendo un forte pugno sul tavolo. “Cosa?” Claudio lo guardò esterrefatto “Sono due giorni che ho finito le sigarette, sono due giorni che soffro come un cane. Voglio fumare!” “Ho quello che fa per te: aspetta un attimo” Elinda uscì dallo stanzone per un attimo e rientrò con una oggetto dalla forma cilindrica poco più grosso di un normale sigaro. “Tieni, prova questo…Si chiama Truk” Il profumo di quella misteriosa erba si espanse immediatamente nella grossa stanza, un odore acerbo, selvaggio, molto forte ma decisamente piacevole, tanto che anche Claudio volle provare. “Ma…ma è Hashish!” disse il dottore mentre Alberto continuava a tirare grosse boccate. “Non è Hashish, ma ci assomiglia molto! Ci aiuterà durante il viaggio” rispose Alberto con voce malferma. La ragazza in fondo alla stanza sorrise attirando l’attenzione di Alberto che la vide ancora più bella di come ella fosse, così bella che provò una sensazione intensissima immaginarsela nuda tra le sue braccia. Poi s’addormentò. “Sveglia. Sveglia” urlò Garinius quando entrò nella stanza e, senza troppi complimenti, scosse i corpi addormentati dei due. “Salve…Garinius…Che ore sono?” chiese Alberto stentando a riprendersi. “Il sole sta per spuntare e voi sono ore che dormite. Tiratevi su, tra non molto sarà ora di partire” “Scusaci Garinius, ci siamo addormentati improvvisamente” Claudio cercò di scusarsi “Che mal di testa…” Il vecchio li guardò duro, ma poi sorrise “Andateci piano col truk, sarebbe un guaio se diventasse un’abitudine” “Magari un’abitudine no, ma se ce ne desse un po’ per il viaggio….” Disse Alberto non ancora del tutto lucido. “Alberto!” lo ammonì Claudio. “Vabbè…Come non detto!” “Ascoltate. Vi ho preparato degli abiti per il viaggio. Troverete anche delle armi nel caso vi dovessero servire….” disse Garinius facendo segno di seguirlo “Andate e preparatevi… Ci vediamo dopo per la cena” I vestiti che Garinius aveva preparato erano di buona sartoria, simili a tuniche, di colore marrone bruno, forse di lino o filato simile; comunque molto meglio di quelli che avevano indossato fino ad ora. Di fianco a quelle vesti c’erano dei corpetti di cuoio che dovevano servire come protezione qualora i due avessero avuto problemi di natura bellica. Appoggiate al muro due lucenti spade corte con l’elsa adornata di piccole e splendide pietre luccicanti. Alberto ne prese una e cominciò a menare fendenti in aria; sembrava un bambino a carnevale, urlava e si dimenava come un matto, ora schivava, ora parava, ora toccava un nemico invisibile. Claudio lo guardava divertito, poi preso dalla foga di sperimentare, cominciò pure lui a combattere con l’aria che aveva intorno. Due bambini, due bambini che facevano settant’anni in coppia che combattevano contro draghi, guerrieri e maghi immaginari e immaginati. E siccome i bimbi difficilmente combattono con, ma più probabilmente contro, organizzarono un duello e cominciarono a incrociare le lame delle due spade. Non fu uno spettacolo di scherma entusiasmante, movenze simili a due pachidermi col tutù, tanto che per poco non si fecero male. “Io non scherzerei troppo con quelle armi..” disse Garinius che con Elinda li guardava divertito. “Era così per provare…” si giustificò Claudio. “Prima di provare sarebbe meglio imparare! Elinda vi insegnerà i primi rudimenti, ma dubito che ne tirerà fuori qualcosa…” “Impareremo!” disse un po’ seccato Alberto. “Ho paura che dovrete imparare per forza” li ammonì Garinius facendosi improvvisamente serio “Ricordate che la vostra spada sarà l’ultimo baluardo che vi separerà dalla morte” Claudio guardò il viso rugoso del vecchio e lasciò cadere la spada. Il buio calava impietoso su Artheram. La notte passò abbastanza serena e solo Alberto fece un po’ di fatica a far il nido nello scomodo giaciglio. Il pensiero dell’imminente viaggio lo tormentava ma allo stesso tempo lo eccitava. Stette per qualche minuto a fissare il vuoto immaginando ciò che gli sarebbe potuto succedere e quanto sarebbe stato in grado di affrontare quel nuovo mondo. Il sonno lo colse improvviso mentre immaginava di combattere contro creature mostruose e torme di guerrieri orcheschi. “E’ l’ora! Andate e buona fortuna” salutò Garinius guardando la piccola comitiva scomparire lungo la strada buia che si perdeva nelle profondità del cunicolo “Che i primordiali siano con voi” sussurrò alla fine. Claudio e Alberto quel passaggio sotterraneo lo conoscevano assai bene; ci avevano passato parecchi giorni quando il capitano Datan era arrivato in città per cercarli, ma non avevano mai avuto il coraggio di perlustrarlo a fondo. La strada si perdeva nelle viscere della terra con Elinda a marciare sicura alla testa del plotone. Di tanto in tanto qualcosa sgattaiolava tra i piedi dei tre facendo sussultare Claudio e Alberto prontamente tranquillizzati dalla ragazza che divertita assicurava che i topi non avevano mai ucciso nessuno. Il piano fu lungo. Poi la galleria si fece più stretta e la sensazione che la strada cominciasse a salire rincuorò i due. Se per tanto siamo scesi e adesso cominciamo a salire, vuol dire che tra poco dovremmo essere fuori da questo cunicolo, pensarono. La previsione non si rivelò sbagliata quando in lontananza si cominciò ad intravedere le prime luci dell’aurora. Uscirono da un sorta di fessura che tagliava in due un costone della collina e videro Artheram ormai lontana laggiù nella pianura. L’aria della prima mattina era frizzante, ne respirarono a grosse boccate e si lasciarono trasportare da quella gradevole sensazione: il viaggio era cominciato. “Siete stanchi?” chiese Elinda girandosi verso i due. “No, possiamo continuare” risposero quasi in coro La ragazza fece segno di seguirla e s’incamminò lungo la strada che s’inerpicava lungo il crinale della collina. Il sole cominciava a far sentire la sua presenza quando arrivarono, non con poche difficoltà, in cima al promontorio e lì decisero, o meglio Alberto decise, di fare una prima sosta. Era passata non più di un’ora da quando erano usciti alla luce del sole. “Di questo passo alle isole del mare ci arriviamo tra cinque lune…” disse Elinda sorridendo ma non troppo. “E’ facile parlare quando si hanno vent’anni e si è allenati per bene; un pelo più difficile è quando di anni se ne hanno 37 e si ha un fisico dalle forme di un cuscino…” Ansimò Alberto, pentendosi quasi subito di essere stato così scortese con il suo corpo. “D’accordo, ma faremo una sosta brevissima” Si limitò a dire la ragazza. La valle che sorgeva sotto i tre era dominata per la maggior parte da una foresta rigogliosa, solo ogni tanto s’intravedevano delle radure che formavano della macchie di colore verde chiaro. “Cammineremo sempre in salita?” Chiese un po’ preoccupato Claudio “Per il primo tratto sì, poi marceremo lungo la strada del fiume in pianura” “Perché non tagliamo la foresta lì in basso?” “Sarebbe troppo pericoloso. La foresta nasconde delle trappole mortali. Meglio la montagna” Chiosò enigmatica Elinda “Quali trappole?” Insistette Claudio “I radmul per esempio! Tu sai cosa sono i radmul, Claudio?” “No, ma temo d’intuire…” Elinda sorrise e lo accarezzò sulla guancia, poi alzò gli occhi verso il cielo per scrutare le nuvole che si stavano addensando verso l’orizzonte. Aggrottò le ciglia. “Alberto è ora. Andiamo!” “Già?” Fu la timida risposta di Alberto che malvolentieri riacquistò la posizione eretta. “Sì. Le vedi quelle nuvole laggiù? Bene, dobbiamo fare in fretta prima che il temporale si scateni” Dopo due ore di marcia regolare Elinda sondò la condizione di Claudio e Alberto e constatò con felicità che la fatica non aveva ancora preso definitivamente il sopravvento dei due. Era stata fino a quel punto un cammino relativamente tranquillo e il temporale che li minacciava sembrava aver preso un altro percorso. Speriamo che continui ad esserlo anche quando saremo nella colonia delle pianure – pensò – ma da quello che mi ha detto Garinius ci sarà da tenere gli occhi aperti. L’importante sarà arrivare entro il calar della notte alla piana di Yuruk… Yuruk era il confine naturale tra la colonia delle montagne e quella delle pianure, sorgeva nel punto in cui le due colline più aspre si abbracciavano e si fondevano. Un piccolo villaggio serviva da appoggio ai viandanti e ai mercanti che percorrevano quelle strade. Poche case, arroccate su un versante della collina, formavano l’abitato, qualche bottega e un paio di taverne erano gli esercizi adibiti ai forestieri. Elinda sapeva che a Yuruk avrebbe avuto informazioni su cosa li avrebbe attesi una volta varcata la soglia della colonia delle pianure. Conosceva parecchia gente in quel paese, li avrebbe rivisti volentieri, ma soprattutto avrebbe accettato consigli su come proseguire il viaggio. Garinius le aveva consigliato vivamente di agire in quel modo: nessuno sapeva realmente come stessero le cose nella colonia di Arkat; Elinda – le disse poco prima di partire – non azzardare mai! Informati, osserva, scruta, ma non agire mai impulsivamente. Arkat ha creato sconquasso nella propria colonia, i pericoli possono essere dappertutto. Fai attenzione! La giovane camminò sempre a qualche passo di distanza dai due che cominciavano a seguirla con difficoltà, ma il villaggio non distava molto e per quanto possibile avrebbero continuato. Un paio di volte sentì Alberto sfinito implorarla di fermarsi, non si voltò neppure limitandosi a fare un cenno nervoso col braccio indicando la punta di un irta collina. Il crepuscolo affrescava il cielo di tinte calde, il sole ormai quasi morto cominciava a dare tregua alla pelle screpolata e sudata dei due avventurieri. Ormai il villaggio era lì a non più di duecento, trecento metri. “Fermi!” Elinda bloccò bruscamente i due. “Che c’è Elinda?” “Via, venite via dal sentiero…” Disse sibilando la giovane andandosi a nascondere dietro alcuni rovi. I due la seguirono velocemente senza capire. “Elinda cosa ti è preso?” Chiese Alberto. “C’è parecchio fumo che viene dal villaggio” Guardarono in direzione delle case, e anche se la loro posizione non era delle più felici, dovettero convenire che quelle colonne di fumo erano parecchio sospette. “Yuruk è stata attaccata” Sentenziò Elinda “La guerra è iniziata! Noi ci troviamo nel bel mezzo ….” “Ahahahahah” Alberto cominciò a ridere di gusto “Io conosco una strada sicura che ci porterà lontano dalla guerra…Ahahahahahah…..L’ho fatta mille volte, non ci sarà pericolo….Ahahahahah. Eccola la strada sicura…” E indicò le colonne di fumo continuando a ridere smodatamente. Elinda guardò fisso Alberto, serrò forte le mandibole e contrasse i muscoli delle braccia, poi con un balzo felino lo prese per la gola con tre dita della mano destra e cominciò a stringere. Alberto rimase immobile e non ebbe il tempo di organizzare una difesa, gli occhi spalancati, un leggero gorgoglio gli uscì dalla bocca “Non ridere di me straniero” Disse Elinda con una voce sibillina e crudele “Io sono qui per salvarti la vita o per pararti il culo come dici tu….Non ridere più di me…” E lasciò la presa facendolo cadere all’indietro. Claudio assistette alla scena completamente sbalordito. Guardò l’amico disteso per terra , poi si girò verso Elinda che nel frattempo si era appostata di nuovo ad osservare quel che rimaneva del villaggio “Ma che….” gli uscì soltanto dalle labbra. Poi si avvicinò ad Alberto. “Come stai” “Abbastanza bene…” Rispose l’altro mentre si ripuliva dalla terra e dall’erba che gli si erano addensati sul vestito “Ma che cazzo le è preso a quella lì?” Elinda sentì quelle parole e non si voltò neppure, ma scosse leggermente la testa “Benvenuti nel nostro mondo signori! Adesso andiamo, abbiamo molta strada da fare prima di poterci riposare di nuovo” E partì verso le colonne di fumo. “Che novità ci porta Capitano Ertrik?” “Arkat sta ammassando truppe nella campagna di Utrekar” “Quanti sono?” “Tremila uomini occhio e croce. Cavalieri e fanteria” Il vecchio saggio Ganar, comandante in capo dell’esercito delle montagne, passò in rassegna il volto dei comandanti del suo stato maggiore. “Bene signori, facciamo il punto della situazione: sappiamo che Arkat ha disposto una parte del suo esercito qui a Fresteriket e una qui a Marigerat. Dodicimila uomini in tutto” disse Ganar evidenziando con dei cerchi la mappa “Adesso Ertrik ci ha detto che un altro troncone dell’esercito è a Utrekar. Tremila uomini circa. E’ chiaro che la loro l’intenzione è quella di marciare dritto per dritto verso la nostra capitale Guntharam. Probabilmente la loro prima mossa sarà quella di conquistare la città di Thur per usarla come base per il resto dell’avanzata” “Dovremmo attaccarli subito, prenderli alla sprovvista” Fu il parere di un anziano capitano “E’ vero, dovremmo sorprenderli. Loro non si aspettano un nostro attacco…” Propose un altro “No! Sarebbe un errore attaccarli adesso; se fallissimo Gruthatan sarebbe indifendibile. Stanno marciando a cuneo, temono una nostra offensiva, attaccare una parte del loro esercito gli garantirebbe l’immediato aiuto della retrovia. I tremila uomini che ci ha detto Ertrik marciano al centro dell’ allineamento a poche leghe di distanza dal grosso dell’esercito, se noi attacchiamo una delle due ali ci ritroveremo addosso le forze del centro dello schieramento” Fu la versione di un terzo Ganar ascoltò con attenzione il dibattito dei suoi comandanti, la mano destra massaggiava nervosamente la tempia e lo sguardo vagava per la tenda in cerca di ispirazione. La discussione degli altri capitani si era quietata in attesa della decisione del comandante. “Ha ragione il capitano Datan, sarebbe assurdo attaccarli. Dobbiamo cercare di fiaccarli con azioni di disturbo, il messaggero che ho inviato in cerca di aiuto dalle altre colonie dovrebbe essere qui a breve. Valuteremo un’azione decisiva solo dopo aver avuto notizie dai saggi delle altre colonie. Andate adesso. Capitano Datan si fermi, le voglio parlare” Gli altri comandanti uscirono silenziosamente dalla tenda e Ganar si lasciò cadere sulla sedia dietro al tavolo delle mappe. “Datan, quanti anni sono che non è più in servizio attivo nell’esercito delle colonie?” “Dodici comandante” “Un sacco di tempo, ma pare che non abbia perso le capacità di un tempo” “Grazie comandante” “Temo tuttavia che la situazione sia molto più grave di quanto possa sembrare. Non abbiamo un esercito preparato, abbiamo la maggior parte dei comandanti che non ha conoscenze di strategia militare e sembra che il nemico sia molto più astuto di quanto ci aspettassimo” disse Ganar cominciando a passeggiare all’interno della tenda. Poi si fermò ritto come una spada “Ho avuto notizie su chi sta guidando l’esercito delle pianure” Il capitano guardò perplesso il comandante. “Chi?” Sussurrò “Carraten!” Urlò di rabbia Ganar “Non è possibile!” Datan sentì stringersi lo stomaco “Carraten, maledetto! Ecco perché quella sera….” “Quella sera cosa?” Lo interrupe violentemente Ganar. “Comandante, qualche tempo fa in un giro di pattuglia ad Artheram, vidi un uomo che mi ricordava qualcosa. Non riuscii subito a riconoscerlo, fu il mio attendente che mi fece ricordare. Adesso capisco: era lì per spiare!” Datan diede un pugno contro l’elsa della spada che spuntava dal fodero. “Che sia maledetto. Tutti avrei voluto avere contro, ma non Carraten! Se i saggi delle altre colonie non manderanno dei rinforzi, resisteremo poco quando quel porco deciderà di attaccare ” “Quanti uomini abbiamo pronti per muovere?” “Non più di tremila, tremila e cinquecento se siamo fortunati. Ha qualche idea capitano?” “Attaccarli su tutto il fronte neanche a parlarne, ma aggirare la sua retroguardia e prenderla alle spalle potrebbe essere una buona mossa” “Col rischio di farci trovare senza difese a Guntharam” scosse la testa Ganar “Non mi sembra una grande idea capitano” “Comandante, conosco la tattica di Carraten, non attaccherà subito qui. La sua idea è quella di impadronirsi delle città di confine per tagliare il rifornimento alla capitale Guntharam; dobbiamo anticiparlo tagliando fuori i suoi di rifornimenti” “Sembra convinto capitano. Continui…” “Piccole pattuglie disturberanno i movimenti delle due ali col solo scopo di tenerli impegnati, intanto parte del nostro esercito preparerà la difesa di Guntharam, mentre un altro contingente ci servirà per accerchiare l’esercito di Carraten e ricongiungersi con la compagnia che sta dietro i rifornimenti del nemico” “E le città più piccole della colonia chi le difenderà?” “Sarebbero indifendibili comunque comandante. I villaggi più piccoli potrebbero essere sgomberati immediatamente, le città più grosse riusciranno a resistere per un po’ all’assedio dandoci il tempo di colpirli alle spalle” Ganar appoggiò i gomiti sul tavolo e si molestò pensieroso i lungi capelli bianchi. “Datan è l’unica soluzione che ci rimane?” “No, ma potrebbe essere la migliore” Il vecchio si alzò di scatto e si avvicinò minaccioso a Datan, lo prese per il corpetto e lo tirò forte a se “Capitano, sia onesto. E’ una follia?” “Sì comandante” Allora Ganar mollò la presa e lo guardò cupo. Poi estrasse la spada dal fodero e la passò a Datan “Capitano Datan, la nomino comandante in capo dell’esercito delle montagne. E che i saggi ci assolvano dalla follia che stiamo per compiere” Il capitano s’inginocchiò ai piedi del vecchio comandante mentre un brivido d’incoscienza gli correva lungo la schiena. La marcia era stata serrata per quasi tutta la notte, la piccola compagnia aveva attraversato Yuruk al calar delle tenebre e come previsto la guerra si era abbattuta cruenta sul piccolo villaggio di confine. Le poche case erano state date alla fiamme, enormi roghi si estendevano verso il cielo bruno, alcuni cadaveri, quasi tutti mutilati, giacevano riversi lungo la strada principale, come se si fosse trattata di un’esecuzione sommaria. La vista di quello scempio aveva sconvolto l’anima di Claudio e Alberto, che adesso camminavano a capo chino lungo il sentiero che costeggiava un enorme foresta al di la del fiume Rutikar. Avevano passato il confine della colonia delle pianure senza esitare, confidando di poter attraversare quella contrada ostile tagliando le grandi foreste che facevano da cornice al grande fiume. Dopo la vicenda in cui Elinda aveva aggredito Alberto, non si erano più detti nulla. La ragazza era cambiata parecchio da come l’avevano conosciuta, non che avesse perso la cortesia e la gentilezza, ma in alcune circostanze li aveva rimproverati bruscamente e giudicati molli e incapaci. Quella cosa ai due non piacque per nulla, e infatti adesso ognuno marciava avvolto nei propri pensieri, ognuno con se solo. “Sarebbe opportuno fermarci” Comunicò Elinda arrestandosi improvvisamente in prossimità di una piccola costruzione di pietra parzialmente diroccata. I due annuirono e si liberarono degli zaini lasciandoli cadere in terra. “Aspettatemi qui! Io vado a controllare che più avanti tutto sia tranquillo” I due videro la figura di Elinda scomparire dietro alte piante dal tronco nodoso, mentre le prime luci dell’alba cominciavano ad irradiarsi dentro quella rigogliosa e spettrale foresta; si guardarono intorno, i grossi alberi più avanti lasciavano spazio a enormi radure che si aprivano a sud dove il fiume stava allargando il proprio letto in attesa di tuffarsi nelle verdissime pianure che circondavano la città di Leophilis. Garinius aveva parlato di quella città, bellissima e ricchissima l’aveva definita, con enormi statue che campeggiavano sulla grossa piazza centrale. In realtà il vero nome era Hartikuk, ma misteriosamente Arkat da qualche tempo l’aveva ribattezzata col nome di Leophilis. Elinda era partita in perlustrazione ormai da parecchi minuti, Claudio e Alberto si erano seduti in prossimità della piccola costruzione dando fondo ai pochi vivere che erano rimasti nello zaino. Un rumore di frasche attirò l’attenzione dei due, poi tutto tornò a tacere. Dopo qualche secondo i rumori si fecero persistenti, i due si alzarono spaventati e rincularono fino all’entrata della costruzione. Aspettarono qualche istante col cuore in gola, poi una sorta di suono gutturale provenne da dietro quelle frasche. Il cuore si fermò nel petto dei due, il rumore si stava velocemente avvicinando alla loro posizione. Non respirarono, inebetiti con lo sguardo verso il rumore. Passò qualche secondo di anormale quiete, poi esplose improvvisamente un ruggito terrificante e dal nulla balzò fuori una sorta di lucertolone enorme, verde chiaro a macchie marrone scuro con le zampe posteriori che facevano presa sul terreno facendolo avanzare come un normale bipede. La bestia si fermò davanti a loro esibendo una dentatura fittissima e aguzza; lentamente le zampe posteriori si piegarono come per preparare l’attacco decisivo. I due s’irrigidirono e si avvicinarono abbracciandosi nel tentativo di ripararsi l’uno con l’altro. Il mostro era ormai pronto per balzare quando si senti un sibilo nell’aria; simultaneamente i due riaprirono gli occhi e videro il mostro riverso per terra in una pozza di sangue color rosso scuro. Elinda dall’altre parte li guardava corrucciata, velocemente s’avvicinò alla bestia e gli sfilò il coltello dalle carni provocando un fiotto di sangue che le macchiò parzialmente il corpetto. “Andiamo! Più avanti è tutto tranquillo” Ordinò la ragazza mettendosi in cammino Claudio e Alberto rimasero paralizzati lì sull’entrata della costruzione, guardarono Elinda, guardarono il mostro disteso nel suo sangue, e si lasciarono cadere sfiniti. La giovane si voltò spazientita aspettando che i due la seguissero, ma Claudio e Alberto rimanevano fissi a guardarla increduli; aveva ucciso quel bestione con una tranquillità impressionante e vederla così marmorea nella sua forza variegata a cotanta bellezza faceva scaturire un sincero timore. “Grazie…” uscì per inerzia dalla bocca di Alberto. Elinda sbuffò e borbottando riprese la marcia. Datan quella mattina si alzò di buon ora per andare a Tynok a colloquio con il comandante Freterk. Il cavallo aveva fatto un buon lavoro, in meno di tre ore aveva attraversato la foresta del manto e le colline dorate ed era giunto in città con un buon anticipo sulle aspettative. Trovò Freterk nel suo studio che stendeva un rapporto. “Datan, che ci fai tu qui” Aveva chiesto minaccioso Freterk “Ci sono perché Ganar mi ci ha fatto venire” Aveva ribattuto Datan “Cosa c’entri tu con il saggio Ganar” “C’entro parecchio, è stato lui a darmi il comando dell’esercito” Freterk sbiancò. ”Stai scherzando spero…” Chiese preoccupato “No, non sto scherzando” Rispose Datan che provò un’enorme gioia nel vedere il rivale così sorpreso “Sono venuto qui per dar disposizioni a te e ai tuoi uomini” “Non prendo disposizioni da te” Urlò Freterk “Dovrai abituarti a prenderne invece” Ribatté sicuro Datan Freterk lo maledì e uscì imprecando. Il capitano Datan conosceva quell’uomo, sapeva che avrebbe fatto di tutto per intralciare il suo lavoro, ma sapeva anche che Freterk era un ottimo soldato e un buon stratega. La loro rivalità era iniziata ai tempi della pace dopo la guerra con gli originari, Freterk comandava un distaccamento nella colonia delle paludi e Datan era stato suo ufficiale subalterno, poi quando la guerra tacque molti furono giubilati dalle file dell’esercito e Datan fu uno di questi. Non lo accettò e anzi fece richiesta di essere riammesso come comandante di distaccamento. A quella richiesta i saggi vollero chiedere il parere del comandante che lo aveva avuto in servizio. Quel comandante era appunto Freterk, che sconsigliò vivamente la domanda di riammissione di Datan giudicandolo “Feroce, assassino e crudele oltre misura”. Datan quella vicenda non la dimenticò, ed ora aveva l’opportunità di vendicarsi. “Allora dimmi, cosa vuoi da me?” Disse nervoso Freterk rientrando nel suo studio con una malcelata calma “Abbiamo studiato una controffensiva contro Carraten” “Allora è vero: Carraten è alla testa dell’esercito di Arkat…” “Sì, lo è… E conoscendolo, ci sarà da stare ben attenti” Il capitano armeggiò nella bisaccia e tirò fuori delle carte che srotolò sulla scrivania “Qui ci sono le mappe con il piano che abbiamo approntato” Freterk si avvicinò e scrutò pensieroso quei documenti. Non chiese nulla a Datan, cercò di interpretare da solo i segni che evidenziavano determinati settori della mappa. “Vuoi attaccare la retroguardia di Carraten. Giusto?” Chiese alla fine “Giusto” Rispose secco Datan “Mmmmh….Potrebbe essere una buona idea. Cosa dovrei fare io?” Datan puntò il dito su un particolare della mappa. “Tu presidierai questa zona, qui tra l’imbocco delle colline dorate e il lago Nual; la loro retroguardia dovrà passare per forza di qui, non hanno altra strada per entrare nella piana di Gruthatan…” Poi spostò il dito più a sud nella carta “La compagnia di Herrek si apposterà all’imbocco della rocca di Yet, e ingaggerà qualche scaramuccia con l’ala destra dell’esercito di Carraten, Gerzetek con i suoi uomini si piazzerà nei pressi del lago dorato e tenderà agguati all’ala sinistra della loro schiera. Dobbiamo cercare di allargare il loro fronte di marcia, così la loro retrovia rimarrà senza appoggio quando tu l’attaccherai” Freterk riguardò dettagliatamente la mappa, avrebbe voluto trovare qualche difetto nel piano di Datan, ma sembrava che la mente del rivale avesse partorito un piano geniale. “D’accordo Datan, partiremo domani per le colline dorate..” Si limitò a dire annuendo. “Bene Freterk, sono felice che tu non faccia ostruzione…” “Non faccio ostruzione perché c’è di mezzo l’incolumità della nostra gente” Lo interruppe Freterk “Ma sappi che quello sgarbo prima o poi lo pagherai” Lo sgarbo di cui parlava Freterk fu un’appendice della storia del mancato reintegro di Datan nell’esercito delle colonie. A Datan fu affidato il comando delle guardie della provincia di Artheram e della compagnia del portale, ma la storia del comandante Freterk non lo fece dormire per parecchie notti e un giorno d’inverno l’occasione per pareggiare i conti si presentò. Un ricco proprietario terriero di Huterk, un piccolo villaggio nei pressi di Artheram, denunciò la scomparsa di un preziosissimo gioiello. Le indagini che Datan condusse non portarono a nulla di concreto, stava per convincersi di abbandonare la ricerca del prezioso quando un giorno nella taverna del villaggio sentì un uomo parlare delle sue imprese. Un balordo verosimilmente, un buffone che si bullava delle sue doti in combattimento, tra le lenzuola, eccetera eccetera. Alle domande degli astanti sulla sua vita, l’uomo dichiarò di essere un parente stretto di un grande comandante dell’esercito: Freterk. Datan non si lasciò scappare l’occasione, aspettò che l’uomo uscisse dalla taverna e con un pretesto specioso lo imprigionò con l’accusa di aver rubato il gioiello. Il giorno seguente diede ordine di torturarlo duramente; il poveretto, per far cessare le sevizie, ammise di aver rubato il prezioso gioiello e di averlo buttato nel fiume durante un inseguimento con gli uomini della guardia. Quel uomo era il fratello di Freterk. “Addio capitano, manderò degli emissari qualora ci fossero nuovi ordini.” “Datan, ricordati: Che tu sia maledetto!” Il comandante non si lasciò impressionare e lasciò la stanza con un sorriso di soddisfazione; aveva colpito nel segno Freterk che non aveva potuto obiettare nulla del suo piano e in più aveva obbedito come un soldato al cospetto del generale. Vendetta fu la parola che risuonò incessante nella testa di Datan: vendetta. Il cavallo corse veloce lungo la foresta deserta e il vento scompose in mille figure i suoi bianchi capelli, Datan rise, rise scompostamente in preda alla felicità di un bimbo. CAPITOLO 9 Claudio aveva la fobia degli insetti e nascosto nel ventre della terra chiudeva gli occhi e pregava. Erano ormai parecchi minuti che i tre erano in quella strana posizione in attesa che parte dell’esercito passasse a pochi metri sopra le loro teste. Li avevano sentiti arrivare, un frastuono di urla, nitriti, metallo, e non avevano potuto fare altro che abbandonare la strada e tuffarsi sotto la sponda del sentiero. Transitarono parecchi soldati, cavalli e alcuni mezzi pesanti, sicuramente una parte della retrovia di Arkat che marciava verso la colonia delle montagne. Quando tutto tornò alla normalità i tre saltarono fuori dal nido e si buttarono decisi verso un piccolo bosco che costeggiava il sentiero nella direzione opposta da cui erano arrivati i soldati. Arrivarono alla fine della selva e capirono che la parte brutta della giornata doveva ancora arrivare; adesso non esistevano più ripari naturali; avrebbero dovuto marciare scoperti transitando nelle enormi pianure verdeggianti che si scorgevano a Sud. “E ora…?” Chiese Claudio “Ora diventa difficile…” Rispose Elinda scrutando l’orizzonte “Buttarci nelle pianure lì sotto sarebbe troppo rischioso, potremmo essere intercettati da una pattuglia di Arkat. L’unica soluzione è quella di seguire il fiume ed arrivare a Tunak nel più breve tempo possibile” “E una volta a Tunak cosa faremo?” “Lì saremo più al sicuro e sarà facile confonderci con la popolazione. Passeremo la notte e ci cambieremo d’abito. Continueremo il viaggio vestiti come normali contadini, daremo meno nell’occhio e in un paio di giorni dovremmo arrivare a Leophilis. Lì qualcuno ci darà una mano…” Ripresero subito il cammino e in breve tempo arrivando sulle sponde del fiume Rutikar, che in quel periodo dell’anno era poco più grosso più di un ruscello. Marciarono sul greto asciutto tra le pietre piatte e gli acquitrini che passavano tra di esse, bagnandosi all’occorrenza per combattere il gran caldo di quella mattinata estiva. Tunak era ancora distante e i tre arsi dal sole stavano cominciando ad accusare la fatica e il calore quando un’ ansa che il fiume concedeva poco più avanti sembrava troppo appetibile per non decidere di sostare. Si lasciarono cadere sulla sabbia che circondava quella sorta di laghetto, l’ombra di alcuni grossi alberi pareva il compendio naturale della bellezza di quel luogo, e il vento, che ogni tanto gli alitava addosso qualche piccola bava di refrigerio, toccava e fuggiva. Si sdraiarono. Elinda con un sorriso fece un cenno col capo in direzione dell’acqua; i due non capirono, ma quando la videro lentamente togliersi gli abiti, intuirono le sue intenzioni. Claudio scosse timidamente la testa - non so nuotare - disse con imbarazzo; Alberto invece non se lo fece ripetere due volte, si spogliò quasi completamente e seguì la ragazza che già correva in direzione del fiume. Il contatto che ebbero con l’acqua fu una scarica di piacere indicibile, lo sbalzo di temperatura li inebriò e li rese semi-incoscienti per un attimo, poi cominciarono a nuotare in un turbinio di spuma bianca. E come fanno tutti i bambini di questo mondo, poco dopo iniziò una battaglia di spruzzi in un accozzaglia di urla e risate. Alberto si immerse per cercare si attanagliare la ragazza per le gambe, lei capì le sue intenzioni e lo bloccò, i due corpi si strinsero in un abbraccio involontario, le mani di Alberto scivolarono per un istante lungo le gambe affusolate di Elinda, provocandogli un brivido di piacere. La ragazza continuò il gioco e attaccò lui da tergo, i seni della giovane pulsarono lungo la schiena di Alberto che velocemente si divincolò e si trovò faccia a faccia con lei, l’avvinghiò con le mani all’altezza dei fianchi e l’avvicinò a se come in un gioco sessuale. Elinda continuò a sorridere divertita e alla fine gli diede un bacio sulla fronte. Poi si liberò dalla presa e lentamente riprese la via della spiaggia. Alberto rimase interdetto ancora per qualche attimo al centro del laghetto, le sue braccia roteavano vorticose sotto il pelo dell’acqua per fare rimanere il corpo a galla e i suoi occhi seguivano il corpo statuario della ragazza che ora camminava sul bagnasciuga. Si ridestò, velocemente diede qualche poderosa bracciata e raggiunse gli altri all’ombra sotto i grossi alberi sul perimetro del fiume. “E’ stato bello, ma è ora di riprendere la marcia verso Tunak” Disse Elinda riprendendo il comando delle operazioni, ma la sua voce per una volta mal celò un filo di dispiacere. “Quanto dista ancora Turuk” “Arriveremo prima di sera. Su, ripartiamo!” Alberto e Claudio si rialzarono e raggiunsero Elinda che camminava a qualche metro di distanza. Continuarono a seguire il fiume, che ora si allargava, ora si ristringeva, correndo veloce in mezzo a pietraie sterminate. Il sole si faceva sempre più caldo e Alberto, arrivato in un piccolo spiazzo del fiume, propose un altro bagno ricevendo una risposta seccata da parte di Elinda che non voleva ritardare oltremodo l’arrivo al villaggio. Turuk si presentò a loro mentre il fiume scorreva largo e placido, era un piccolo borgo che sorgeva sul lato destro del Rutikar, delle grosse costruzioni si ergevano a protezione del centro abitato; erano le prime mura di difesa che i due vedevano da quando avevano passato il portale. “Elinda perché la città è fortificata?” “Non lo so e non voglio saperlo. L’ultima volta che sono stata in questa città quel muro non c’era…” Molte cose erano cambiate da quando Arkat aveva dato un giro di vite alla propria colonia; tutti i villaggi avevano eretto mura difensive, le guarnigioni del potente esercito di Carraten presidiavano i centri più grossi, e laddove i soldati non avevano presidi, spontanei movimenti di polizia popolare mantenevano l’ordine stabilito. Anche la scuola di magia di Laus fu chiusa. Entrarono a Turuk da un porta secondaria senza essere apparentemente notati da nessuno, e questa fu una fortuna. Dentro il villaggio la vita si muoveva frenetica; lungo la grossa via centrale ambulanti vendevano ogni genere di merce e sulla piazza un manipolo di soldati controllava con fare draconiano ogni movimento. I tre, fatto qualche metro nella strada centrale, deviarono per un vicolo che intersecava la strada principale per evitare il presidio che si scorgeva sulla piazza e dopo breve entrarono in una piccola costruzione in fondo all’angiporto. Elinda si avvicinò rapidamente al bancone dove un uomo stava imprecando qualcosa contro qualcuno e alzò la mano in segno di saluto. Il piccolo uomo si girò in direzione della ragazza e rimase a bocca aperta. “Elinda, che ci fai tu qui?” chiese a bassa voce controllando che qualcuno non lo vedesse parlare con gli stranieri. “Ho bisogno d’aiuto. Voglio una stanza per me e per i miei amici” “Non posso: se scoprono che ospito gente delle colonie delle montagne mi impiccano” “Yuter, voglio una camera. Subito!” sibilò la ragazza mentre stringeva il braccio dell’uomo. “D’accordo, seguitemi alla svelta” Yuter condusse i tre in una piccola stanza ricavata sotto la scala che portava in cantina. Era una topaia buia e sporca, l’odore malsano che proveniva dalle cantine era insopportabile e solo una piccola finestra faceva trapelare un poco di luce che giungeva dalla strada. “E’ l’unica che vi posso dare. Le altre sono occupate, e se anche non lo fossero sicuramente non sarebbero sicura come questa” “Sarà anche sicura dalle guardie, ma non dai topi…” disse Alberto con un certo malgarbo. “Credimi, amico mio, le guardie sono molto più pericolose dei topi…” E con un calcio colpì un grosso sorcio che andò a schiantarsi contro il muro. “Grazie Yuter, sei un amico” disse Elinda. “Starete qui per questa notte, domani all’alba vedrò di farvi uscire dalla città senza problemi” disse ancora l’uomo prima di uscire dalla stanza. I tre si guardarono intorno e stravolti si lasciarono cadere sui pagliericci aspettando notizie sul proprio destino. Il sole dell’aurora era timidamente penetrato nella piccola valle di Clork tingendo l’acqua del grande fiume di un colore rosa pastello che dava una parvenza esotica a tutto il paesaggio. Gli arcieri erano appostati lungo la sponda del Rutikar ormai da più di due ore. Le ultime notizie delle avanguardie riferivano di aver avvistato l’ala destra dell’esercito nemico a poche leghe di distanza dalla loro postazione, ma in lontananza ancora nulla si muoveva. Datan era voluto essere presente a quella prima scaramuccia e voleva soprattutto verificare di persona di quante unità fosse composta quella parte della schiera nemica. Aspettò ritto sulla cresta di una grande roccia da dove godeva di una vista privilegiata sul sentiero che correva di sotto. Un altro esploratore fu mandato in avanscoperta con l’ordine perentorio che, qualora avesse avvistato l’esercito del leone argentato, fosse tornato immediatamente indietro per riferire l’esatta posizione in cui si trovavano. Nulla si mosse all’orizzonte. Era passata più di un’ora da quando anche il secondo esploratore era partito e Datan si sentiva ogni secondo più nervoso. Era preoccupato che qualcosa non avesse funzionato: magari le avanguardie erano state catturate e ora i nemici sapevano dell’agguato, pensò, oppure hanno cambiato improvvisamente strada e ora marciano tranquilli pronti a mettere in pratica chissà quale strategico piano. Osservò i propri arcieri sempre in tensione ad aspettare ordini, ordini che non sarebbero arrivati per mancanza di nemici nelle vicinanze. Datan guardò ancora il sentiero deserto, stava per dare istruzione di abbandonare le posizioni, quando una nuvola di polvere si vide in lontananza e poco dopo si presentò uno dei suoi uomini con novità importanti. “Porto notizie comandante” disse l’esploratore precipitandosi giù dal cavallo e sbuffando per la fatica “Parla!” “L’avanguardia dell’esercito di Arkat è fermo a tre leghe di qui. Alcuni mezzi pesanti sono rimasti impantanati nel tentativo di guadare il fiume” Sparò tutto di un fiato il soldato. “Bene, molto bene” disse Datan con le ciglia aggrottate e con gli occhi socchiusi. Rimase immobile a pensare con lo sguardo perso nel vuoto, quindi convocò i suoi capitani a raccolta. “Questa attesa per noi è stata una fortuna. L’ala dell’esercito di Arkat è impantanata a tre leghe di qui, il piano è quello di andarli ad attaccare proprio dove loro sono in difficoltà. Portate i vostri plotoni lungo la strada che costeggia il fiume, una volta arrivati a tiro del nemico appostatevi e aspettate miei ordini” I capitani dei plotoni capirono immediatamente la strategia del comandante: Datan doveva azzardare, non poteva aspettare oltre. Attaccare adesso poteva dargli l’opportunità di infliggere maggiori danni al nemico, colpirli mentre loro erano in difficoltà e senza protezioni; era un’occasione da non lasciarsi sfuggire. I Plotoni si mossero furtivi lungo la strada che costeggiava il fiume e giunti a destinazione s’appostarono. Datan arrivò su un terrapieno che sovrastava la colonna dell’esercito nemico e scrutò l’avversario pochi metri sotto la sua posizione. Erano moltissimi, molti più di quelli che si sarebbe immaginato; in testa di fila si notavano numerose compagnie di fanteria, alcune delle quali sembravano ben equipaggiate, mentre altre erano composte per lo più di soldati occasionali male equipaggiati e peggio organizzati. In mezzo una discreta forza di cavalleria di veterani equipaggiati con il drappo del leone argentato, e in fondo un paio di compagnie di arcieri che completavano lo schieramento. I mezzi rimasti incastrati nel letto del fiume tenevano impegnati parecchi uomini della fanteria, e su di loro Datan decise che si sarebbe dovuto abbattere l’attacco dei suoi arcieri. Decisa la strategia raggiunse i suoi ufficiali e diede disposizioni. Quando tutto fu pronto attirò l’attenzione delle prime file alzando la spada verso il cielo, poi l’abbassò con un urlo impetuoso. Una marea di frecce raggiunse gli ignari uomini alle prese con i mezzi pesanti; molti caddero uccisi, altri si rifugiarono usando come scudo gli stessi carri. Un’altra ondata di frecce s’abbatté su quei soldati, e ancora molti furono colpiti a morte; ma la fanteria di veterani stavolta non si fece cogliere alla sprovvista e s’organizzò in una difesa efficace, e poco dopo anche gli arcieri delle pianure si radunarono i piccoli plotoni cominciando a spedire dardi in direzione degli attaccanti. Datan capì che aveva sfruttato al meglio il fattore sorpresa e decise di soprassedere per non rischiare di perdere uomini. Urlò di abbandonare le posizioni e di rinculare verso il sentiero che conduceva alla base di partenza. Il vantaggio sulle truppe nemiche era consistente e la compagnia riuscì a mettersi in salvo con assoluta tranquillità. Tuttavia Datan non riuscì a godersi quell’effimera vittoria, la vista di quell’enorme schiera di soldati non l’aveva per nulla rasserenato. Sentì i suoi uomini esultare intonando canti di vittoria e scandendo ritmicamente il suo nome. Lui rimase severo nel suo incedere; era preoccupato, quello scontro non era servito praticamente a nulla, anzi aveva fatto capire agli avversari che le loro forze erano nettamente inferiori e che mai avrebbero accettato d’incontrarli in campo aperto. Non poteva aspettare, doveva approntare un piano diversivo; montò a cavallo e partì al galoppo verso Artheram. Garinius era seduto nel suo studio mentre fumava pensieroso il suo quotidiano tiro di gres. Aveva sentito la porta dell’ingresso aprirsi e sbattere fragorosamente pensando che fosse il garzone che rientrava in casa con le provviste, e invece si trovò di fronte Datan. “Comandante che ci fai tu qui” chiese stupito. “Non lo so, volevo sfogarmi con qualcuno…” Rispose l’altro appoggiandosi al bordo del tavolo. “Che è successo? Parla Datan!” “Abbiamo avuto il nostro primo scontro con l’esercito di Carraten…” “E’ andato male vedo…” “No, al contrario: è andato benissimo” “E allora cos’è che tu cruccia?” “La loro forza è enorme: abbiamo attaccato parte della loro ala destra uccidendo decine di uomini, ma le loro compagnie contano migliaia di soldati….” “Quante migliaia?” “Di preciso non lo so, ma l’avamposto che abbiamo attaccato era composta da non meno di tremila uomini. Ed era solo l’avanguardia! Il grosso dell’ala destra non avrà meno di sette, ottomila uomini…” Garinius guardò preoccupato il capitano; la stime di Datan erano enormi, mai l’esercito delle montagne avrebbe potuto contrastare una forza simile. “Quindi Datan mi stai dicendo che l’ala destra consta in totale di circa dieci, dodicimila uomini. Simile sarà la forza dell’ala sinistra e in più c’è da considerare la retroguardia” Garinius fece una pausa “ Carraten ha a disposizione un esercito di non meno di trentamila uomini. Incredibile!” “Incredibile sì! Noi possiamo disporre di otto, novemila uomini in totale. Non ce la faremo mai…” “I nostri messaggeri sono rientrati? Che notizie hanno portato dalle altre colonie?” “Brutte, pessime! La colonia del mare ci ha mandato a dire che non può organizzare un esercito valido per via dell’ostruzione delle città indipendenti; quelli delle paludi invece potrebbero mandarci un aiuto, ma dovrebbero organizzarsi, reclutare uomini, far partire la spedizione e, ammesso e non concesso che non trovino intoppi lungo il cammino, arriverebbero qui tra più di un mese. Troppo tardi!” “Bene, dobbiamo fare tutto da soli…” “Male Garinius, male! Come faremo a fermarli?” “Che notizie hai dei maghi di Laus” Datan guardò il vecchio con circospezione. “Cosa c’entrano i maghi di Laus. Non so più nulla di loro, le ultime notizie li davano imprigionati nella torre penitenziaria di Arkat…” “Potrebbero esserci d’aiuto invece. Ascolta Datan, devi cercare di tenere l’esercito di Carraten impegnato il più a lungo possibile. Se nessun esercito può aiutarci, vedremo di farci aiutare dai maghi” “Garinius, sei impazzito? Cosa vuoi che possano un manipolo di ragazzini contro migliaia di soldati armati fino ai capelli?” “Datan, dammi un po’ di tempo!Tienimi lontano l’esercito delle pianure e io vedrò di fare qualcosa per fermarli” “Non so quanto potrò tenerli impegnati..” “Mi basteranno un cinque o sei giorni” “Ci proverò! Non so cosa hai in mente, ma sento che è una cosa sbagliata” “Non lo sarà Datan! Adesso vai, io devo prepararmi per un viaggio” “Cinque giorni Garinius, di più non posso garantirti. Ricordalo!” disse Datan fissando per un istante negli occhi il vecchio. Quindi ,velocemente, abbandonò la casa. “Ci proverò Datan, ci proverò!” CAPITOLO 10 “Sveglia, su alzatevi” bofonchiò acida Elinda scrollando violentemente i pagliericci dei due che ancora dormivano. Quando Claudio e Alberto aprirono gli occhi videro la ragazza ritta che menava calci ai loro giacigli. “Elinda, ma ti sembra il modo…?” Protestò Alberto. “Questo è il solo modo che conosco per svegliare le persone” “Andiamo bene allora…” “Fate presto: Yuter è venuto a svegliarmi poco fa” Continuò la giovane “ha detto di vestirsi in fretta con questi abiti e aspettarlo. Tra un po’ ci farà uscire” Gli abiti che l’oste aveva lasciato erano normali e sudici vestiti da pastore, simili a quelli usati dagli uomini degli alti monti. “Ma scusa Elinda, non vogliamo farci riconoscere come uomini delle montagne e poi ci vestiamo come pastori pronti per l’alpeggio? E poi questi vestiti sono di lana spessa, la fuori c’è un caldo infernale, e quando dico infernale, intendo più caldo del caldo fuoco di Satana” “Di chi? Satana? E chi è costui?” sghignazzo Elinda “Comunque mettiti quei vestiti e tieniti pronto per partire” Alberto guardò Claudio che già indossava la nuova veste e cercò conforto, ma questi roteò gli occhi spazientito come per dire: “Mettiti sto maledetto vestito e non rompere le scatole!” L’oste si presentò a loro pochi istanti dopo. Indicò di seguirlo e li condusse lungo una scala che portava sul retro della locanda. La mattina si era appena svegliata, la tenue luce del sole non ancora sbocciato rendeva il contorno delle case color blu pallido, le strade vuote. Yuter camminava qualche metro avanti ai tre facendo segno con la mano di seguirli solo quando era certo che la via fosse libera. Arrivarono sotto le mura difensive; una breccia si apriva verso i campi; notarono che i posti di guardia lungo corridoio di cinta erano vuoti, Yuter li avvertì di oltrepassare il varco velocemente, la ronda sarebbe potuta passare da un momento all’altro. Poi salutò e sparì rapidamente in un vicolo. Elinda guardò la corsia di guardia sopra di loro: nessuno all’orizzonte. “Via, andiamo!” Ordinò varcando velocemente la breccia. I tre si precipitarono lungo un piccolo sentiero che abbandonava la città, nessuno sembrava essersi accorti della loro fuga. Poi un urlo provenne dal villaggio, si voltarono, videro che alcune guardie stavano dando l’allarme. “Per di qua!” ordinò Elinda abbandonando la stradina e prendendo la via dei campi. Aumentarono la loro già frenetica corsa, un sibilo passò vicino la nuca di Claudio; quei maledetti stavano scoccando frecce per fermarli; un’altra passò vicinissima ad Alberto senza che questi manco se ne accorgesse. Una macchia di boscaglia si aprì provvidenziale a pochi metri da loro - se ci arriviamo siamo salvi - pensarono simultaneamente. Ancora frecce caddero dietro la loro fuga, erano ormai fuori dalla portata degli archi quando le prime piante del bosco l’inghiottirono. Si sentirono in salvo, almeno per il momento. Claudio e Alberto si ripiegarono sulle gambe cercando di riprendere fiato mentre la ragazza tornò indietro all’altezza dei primi alberi ad osservare verso la porta della città. Tutto sembrò tranquillo. Rimase ancora in quella posizione per qualche istante, improvvisamente uno stridio provenne dalla grossa porta ad est della città e uscì al galoppo una pattuglia di soldati. Elinda raggiunse i due e li avvertì del pericolo incombente, poi s’inoltrano nella boscaglia oltre i grossi fusti che si aprivano davanti a loro. Guadarono un ruscello e si inerpicarono sopra la sponda del corso d’acqua nascondendosi tra le fronde. Anche gli inseguitori lanciarono i cavalli oltre la selva e giunsero nei pressi del rivolo. Elinda li vide arrivare, alcuni erano armati di spada, altri con l’arco a tracolla; si fermarono; il comandante della pattuglia parlò con i suoi uomini e questi si sparpagliarono in ogni direzione. Poco dopo i fuggiaschi si trovarono inevitabilmente accerchiati. Ogni via di fuga gli era preclusa. Elinda si avvicinò ai due mormorandogli di tenersi pronti per la fuga, lei avrebbe cercato di distrarre le guardie mentre loro sarebbero scappati oltre gli alberi qualche passo avanti. Claudio e Alberto accovacciati col cuore in gola guardarono la ragazza estrarre i coltelli dalla cintola e prepararsi alla sortita; si apprestarono a balzare nella direzione opposta. Lei strizzò l’occhio in segno di saluto e con un guizzo uscì allo scoperto. Due guardie nei pressi le intimarono di fermarsi, lei piroettò su stessa e lanciò il coltello verso uno dei due che cadde con un gemito dalla cavalcatura, l’altro le si gettò contro e sguainò la spada, Elinda schivò il grosso destriero e con un balzo fenomenale gli si avvinghiò alle spalle facendo passare la lama del coltello all’altezza della carotide; l’uomo urlò cadendo in uno zampillo di sangue. Nello stesso momento Claudio e Alberto si diressero celermente verso il riparo dei grossi alberi, furono fortunati perché nessuno si accorse della loro fuga anche perché Elinda stava tenendo abilmente in scacco le guardie. Si voltarono, la ronda aveva ormai accerchiato la ragazza che tentò disperata una fuga tra i cavalli, ma due nerboruti le volarono addosso immobilizzandola. Ripresero la fuga oltre la cortina di alti fusti e si dileguarono in una corsa ansimante. La corsa durò ancora parecchi minuti, poi stremati si lasciarono cadere dentro un roggia che delimitava il perimetro della boscaglia. “Ci seguono ancora?” Chiese Alberto con l’ultimo fiato che aveva in gola. Claudio alzò lo sguardo oltre il fossato e vide che la strada era deserta. “Pare di no!” disse “Meno male, non ce l’avrei fatta a fare un passo in più” “Povera Elinda, chissà che fine avrà fatto?” Si chiese Claudio angosciato. Elinda, la mia Elinda – pensò atterrito Alberto - chissà se è riuscita a fuggire, oppure è morta….No, morta no! Non può morire. Cristo fa che non sia morta! E un urlo silenzioso s’incamminò per la valle. La strada principale che partiva da Artheram verso le grandi pianure era impercorribile. L’esercito di Carraten aveva bloccato ogni via che conduceva o usciva dalle montagne. Garinius tentò una scorciatoia che si snodava per le foreste brume, ma una volta giunto a metà strada incappò in un posto di blocco degli uomini del leone argentato e dovette tornare indietro. L’unica via sicura rimasta era allora quella delle montagne, ma ciò voleva dire allungare la marcia di quasi il doppio. Non gli restò scelta; tornò indietro e s’incamminò per il sentiero che s’arrampicava sulle montagne rosse. Proseguì parecchie ore con marcia sicura, ma quando il caldo cominciò a fiaccargli le forze, gioco forza si dovette fermare. S’accorse presto che mancava davvero poco al transito del valico di Fornderk: Passerò la notte qui – pensò il vecchio seduto su una lastra di ardesia – e domani di buon ora raggiungerò il confine della colonia. Se tutto andrà per il verso giusto dopodomani arriverò alla torre penitenziaria di Kurkut dove è rinchiuso Laus. Garinius pescò dalla memoria il ricordo del maestro ora prigioniero; un uomo minuto con occhi svegli e astuti, i capelli ricci e particolarmente ribelli, la voce sempre pacata e convincente. Conobbe quel uomo molti anni prima durante un incontro tra i maestri del mondo delle colonie; a quel tempo Laus era poco più di un ragazzo con doti magiche impressionanti, Garinius, che allora esercitava la maestria delle arti, lo vide all’opera durante un’esercitazione e ne rimase sinceramente colpito. Lo volle ostinatamente nella scuola che dirigeva a Destekar, nelle colonie delle paludi. Iniziò un sentimento di vera amicizia tra i due, poi a Laus venne affidata l’accademia di Cluksik nella colonia delle pianure e i due si persero di vista. Per parecchio Garinius non ricevette notizie dell’amico, poi un giorno arrivò l’annuncio che la scuola di Cluksik era stata chiusa e i suoi componenti imprigionati. Era il periodo in cui cominciavano a giungere notizie allarmanti sui cambiamenti che Arkat stava attuando nella propria terra. Garinius sperava di riuscire a liberare l’amico e i suoi discepoli, sapeva che la forza di quell’arte magica sarebbe stata provvidenziale per le sorti della guerra contro l’esercito di Carraten. Il problema era che non aveva la minima idea di come fare a entrare nella prigione in cui era rinchiuso Laus. Ci penserò alla bisogna – pensò ancora Garinius – per il momento occupiamoci di come arrivare celermente alla torre penitenziaria. Poi s’addormentò. La marcia della mattina seguente fu relativamente tranquilla, incontrò poche anime lungo il cammino, qualche pastore con le sue vacche e un paio di forestieri che avevano avuto la stessa idea di viaggiare sulle montagne per evitare le truppe in guerra. C’impiegò poco a sconfinare nelle pianure, i villaggi di confine non avevano ancora risentito del conflitto e nelle campagne la vita procedeva placida: Datan mi ha riferito che le prime scaramucce sono avvenute nell’altro versante della colonia – convenne il vecchio – da questa parte tutto sembra tranquillo, meglio per me, potrò arrivare a Kurkut con relativa sicurezza. Forte di quella convinzione continuò a camminare sereno e fiducioso tagliando dritto per dritto le vaste campagne, oltretutto la mattinata era lacerata da un forte brezza refrigeratrice che proveniva dal nord. Tutto sembrò filar liscio quando, al termine di un’enorme coltivazione di malto, il vecchio si trovò a poche decine di metri dall’ accampamento di una guarnigione dell’esercito di Carraten. Ripiegò dentro la piantagione e stette ad osservare in direzione della truppa. Erano migliaia quegli uomini disposti a cerchio in un area di parecchi ettari di terreno: doveva trattarsi di un campo d’addestramento per le nuove milizie. Da una parte, in un arena improvvisata, molti simulavano scontri con spade, bastoni, all’arma bianca; un poligono con dei grossi paglioni al fondo serviva ad addestrare degli aspiranti arcieri; cavalli, carri e tende disegnavano il resto del campo. Garinius se ne stette nel proprio nido ancora per un bel po’ cercando di carpire qualche informazione utile sulle forze del nemico, poi si voltò di scatto in direzione di un rumore di passi che si stava dirigendo verso la sua postazione. Sgusciò veloce nel bruno malto in direzione opposta ai passi strisciando sul terreno e sbucciandosi ginocchi e gomiti, veloce senza voltarsi indietro, ansimando. Un urlo provenne da qualche decina di passi indietro, poi i rumori si moltiplicarono alle sue spalle. Il vecchio capì che era partita la caccia all’uomo e cercò di arrivare il più in fretta possibile fuori dalla coltivazione dove sorgeva un piccolo borgo che sembrava ospitare un improvvisato mercato. Affannosamente sopraggiunse all’entrata dell’abitato, ma constatò immediatamente che la sua idea non era stata delle più brillanti: il borgo non era nient’altro che uno spaccio del vicino campo d’addestramento; soldati e ufficiali si aggiravano tra i banchi di quel rudimentale mercato dove contadini e artigiani vendevano le proprie merci. Si trovò in trappola: dalla coltivazione sopraggiunsero gli uomini della pattuglia che urlarono indicandolo; lui cercò di inoltrarsi ancora verso il malto qualche decina di metri dietro, ma fu bloccato da un manipolo di soldati che lo immobilizzarono in un baleno. “Chi sei?” Chiese minaccioso un anziano ufficiale sopraggiunto sul luogo. “Sono un forestiero. Devo andare a Leophilis” “Sei fuori strada forestiero, Leophilis è dall’altra parte della colonia” Lo ammonì un altro ufficiale più giovane. “E’ una spia!” “Una spia?!” “Sì, lo abbiamo sorpreso a spiare il campo nascosto tra il malto. Gli abbiamo intimato di fermarsi ma lui ha cercato di fuggire” “Ah bene, sei una spia quindi. Perfetto, il comandante Gret avrà di che divertirsi con te…” L’ufficiale anziano lo guardò cupo con un leggero ghigno che non prometteva nulla di buono. “Una spia?! Ma non vedete che sono un povero vecchio, cosa volete che spii io…?” Protestò vivacemente Garinius. “Portatelo al campo!” “Lasciatemi, non sono una spia” “Vieni vecchio. Gret saprà farti dire ciò che sai” disse gutturale una possente guardia mentre lo trascinava via.. “Ma io non ho nul…” Una forte botta alla nuca gli impedì di completare le sue parole. E cadde tramortito. Disteso sull’erba umida, Datan guardava fisso l’orizzonte. La terra sotto il suo ventre trasudava vapore per la pioggia scosciante che era caduta fino a qualche ora prima. Un punto fisso nei suoi occhi: la strada che passava dalla gola di Tehz. Era il passaggio obbligato per le truppe di Carraten per entrare nella piana di Yet. Datan guardava e aspettava con la palpitazione di chi non conosce ancora il proprio destino. E attese… “Capitano, gli uomini di pattuglia hanno avvistato le prima avanguardie dell’esercito nemico” disse un messaggero all’improvviso. Datan si spostò qualche metro più in basso e si appostò al sicuro dietro una grossa roccia. Il sole, sconfitte le livide nubi temporalesche, stava lentamente calando: era stata una giornata intensa; il primo scontro con le truppe di Carraten, il piano di strampalato di Garinius, la paura di non farcela a portar a termine vittoriosamente quella assurda guerra… Sotto di lui un manipolo di uomini a cavallo transitarono lentamente, poi si fermarono e controllarono attentamente che tutto fosse a posto. Therz era un luogo strategicamente molto invitante per attaccare la colonna nemica: una gola stretta e ripida dalle quali sponde un attacco di arcieri avrebbe dato ottimi risultati, ma Datan non voleva anticipare l’attacco, voleva prima di tutto constatare l’esatta forza del nemico. L’ala destra dell’esercito di Carraten doveva contare circa diecimila uomini, questa era la stima di Datan, un numero spaventoso pensò, minimo il doppio di ciò che ci saremmo aspettati di trovare. Alcuni minuti dopo il passaggio delle avanguardie cominciarono a defluire dalla piccola spaccatura della montagna le prime compagnie di fanteria leggera. Il transito placido e ignaro di quei soldati armati di lancia, protetti da un piccolo scudo e da una leggera armatura di cuoio durò parecchi minuti: troppi pensò Datan appollaiato nel suo nascondiglio. Poi finiti i primi, fu il momento della fanteria di veterani, questi avevano una spada come arma principale, e lo scudo era molto più grosso di quello che era in dotazione alla fanteria leggera, il corpetto era di metallo leggero, non più di cuoio. Il capitano ebbe un sussulto, avrebbe preferito mille volte mille che quella fanteria fosse in numero molto minore alla precedente, invece le compagnie erano in numero pressoché identiche alla fanteria leggera. Datan lasciò andare un pugno contro la roccia, sono molti di più dei diecimila che immaginavo pensò, la fanteria pesante è imponente, non possiamo contrapporre una forza adeguata. Serrò le mandibole e si lasciò cadere in preda allo sconforto. Si riprese qualche minuto dopo allorquando fu la volta della cavalleria che transitò ordinata al trotto, poche compagnie queste, ma ben armate. Poi gli arcieri che erano in numero gagliardo con a tracolla archi lunghi di ampia gittata; i mezzi pesanti d’assedio e per le vettovaglie chiusero la colonna. Datan rimase come ipnotizzato alla vista di quella armata: occhio e croce dovevano essere quindicimila uomini, assolutamente sproporzionato il paragone con l’esercito al suo comando. Rimase lì frastornato: dovremmo chiedere una tregua, una pace, arrenderci, pensò. Poi si riprese, la sua mente cercò una soluzione più razionale, più attinente al suo ruolo di comandante. Il sole aveva lasciato posto alle tenebre e una lieve brezza spirava da sud, anche la temperatura si era fatta dolce e comprensiva. Datan rimase fisso nella sua postazione di spia cercando di trovare un’impossibile soluzione. Alcuni soldati lo circondavano seduti immobili, senza fiatare. Tutto tacque per parecchi minuti. La sua mente rifece maniacalmente il calcolo: ala destra quindicimila, ala sinistra altrettanti, retrovia diecimila. Un esercito di quarantamila uomini, sono troppi. Troppi! Quello scoramento gli produsse un vistosa smorfia sul suo viso, e i suoi uomini se ne accorsero. Ignorò il tutto e continuò nel suo ragionamento: le scaramucce possono servire, ma un’armata del genere non la fermi così facilmente. Attaccarli a campo aperto equivarrebbe a consegnare le armi, una guerra di posizione sarebbe assurda visto il numero e la potenza di quell’esercito. Ci sarà un modo per fermarli… Di scatto si rialzò e guardò severo gli uomini che erano lì seduti. “Andiamo, abbiamo ancora parecchia strada da fare” Si lanciarono al galoppo verso il presidio nei pressi del lago di Nutilak, dove Freterk aspettava ordini con i suoi uomini. “E’ vero! Come ho fatto a non pensarci prima, stupido che sono” borbottò solitario Datan mentre il suo cavallo costeggiava rapido le colline dorate “è una follia senza precedenti, ma è l’unica soluzione che ci rimane” Lì menò un fendente al fianco della sua bestia che aumentò ancora l’andatura, e si presentò eccitato nella tenda di Freterk. “Freterk ascolta” disse Datan anticipando la reazione maligna del rivale “Cosa vuoi Datan” “Ho visto l’esercito di Carraten all’imbocco della gola di Therz. L’ala destra conta almeno quindicimila uomini, una marea…” “Quindicimila uomini?!” chiese Freterk stupito. “Se non di più Freterk, la fanteria pesante è ancora più numerosa di quella leggera, addestrati e armati di tutto punto” “Ma come può aver assoldata così tanta gente Carraten?” “Questo non lo so, ma per adesso non ci interessa. Ascoltami Freterk: tu ed io abbiamo avuto parecchi problemi in passato, ma adesso dobbiamo cercare di trovare un accordo. Ho un’idea!” disse Datan con voce calma agitando le mani con gesti artificiosi Freterk rimase per un attimo smarrito per il tono affabile del rivale. Lo guardò sospettoso poi allargò le braccia in segni di assenso. “Bene! Noi non possiamo affrontare l’armata di Carraten in nessun modo, quindi non ci rimane di studiare un’azione efficace che non comprenda la guerra aperta. Sei d’accordo?” “Certo che sono d’accordo, ma non capisco dove tu voglia arrivare” “Ho avuto un’idea mentre venivo qui da te” “Dimmi allora” “Rapire Arkat” “Cosa???” urlò Freterk facendo un passo indietro per lo stupore “Ma tu sei pazzo!” “Lo so è una follia, ma è l’unica soluzione che ci rimane. Dobbiamo provare. Ho visto le schiere di Carraten, molti non sono altro che contadini e artigiani reclutati con la forza: se noi rapissimo il loro saggio e minacciassimo di ucciderlo quelli tornerebbero indietro” “Hmmmm…Sì ma gli altri? I veterani non tornerebbero indietro..” “I veterani sono il problema minore, una volta che il grosso dell’esercito si sarà disfatto, combatterli sarà più agevole. E poi Arkat continuerebbe ad essere nelle nostre mani” Freterk camminò intorno al tavolo centrale nella sua tenda, le mani incrociate dietro la schiena, il capo chino. “Può funzionare!” Sentenziò infine Datan sorrise. “Come pensi di rapirlo? Chi manderai? Dove sarà adesso Arkat? E se non funzionasse?” “Arkat dove sia non lo so, e se non dovesse funzionare sarebbe la fine per la nostra colonia. Ma io ho la gente giusta per riuscire nell’impresa…” “Chi?” “Tu!” Freterk guardò cupo Datan, poi si mise a ridere smodatamente; il capitano intuì in quella risata un segno di assenso. E rise di cuore pure lui. CAPITOLO 11 Senza la guida della ragazza il cammino dei due era diventato irrimediabilmente più arduo. Avevano aspettato ancora parecchio tempo prima di uscire dal nascondiglio, volevano essere assolutamente sicuri che tutto fosse tranquillo la fuori. La vista delle guardie così risolute li aveva atterriti, ma tutto il giorno dentro quei cespugli non potevano stare, decisero quindi di riprendere il cammino interrotto dallo scontro che Elinda aveva avuto con i soldati. Ma il cammino per dove pensarono. Non avevano più punti di riferimento: andare a Leopholis adesso non avrebbe più avuto senso; tornare indietro men che meno, sicuramente sarebbero incappati in qualche posto di blocco dell’esercito delle pianure, e anche se fossero riusciti a passare nelle colonie delle montagne, avrebbero dovuto nascondersi da Datan e i suoi uomini. Bene, pensarono, intanto togliersi di lì era già una buona idea, la città Turuk era ancora troppo vicina e qualche squadra di ricerca poteva essere ancora nei paraggi. Uscirono dalla macchia incrociando il fiume che scorreva oltre la città quindi si rifermarono per fare un nuovo punto della situazione. Dietro di loro la grande foresta si innalzava minacciosa, dal lato opposto la pianura si perdeva a vista d’occhio. Si guardarono intorno, tutte le direzioni che vagliavano erano peggiori di quelle vagliate in precedenza, ma una di queste avrebbero dovuto prenderla. La foresta era da escludere, oltre alla creatura incontrata e uccisa da Elinda, c’era da considerare che non conoscevano minimamente la strada, e se si fossero persi sarebbe stato drammatico trovare l’uscita giusta. E siccome erano sicuri che si sarebbero persi, decisero di escludere quella direzione. Turuk era scartata in partenza per mille e un motivo, quindi rimaneva la direzione che seguiva il fiume e s’inoltrava nelle pianure. Da qualche parte sarebbero finiti, con un po’ di fortuna sarebbero arrivati nelle isole di cui parlava Garinius. Si diedero la forza a vicenda e s’incamminarono. Il fiume che correva placido nell’immensa pianura era una guida sicura: da qualche parte dovrà sfociare, dedussero, e se sfocia dove speriamo che sfoci, dovremmo essere a posto. Sotto questo fragile auspicio camminarono per parecchie ore in quelle pianura tappezzate da coltivazioni che assomigliavano al mais frammisti ai campi a maggese. Il sole picchiava forte, e la fame stringeva in un pugno lo stomaco depresso. Durante il cammino attraversarono qualche piccolo villaggio ma se ne tennero fuori per non correre rischi: ogni volta si promettevano che al prossimo si sarebbero fermati, ma non le fecero mai. “Io a quelle case mi fermo. Se poi ci sono dei soldati che m’impiccano tanto meglio. Preferisco rischiare di morire di morte violenta, che essere certo di morire di fame” Disse Alberto accelerando il passo in direzioni dell’ennesimo villaggio. Poche case, umili fattorie per lo più, una piazzetta centrale e una locanda. O meglio una catapecchia con l’ambizione del cartello con su scritto “Locanda”. Alberto non ci pensò su ed entrò. Appena varcata la massiccia porta di legno si lasciò cadere su una sedia a margine della sala. Claudio arrivò poco dopo. Gli astanti non diedero granché attenzione ai due forestieri, qualcuno mangiava ricurvo sul piccolo piatto, altri tracannavano grossi boccali di liquido scuro, qualcuno dormiva. “Volete mangiare forestieri?” Chiese un uomo smilzo con lo sguardo sveglio. “Sì, vogliamo mangiare” “Bene!” Rispose laconico l’oste dirigendosi verso il bancone. “ Ne hai soldi?” Chiese preoccupato Claudio ad Alberto. “Qualcosa….Ho trovato qualche moneta nell’equipaggiamento che ci ha dato Garinius prima di partire” L’oste svogliatamente lasciò cadere due ciotole con del cibo e se ne andò. Tornò poco dopo con due boccali colmi di una bevanda chiara. I due mangiarono con enorme appetito, annaffiandosi lo stomaco con abbondanti bevute. Consumarono il primo piatto rapidamente e ne richiesero un altro. Finirono satolli all’inverosimile, ma soddisfatti. Si guardarono intorno: nel locale continuava ad imperare un silenzio ovattato, in sottofondo solo i rumori dei commensali intenti nel pasto. Silenzio. “Mi ci vorrebbe un buon caffè e poi una sigaretta” Disse Alberto ferendo leggermente l’oblio della sala. Un paio di uomini voltarono svogliatamente lo sguardo in direzione dei due tornando immediatamente indifferenti. Solo ad un tavolo vicino a loro, cinque uomini continuavano ad osservare i due con interesse. Gli sguardi di Alberto s’intrecciarono ai loro, sembrava che quella gente volesse comunicargli qualcosa. Si spaventò e riferì agitato a Claudio ciò che stava succedendo. “Non ti girare, ci sono degli uomini a quel tavolo che ci fissano. Ho paura” Claudio lentamente voltò il capo in direzione della tavolata: quegli uomini davvero stavano lì a fissarli. La cosa sembrò precipitare quando, poco dopo, uno di loro lentamente si alzò. Era un omaccione grande e soprattutto grosso, baffi e capelli rivoltosi, occhi decisi e spietati. Claudio si irrigidì: quel barbaro si stava dirigendo inequivocabilmente verso di loro. Fece appena in tempo a stringere l’avambraccio di Alberto come per avvertirlo del pericolo quando l’uomo si piazzò a gambe larghe davanti a due. “Scusate signori, una domanda” Chiese cordialmente l’uomo “Prego…” Borbottò umilmente Claudio “Siete Piemontesi?” I due non capirono immediatamente, cosa gliene frega a questo se siamo piemontesi, pensarono simultaneamente… Poi una scossa: Ha parlato del Piemonte! Come fa a parlare del Piemonte quest uomo? In questo mondo non esiste il concetto di Piemonte!! Si guardarono stupefatti, simultaneamente capirono quel quesito così balzano. “Certo!” Si precipitò a rispondere Alberto. “Bene! Venite a sedere con noi” Disse sorridendo amabile l’uomo “Su venite, vi presento gli altri. Non temete, sono amici” Lo videro rassicurante e si alzarono confusi, consapevoli del caducità del proprio futuro. “Bene, tu quindi saresti una spia…” Garinius ancora frastornato per la botta al capo non capì immediatamente le parole dell’uomo che gli stava davanti. “Io…No..No” Si limitò a rispondere. “Ti conviene parlare, eviterai i lavoretti che Gret riserva ai nemici e alle spie” “Ho detto che non sono una spia!” Protestò vivacemente Garinius che lentamente si stava riprendendo. “Fai come vuoi…” Disse asciutto la guardia sedendosi vicino l’entrata della grossa tenda da campo. Il capitano Gret non si fece attendere ed arrivò poco dopo scortato da alcuni soldati. Si fermò al centro della tenda, prese energicamente un piccolo sgabello e si sedette di fronte a Garinius. Alto, non vecchio ma leggermente brizzolato, barba sfumata che rendeva il viso armonioso ma forte, crudele, inquisitore. E Occhi piccoli, taglienti. Garinius lo guardò fiero, Gret gli oppose uno sguardo rancido, disprezzante. Stettero a guardarsi per un po’, intorno a loro i soldati immobili. Poi Gret di scatto si girò verso di loro. “Fuori di qui!” Fu l’ordine imperioso. Uscirono. “Bene! Una spia eh..” Esordì il capitano stuzzicandosi la rasa barba grigia. “Chi ti manda?” “Non sono una spia!” “Chi ti manda?” “Gret, tu sai che non sono una spia” “Io so, che tu sei un uomo delle montagne, e so che sei una spia. Ti farò torturare se non parli. Chi ti manda?” “Gret, tu non mi farai torturare. Gret tu sei un farabutto, ma non sei un criminale!” Garinius si alzò e si parò sicuro di fronte al capitano seduto. Questi non si scompose, alzò lo sguardo e guardò corrucciato il vecchio. Poi leggermente abbassò gli occhi, scosse la testa, sputò rabbiosamente per terra. “Tutto mi sarei aspettato salvo che dover combattere contro il mio maestro. Garinius che tu sia maledetto!” Il vecchio poggiò la mano sulla spalla di Gret, poi si risedette in terra. “Perché questa guerra?” “Non lo so. E’ tutto così assurdo, non ci capisco più nulla” “E’ un’idea di Arkat vero?” “Non penso, Arkat non comanda più la colonia, c’è qualcun altro che lo usa…” “Chi?” “Non lo so chi sia, non lo conosco. Tempo fa andai a Kurkut, la guerra era ormai decisa e Arkat convocò i capitani dell’esercito. Lì vidi un uomo che non avevo mai visto prima, sembrava che fosse lui a decidere le cose. Tempo dopo ne parlai con altri comandanti, qualcuno disse che Arkat era diventato strano, collerico, intransigente. Tutta la colonia negli ultimi tempi è cambiata, molte persone sono state imprigionate, alcune uccise, cortei di uomini girano per i villaggi predicando cose strane, dicendo che la verità non è nelle parole dei saggi, che ognuno una volta morto sarà giudicato…” Garininius ascoltò incredulo le parole del capitano, la cosa stava degenerando molto più velocemente di quanto si aspettasse. “Gret, lasciami andare. Devo assolutamente capire cosa sta succedendo” “No!” “Gret, tu sei un pazzo. Non ti rendi conto che la fuori c’è una guerra, che se non mi liberi migliaia di persone moriranno?! Lasciami andare” “Garinius non posso! Lo farei, ma io sono un soldato delle pianure e tu sei un uomo delle montagne. In questo momento siamo nemici, puoi chiedermi di avere un occhio di riguardo nei tuoi confronti, non puoi chiedermi di tradire il mio esercito…” “Gret, ma non capisci?” “Garinius io capisco quello che tu stesso mi hai insegnato tanto tempo fa. La lealtà e la fedeltà verso le cose che ti appartengono e a cui sei legato, questo mi dicesti un tempo. Garinius non posso lasciarti andare!” Il vecchio fece una smorfia di disappunto, poi borbottando abbassò il capo. Stettero parecchi minuti ripiegati su stessi travolti dalle proprie verità. Il silenzio pesava sulle loro menti che vagavano lungo i campi, i colli, le montagne; laddove tra breve si sarebbe scatenato il conflitto. Una guerra che entrambi sapevano sbagliata, assurda. Ma come fermarlo? Garinius leggermente alzò il capo incontrando lo sguardo smarrito di Gret. “Conducimi da Arkat” Chiese deciso. “Sei pazzo Garinius. Ti farà giustiziare immediatamente” “Non lo farà” “Arkat è cambiato, e poi te l’ho detto: lui non comanda più!” “Devo assolutamente capire cosa sta succedendo, Arkat non potrà mentirmi. Portami da lui” Gret girò di scatto la testa confuso. Se porto Garinius da Arkat pensò, quello lo farà uccidere immediatamente. Non posso, ma non posso neanche tenerlo qui come un amico, i soldati sospetterebbero qualcosa. Si rassegnò. “E sia Garinius, domani all’alba partiremo per Kurkut. Ma sappi che non potrò aiutarti con Arkat” “Grazie Gret” Sorrise il vecchio. “Non mi ringraziare! E’ un’idea assurda la tua, non caverai un ragno dal buco con Arkat. Non è lui il pericolo” “Ovunque sarà il pericolo, lo scoprirò e lo sconfiggerò” “A domani vecchio pazzo!” bisbigliò il Gret. “A domani amico mio” Nel sentire la convinzione nelle parole di Garinius la pelle del duro capitano reagì increspandosi; non si voltò, ma uscì dalla tenda realmente scosso. Le scaramucce che seguirono furono irrilevanti nel contesto della grande guerra. Le truppe di Datan punzecchiarono ripetutamente gli uomini delle pianure, ma senza bloccarne la marcia inesorabile. Carraten ormai aveva capito la strategia del suo rivale e raddoppiò, quadruplicò le avanguardie, cosicché prendere alla sprovvista il grosso dell’esercito nemico era diventato molto più complesso per gli uomini delle montagne. Tuttavia nelle intenzioni di Datan quella tattica doveva continuare. Il capitano aveva capito che l’unica salvezza possibile era quella di guadagnare il maggior tempo possibile prima che le schiere di Carraten arrivassero all’imbocco della piana di Ghuntharam da una parte e nei pressi di Artheram dall’altra. Un agguato più rilevante era stato preparato nei pressi della rocca di Yet ad Est della colonia; lì il passo era arduo e l’ala destra del leone argentato si sarebbe trovata in difficoltà in quella pietraia sterminata. Il capitano Herrek avrebbe comandato l’attacco. Nella tenda del campo di Nutylak Datan stava studiando alcune mappe della colonia, costantemente aggiornato dalle notizie dei messaggeri sugli spostamenti dell’esercito delle pianure. Segni sulla mappa indicavano il lento ma implacabile progredire dell’esercito nemico. L’ala sinistra era appostata ancora sulle alture delle montagne rosse, rallentati dalla asperità di quei luoghi, l’ala destra invece era quella più preoccupante e ora marciava a ritmo spedito nonostante gli agguati frequenti. La retroguardia era ormai vicina a Thur, lì Datan aveva predisposto uno sparuto distaccamento di qualche centinaia di unità a protezione della città. Ma non era sicuro che la retrovia avrebbe cinto d’assedio la piccola città di confine. Speriamo di sì, pensò, se Carraten fosse così stolto da impegnarli in un assedio perderebbero i contatti con le due ali e sarebbe più facile attaccarli alle spalle. Poco dopo entrò un messaggero che portava notizie dei primi attacchi alla rocca di Yet: l’esercito nemico aveva perso un grosso numero di uomini, ma gli aggressori poco dopo erano stati costretti a rinculare. Si preparava la seconda ondata. “Bene!” Esultò Datan porgendo al messaggero un ordine da consegnare a Herrek “Porta notizie immediate sul nuovo attacco” Freterk si presentò davanti a Datan pochi minuti dopo. Il capitano gli fece cenno di sedersi. “E’ tutto pronto, tu e i tuoi uomini partirete stanotte stessa” “Qual è il piano?” Chiese con aria indifferente Freterk. “Per raggiungere la colonia delle montagne userete il passo di Yuruk, è l’unico non è presidiata dagli uomini di Carraten. Una volta a Tunak, attraverserete la pianura di Lutz che vi porterà a dritto a Kurkut. Di lì in poi sarà opera vostra rapire Arkat” “Bel piano. Bravo Datan!” Sorrise ironico Freterk “Come diavolo faremo a rapirlo? A Kurkut ci saranno centinaia di guardie, non sappiamo dove sia Arkat e, ammesso e non concesso che riusciamo a prenderlo, come facciamo a riportarlo indietro?” “A Kurkut ho un bel po’ di amici che ci aiuteranno. Loro sapranno dirti tutto ciò che vuoi sapere: ti daranno una mano!” Prese una grossa pergamena dalla sacca e gliela porse “Le istruzioni sono tutte scritte, falla vedere a chi di dovere e vedrai che tutto andrà bene” Freterk sbirciò rapidamente il documento e lo salvò all’interno della giubba. Salutò freddamente Datan e uscì. Datan sorrise compiaciuto e si ributtò nella lettura delle mappe. Poco dopo si ridestò: un tarlo gli era balenato nella mente: Se Freterk mi tradisse? Una vampata di calore si estese sul rugoso viso, picchiò un forte pugno sul tavolo e si alzò di scatto. Si fermò, cercò di tranquillizzarsi per riflettere sui possibili risvolti che l’azione di Freterk avrebbe potuto avere: Se mi tradisse dovrei rinunciare al piano, ma l’unico che può riuscire nell’impresa è lui. Poi si corrucciò, si sentì perso: se Freterk spiffera tutto non avremo più piani diversivi, il nostro esercito sarà sicuramente sbaragliato. Si decise e, chiamate nella sua tenda alcune guardie, convocò Freterk che arrivò di lì a poco. “Arrestatelo” Fu il laconico ordine che diede ai soldati nella tenda “Portatelo ad Artheram e rinchiudetelo nelle carceri della caserma” Freterk rimase interdetto per qualche istante, poi protestò vivacemente. “Datan, sei impazzito? Che ti prende?” “Sei arrestato per alto tradimento” “Tradimento? Quale tradimento?” Datan lo guardò sorridendo compiaciuto, poi con un segno della mano invitò le guardie a condurlo fuori. Tutto tacque. Freterk era già stato portato via da parecchi minuti, e il capitano, acceso un piccolo sigaro di truk da cui tirò grosse boccate provocando bizzarre nuvole di fumo azzurro, continuò a fissare pensieroso il vuoto. Con uno scatto uscì di corsa dalla tenda, montò sul cavallo e partì spedito. Il giorno ormai finiva, ma qualcosa di tragico stava per piombare sulla colonia, il cavallo di Datan corse veloce e il vento ne fu il più sincero testimone. CAPITOLO 12 Il gruppo di uomini si era accampato in pianta stabile nelle macchie di boscaglia fuori il piccolo villaggio di Marksik. Un paio di capanne di legno e paglia, un po’ di terra coltivata e qualche piccolo animale da cortile era tutto ciò che possedeva quella piccola comunità. Claudio e Alberto furono sistemati in una lugubre stanza ricavata da quella che doveva essere una comune stalla. L’omone della taverna e gli altri suoi compagni si erano dimostrati parecchio cortesi durante il breve viaggio che li aveva condotti fino all’accampamento e anche dopo avevano cercato di far sentire a proprio agio i due ospiti. Claudio e Alberto non ci avevano ancora capito un granché di ciò che era successo, e avevano continuato a seguire fideisticamente il loro destino; ad un tratto avevano anche avuto paura sospettando che quegli uomini potessero essere degli sgherri di Datan. Si tranquillizzarono convenendo che, se così fosse stato, quelli difficilmente avrebbero mantenuto un comportamento così amichevole, e poi c’era la questione che quelli ogni tanto parlavano in dialetto Piemontese tra di loro. Continuarono fiduciosi. “Venite, la cena è pronta” La voce di una giovane donna comunicò la notizia da fuori la porta. Dentro la capanna più grossa otto persone erano sedute intorno ad un massiccio tavolo rettangolare con a capotavola l’uomo della taverna. Sei erano uomini, due donne e tutti ancora in giovane età. I due entrarono in punta di piedi, spauriti; l’uomo a capotavola gentilmente fece cenno di sedersi, gli altri sorrisero. “Benvenuti alla nostra mensa” Disse il capo, che a vederlo sorridere così cortese non dava l’impressione crudele che a primo acchito suscitava. “Grazie” Si limitò a dire Claudio imbarazzato da tanta ospitalità. Si sedettero. “Abbiamo preparato un piatto che voi dovreste conoscere bene” disse il capotavola mentre teatralmente alzò il coperchio di legno su un grosso recipiente di terracotta dal quale uscì un piatto fumante di larghe tagliatelle condite con del rubicondo pomodoro. “Cazzo!” Uscì involontariamente dalla bocca di Alberto. “Ve l’avevo detto…” disse ancora l’omone poco prima di gettarsi bramoso su quella leccornia. Ne mangiarono tutti a sazietà, condendo quella magnificenza con del vino, non eccellente, ma pur sempre vino. “Chi siete?” Chiese timidamente Claudio dopo la grande abbuffata. “Giusto, non ci siamo ancora presentati: mi chiamo Ermes. Come avrete intuito siamo gente che proviene dallo stesso posto da cui provenite anche voi.” “E come ci siete capitati qui?” “Di preciso non lo sappiamo…. E’ una storia parecchio lunga. E parecchio strana!” Rispose l’uomo tirando una grossa boccata dal cilindro del truk. “Cioè?” “Era il febbraio del 1945 e noi eravamo nascosti nei boschi sopra Demonte, la nostra squadra faceva la staffetta con il comando della brigata “Garibaldi”di stanza a Valdieri. I tedeschi ci cercavano, in quei giorni gli scontri erano stati duri, noi aspettavamo i rinforzi che continuavano però a tardare. Improvvisamente un nostro compagno si ammalò, e noi non potendolo abbandonare ritirammo in una piccola grotta al sicuro. Riuscimmo a nascondersi per qualche giorno, poi una pattuglia tedesca ci scovò e noi rinculammo nelle viscere della montagna. Il nostro compagno si aggravò ulteriormente e decidemmo quindi di uscire allo scoperto per poterlo far curare, ma una volta ritrovata un’uscita ci ritrovammo da questa parte” Ermes si risedette a capotavola “Non capimmo immediatamente cosa fosse successo e intanto il nostro compagno era morto. Provammo e ripercorrere la grotta al contrario, ma fatto qualche passo ci ritrovammo la parete della montagna ad ostruirci la strada. Allora partimmo verso valle camminando per parecchi giorni, poi arrivammo in una città. Le risposte della gente alle nostre domande ci fecero capire l’amara verità. Parlammo anche con un saggio che ci tradì denunciandoci ai soldati. Le guardie della città ci diedero la caccia per parecchi giorni, scappammo sulla strada che portava alle pianure, arrivando al sicuro fin qui. Da allora viviamo segretamente in questa boscaglia” Claudio e Alberto ascoltarono attentamente il racconto di Ermes, mentre ora al tavolo tutti li fissavano intensamente come se il loro arrivo potesse risolvere l’enigma. “Brigata Garibaldi avete detto? Siete comunisti!” Chiese di getto Claudio. “Si!” Disse duro Ermes “Perché? Voi cosa siete? Fascisti per caso?” “No, per Dio No. Esattamente il contrario a dire il vero; è che non pensavo che a Demonte ci fossero quelli della Brigata Garibaldi” “Certo che ci siamo a Demonte; siamo noi che comandiamo lì. E sono contento che voi non siate fascisti…” Rispose visibilmente soddisfatto Ermes. “Scusate una cosa. Ma quanti anni avete? Siete qui da quarantasei anni e sembrate ragazzi…?” Chiese Alberto con fare curioso. “Quarantasei anni?!” ripeté Ermes. “Quarantasei anni?!” Sottolinearono con un brusio tutti gli altri. “Ma scusate: da quanto siete qui?” “Saranno sì e no otto mesi….Forse dieci” “Eppure è strano, tu Ermes avrai al massimo trent’anni….” “Vi dico che non sono passati tutti quegli anni che dite voi. Noi siamo esattamente come prima di passare in questo mondo. Nessuno è cambiato!” Al tavolo tutti si guardarono sbigottiti, la realtà era come la aveva dipinta Alberto, ma le cose erano andate come aveva detto Ermes. Ma allora i quarantasei anni erano passati veramente? Cosa era successo? Francesca, la giovane e rubiconda ragazza del gruppo, guardò il resto del convivio con gli occhi pieni di angoscia e fu la prima ad intuire il dramma. “Se sono passati veramente quarantasei anni nel nostro mondo come dite voi” Disse piagnucolando sommessamente “vuol dire che se torniamo indietro non troviamo più nessuno dei nostri genitori, parenti, amici…” Claudio e Alberto non risposero limitandosi ad allargare le braccia. “In che anno siamo di là?” Chiese ancora la giovane. “Nel 2001!” Comunicò un po’ titubante Alberto. Quella risposta creò lo scompiglio negli animi del gruppo. Ermes rimase imperterrito con gli occhi rivolti su Alberto mentre gli altri rimasero a guardarsi a bocca aperta. Francesca pianse. “Non è vero, sono tutte palle!” Provò a protestare poco dopo il Capo. “Mi spiace ragazzi, ma è così!” Ribadì Claudio che nel frattempo aveva tirato fuori qualcosa dalla propria tasca “Questa è la mia patente. Guardate la mia data di nascita… 12 giugno del 1967…” Il documento passò di mano in mano; tutti constatarono che ciò che diceva il forestiero corrispondeva al vero. “Non ci credo lo stesso!” Continuò cocciuto Ermes. Claudio capì che non era il caso di continuare, che non avrebbero capito. Decise di glissare, ma qualcuno non la pensava allo stesso modo. “La guerra è finita?” Chiese un uomo dall’angolo della cucina. “Sì, nell’aprile del 1945” “E chi ha vinto?” “Noi no!” “E i comunisti?” “Hanno perso pure loro” “Va a finire che hanno vinto i Cattolici” “I cattolici…Sì, alla fine hanno vinto loro” Disse a capo chino Alberto. “Lo sapevo. Cazzo, lo sapevo!” Sbraitò un ragazzo, il più giovane della combriccola. “Mi spiace…” Concluse Alberto come se la colpa di tutta la storia del dopoguerra fosse sua. Il silenzio avvolse la tavolata per diversi minuti nei quali ognuno rimase chiuso nelle proprie delusioni, nei sogni svaniti. Fu Francesca a ristabilire un contatto con gli altri. “E voi come ci siete arrivati qui?” Claudio partì con la storia del portale, dei libri, Garinius, Elinda, Datan… Quando finì la tavolata era ancora incredula. “Quindi siete diretti nelle isole adesso?” Chiese Ermes. “Sì, il problema è che non conosciamo la strada. Seguiremo il fiume, forse arriverà al mare…” “Io la strada la conosco!” Interruppe il tutto un uomo dal fondo del tavolo “Qualche tempo fa andai a Sud, cercavo delle sementi particolari e m’indicarono un mercante che viveva in una città all’estremità della colonia. Quella città era bagnata dal mare…” “Quanto è distante?” Si affrettò a chiedere Alberto. “Tre giorni di cammino spedito seguendo il fiume” “Tre giorni sono un’eternità. Non abbiamo cibo, ci mancano le armi, che se anche avessimo non sapremmo come usarle, e poi astuti come siamo facilmente ci perderemo…” Disse Alberto scuotendo la testa. Ermes guardò gli altri della compagnia; ne scrutò le emozioni, cercò di leggerne le speranze, le paure. Poi batté una manata sul tavolo. “Verremo con voi!” Dichiarò enfatico. “Cosa?” “Avete capito: Verremo con voi! Se è vero che l’unica vostra speranza è quella di raggiungere Geren o come diavolo si chiama, allora quella sarà anche la nostra unica speranza” “Ma noi non sappiamo se…” “In questa boscaglia non c’è futuro” Li incalzò Ermes “Tutte le nostre speranze sono ormai vane quindi tanto vale seguirvi. Hai visto mai che la fortuna si ricordi di noi…” “Per noi va bene; con gente come voi io sinceramente mi sento più tranquillo” Si affrettò a dire Alberto. “Ermes, cosa ci spinge a rischiare proprio in questo momento in cui molti soldati scorazzano per la colonia? Non sarebbe meglio aspettare momenti migliori?” Chiese preoccupato un uomo al fianco del capo. “Non possiamo ritardare oltre, negli ultimi giorni ho visto bazzicare parecchie compagnie dell’esercito da queste parti. Rimanere qui sarebbe ancora più rischioso…” Ribatté sicuro Ermes. Il silenzio pervase d’immobilità il convivio. Tutti si guardarono aspettando che qualcuno prendesse la parola. “Che ne sapete della guerra?” Chiese Claudio traviando la discussione. “Poco, abbiamo avuto notizie che le truppe stanno invadendo la colonia delle montagne e che molti uomini sono stati reclutati con la forza. Questo è quanto…” “E di Arkat?” “Arkat è un pazzo fanatico! La guerra è colpa sua!” Disse rabbioso Ermes fissando negli occhi i compagni “Non possiamo continuare a rimanere qui, prima o poi ci scoveranno…” Tutti annuirono. La cosa era ormai decisa: l’indomani sarebbero partiti per le isole del mare di centro. Insieme alla ricerca di una speranza. Dio volendo. L’appuntamento era all’alba, ma Garinius quella notte non riuscì a dormire. Il pensiero lancinante di come avrebbe potuto riuscire nella sua impresa che sapeva essere folle lo tormentò tutto il tempo. Arkat lo conosceva, quello sì, ma tutti continuavano a descriverlo come cambiato, molto cambiato, tanto che aveva mosso un esercito enorme contro un’altra colonia. Pazzo, pensò Garinius quando fuori le prime luci dell’aurora davano il benvenuto al nuovo giorno, Arkat non è solo cambiato: Arkat è impazzito! E con i pazzi c’è ben poco da discutere. E poi da ciò che dice Gret, sembra che lui non sia altro che un pupazzo mosso da qualcun altro. Chi? Chi è costui? Il cervello di Garinius si arrovellò ancora per una buona mezzora, poi il capitano lo colse alla sprovvista arrivando di soppiatto nella tenda. “E’ l’ora” Disse duro. “E sia…” Replicò Garinius alzandosi lentamente. Di lì a poco partirono con la consapevolezza che il cammino non sarebbe dovuto essere particolarmente lungo, tuttavia il pullulare di soldati nella zona non lasciava tranquillo il capitano. Marciarono rapidamente per la strada che arrivava a Utrekar, laddove il grande fiume si divide nella corsa verso il mare. Non si parlarono, Garinius marciò costantemente qualche passo indietro a Gret, il quale borbottando e imprecando a ogni piè sospinto, aveva comunicato tacitamente che non avrebbe tollerato alcun colloquio. Garinius si attenne. La piana di Lutz era una sterminata distesa di terra che andava dalla foresta bruna fino al mare. Una zona ricca in cui le colture producevano messi favolose facendone la colonia più sviluppata di tutto il mondo conosciuto. I due l’attraversarono fendendola come una lama, giungendo rapidamente al cospetto delle grosse mura difensive di Utrekar. Garinius ne rimase sinceramente colpito, le vide imponenti circondare il piccolo villaggio, torri aguzze, presidi e guardie dappertutto. Ne chiese notizie a Gret ma questi glissò borbottando. Arkat ha organizzato le cose per bene, concluse tra se e se sbalordito. Incredulo. Lasciata Utrekar alle spalle iniziarono davvero i problemi. Dapprima s’imbatterono in un reparto dell’esercito delle pianure che marciava verso le Montagne Rosse, ma passarono inosservati; poi arrivarono ad un campo di reclutamento poco distante da Kurkut; lì i problemi furono maggiori. Una pattuglia li intercettò mentre marciavano sulla grande strada che da Utrkar conduceva alla capitale e gli intimò di seguirli al campo. Gret cercò di spiegare a quegli uomini che lui era un capitano dell’esercito e che urgentemente doveva arrivare in città, ma tutto fu vano; gli ordini erano improcrastinabili: Tutti quelli che arrivavano da Nord dovevano essere condotti al campo reclute. Gret imprecò rabbiosamente ma dovette cedere. Il campo era simile a quello che aveva visto Garinius il giorno precedente, anche qui le reclute venivano addestrate al combattimento e anche qui c’era un comandante: Mariuk. Costui era un vecchio generale declassato per intemperanze che tuttavia veniva ancora utilizzato in qualità di comandante in campo. A Gret, quando gli comunicarono la notizia, per poco non venne un colpo. Anche Garinius aveva avuto a che fare con Mariuk tanti anni prima, ma quella conoscenza non la considera tra le virtù. “Se Mariuk ci vede, ci arresta immediatamente” bisbigliò Gret a Garinius. “Lo so, ma temo che ci vedrà. Lascia fare a me” lo tranquillizzò il vecchio. I due furono condotti in una grossa tenda con l’emblema del leone argentato e lì vennero sorvegliati da alcune guardie. Mariuk arrivò subito dopo. Tutto si aspettava fuorché di trovare quei due individui che tanto non avrebbe voluto incontrare. “Ma bene” Esordì ironico “Che bella coppia che mi è stata data in sorte. Che ci fate voi qui?” “Mariuk, ho l’ordine di condurre quest uomo da Arkat” Disse duro Gret. “Ah sì? Strano che io non ne sappia nulla….E siccome di solito questi ordini mi vengono riferiti in anticipo, ho il privilegio di non crederti” Disse Mariuk con un sorriso sardonico dipinto sul volto. “Mariuk, devo vedere assolutamente Arkat” Intervenne Garinius. “E perché mai un uomo delle montagne, anzi un saggio delle montagne vuole vedere Arkat? Non voglio credere che ti abbiano mandato per implorarlo a ritirare le truppe” “Mariuk, cosa ne avrà Arkat una volta che la sua guerra avrà prodotto migliaia di vittime?” “Il mondo deve cambiare! Tutto quello che abbiamo è sbagliato, tu sei sbagliato, io sono sbagliato, tutto è sbagliato. La verità sarà ottenuta solo quando tutto mondo sarà ai piedi di Arkat. Questa guerra non sarà che il primo passo…” urlò Mariuk come in presa ad un raptus di follia. “Tu sei pazzo, ma più pazzo di te è Arkat!” Urlò Garinius. “No Garinius, il pazzo sei tu” Mariuk puntò il dito sotto il mento del vecchio “Sei tu con tutti gli altri saggi che ci hai fatto credere il falso. La verità è altrove!” “Mariuk tu stai delirando, di quale verità blateri?” “Di quella che ci porterà alla salvezza eterna” “Salvezza eterna…Eterna?…Ma cosa dici?” “Basta! Sarai condotto da Arkat. Da prigioniero. Portateli via” E si lasciò andare in una risata frenetica. “Tu sei pazzo…” Riuscì solo a dire Garinius. Poi le guardie li legarono per le mani e li trascinarono fuori dalla tenda. Il sole calava lentamente oltre l’orizzonte e un infame nuovo giorno stava premendo sulla terra delle colonie. E Garinius imprecò. L’incursione contro le truppe nemiche alla rocca di Yet aveva avuto un buon successo. Decine di uomini del leone argentato erano caduti in quel agguato e anche il comandante del distaccamento era stato colpito a morte. Il capitano Herrek una volta ultimato il compito era ridisceso verso Nutylak dove pensava si trovasse Datan e lì avrebbe steso un rapporto dettagliato sullo scontro. Ma Datan era partito parecchie ore prima alla volta della capitale Ghuntaram, laddove avrebbe incontrato il vecchio saggio Ganar. La capitale si presentò ai suoi occhi come sempre imponente, la valle che la circondava disegnava un paesaggio con migliaia di colori come mischiati insieme dalla mano di un Dio fantastico, le montagne, a Nord, fungevano da naturale cornice di quel quadro estasiante. Datan attraversò alcuni presidi militari che erano stati disposti a poche centinaia di metri dall’entrata principale della città, poi infilò al galoppo il grande arco d’ingresso. Si diresse spedito al palazzo dei saggi, un enorme costruzione in pieno centro. Drappi rossi vermiglio penzolavano dalle finestre ad arco, un maestoso gonfalone con il lupo grigio era fissato al grande portone magistralmente intarsiato. Ganar se lo trovò davanti mentre nelle sala della saggezza mentre discuteva animatamente con un ufficiale delle guardie della città. Fu seriamente meravigliato nel vederlo e si precipitò a congedare il soldato avvicinandosi al capitano “Capitano Datan, cosa ti porta fino a qui?” “Un problema!” “Volesse il cielo che fosse un solo problema…” Sospirò Ganar. “In verità ho la risoluzione al problema” “Meglio! Parla…” “Ho pensato come vincere la guerra!” “Perfetto! Non aspettavo di meglio. E dunque dimmi Datan…” “Rapire Arkat!” Ganar lo guardò dapprima divertito, poi quando s’accorse della serietà della cosa, lentamente le sue ciglia si aggrottarono e si fece serio. “Datan, mi spiace dirtelo, ma la tua idea mi sembra sinceramente folle!” “Ho già pensato a tutto. So che posso sembrare un pazzo, ma è l’unica soluzione che ci resta. Ho fatto personalmente un sopralluogo e ho constatato che il numero dei soldati a disposizione di Carraten è minimo cinque volte maggiore a ciò che ci aspettavamo” “Cioè?” “Quarantamila uomini minimo!” Disse severo Datan. “Quarantamila? Ma è un numero impressionante. Non posso credere che…” “E’ la verità!” Lo interruppe Datan “Qualche giorno fa mi sono appostato all’imbocco della piana di Thez e ho visto l’ala destra passare per la gola; conta almeno quindicimila uomini, molti dei quali sono veterani della fanteria. Se provassimo a contrastarli con le nostre forze verremmo schiacciati in meno di un’ora!” “Ma rapire Arkat mi sembra ancora più arduo che combatterli a campo aperto..” “No. Fidati Ganar, so come rapire Arkat. Il piano può funzionare” “Non può funzionare” Insistette Ganar. “Se non proviamo subito, quelli ci attaccheranno. E se lo fanno non abbiamo la minima possibilità di fermarli…” “E’ una follia!” “E’ una follia attendere ancora. I miei uomini li stanno rallentando, ma non possiamo resistere all’infinito” “Sono preoccupato in caso di un tuo fallimento: sarebbe la fine!” “Ascoltami: Non abbiamo un’altra alternativa. O provare o essere sicuri della sconfitta. Tanto vale provare” Ganar stette a pensare per un po’ di tempo. Si trovava a prendere una decisione importante e rischiosa, ma più si scervellava più capiva che non aveva scelta. “Va bene capitano Datan. A chi intende affidare la missione?” “A me stesso!” Disse tranquillo Datan. “Eccoci! Scusa Datan, ma oggi sei venuto qui per crearmi grattacapi?” Chiese Ganar fintamente arrabbiato. “No, ma mi rendo conto di essere l’unico che può riuscire nel piano” “E a chi affido il comando durante la sua assenza?” “Forse Rinik…” “No!” Disse duro Ganar “A tutti, ma a Rinik no!” “Ganar, ragiona: Rinik è l’unico comandante cha abbiamo che conosca un minimo le strategie militari. Gli altri ne sanno di tattiche di guerra quanto ne può sapere un bovaro delle montagne rosse..” Ganar sapeva perfettamente che la faccenda era esattamente come Datan la descriveva, ma Rinik non l’avrebbe voluto tra i piedi neanche se fosse l’unico soldato rimasto nella colonia. Quel capitano era un pazzo, un malato si mente. “No ripeto: piuttosto comando io l’esercito” Disse cocciuto il vecchio. “Non vorrei che quello che sto per dirti suoni come una minaccia, ma se tu non mi assegni il comando a Rinik, io non parto per la missione. E’ troppo rischioso abbandonare l’esercito senza un comandante valido” “Datan, ti conosco e so perfettamente che questo è un ricatto. Io nomino Rinik comandante, ma se ne combina una delle sue, lui torna in carcere e tu vai dritto dal boia. D’accordo?” Dagli occhi del vecchio uscirono scie di veleno. “Ci sto!” “Bene. Rinik sai dove trovarlo: mi raccomando, cerca di fare in fretta a rapire Arkat, prima ritorni, prima mi togli di mezzo quel pazzo di Rinik” Disse Ganar voltando le spalle a Datan. “A presto!” ribatté sicuro Datan poco prima di uscire. Ganar con la coda dell’occhio lo vide allontanarsi e sbuffò: stupido Datan ti fidi di Rinik e non sai a cosa vai incontro. Infine si lasciò cadere sul trono imporporato continuando a borbottare improperi. CAPITOLO 13 La diaspora della compagnia era iniziata il mattino molto presto raccattando quello che più sarebbe servito durante il viaggio. Ermes e i suoi stavano in testa alla colonna mostrando non poca sicurezza nell’affrontare quelle contrade ostili. Il tragitto era delimitato dallo scorrerete placido del Rutikar e la marcia rimaneva di buona andatura. Claudio e Alberto si erano mantenuti prudentemente nelle retrovie della gruppo in compagnia delle due ragazze con le quali avevano intrattenuto una conversazione. Alberto si accorse che una delle due, seppur qualche anno più vecchia, assomigliava maledettamente ad Elinda. Stessi capelli, stessa celata determinazione, stessa dolcezza. - Elinda - Balbettò Alberto perdendosi nei suoi più reconditi ricordi - chissà dove sei… - Il pensiero di quella giovane lo fece abbandonare il senso della compagnia, vagheggiò di possibili destini che le potevano essere stati dati in sorte “Magnifica creatura?” Sorrise. - Come faccio a definirla magnifica? - Si domandò un po’ più serio; tuttavia più riusciva a non immaginarla, più la vedeva magnifica: turgida, selvaggia, arcana…Il bagno! Pensò improvvisamente, il bagno…Quel corpo fintamente acerbo, sodo. I seni, l’abbraccio: l’erezione! Si inquietò. La storia del bagno gli era passata di mente, troppe vicissitudini erano sopraggiunte per potersi perdere in quel ricordo, ma adesso gli era balenata improvvisa la scena del bagno. Era stata un’esperienza di rara bellezza, contraddittoria se vogliamo, ma bellissima comunque. L’omosessualità ha delle convergenze misteriose, pensò ancora, a volte si cela di promiscuità, a volte tende agguati alla propria sicurezza. Al proprio istinto. Si accorse che stava delirando, cercò delle risposte razionali, si sforzò di dare delle definizioni razionali, ma non gliene vennero. Concluse che l’istinto sessuale di possedere quella giovane creatura era un inno alla bellezza, che non ha sesso, che è bellezza prima di tutto. Sapeva che non era una visone realistica della cosa, ma tant’è. Per il momento poteva bastare. Si sforzò di non pensare più ad Elinda e si ributtò nel dialogo che Claudio continuava con le ragazze. Ma quel ricordo sarebbe tornato prima o poi, e Alberto lo sapeva. Sbuffò. Ermes si voltò di scatto verso la coda del gruppo e invocò il silenzio. Il terreno si era fatto più ondulato, macchie selvatiche si aprivano laddove il fiume si allargava e formava piccoli stagni simili a paludi. “Che succede?” Era uscito dalla bocca di Claudio. “Ci sono dei soldati più in la” Aveva risposto uno degli uomini in testa. Si erano poi diretti verso l’acquitrino abbandonando velocemente la piccola carrareccia che costeggiava la palude. Rimasero in silenzio acquattati per un po’, poi sempre più distintamente s’udirono rumori provenire dalla strada e lentamente cominciò a sfilare un reparto dell’esercito del leone argentato. Per fortuna loro si trattava di un piccolo contingente di marcia verso qualche luogo a nord, e non passò molto che ripresero il cammino. “Dovremmo fare molta attenzione d’ora in poi, i soldati sono dappertutto” Fu il monito di Ermes. La marcia si mantenne tranquilla fino a sera quando giunsero nei pressi di Leophilis e decisero che continuare nella notte sarebbe stato rischioso, oltretutto la stanchezza cominciava ad intorpidire gli arti e lo stomaco. In realtà gli unici davvero stanchi erano Claudio e Alberto, Ermes se ne accorse e non volle infierire oltremodo. Istituirono un piccolo campo al sicuro e riposarono. Si vide subito che quella era gente abituate a vivere alla macchia, organizzatissimi prepararono il piccolo campo e subito cominciarono le disposizioni per la cena con le donne che si diedero da fare attorno al fuoco. Poco dopo si sedettero in cerchio e cominciarono silenziosamente a mangiare. “Siete sposati?” Chiese a bruciapelo un ragazzo di nome Luca. “Ehm…No!” Bofonchiò Claudio con la bocca piena. “Quindi non avete nessuno nel vecchio mondo che vi aspetta?” “No…Sì, volevo dire: gli amici, i parenti…Un po’ come tutti” “E una fidanzata?” “Sì…No, voglio dire…” blaterò Claudio guardando Alberto in cerca di aiuto. “Si o no?” Chiese Luca infierendo. Alberto, che fino a quel punto non si era voluto intromettere nell’interrogatorio, di scatto alzò la mano e prese la parola. “Il fatto è che…” esordì vivace attirando l’attenzione di tutti che ora aspettavano una risposta. Si sentì enormemente imbarazzato; deglutì e prese coraggio. Poi riprese “Il fatto è che….Io…Io e Claudio siamo… ehm …fidanzati…” Gelo. Nessuno fiatò. Tutti fissarono i due che le lentamente si avvicinarono l’un l’altro come per cercare un rifugio a quelle occhiate inquisitorie. “Bene!” Urlò Ermes alzandosi di botto “Qual è il problema? Ci siamo rincoglioniti come le vecchie bigotte che bazzicano le chiese? Siamo comunisti: non scordiamocelo, e anche se ci troviamo momentaneamente in questo posto, non dobbiamo dimenticare la nostra idea e il motivo per cui lottiamo. Se questi due nostri amici, sono come si dice….Ehm…omosessuali, dobbiamo trattarli come se fossero uguali a noi. Mica siamo fascisti!” Claudio cercò di reagire a quella affermazione, ma saggiamente si morsicò la lingua, ma non la poté morsicare ad Alberto che nel frattempo era partito in una filippica pro-omosessualità. “Ermes, ti ringrazio per le parole di comprensione nei nostri confronti. Tuttavia vorrei farvi notare che l’omosessualità non è una malattia che ci fa diventare diversi da voi: l’omosessualità semplicemente non è una malattia! Siamo esattamente come tutti gli altri, abbiamo un naso e una bocca, due braccia e due gambe. E un pisello…. Esattamente come voi! L’unica differenza è che proviamo piacere intellettuale e sessuale con persone del nostro stesso sesso. Tutto qui. E’ come se si facessero delle distinzioni perché a uno piace il gelato alla fragola e all’altro alla crema!” Alberto quella tiritera sicuramente semplicistica, ma esplicativa, l’aveva adottata già in parecchie situazioni e sembrava funzionare. Funzionò anche stavolta. “Scusate, non volevo dire che voi non siete normali…” Si scusò umilmente Ermes. “No, no certo. Lo sappiamo…. Alberto voleva solo precisare il nostro pensiero….” Diplomaticamente Claudio cercò di sedare la discussione. “Allora sapete che vi dico? Voglio brindare! Non so a che cosa, ma voglio brindare” urlò Ermes versando quel che rimaneva del vino e alzando il bicchiere al cielo “Alle isole! A Geren! Se mai ci arriveremo…” Urlarono in coro il nome di Geren, mentre il cielo sopra di loro cominciava a borbottare minacciando inesorabilmente pioggia. E piovve! Kurkut era davvero una bella città. O meglio, ricordava quella che una volta doveva essere una gran bella città; adesso però molte delle costruzioni magnificenti che sorgevano intorno alla piazza centrale erano state quasi del tutto distrutte. E anche nella periferia le cose non andavano meglio e i grossi edifici in pietra levigata che un tempo erano serviti a sale del consiglio o a luoghi di cerimonie e feste, erano ora un cumulo di macerie. Garinius attraversò la via principale della città rinchiuso dentro un carro carcerario insieme con il capitano Gret. Si ricordò la città come l’aveva vista l’ultima volta; magnifica e gioiosa, la più bella tra tutte le città del mondo conosciuto, l’aveva definita più volte. Ora era grigia, la poca gente vista per le strade camminava come retta da un burattinaio triste, vacuo. Guardò Gret che se ne stava seduto in un angolo con lo sguardo perso, gli chiese di quel cambiamento, ma il capitano scosse afflitto la testa. Attraversarono Kurkut diretti al carcere della città ricavato dai sotterranei del palazzo delle guardie, e lì furono rinchiusi in una grossa cella circolare completamente buia. Ma per loro buona sorte ci stettero poco; immediatamente arrivarono delle guardie che li accompagnarono verso la superficie, laddove avrebbero avuto il colloquio tanto agognato da Garinius. Arkat si presentò loro nella maestosa stanza del ricevimento militare, vestiva una lunga tunica rosso porpora e un grosso cappello bianco con pietre luccicanti. Con la mano destra reggeva un lungo bastone ricurvo e nodoso. Un aspetto inusuale per un saggio, tant’è che Garinius stentò a riconoscerlo agghindato in quel modo. Era scortato da quattro guardie in alta uniforme con corpetto metallico e una lunga picca con in cima il nastrino con i colori della colonia. Garinius rimirò intensamente il vecchio saggio; era diverso da come se lo ricordava, circondato da quelle guardie dal profilo prorompente, il suo viso era smorto, stanco, triste. Arkat si fermò al centro della stanza, poi con passo incerto e macilento si avvicinò ai prigionieri. Garinius interpretò l’animo del vecchio saggio privo di odio o rancore, e anzi, quando fu a pochi passi da loro, sorridente allungò la mano. “Mio caro Garinius, cosa ti porta nella nostra colonia in un momento così poco propenso per le visite” Disse Arkat con un filo di voce. Stava male e si vedeva. “Proprio perché è un momento difficile ti faccio visita” Rispose severo Garinius. “Bene allora, dimmi ciò che ti turba affinché io possa aiutarti” “Arkat, lo sai ciò che mi turba! Allontana il tuo folle esercito dalla nostra colonia!” “Garinius amico mio, tu fai in modo che il vostro esercito si arrenda e noi non torceremo un capello a nessuno degli abitanti della tua colonia” Disse Arkat con un tono cantilenante. “Arkat sei impazzito? Perché dovremmo consegnarti la nostra terra? Il patto dei quattro saggi è sacro, tu stesso lo firmasti quando ti fu dato l’incarico di governatore della colonia” Urlò Garinius. “Vedi amico mio, le cose sono cambiate. Cambiate parecchio! Adesso non siamo più disposti ad accettare la condizione che ci impone il patto. La nostra religione ci impedisce di mantenere rapporti con gli infedeli…” “Cosa? Arkat quale religione? Noi abbiamo una religione che c’insegna a rispettare le idee di tutti in nome della pace!” “Ma non in nome della salvezza eterna…” Ribatté sicuro Arkat. “Cosa c’entra la salvezza eterna? E poi come si fa ad avere la salvezza eterna dichiarando guerra al proprio popolo? Uccidendo la propria gente?” Disse Garinius inferocito. “Garinius, questa guerra è una missione. La nostra missione. Se tu non fossi così stolto, accetteresti la pace e tutto sarebbe accomodato” “Arkat chi ti ha messo in testa questa storia della religione della salvezza eterna?” “Le parole di un uomo perfetto. Un uomo mille volte più saggio del più saggio uomo delle colonie” “Chi?” “Cristo” “Chi?” “Gesù Cristo. Ma tu non puoi capire…” Disse Arkat scuotendo la testa. “Da quale colonia proviene questo saggio?” “Da nessuna colonia. Egli è il figlio di Dio, è sempre stato e sempre sarà” “Bene! Ma se non è uomo delle colonie chi ti ha detto della sua esistenza?” “Le sacre scritture, la sua parola” “E in queste scritture c’è anche l’ordine di far la guerra al proprio popolo?” Chiese ironico Garinius. “Quello che non è scritto va interpretato, e per noi, come ti ho detto prima, questa è la missione per la salvezza eterna” Arkat continuava a parlare come immerso in una sorta di ipnosi mistica. “Ho capito” Garinius sorrise amaro “Ma se io volessi incontrare questo Cristo, dove lo potrei trovare. Insomma dove vive?” “Cristo è morto per la nostra salvezza, ed è risorto per la nostra speranza” “Ah, quindi si tratta di un uomo che prima è morto e poi è risorto. Un mago! Ho saputo di maghi delle paludi che grazie a poteri mentali riuscivano a rianimare i morti. L’ultimo fu il grande maestro Maktur. Arkat, mi sa che questo Cristo a cui credi tu non sia altro che un potente mago che ti ha risucchiato il cervello!” “Garinius, tu sei blasfemo. Tu non capisci!” “D’accordo, sarà come dici tu, io non capisco! Ma se noi ritirassimo l’esercito, tu quale vantaggio avresti occupando la nostra colonia?” “Potrei convertire la vostra gente alla nostra religione” “E non potresti cercare di convertirla in modo pacifico? O devi assolutamente far uccidere centinaia di persone per poter predicare la tua religione?” “La guerra servirà per estirpare il male che è alla radice. Al resto penseremo dopo…” “Arkat tu sei pazzo!” Concluse esausto Garinius. “Garinius, torna dal tuo popolo e porta la mia parola. Starà a te decidere. Se molte persone moriranno il vero responsabile sarai tu! Addio” concluse Arkat girando le spalle ed uscendo dalla stanza. Garinius si accovacciò sul pavimento stremato ed incredulo, poi si voltò verso Gret che durante tutto il colloquio non si era mosso di un millimetro. “Tu ci capisci qualcosa?” gli chiese. “No, e adesso ci capisco ancora meno. Ma io sono un soldato, le questioni religiose spettano a voi saggi” “E’ vero caro Gret, siamo noi vecchi saggi che possiamo fermare le vostre forti e giovani braccia dal compiere un massacro” Entrarono dalla porta alcune uomini che prelevarono i due e li condussero verso l’uscita della città. Lì altre due guardie li presero in consegna e li scortarono verso il campo del capitano Mariuk. Il sogno di Garinius di fermare una guerra si era sciolto come neve al sole, e ora si sentiva davvero il primo responsabile del futuro della sua gente. Lentamente alzò gli occhi al cielo, il sole stava nascondendosi dietro le nubi, foriere di tempeste e paure. Datan non aveva perduto tempo e, abbandonata la capitale Ghuntaram, si era diretto velocemente verso Artheram, laddove avrebbe prelevato il capitano Rinik. Le carceri della città erano quanto di più angusto e squallido si potesse immaginare, Rinik era rinchiuso lì da parecchio tempo. Datan lo trovò seduto sul fieno che serviva da sedia, tavolo e giaciglio. Il prigioniero lo guardò incuriosito ancorché divertito. “Bene, davvero molto bene. La fuori c’è la guerra e chi mi trovo davanti? Il comandante della guerra in persona. Bene!” Sembrò parecchio divertito Rinik nel vedere Datan. “E io cosa dovrei dire di te? C’è la guerra e tu cosa fai? Stai comodamente in panciolle chiuso al sicuro in una cella di Artheram” Sorrise anche Datan. “Che piacere rivederti…” Il prigioniero si alzò e andò ad abbracciare il capitano “Ma dimmi cosa ti porta qui?” “Ho una buona notizia da darti. Sei appena stato nominato comandante in campo dell’esercito delle montagne” Gli disse di buon garbo Datan. “Cosa? Stai scherzando vero? Datan dimmi che non è vero!” Indietreggiò Rinik. “Non è uno scherzo. E’ la verità” “Non è possibile. Ganar è impazzito e tu più di lui. Sono rimasto rinchiuso qui dentro tutti questi anni e all’improvviso mi trovo comandante dell’esercito. Perché?” “Mi allontanerò dalla colonia per qualche tempo, avevo bisogno di un comandante esperto e allora…” “Datan, sono invecchiato parecchio qui dentro, non so se riuscirò ancora a tenere in mano una spada e mi ci vorrà un po’ ad abituarmi a vivere all’aria aperta…” “Stai tranquillo, ti ci abituerai” Il capitano cacciò un grido alle guardie che piantonavano la porta della cella e ordinò loro di liberare immediatamente il prigioniero. Ci volle un po’ prima che Rinik si riabituasse alla luce del sole, il suo volto si era fatto scavato e scarno, e il fisico non rendeva più giustizia a quell’uomo coraggioso e forte. Ma quello stesso uomo si era macchiato della colpa di alto tradimento, Rinik veniva riconosciuto come un soldato abile e valido, che tuttavia a volte non rispettava la propria nomea. Gran bevitore e donnaiolo, era stato sorpreso parecchie volte in locande malfamate a ingaggiare risse e frequentare donne di labile virtù. Tutto ciò lo aveva emarginato a comandante subalterno di distaccamenti marginali. Per qualche tempo accettò di buon grado quel ruolo, poi all’improvviso fece la stupidaggine che gli costò la libertà. Era il tempo in cui il portale creava parecchi grattacapi ai saggi delle colonia, alcuni uomini a breve distanza di tempo l’uno dall’altro erano riusciti ad eludere la sorveglianza delle guardie del portale e ad inoltrarsi nelle colonie assolutamente indisturbati. Fu istituita la compagnia di sorveglianza del portale che molto dopo verrà affidata a Datan, ma che allora era presieduta appunto da Rinik. A quel tempo si era sparsa la voce che un uomo avesse attraversato il portale e che avesse creato parecchi grattacapi nelle colonia delle pianure. A Rinik fu affidato il compito di trovarlo ed arrestarlo. Partirono febbrili ricerche, ma inizialmente non si venne a capo di nulla, poi una notte Rinik s’imbatté nel fuggitivo e fece per arrestarlo. Quello, trovatosi perduto, gli propose uno scambio: una pietra preziosa dai poteri taumaturgici in cambio della libertà. Rinik, che da uomo avvezzo al gozzoviglio non aveva mai un soldo in tasca, accettò contando di rivendere l’artefatto e procurarsi una bella somma di denaro. Tutto filò liscio fin quando un suo sottoposto, che aveva assistito allo scambio, non vuotò il sacco a Ganar. Questi che sapeva Rinik capace di tutto, lo fece interrogare e torturare fin quando il capitano, vinto dal dolore, non confessò. Da allora, ed erano passati parecchi anni, Rinik vegetava nelle buie celle della prigione di Artheram. “Andiamo!” Disse Datan montando a cavallo. “Dove?” “Al campo di Tynok. Lì ti spiegherò tutto” “Aspettami! Non so se sono ancora in grado di cavalcare” “Rifarai pratica lungo il cammino. Andiamo!” Le due cavalcature partirono al gran galoppo verso Tynok. Due uomini contro un esercito. Due uomini solamente! CAPITOLO 14 Il gruppo si era appena rimesso in marcia quando in lontananza comparve Leophilis. Ne rimasero realmente impressionati; era una città enorme, probabilmente la più grossa di tutto il modo conosciuto, per quanto aveva dichiarato Ermes; le massicce mura di cinta campeggiavano anche qui ed erano molto più maestose di quanto non lo fossero a Tunak. Non si avvicinarono troppo, in lontananza alcune squadre di soldati vegliavano l’entrata principale alla città e nella piana antistante campi militari sorgevano in ogni dove. Era una città blindata, come se si aspettasse un attacco nemico da un momento all’altro. Ma la guerra era altrove… Passarono velocemente oltre e si diressero verso l’estremità Sud della piana di Lutz. Nessuno aveva più accennato alla discussione della sera prima. La rivelazione dell’omosessualità di Claudio e Alberto aveva comunque lasciato il segno, ma tutto era rimasto fortificato nella mente di ognuno: tutti ci pensavano, nessuno ne parlava. Ci pensò Francesca, la bella ragazza che tanto ricordava Elinda ad Alberto, a riesumare il discorso. “Cosa si prova ad amare una persona dello stesso sesso?” Aveva chiesto a bruciapelo tra lo sfacciato e l’ingenuo ad Alberto. “Una grande felicità….” Aveva risposto candidamente lui. Tutto tacque per un po’. Quella risposta aveva chetato la giovane che non aveva voluto continuare oltre. Ma poi, siccome le curiosità corrode dentro e tante volte va oltre gli affaracci propri, perseverò. “Sì, ma non è la stessa cosa…” “Perché?” Rispose Alberto che si aspettava un ritorno della ragazza. “Non lo so…Ma il pensiero che due uomini si…Insomma mi fa un po’…” “Schifo?” Sorrise lui. “Non proprio schifo ma…ma…Sì, forse schifo” “Quando tu pensi ad un uomo e una donna che fanno l’amore, ti fa schifo?” “No” “Bene l’amore tra due uomini o due donne è la stessa cosa. E’ la ricerca del piacere, del bello, dell’emozione…” “Ah…” bofonchiò la ragazza che probabilmente non capì, tuttavia continuò “Ma come si fa a fare l’amore tra due uomini?” Alberto rise. La ragazza era di un’ingenuità titanica e dedusse che quelle domande fossero dettate da una scarsa conoscenza delle pratiche sessuali. “Tu sai come si fa a fare l’amore tra un uomo e una donna?” Le chiese amabilmente. “Certo!” Rispose stizzita lei. “Ebbene, l’amore omosessuale è la stessa cosa” “No! Gli uomini e le donne sono fisicamente diversi. Sono compatibili! E’ la natura che vuole così…” “E’ li che sbagli! La natura ci ha fatto conoscere il piacere dell’amore e quel piacere lo si può ottenere il mille modi diversi” “Ma quello è amore immorale!” Sentenziò Francesca. “E dire che pensavo che tu fossi Comunista” Sorrise tranquillo Alberto “Non sapevo che i comunisti avessero fatto propri i preconcetti cattolici…” Francesca la prese come un’offesa colossale. Lei comunista che aveva rischiato la pelle su in montagna contro i tedeschi, adesso veniva considerata una baciapile qualsiasi. Lo guardò schifata e se ne andò verso la testa della colonna. Alberto ci rimase male parecchio. Non volevo offenderla, pensò amaramente, non ha capito… La compagnia marciò silenziosamente per un bel tratto di strada. All’orizzonte la pianura sembrava sconfinata, i prati e le colture, che qui erano più scarse, dipingevano tratti di mille sfumature di verde, il fiume un arteria che tagliava come una lama il quadro incontaminato. Fino a quel punto non avevano incontrato nessuno, ma adesso comparivano in lontananza le sagome di uomini a cavallo. Ermes s’irrigidì. Poco prima del loro arrivo si girò verso i compagni e disse loro di stare in guardia. Ordinò che le donne rimanessero in fondo al gruppo e stette pronto a riceverli. I soldati arrivarono al galoppo, e circondarono la compagnia. Era un piccolo capannello di sei uomini, probabilmente una ronda. Il capo si fece subito riconoscere. “Chi siete?” Chiese duro. “Stiamo andando a Kluk” Rispose per niente intimidito Ermes. “A Kluk? E che ci andate a fare a Kluk?” “A trovare degli amici” “Non si può andare a Kluk, la strada è interrotta” “Vorrà dire che non seguiremo la strada…” “Sei spiritoso eh. Bene, verrete con noi al comando per dei controlli, se tutto sarà a posto, potrete andare a Kluk” “Non possiamo, siamo di fretta!” Disse con tono di sfida Ermes. “Va bene. L’avete voluto voi: Legateli!” Disse il capitano agli altri uomini della ronda. Qui successe quello che Claudio e Alberto avrebbero voluto che non succedesse. Appena le guardie fecero per avvicinarsi, gli uomini di Ermes estrassero le spade e gli si avventarono addosso. I soldati, presi alla sprovvista, cercarono di rinculare, ma l’abilità dei partigiani ebbe facilmente la meglio. Due soldati caddero a terra feriti a morte e gli altri quattro alzarono le mani in segno di resa. Ermes guardò cupo in direzione dei prigionieri, poi si girò verso i suoi uomini e ordinò: ”Uccideteli!” Fu una scena agghiacciante, Alberto cercò di far ricredere Ermes, ma ormai l’opera era conclusa. Le lame degli uomini della compagnia avevano fatto il loro dovere, e ora i corpi dei soldati giacevano riversi in un lago di sangue. “Seppelliteli!” Ordinò grave Ermes. “Perché? Perché hai dovuto ucciderli?” Chiese Alberto furioso e scioccato. “Alberto calmati! Non avevo scelta, se li avessi lasciati liberi, quelli sarebbero tornati con duecento soldati e ci avrebbero uccisi loro…” “Si erano arresi, erano disarmati!” “Ma erano armati quando hanno tentato di legarci per portarci al comando. Non abbiamo fatto altro che difenderci!” La voce di Ermes si era fatta dura e non ammetteva repliche. Alberto se ne tornò da Claudio scuotendo la testa, imprecando. La grande fossa era stata scavata celermente, ammassarono i corpi dei soldati, ricoprirono con cura e ripresero il cammino. “Occhi aperti adesso!” Disse Ermes al resto della banda. Claudio e Alberto marciarono soli e silenziosi in fondo al gruppo, l’esecuzione sommaria di quei soldati li aveva sconvolti. Francesca se ne accorse e con buon cuore accarezzò la brulla barba di Alberto. Poi dolcemente gli sorrise. Le guardie scortarono Garinius fino alla prossimità delle montagne rosse. Lì lo lasciarono e il vecchio continuò la marcia da solo. Sperava di tornare rapidamente dal capitano Datan e con lui approntare una nuova strategia volta ad arginare l’incedere incalzante dell’esercito del Leone argentato. Tynok distava più di due giorni di marcia, ma le alte montagne che nascevano davanti erano un baluardo difficile da superare quindi decise di costeggiarle e inoltrarsi nella foresta bruna. Guadagnerò quasi una giornata – pensò - il problema sarà evitare le truppe di Carraten. La foresta bruna era una di quelle lande in cui nessun uomo, con un’alternativa più o meno valida, avrebbe mai pensato di attraversare. Una fittissima vegetazione alternata a radure con alberi nodosi e imponenti, delimitavano l’insano cammino. Non esisteva sentiero guida, chi voleva oltrepassarla doveva andare a naso confidando nella buona sorte. Garinius non si era mai avventurato in quelle terre come la maggior parte della popolazione, ma a differenza loro non aveva mai dato credito alle leggende che si narravano sulla foresta. Erano storie per fanciulli, ma che con l’andar del tempo avevano assunto il tono della veridicità culturale. E da allora era stata rinominata come foresta di Sik. Costui era un vecchio saggio che con la vecchiaia aveva perso il lume della ragione e la leggenda lo voleva padrone di quelle terre. Gli ultimi che erano passati dalla foresta narravano di essersi imbattuti nelle guardie evocate dal vecchio e qualcuno negli scontri ci aveva lasciato le penne. Da allora la foresta era diventata maledetta. Garinius sorrise - Sik o non Sik io ci guadagno un bel po’ di strada -; e poi mi farebbe piacere incontrare quel vecchio pazzo, è da così tanto tempo che non lo vedo… L’inizio della boscaglia gli si presentò davanti al calar della sera. Fermarsi neanche a parlarne, finché le energie lo avrebbero sorretto, la marcia sarebbe continuata. S’inoltrò. Per un tratto la foresta non lo inghiottì completamente, la vegetazione concedeva ancora parecchie radure al cielo stellato dando a Garinius un buon punto di riferimento. Poi d’improvviso la selva. Il vecchio la guardò, rami, arbusti e rovi tracciavano la cornice del nucleo della foresta, la luna emetteva una luce blanda; proseguire in quelle condizioni sarebbe stato folle. Garinius si arrese e decise di trascorrere lì la notte. Non impiegò molto ad addormentarsi, la leggera brezza calda che attraversava gli alberi lo cullarono per buona parte del sonno. Poi un sibilo lo svegliò. Non era ancora spuntato il sole, si guardò attorno, nulla si mosse. Riguardò con più attenzione. Niente. Bene, vorrà dire che inizierò la marcia in anticipo, pensò. La prima barriera di rovi era stata inviolata con relativa facilità, ma la vegetazione si ergeva ora ancora più selvaggia e impenetrabile di prima. Ci volle parecchio per fenderla, tanto che i segni dell’attraversata si erano fatti visibili sulla tunica bruna e sulla pelle. Raggiunse una piccola radura che si apriva poco più avanti. Il cielo di sopra era quasi completamente obnubilato dalla rigogliosità degli alberi ad alto fusto, solo alcuni sprazzi di luce che rompevano la barriera mitigavano leggermente quel luogo. Si riposò per un attimo e poi ricominciò la battaglia. Raggiunse un’altra radura. Ad un tratto un sibilo. Silenzio. Sibilo. Sì sentì circondato. Rimase immobile e aspettò. Passi. Passi. Dalla selva davanti a lui comparvero piccoli ominidi vocianti. Erano Niups, guerrieri oscuri della foresta, olivastri e deformi che emettevano un grido di battaglia simile ad un fischio. Garinius rimase saldo sulle gambe, sapeva dell’esistenza di quelle creature e le sapeva crudeli. Fu accerchiato. Gli esseri si strinsero sempre più, poi si fermarono. “Chi sei?” Una voce gutturale provenne dalla selva. “Sono Garinius” “Garinius? Il grande saggio Garinius?” “Sì” “Qual buon vento ti mena in queste contrade” “La fretta di arrivare a Tynok” “Arekkut Yuret” Urlò la voce. Le piccole creature si allontanarono urlanti scomparendo nella vegetazione. L’uomo si apprestò a Garinius. Alto, robusto, vecchio. Sik sorrise. “Allora è vero ciò che dice la gente. Tu vivi qui!” Sik annuì e si sedette per terra. Fece cenno di seguirlo. “Cosa ci fai qui Sik” Chiese ancora Garinius. “Io fuggo” Fu l’enigmatica risposta di Sik. “Da cosa?” “Dal passato. Io fuggo dallo stesso io” “Perché hai attaccato gli uomini che si sono avventurati fin qui?” “Ho un segreto. Me lo volevano rubare!” “Quale segreto Sik?” “Garinius tu sei un amico, ma non posso rivelartelo. Troppa gente morirebbe se il segreto fosse svelato” Il vecchio socchiuse leggermente gli occhi “I soldati di Carraten sono passati di qui, con loro c’era anche Naponiuk l’allievo prediletto di Kukoz. Hanno cercato di catturarmi, ma il mio esercito li ha respinti. Ma torneranno…” Garinius rimase confuso. Sik era ormai molto anziano, ma i suoi poteri magici erano rimasti inalterati. Era una cosa strana. Molto strana. “Come fai ad avere ancora poteri magici?” Gli chiese. “Non lo so, ma li ho conservati molto più potenti di quello che tu stesso puoi pensare” “Continuo a non capire Sik” “Io vedo nel tempo che scorre e che ha da venire. Io vedo che tu stai cercando di far cessare la grande guerra, vedo che i tuoi amici sono nel pericolo, vedo….” “Quali amici?” “Gli amici che giungono dal grande mondo” “Dove sono?” “Nelle praterie. Il pericolo li attanaglia…” Garinius s’intristì. Non aveva più pensato a Claudio e Alberto, fiducioso che fossero riusciti a raggiungere Geren insieme con la ragazza. “Elinda è con loro?” “No! Fu catturata dagli uomini del mago oscuro” “Chi?” “Kukoz” “Kukoz! Quel pazzo maledetto!” Urlò Garinius “La ragazza sta bene?” “Per il momento si” “Puoi aiutarmi?” Chiese Garinius dopo un attimo di riflessione. “Dipende!” “Da cosa?” “Dipende da ciò che mi chiedi” “Io devo occuparmi della guerra e di Elinda, ma voglio che tu aiuti i due ragazzi.” “Come?” “Devono arrivare a Geren” “Uhmmm….Vedrò cosa potrò fare” Lo rassicurò amichevolmente “Ora tu vai, hai ancora parecchia strada da fare” “Grazie” Borbottò Garinius. “Vai e abbi cura di te” Lo congedò il vecchio scomparendo nella foresta. Tutto ripiombo nel silenzio. Garinius non tardò a riprendere il cammino, l’incontro con Sik l’aveva per un attimo rasserenato, ma il pensiero che Elinda fosse in ostaggio di Kukoz lo rabbuiò immediatamente. I piccoli varchi si aprivano nella vegetazione susseguendosi in modo vagamente simmetrico, in uno di questi Garinius vide alcuni cadaveri dei soldati che dovevano aver combattuto contro le creature di Sik. La battaglia doveva essere stata dura, i corpi giacevano straziati in posizione innaturale, uno era mutilato di un braccio. Passò oltre inoltrandosi nell’ennesima cornice di rovi. Il camminò durò ancora parecchio, incappò in parecchi corpi disseminati lungo il percorso, ne contò a decine, molti dei quali straziati nelle carni. Rabbrividì. Poi il sole lentamente penetrò sempre più convinto tra i rami e le foglie: la foresta stava terminando. La piana di Guntharam comparve al crepuscolo, il sole era ancora caldo e Garinius stravolto si lasciò cadere sulla soffice erba S’addormento placidamente come un uomo qualsiasi, sognando di vivere in un mondo placido tra uomini qualsiasi. “Le truppe di Carraten stanno marciando spedite a Est. Dall’altra parte invece sono ancora impegnate a varcare le Montagne rosse e per un po’ non daranno fastidio” Datan seduto nella tenda dava disposizioni al nuovo comandante Rinik. “Bene, qual è il piano?” “Nessuno per il momento. Il tuo compito sarà esclusivamente quello di ritardare l’avanzata ad Est. Non cercare la battaglia, ma tagliagli solo la strada. Mi basterà che tu riesca a rallentarli per qualche giorno” “D’accordo! Di quanti soldati dispongo ad Est?” “Pochi, un paio di migliaia circa, ma ti basteranno per rallentarli” “E Carraten di quanti soldati dispone?” “Quindicimila circa per ogni ala e una decina di migliaia nella retrovia” “Quarantamila uomini in tutto?” Chiese sbigottito Rinik. “Sì. E’ un numero enorme di fronte al quale a tutti noi sono tremate le gambe, ma è la verità!” “Come faccio a contrastarli con duemila uomini?” “Ripeto: non devi contrastarli, li devi solo rallentare. Ti basteranno! Il capitano Herrek comanda il distaccamento a Yet, vai da lui e ti spiegherà tutto. Io ora devo partire” “D’accordo!” “Buona fortuna Rinik” si congedò Datan abbandonando velocemente la tenda. Rinik rimase ancora seduto al tavolo sul quale Datan aveva lasciato aperte le mappe. Le guardò e le riguardò attentamente, vide i segni dei progressi territoriali dei soldati delle pianure, i luoghi degli agguati, i piani dei prossimi scontri. Quarantamila uomini – pensò - sono un numero incredibile. Devo cercare di rallentarli nei pressi delle alture alla rocca di Yet, se riescono a scollinare sarà più difficile attaccarli una volta raggiunta la pianura. Non ci stette a pensare troppo, montò a cavallo e partì rapido verso il campo del capitano Herrek. Anche Datan era partito da poco, il suo cammino sarebbe passato per Yuruk, anche se la strada di Yet era sicuramente più corta, ma il pericolo d’imbattersi in qualche pattuglia di Carraten lo convinse ad inoltrarsi per qualche contrada più sicura. Le prime salite delle colline gialle le incontrò in tarda mattinata, le nuvole erano parecchio basse e la temperatura si era irrigidita parecchio, qualche breve scroscio di pioggia lo colse alla sprovvista rallentandone la marcia. Non incontrò anima viva durante l’inizio della salita. Era un landa isolata, ma rigogliosa parecchio; le colture erano abbondanti in quella zona in cui la terra rossiccia donava generose messi durante l’anno. Continuò a fatica. Gli isolati scrosci ora si erano trasformati in intensi temporali estivi, si dovette rifugiare al sicuro fin quando la follia della natura noi si fosse tranquillizzata. E dovette aspettare parecchio al riparo di grossi alberi a margine della strada, imprecò per il ritardo, poi inaspettatamente la furia scemò e il sole fece breccia tra le fenditure delle livide nubi ristabilendo una calma accettabile. Partì al galoppo verso le alture di contorno a Yuruk confidando che in poco meno di un’ora sarebbe arrivato in cima. Yuruk comparve come sempre abbarbicata tra le sponde della collina: la colonia delle pianure era ormai vicina. Datan strigliò il suo poderoso cavallo verso le prime case del piccolo villaggio, ma si fermò quasi immediatamente. Alcuni corpi, ormai in fase di avanzata decomposizione, giacevano lungo la strada. Li controllò; stabilì con sicurezza che non dovevano trattarsi di soldati, erano semplici contadini, probabilmente abitanti di Yuruk, trucidati dalla violenza delle truppe di Carraten. Maledetto Carraten. S’inoltrò cauto all’interno del borgo, qui decine di cadaveri erano stati ammassati al centro della piccola piazza. Molte della abitazioni erano state abbattute o date alle fiamme, una grossa croce di legno bruno era stata innalzata lungo la strada principale. Datan scrutò quella tetra scena per qualche istante socchiudendo gli occhi, poi lentamente montò a cavallo ripromettendo crudele vendetta per quegli innocenti. Anche Rinik aveva sfruttato a dovere la velocità del suo cavallo e ora si trovava al cospetto del campo della guarnigione di Yet. Il capitano Herrek stava aiutando alcuni soldati alle prese con un carro quando se lo trovò davanti “Rinik?!” Gli uscì dalle labbra in un singulto di stupore. “Sì. Rinik!” “Che ci fai tu qui? Non eri stato arrestato?” “Arrestato e liberato. Sono il nuovo comandante dell’esercito delle pianure” “Tu? E Datan?” “Datan è partito per una missione. Durante la sua assenza sarò io a comandare” “Bene! Ogni ordine di Datan è un mio ordine! Che cosa pensi di fare?” “Prima vorrei sapere come stanno le cose qui” Chiese con tono lievemente sussiegoso Rinik. “Male! Fino a ieri gli agguati si sono quasi sempre conclusi a nostro favore, ma stamattina quei maledetti ci hanno teso un’imboscata e parecchi dei nostri sono caduti uccisi. Siamo rimasti in pochi” Disse sconsolato Herrek. “Dove sono adesso?” “Alla gola di Forsth. Si sono accampati lì qualche giorno fa. Sarà difficile stanarli, è un punto ben coperto e difficilmente accessibile” “Hanno tentato una controffensiva?” “Appunto stamattina. Ci siamo mossi verso di loro alle prime luci del giorno, le nostre avanguardie non ci hanno segnalato nulla. Sembrava tutto tranquillo. Poi ad un tratto sono balzati fuori e ci hanno peso in mezzo. Siamo stati fortunati a trovare un varco per la fuga” “Hmmm….” Rinik si stropicciò nervosamente la pelle del mento alla ricerca di un piano “Portami alla gola di Futh. Voglio vedere a che punto è la situazione” Concluse sicuro. “Sarà rischioso. Hanno seminato vedette e pattuglie dappertutto, difficilmente si arriverà salvi fino al loro campo….” “Non abbiamo alternative. Aspettare ancora senza un piano sarebbe pericoloso. Sono in numero decisamente maggiore al nostro, se decidessero di attaccarci ci spazzerebbero via in un baleno!” “E sia. Recluto un po’ di uomini e partiamo subito!” Rinik girò lo sguardo verso le irte vette di Yet laddove un’unica nube ricopriva come un cappello la cima più alta. Sputò rabbiosamente per terra e gridò impaziente a Herrek di spicciarsi. CAPITOLO 15 Marco in fondo alla colonna si accasciò al suolo con un flebile lamento. Qualcuno urlò ai primi di fermarsi e tutti accorsero intorno all’uomo. “Marco, che ti è successo?” Chiese Ermes senza che l’altro gli desse risposta. “E’ ferito!” Urlò un giovane di nome Franco ribattezzato Ciccio dagli altri. “Ferito?” “Guardate, perde sangue dal fianco” Una macchia scura si stava allargando vistosamente sotto il corpetto di cuoio dell’uomo e il dolore doveva essere lancinante per come Marco contorceva il viso. “Giratelo e toglietegli il corpetto” Ordinò Ermes. Gli altri si affrettarono ad eseguire. “E’ messo male parecchio, la ferita è profonda e deve aver perso parecchio sangue” “Che facciamo? Non abbiamo nulla per curarlo” Disse Francesca guardando preoccupata gli altri. “Dobbiamo spostarci di qui innanzitutto; siamo allo scoperto e qualcuno potrebbe vederci e insospettirsi. Cerchiamo di trasportarlo verso il fiume, la dove ci sono quegli alberi” Il trasporto del ferito non fu facile, Marco per il dolore continuava a lamentarsi e il suo viso si faceva ogni momento più pallido. Arrivarono al cospetto del grande fiume e distesero a terra l’uomo che ora giaceva svenuto. Marco e Alberto seguivano il gruppo silenziosamente in fondo alla fila dei soccorritori, la loro presenza non sembrava essere presa in considerazione dagli altri. Ermes intanto aveva mandato a prendere dell’acqua dal fiume e ora cercava di pulire la ferita dell’uomo. Ma il sangue continuava ad uscire copioso dal profondo taglio lasciando abbondanti scie vermiglie lungo il corpo di Marco. “Non abbiamo nulla per fermargli l’emorragia, non so cosa fare…” Disse demoralizzato il comandante. “Non possiamo lasciarlo morire così!” Gli fece eco un altro. “Il modo ci sarebbe…” Francesca si avvicinò ad Ermes. “Come?” “Claudio è un medico” Ermes si alzò di scatto e guardò cupo Claudio in fondo al gruppo. “Claudio perché non ti sei fatto avanti prima. Qui c’è un uomo che rischia di morire e tu te ne stai lì zitto?! Avanti aiutalo!” Urlò collerico Ermes. “No!” Ribatté sicuro Claudio. “Come no? Claudio se non lo curi te la dovrai vedere con me!” Disse furioso il comandante avvicinandosi al dottore. “Ho detto di no!” Ermes lo prese per il bavero con i badili che aveva al posto delle mani e lo trascinò sul ferito. “Avanti curalo!” “No!” “Perché?” “Non hai dato scampo agli uomini che hai fatto uccidere quando erano disarmati e imploranti, ora io no darò scampo al tuo di uomo…” “Ma sei pazzo? Quelli erano nemici. Qui sei tra amici che ti stanno aiutando” “Quelli erano uomini esattamente come lo siamo noi. E tu li hai fatti uccidere” Ci fu un attimo di silenzio. Gli occhi dei due uomini si fissarono duri. Nessuno sembrò cedere. Ancora silenzio. Poi Ermes abbassò lo sguardo. “Ti prego…” Supplicò inaspettatamente. Alberto assistette alla scena parteggiando silenziosamente per l’amico, ma la lezione che Claudio aveva dato a quella gente poteva ritenersi sufficiente. S’avvicinò a Claudio e gli parlò nell’orecchio. “Aiutalo Claudio. Hai vinto tu, il comandante ti ha supplicato. Adesso però cura quel uomo. Non rimediare ad un errore con un altro errore” Claudio annuì guardando in tralice il comandante. Poi velocemente trasse dalla sacca la valigetta e ne rovistò all’interno. Marco era allo stremo delle forze, il sangue perduto lo aveva indebolito ulteriormente. Claudio disinfettò la ferita e gli fece un paio di iniezioni. Poi lo cucì e stette lì ad osservarlo per un po’. Chiese a tutti di allontanarsi, auscultò il battito cardiaco e gli fece un’altra iniezione. Erano passate un paio d’ore dall’inizio delle cure, il dottore aveva continuato a tenere sotto stretta sorveglianza l’uomo, poi lentamente si era rialzato e diretto verso gli altri che attendevano con il cuore in gola. “Si salverà! Adesso lasciatelo riposare. Stanotte ci accamperemo qui!” Disse deciso. Esultarono, si abbracciarono, piansero per la contentezza. Alberto sorrise e Claudio gli strizzò l’occhio compiaciuto. Ermes si lasciò cadere su una grossa pietra e si tenne la testa tra le mani. Il peggio era passato… “Ti ringrazio a nome di mio fratello” Claudio alzò lo sguardo e vide Francesca con le lacrime che ancora le cadevano sulle guance. “Come?” “Per mio fratello. Marco è mio fratello! Grazie” Claudio gli sorrise mentre la ragazza scoppiò in un pianto liberatorio. Lui si alzò e dolcemente le accarezzò i lunghi capelli. “Ora devo andare a vedere come sta” Le disse amabilmente. Passate un paio d’ore Marco sembrava aver ripreso un aspetto più rassicurante, il viso era tornato colorito e seppur in stato di incoscienza, i suoi arti rispondevano abbastanza bene agli impulsi nervosi. “Quanto ci vorrà per rimetterlo in piedi” chiese Ermes giungendo alle spalle di Claudio “Tra due o tre giorni potrà muoversi. Non prima!” Disse quasi grugnendo il dottore. Ermes annuì e sospirò. Poi diede un colpo di tosse, poi un altro. Un altro ancora. “Ehmmm…Volevo ringraziarti, senza il tuo intervento Marco sarebbe morto…” Disse contrito massaggiandosi nervosamente il sopracciglio. Claudio alzò lentamente lo sguardo e scosse la testa. Poi ritornò ad armeggiare nella sua valigetta. “Prego!” Disse con tutta la rabbia che aveva in corpo. La sera era già calata da un pezzo quando chiamarono per la cena. Gli uomini in precedenza si erano improvvisati pescatori e il fiume li aveva ricambiati concedendogli abbondante e gustosa carne. Ce n’era da sfamare un intero reggimento: loro la finirono in un’ora. Con lo stomaco pieno la tensione pomeridiana sembrava essere sparita, nessuno fece più riferimento all’accesso diverbio tra Claudio ed Ermes, e ora il clima che si respirava era di una velata ma tangibile euforia. Euforia che aumentò allorquando Alberto si ricordò di avere ancora in qualche parte della sacca un po’ del Truk di Garinius. Ne offrì a piene mani e dopo mezz’ora erano tutti belli carichi. “Buona ‘sta roba qui! Cos’è?” Chiese Ciccio entusiasta. “Truk. Ce l’ha dato Garinius per tenerci su nei momenti difficili” Rispose Alberto. “Bella idea! Ti fa sentire bene…” “Sì, ma non esagerare” Lo ammonì Claudio. “Tu non ne fumi?” “No. Non lo reggo, mi fa venire mal di testa!” “Non sai ciò che ti perdi…” Disse Ciccio. “Non sai ciò che ti fai…” Rispose sorridendo Claudio. Quella notte fu felice per parecchi. Seduti in circolo continuarono buona parte della notte a sbraitare e ridere sguaiatamente. L’estate concesse un refolo di brezza, di pausa; un momento di meritata pace. Garinius dormì parecchio. L’erba umida e soffice avevano fatto da culla alla stanchezza che aveva provveduto per il resto. Si svegliò alle prime luci del nuovo giorno e poco dopo iniziò la marcia alla volta di Artheram che sorgeva a poche leghe di distanza. Ma la realtà gliene presentò molte di più… Era arrivato al cospetto della città di Turuk abbastanza spedito, lì un’enorme schiera di soldati erano accampati nella valle antistante il villaggio. Si nascose per l’ennesima volta e per l’ennesima volta stette a guardare l’esercito nemico. Un numero impressionante di uomini erano schierati pronti all’attacco. La retroguardia, pensò Garinius, è la retroguardia che vuole attaccare Turuk. Quei maledetti vogliono prendere il villaggio per usarlo come base per l’attacco decisivo a Ghuntaram. Datan aveva ragione… Un’ulteriore difficoltà si presentò allorquando, dopo una buona ora di osservazione, Garinius cercò una via per aggirare l’esercito nemico. Non c’era strada percorribile, tornare indietro e cercare la fine della colonna voleva dire rischiare parecchio d’incappare in qualche compagnia dell’esercito, l’unica soluzione era andare avanti, superare Turuk e dirigersi verso Est. L’inizio del cammino non presentò grosse preoccupazioni, girò al largo marciando tra i sentieri che fendevano larghe coltivazioni. Ma poco più avanti ritrovò la strada ostruita da un’altra guarnigione di Carraten, probabilmente un parte dell’esercito che marciava verso Turuk da Ovest. Si trovò circondato e dovette riparare al sicuro. Aspettò parecchio, le truppe davanti a lui si erano disposte al coperto, pronte a balzare fuori sorprendendo gli assediati da quel lato. Garinius rimase nel suo rifugio accovacciato ad osservare lo svolgersi delle operazioni. Aspetteranno il buio per attaccare, pensò. E non si sbagliò; al calar delle prime tenebre partirono le avanguardie e i comandanti passarono in rassegna le truppe d’assalto. Poi lentamente mossero verso la città. La notte non sembrava delle più propizie per un attacco, la luna irradiava il cielo e il vento soffiava da Nord, aiutando non poco i difensori della città. Tuttavia Carraten rischiò, e diede ordine di attaccare il piccolo villaggio che rivestiva un importante baluardo strategico. Garinius aspettò che le truppe si fossero allontanate, poi con molta cautela andò nella brughiera a curiosare le vicende dell’imminente battaglia. Turuk sorgeva alla confluenza della pianura di Ghuntram con la fine della foresta bruna, poco più a Est scorreva placido il Rutikar. Gli assediati avevano provveduto ad ergere un rudimentale bastione difensivo, poca cosa rispetto alle mura delle città delle pianure, ma comunque un riparo efficace contro la prima ondata. Carraten aveva disposto le prime guarnigioni in formazione d’attacco, la fanteria leggera in testa, poi la fanteria pesante e a fianco gli arcieri. Ad ovest, laddove Garinius aveva incontrato un altro fronte di attacco, nessuno era ancora sceso in campo. Nella piana le schiere si serrarono strette. Tutto sembrò pronto per la carica. Le prime file cominciarono a battere forte le proprie armi sugli scudi creando un rumore cupo e terrificante. Gli altri li seguirono poco dopo. A Turuk intanto la barriera difensiva si stava preparando. Alcune frecce incendiate furono lanciate in mezzo alla piana creando piccole barriere di fuoco. Dalla fioca luce che rimbalzava verso le barricate, spuntavano le sagome degli arcieri appostati. La spada di un uomo a cavallo in testa alla prima linea degli assedianti si alzò. Passò qualche secondo, le urla e i rumori si fecero ancora più alti, poi l’uomo velocemente ferì l’aria abbassando rabbiosamente l’arma. L’attacco iniziò in uno vociare assordante, la fanteria si staccò dalle postazioni e partì di corsa verso il villaggio. Gli arcieri di Turuk attesero ancora aspettando fermi con l’arco abbassato. Poi quando le prime linee dei nemici si trovarono a tiro preciso, fecero partire uno sciame di frecce sibilanti. Molti degli attaccanti delle file di testa caddero trafitti e vennero inghiottiti dall’avanzata degli altri. Altre frecce volarono in aria, altri corpi caddero. Ma l’avanzata non sembrò cessare d’impeto. Anche gli arcieri di Carraten avevano iniziato il loro attacco, spalleggiando la fanteria con miriadi di frecce incendiarie. Ora il cielo era attraversato da dardi in ogni direzione, scie giallastre firmavano la notte. Un grosso incendio divampò sulla barricata alla sinistra dei difensori, alcuni uomini tentarono di spegnerlo mentre altri continuavano l’ impegno della difesa estrema. Urla di ira e dolore scuotevano la piana. Quando i primi fanti si trovarono a meno di cento passi dalla barricata, i difensori si riorganizzarono, mentre una fila scoccava le frecce, gli altri si spostavano e ricaricavano l’arma. Ma non potevano resistere all’infinito. La fanteria veterana si mosse anch’essa verso la città, era la vera forza d’urto dell’esercito e il suo compito era quello d’insinuarsi nelle brecce aperte dalla fanteria d’attacco. A Turuk il comandante Nakin continuò ad incoraggiare i suoi uomini a resistere, poi qualcuno diede l’allarme. “Comandante ci attaccano da ovest! Guardate la…!” “C’era da immaginarselo!” Fu il laconico commento del capitano mentre osservava le compagnie nemiche scendere il costone occidentale. “Che facciamo?” “Dividetevi e cercate di contrastarli in qualche modo. Fiuth dai il segnale” Il capitano degli arcieri Fiuth prese una freccia e la incendiò, poi si giro verso nord e la scagliò con tutta la forza che aveva nelle braccia. Il dardo attraversò buona parte del villaggio e andò a perdersi nel buio della notte. Intanto la fanteria avversaria aveva guadagnato parecchio terreno, non più di cinquanta passi dividevano le due schiere. Le perdite degli attaccanti erano diventate ingenti, ma l’avanzata non sembrava risentirne e in più le frecce degli arcieri di Carraten avevano fatto un discreto lavoro uccidendo un buon numero di nemici. Ma i difensori avevano ancora una carta da giocare. E la giocarono nel momento più opportuno… Dalle ali degli attaccanti spuntarono due compagnie di cavalieri assistiti da un gran numero di fanti, presero alla sprovvista gli arcieri e li massacrarono prima che questi avessero il tempo di organizzarsi, poi si diressero verso la coda della fanteria e cominciarono a fare strage di uomini. Il comandante della fanteria pesante corse ai ripari mandando un messaggero più avanti chiedendo soccorso, ma fu una mossa sbagliata. Le compagnie di fanti furono prese in mezzo, da una parte l’attacco dei fuoriusciti, dall’altra quello degli arcieri. Anche gli uomini che stavano attaccando da Ovest sbagliarono, dirigendosi verso il centro del campo di battaglia per prestare aiuto ai compagni. Anche loro furono risucchiati nell’occhio del ciclone. “Ritorniamo. Puntiamo verso la città!” Uno dei capitani della cavalleria dei difensori lanciò l’ordine appena fu sicuro di essersi ricavato uno spazio per rientrare nelle mura amiche. Subito tutti ricomposero le fila e rincularono verso la città dalla parte che poco prima era terreno dell’avanzata nemica. Gli uomini di Carraten non contrattaccarono, ma ripararono all’inizio della pianura da dove erano sbucati il pomeriggio precedente. Poco dopo tutto tacque. I contendenti fecero i conti delle vittime. Quelli del pianure valutarono in parecchie centinaia i morti, gli altri solo poche decine. Il primo scontro aveva visto i difensori prevalere grazie ad una mossa strategicamente azzeccata. Carraten batté un pugno violento contro il tavolo nella tenda al centro del campo. “Non è possibile. Maledetti incapaci! Avevamo la situazione in pugno” Ruggì all’indirizzo dei suoi ufficiali. “Ci hanno colto alla sprovvista…” Tentò di scusarsi uno. “Alla sprovvista?!” Il comandante si avvicinò furioso al suo sottoposto “Come si riesce a farsi prendere alla sprovvista quando si ha un rapporto di forza di dieci a uno nei confronti del nemico?!” Tutti gli ufficiali abbassarono lo sguardo. Il comandante Carraten si sedette nervosamente al tavolo delle mappe, poi ordinò agli altri di avvicinarsi. “Non possono resistere all’infinito. E non possono neppure chiedere rinforzi. Il piano è semplice anche per voi idioti” disse puntando violentemente il dito sulla mappa “Divideremo le nostre forze, sfrutteremo il fatto che siamo in numero nettamente superiore. Non potranno contrastarci. Mi raccomando: ogni compagnia vada dritto verso il proprio obiettivo. Dobbiamo entrare in città a qualunque costo!” Gli altri annuirono timidamente. Poi gli fu ordinato di abbandonare la tenda. Intanto a Turuk il comandante Nakin stava percorrendo velocemente la strada principale del piccolo villaggio. Entrò nella sala grossa della locanda che fungeva da comando dell’esercito. Ad attenderlo c’era il capitano Fiuth. “Fiuth non resisteremo a lungo” Disse scuotendo le testa. “Intanto abbiamo dato una bella lezione a quei maledetti” Rispose il giovane comandante degli arcieri. “Magra consolazione, domani come resisteremo?” “Non resisteremo” Disse Fiuth con fierezza. Nakin aggrottò lievemente le ciglia. Guardò il giovane che lentamente si era messo a sorridere. Sorrise anche lui, gli si avvicinò e lo strinse in un abbraccio virile. “Alla morte!” Urlò Nakin alzando un calice di Juip. “Alla morte!” Rispose Fiuth bevendo in un unico sorso. I roghi e le colonne di fumo sul campo di battaglia non si erano del tutto estinti. Centinaia di uomini giacevano nella pianure violentata. Dall’alto della collina Garinius rimase seduto con la testa tra le mani e maledisse mille volte mille quella assurda ed inutile guerra. correzione La piana di Yuruk era pressoché impercorribile e Datan se ne accorse subito dopo aver varcato il confine con la colonie delle pianure. Dalla fine delle alture il suo cammino era proseguito a rilento. Aveva osservato in lontananza lo scorrere di parecchi colonne di uomini marciare alla volte della colonia delle montagne. S’inoltrò velocemente nella selva che divideva la piana di Yuruk dalla grande distesa di Lutz. Nella grande foresta trovò un buon riparo, anche perché i soldati difficilmente si sarebbero inoltrati in quella macchia così inospitale. Camminò tutto il tempo a piedi tenendo il cavallo per le redini, fin quando non ritrovò il Rutikar che gli annunciò l’imminente fine della foresta e l’inizio della pianura. Solcò i primi prati al galoppo e tutto sembrò tranquillo fino a Tunak. Qui dovette fermarsi, davanti a lui ora c’era un campo di soldati. Lo aggirò e punto verso Ovest, dove a fine giornata contava di giungere in prossimità della città di Utrekar. Ma gli andò male ancora, incappò in uno sparuto gruppo di milizie che tornavano dai campi di combattimento di Thuruk. Riuscì ad evitarli sparendo tra le larghe sponde del Rutikar. Ma dovette fermarsi. La notte incombeva. Anche Rinik aveva avuto una giornata movimentata. Quel mattino era riuscito a fare breccia nelle difese dei nemici per osservare lo stanziamento avversario alla rocca di Yet. L’ala destra di Carraten contava davvero un numero enorme di uomini, i quali però erano ancora intrappolati con i loro carri nei tortuosi passaggi della colline dorate. Si chiuse nella sua tenda e disegnò un piano d’attacco con il capitano Herrek. “Abbandoniamo il campo” Esordì il comandante lasciando per un attimo interdetto Herrek “Ci divideremo in tre tronconi. Uno più ad Est, al limite delle pianure di Tynok., comandato da te. L’altro sulle colline, a qualche lega dalle loro schiere. A comandarlo sarà Guterstik. L’ultimo invece, un po’ più piccolo, si stabilirà proprio sotto il passo di Yet. Questo servirà per attirarli, mentre gli altri li prenderanno alle spalle” Herrek rimase perplesso per qualche secondo. Poi annuì soddisfatto. “D’accordo. Ordinerò immediatamente di abbandonare il campo. Entro sera le prime pattuglie saranno pronte a muovere” Concluse. I lavori furono febbrili per tutto il pomeriggio. Ogni uomo, ogni ufficiale, si prodigò a rendersi utile per sgomberare il presidio. Come previsto, alle prime ore della sera il lavoro fu portato a termine. “Bene” Disse compiaciuto Rinik “Mettetevi in marcia e tenete i messaggeri sempre allerta. Buona Fortuna” Le squadre mossero e Rinik prese la strada della pianura. La mattina iniziò molto presto anche per Datan. Molto prima che spuntasse il sole, fu destato da rumori provenienti dalla strada a pochi metri dal suo giaciglio. Le grosse rive del Rutikar, che gli avevano assicurato un ottimo riparo per la notte, ora non sembravano più così sicure. Sentì rumori di cavalcature e brusio umano. Un altro contingente dell’esercito nemico stava muovendo a nord. Erano parecchi uomini, molti più di quanti ne avesse visto da quando aveva intrapreso il viaggio. Rimase nel rifugio accovacciato sull’erba fradicia. Uscì solo parecchio tempo dopo, proprio mentre il sole cominciava a riscaldare la terra. Non si sentiva sicuro, quella strada era la via principale che collegava Kinat a Kurkut. Non saranno gli ultimi soldati che incrocerò, pensò mentre si preparava a riprendere il cammino. La grande piana di Yuruk risplendeva fino all’orizzonte del Rutikar e lì onde di verdissima erba ondeggiavano sotto l’effetto continuo del vento proveniente da nord. Partì in marcia abbandonando la pericolosa via principale. Viaggiò sicuro e rapido sino al cospetto di Utrekar. Lì si dovette fermare. I Soldati erano dappertutto. Guardò intensamente lo svolgersi della situazione, erano troppi quegli uomini e le porte della città erano massicciamente presidiate. Aspettò il calar delle tenebre. Intanto Rinik era impegnato a spiegare il piano ad Herrek. Le truppe nemiche dovevano essere ancora lì dove le avevano viste il giorno prima. Il comandante decise di punzecchiarli dai due lati. “E’ il modo migliore per fiaccargli le forze. Toccare e scappare, questa è la strategia” “D’accordo. Ma dovremo fare attenzione a non subire un loro attacco una volta scoperti” Disse Herrek. “Certo, infatti cambierete accampamento ogni giorno. Subito dopo l’attacco, vi sposterete ancora più ad est” Herek annuì riflettendo. E’ un buon comandante, pensò, ardito sicuramente, ma deciso e scaltro. Ha fatto bene Datan a fidarsi di lui. Poi diede ordine alle sue truppe di muovere verso il nemico. Rinik cavalcò accanto a lui per tutto il tempo e, una volta giunti in prossimità delle punte del serpente, si fermò in coda e sette ad aspettare l’esito della ricognizione degli esploratori. “Sono fermi nello stesso punto!” Disse concitato uno degli esploratori appena sceso da cavallo. “Bene! Muoviamoci” Ordinò perenne Herrek. I soldati marciarono in fila ordinata lungo gli spuntoni frastagliati di bianca roccia. Scavalcarono alte pareti e s’avventurarono per sentieri pericolanti. Quindi si fermarono. Qualcuno dalle prime file aveva sentito rumori, rumori sospetti. Rimasero immobili a guardarsi intorno. Partì un’avanguardia. Passarono minuti senza che quella pattuglia facesse ritorno. Herrek lo identificò come un cattivo presagio. Indietreggiò in coda al gruppo per riferire con Rinik. Era sparito. Rimase pensieroso per un po’, si guardò in giro, poi lanciò un urlo ai suoi ufficiali in testa alla colonna. “Indietro, tornate indietro. E’ un imboscata!” Molti non capirono e rimasero lì attoniti e increduli. Si sentirono i primi sibili di frecce passare per quella gola. Poi una marea di fischi acuti. I primi, i più sfortunati furono trafitti da quell’ondata. Herrek continuò ad urlare ai suoi di rinculare. Dopo alcuni istanti molti dei soldati giacevano riversi a terra, qualcuno, ma pochi, riuscirono a mettersi al riparo tra le insenature della rocce. Herrek indietreggiò ancora e uscì dalla portata di tiro. Di quel contingente in pochi risposero all’appello del capitano; molte vite umane erano state strappate dal quell’attacco proditorio. “Andiamocene” urlò ancora Herrek. Si tuffarono rapidi verso le scoscese pareti della montagna. Si accorsero ben presto che i nemici li stavano ancora inseguendo. Frecce fischiavano sopra le loro teste. Fortunatamente in pochi furono colpiti. La fuga continuò ancora per parecchio e solo all’imbocco del sentiero per Yuruk, la furia nemica si chetò. “Bastardi. Maledetti bastardi!” Sbuffò uno degli ufficiali dello sparuto gruppo. Herrek rimase ricurvo con le mani sulle ginocchia per riprendersi da quella corsa a perdifiato. Poi alzò la testa e guardò i suoi uomini negli occhi. “Qualcuno ci ha tradito! Il comandante Rinik ci ha mandato al macello, che sia maledetto” Disse a bassa voce amaramente. “Che ne sarà degli altri distaccamenti?” Herrek non ci aveva ancora pensato. Se Rinik aveva tradito loro, molto probabilmente aveva organizzato qualcosa si simile anche per gli altri due gruppi. “In marcia. Torniamo al campo, prendiamo i cavalli e andiamo ad avvertire gli altri” Propose uno degli ufficiali. “No! Sarebbe una follia” Disse Herrek “Aspetteremo la notte. Se torniamo al campo quelli ci massacrano. Ci nasconderemo e usciremo solo quando saremo sicuri” “Ma è i nostri…?” “Temo che non ci sia molto da fare…” Sentenziò Herrek a capo chino. Capitolo 16 Il mare deve essere ormai vicino, pensò Claudio in quella mattina di pioggia. Avevano abbandonato l’accampamento da tre giorni, e la marcia era stata serrata e spedita. Ma per il momento alla pianura si era aggiunta solo altra pianura. Tuttavia il morale continuava ad essere alto. Claudio era rimasto per quasi tutto il tempo in coda al gruppo, solitario e pensieroso. Alberto invece saltabeccava ora in testa ora in centro alla colonna sempre pronto a scherzare, a parlare, a ridere. Il pomeriggio la leggera pioggia scemò, lasciando trapelare fatui e freddi raggi di sole. Il mare, a sentire l’uomo che conosceva il cammino, doveva essere ormai a vista. Qualcuno lo guardò con odio. Il gran momento arrivò all’imbrunire. Fu proprio quell’uomo a darne notizia. “Huk. Siamo a Huk” Gridò indicando la città che sorgeva davanti a loro. “Aspetteremo il buio per entrare in città. Meglio non fidarsi” Disse il capo agli altri. Prudentemente si avvicinarono ancora un po’ al villaggio, poi Ermes ordinò di fermarsi. Si sdraiarono nell’erba al riparo di grossi tronchi di quercia. E aspettarono… Il buio arrivò d’improvviso mentre il cielo si faceva ancora livido di nubi piene di pioggia. La città di Huk non aveva mura difensive. A dire il vero manco di città si trattava, si poteva definire più precisamente villaggio. Villaggio di mare, quei piccoli borghi che campano di pesca e di traffici commerciali derivati dal porto. L’illuminazione delle piccole strade era precaria, nessuno sembrava essere vivo lungo i vicoli angusti tra le basse case. Entrarono con circospezione abbandonando subito la via principale, dirigendosi verso il mare. Il piccolo porto era poco fuori l’abitato, quasi totalmente buio, solo qualche torcia evidenziava le sagome di grosse imbarcazioni alla fonda. Perlustrarono per bene il circondario, si nascosero, tastarono: erano pur sempre in territorio nemico. “Che facciamo?” Chiese un ragazzo della banda. “Non lo so! Di certo dobbiamo trovare come raggiungere le isole” Rispose Ermes. “Come?” “Qualcuno andrà a chiedere in formazioni. La, nella taverna del porto” “Chi?” “Io e Alberto!” Qualcuno della compagnia scosse la testa. Perché mandare il capo, perché rischiare che fosse catturato proprio lui? Claudio obiettò che se fosse andato Alberto sarebbe andato pure lui. Ne venne fuori un vociare confuso e rumoroso. “Basta!” Tagliò corto Ermes “Claudio tu sei un medico e servi a tutti. State tranquilli, torneremo!” Il punto di ritrovo fu fissato alle querce del pomeriggio entro tre ore. Se i due avessero ritardato, il gruppo avrebbe ripreso il cammino fino a Fetys, ancora più a Sud. I due partirono immediatamente. Attraversarono dal lato opposto il villaggio ed entrarono nella zona del porto. Il silenzio regnava sovrano, il vento increspava le onde che si suicidavano contro la banchina. “E’ strano, non c’è puzza!” Disse Alberto durante il cammino “Che puzza?” “Puzza di mare. Nei porti c’è sempre quell’odore acre di mare marcio” “Non so…Io è la prima volta che vedo il mare” “La prima volta?” “Sì! In Piemonte non c’è!” “Ho un dubbio” Disse Alberto avvicinandosi alla riva e immergendo la mano nell’acqua, tastandola, per poi sorridere compiaciuto “Neanche questa volta hai visto il mare. Questa acqua è dolce! Non è un mare: è un lago!” “Beh, fa poca differenza. Sempre acqua è…” Rispose il capo poco prima di aprire la porta della locanda. Quindi entrò. Una stanza, quattro o cinque tavole, qualche sedia. Poca gente. L’ingresso dei due attirò la curiosità dei pochi clienti. Ermes si diresse spedito al bancone, Alberto lo seguì da vicino perdendosi negli sguardi interrogativi di quella gente. “Vogliamo imbarcarci”. “Per dove?” “Geren” “Cascate male amici miei. Non ci sono navi che vanno in quelle isole” “Ci sarà un modo per arrivarci” “Perché volete andare a Geren?” Chiese l’oste con un ghigno sardonico. “Sono affari nostri. Come facciamo ad arrivare a Geren?” Ribatté crudo Ermes. “Ripeto: da Huk non partono barche per Geren! Comunque fossi in voi non parlerei così tranquillamente di quelle isole” “Perché?” “Perché il nostro saggio Arkat ha dichiarato guerra a quelle terre. Ascoltate un consiglio: State fuori da Geren!” Disse l’uomo scomparendo nel retro bottega. “Siamo punto a capo. Cosa facciamo ora?” Chiese Alberto dopo un attimo di silenzio. “Non lo so. Siamo schiacciati tra una guerra e l’altra…” Tutto tacque per qualche istante. “Buona sera signori” Una voce stridula squarciò la quiete dei due. “Ho sentito senza volerlo che siete interessati a Geren” A parlare era un ometto piccolo e calvo che Alberto aveva notato subito. “Hai sentito bene. Ci puoi aiutare?” Chiese Ermes. “Io no, ma conosco che potrebbe aiutarvi. Venite con me” “Dove?” “Venite senza temere. I miei amici vi aiuteranno” Disse l’uomo muovendo verso la porta. “E se fosse un trappola?!” Avvertì inutilmente Alberto. “Andiamo!” Disse Ermes trascinandosi dietro l’amico. Camminarono nella notte buia in direzione del centro del villaggio. Il piccolo uomo camminava in modo goffo con le sue gambe corte e tozze, roteando freneticamente un passo dopo l’altro. Passarono la piazza centrale, attraversarono un numero imprecisato di vicoli e angiporti, quindi si fermarono in prossimità di una costruzione alta e fatiscente nella periferia estrema della città. “Aspettate un attimo qui” Comunicò l’ometto salendo le malferme scale di legno che portavano ad una porta rialzata. “Ermes non vorrei che ci fossimo cacciati in un guaio…” Disse Alberto preoccupato. “Stai tranquillo. Non aver paura…” Si limitò a rispondere l’altro mentre dalla cima delle scale si sentì qualcuno chiamarli. Entrarono nella casa e furono accompagnati nella grossa stanza in fondo al corridoio. Tre figure li aspettavano nella penombra di piccole candele. Erano incappucciati, nascosti sotto un abito simile al saio dei monaci. “Perché volete andare a Geren?” Chiese uno dei tre con una voce roboante, dura, potente. Alberto ne rimase terrorizzato. “Abbiamo i nostri validi motivi” Disse Ermes sicuro. “Quali?” “Siamo stufi della guerra. Io e la mia gente vogliamo vivere in pace!” “Anche Geren è in guerra. La vostra situazione non cambierebbe…” Lo incalzò l’uomo “Quindi?…” Ermes non riuscì ad organizzare nessuna risposta e rimase fisso con le braccia lungo il corpo. “Vogliamo essere sicuri che non siete spie di Arkat. Tutto qui!” “Non siamo spie. Vi sembriamo spie?” “Le spie non sembrano mai spie. Per questo è difficile scoprirle” Rispose con una voce un po’ più gradevole l’uomo incappucciato. “Non so come dimostrarvelo…” Borbottò Ermes. I tre si guardarono e bisbigliarono qualcosa in una lingua sconosciuta. Alla fine annuirono, una di loro si avvicinò lentamente ai due ospiti e arrivata a qualche passo da loro si fermò. Alberto ne notò la linea esile e aggraziata. Rimase qualche secondo ad osservare i due ospiti, poi improvvisamente trasse dalle lunghe maniche della tunica le piccole mani e accarezzò il viso di Alberto, ne scompose la lunga barba, passò le dita tra i capelli. Quindi avvicinò il suo viso a quello di Alberto bisbigliando qualcosa con una voce melodiosa e soave. “Ciao Alberto. Mi riconosci?” Alberto rimase interdetto. Socchiuse gli occhi, guardò il vuoto; quello voce la conosceva, certo che la conosceva: Era la voce di Elinda. “Elinda! Elinda!” Urlò abbracciando il corpo della ragazza. “Elinda, grazie a Dio, ti ho ritrovato….” Ermes guardò la scena dapprima incuriosito, quindi sorrise compiaciuto. Anche gli altri due uomini parteciparono alla scena. Si presentarono ad Ermes, Lurk e Mariok dissero di chiamarsi, facevano parte di un manipolo di fuorusciti dell’esercito di Arkat, che adesso era diventato il loro nemico. “Partiremo domani mattina! Ci vediamo all’ultimo molo del porto, dopo le baracche!” Disse Elinda. Poi prese la testa di Alberto tra le sue nervose braccia e lo baciò con veemenza. Quindi scomparve nel buio della stanza. ----------------------------- L’ultima parte del cammino verso Artheram era stato abbastanza sicuro. Garinius quella notte non dormì, subito dopo la battaglia sfruttò la confusione nella zona di Thuruk per riprendere il suo tragitto. Alle prime ore del pomeriggio giunse nella sua casa di Artheram. Era stanco e demoralizzato. Soprattutto demoralizzato. Si abbandonò esausto sul letto, ma non fece a tempo ad addormentarsi che già qualcuno stava bussando alla sua porta. “Cosa vuoi?” Chiese ad un giovane soldato che sembrava parecchio affannato. “Ci sono dei problemi. Grossi problemi. La vogliono immediatamente in caserma” “D’accordo!” Disse sbuffando il vecchio. Nella piazza della caserma i soldati sembravano in fibrillazione. Molte delle truppe erano state richiamate, numerose guarnigioni gremivano il grosso spiazzo, altre erano di stanza nella piccola pianura fuori la città. Qualcosa di grosso doveva essere accaduto. Garinius si precipitò nella stanza del comando, dove alcuni tra i più alti ufficiali erano a colloquio tra di loro. Lo accolsero come un salvatore. “Che succede?” Riuscì a dire Garinius. “Siamo perduti!” Fu il commento del capitano Hillutz, il più alto in grado di quei comandanti. “Perché?” “Rinik ha tradito. Ha mandato al massacro le truppe di Herrek e adesso sta con Carraten” “Rinik? Non capisco…” “Durante la tua assenza Datan è partito per una missione e ha incaricato Rinik di prendere il comando dell’esercito” “Datan è impazzito. Con tutti i comandanti che c’erano proprio di Rinik si doveva fidare? E’ normale che quello lo abbia tradito…” “Che facciamo adesso?” “Dunque….L’avamposto delle colline adesso non esiste più…” Disse Garinius attorcigliandosi l’ispida barba bianca “Dobbiamo inviare una nuova guarnigione sulle colline…Sarebbe meglio mandare piccole squadre che ostacolino la discesa delle truppe di Carraten…Che ne dite?” “Dove li prendiamo gli uomini? Non possiamo sguarnire la nostra linea di difesa al centro” Ribatté Hillutz. “Al centro per adesso non attaccheranno, sono impegnati nell’assedio di Thuruk e per un po’ saranno occupati. Vogliono Artheram e se non li blocchiamo subito, entro tre giorni la conquisteranno. Quindi troviamo il modo di mandare delle squadre alle colline dorate!” “Datemi solo qualche centinaio di uomini, so come fermare Carraten!” Disse Herrek che fino a quel punto era rimasto silenzioso lontano dal tavolo delle mappe. “Bene!” Disse Garinius “Prenderemo plotoni da ogni compagnia. Entro stasera sarà pronto a muovere” Herrek abbandonò la sala del comando nello stesso momento in cui entrava un messaggero che portava notizie dalle avanguardie. “Hanno già conquistato Tynok, sono a poche leghe di qui. Entro domani ci attaccheranno” Lo stato maggiore rimase incredulo. Si guardarono, si sentirono perduti. Come avranno fatto a scendere dalle colline così in fretta, si domandarono. “Quanti sono?” Ebbe ancora la forza di chiedere Hillutz al messaggero. “Pare che superino le diecimila unità. Ma si dice che possano arrivare a quindicimila” “E’ finita!” Commentarono in molti. “Bene signori. Il brutto non è aver perso una guerra, ma quello di non aver provato a vincerla. Diamo ordine di sgomberare la città” Disse ancora Garinius “Capitano Hillutz prenda i suoi uomini e ripari verso la capitale. Tratterò le condizioni della resa. Il nostro saggio Ganar capirà!” “Ci arrendiamo quindi…” “Non possiamo permettere che altri uomini vengano trucidati in una missione che non possiamo vincere. Chiederò a Carraten l’onore delle armi” “Non possiamo far evacuare tutta la gente. Non abbiamo tempo!” “I primi dovranno essere donne e bambini. Portate via prima loro, poi se ci sarà tempo penseremo agli altri” Il lavoro di sgombero iniziò già nel tardo pomeriggio. Molti furono coloro che si opposero a quella diaspora. I padri reclamarono le mogli, le donne i figli, i bambini le proprie case. Solo i vecchi accettarono di buon garbo. A tarda sera molti erano già quelli che avevano lasciato la città a bordo di carri, cavalli, carrozze. Intanto l’esercito di Carraten aveva continuato a macinare terreno, a mezzanotte le prime guarnigioni si insediarono nella valle antistante Artheram. Garinius fece erigere degli improvvisati bastioni di difesa più da deterrente che per veri e propri scopi difensivi. Alle prime luci dell’alba buona parte della città era sgombera. L’esercito aveva riparato sulle montagne dietro la città, solo una guarnigione era stato inviata di scorta all’esodo della popolazione. Le truppe di Carraten si radunarono a mattina inoltrata, migliaia di uomini si disposero a cerchio sulla città, la fanteria in bella mostra nel centro della piana. I pochi rimasti ad Artheram osservarono le manovre impressionati dal numero di nemici impegnati in quell’assedio. Garinius aspettò il mezzogiorno poi uscì col cavallo bianco del comando. Attraversò la piccola radura verde brillante all’ordinato trotto, sentì le voci dei comandanti nemici di abbassare le armi, vide in lontananza un uomo che gli si faceva incontro. Si incrociarono a metà strada. “Voglio parlamentare” Esordì Garinius. “Parla!” Rispose l’altro. “Contratto i termini della resa. Voglio che alla popolazione non sia fatto del male, e che la città non venga messa a ferro e fuoco” “Io sono un soldato, non un predone. Accetto! A patto che i tuoi soldati depongano immediatamente le armi” “Non ci sono soldati ad Artheram. Io parlo in nome della popolazione, non per i soldati” “Garinius io mi fido di te, ma non della tua gente. O i soldati depongono le armi immediatamente o io entro in città e razzio tutto ciò che vedo. Hai fino all’alba di domani per accettare!” Disse Carraten strattonando le redini del cavallo e riprendendo la strada del suo accampamento. “Non posso. Non ho il potere per farlo” Urlò Garinius. “All’alba, Garinius, hai tempo fino all’alba!” Rispose Carraten. E il suo cavallo si lanciò al galoppo. -------------------------------------- “Datan che ci fai qui?” Chiese un uomo sull’uscio di casa. “Fammi entrare. Devo parlarti” “Non posso, se mi pescano m’impiccano. Vai via” Datan con uno strattone entrò prepotentemente in casa. “Che vuoi?” “Ho bisogno d’aiuto!” “Te l’ho detto: Non posso aiutarti. Vai via, ti prego!” “Voglio il tuo amuleto. Devo andare a Kurkut, mi servirà come lascia passare” “Non si chiama amuleto, si chiama croce” Rispose seccato l’uomo. “Laiok: Dammelo!” “No!” Datan sguainò da sotto il mantello la lunga spada e la puntò contro l’uomo. “Dammelo!” “No!” Rispose Laiok placido. La lama della spada del capitano si premette contro il petto dell’uomo. Ma questi non si scompose minimamente. “Vorresti uccidere tuo fratello?” Gli disse sorridendo. “Se necessario sì! Voglio il tuo amuleto” “Perché vuoi andare a Kurkut? Cosa cerci la?” “Non ti deve interessare!” “Non ce la farai mai ad arrivarci incolume. Siamo in guerra e tu sei il comandante dei nostri nemici. Ti annienteranno!” “Tu dammi l’amuleto e io ce la farò!” “No!” Datan scattò rapido, girò la spada e con l’elsa colpì il capo del fratello che cadde a terra in una pozza di sangue. Poi cominciò a rovistare in casa. Cassetti, armadi, mobili. Nulla….La croce fu trovata al collo dell’uomo, legata da una fine catena cesellata in oro. Datan gliela strappò via e di corsa si buttò in strada. Doveva abbandonare la città prima che il fratello desse l’allarme, ma non fece in tempo. Mentre attraversava la piazza, qualcuno urlò indicandolo. Lui accelerò il passo e s’infilò trafelato in un vicolo. Rimase nascosto dietro grosse casse di legno mentre fuori le urla degli inseguitori lo sfioravano. Passarono parecchi minuti, la sua posizione era sicura, ma non definitiva: se qualcuno avesse perlustrato quella zone lui non avrebbe avuto via di scampo. Decise per la sortita, percorse il vicolo in direzione opposta e uscì nella strada parallela a quella centrale. Si confuse con la gente e si fece trasportare della massa verso la porta Est. Incrociò delle guardie lungo il cammino, si camuffò immergendosi nell’ampio mantello, poi in lontananza intravide la porta. Continuò a camminare riparato da un carro agricolo che lo precedeva, ma arrivato a qualche decina di metri dall’uscita, s’accorse che gli inseguitori non si erano lasciati sorprendere e ora presidiavano in modo massiccio le vie di fuga. Imprecò e immediatamente rinculò verso una via laterale. Lì rimase accovacciato per un bel pezzo. Ritentò l’uscita solo quando sentì il rumore che giungeva dalla strada scemare. Si allacciò la croce del fratello al collo e uscì allo scoperto. Camminò per la grossa via parallela, riuscì ad arrivare incolume fino alla porta Nord e si fermò a scrutare la situazione. Le guardie sembravano essere sempre allerta, ma la morsa si era un po’ allentata. Si rinfrancò. Aspetterò il momento migliore, pensò, con un po’ di fortuna riuscirò ad uscire. La fortuna si presentò poco dopo allorquando si avvicinò un carovana di mercanti che stavano per abbandonare la città. Datan riuscì a sgattaiolare sotto l’ultimo di quei carri. Si attaccò con le mani all’asse delle ruote in una posizione provvisoria e scomoda. Le forze non l’avrebbero aiutato per un tempo troppo prolungato; se li controllano sono perduto, pensò. Ma ebbe fortuna, i carri furono perquisiti solo superficialmente e poco dopo già percorrevano le strade che portavano a Kurkut. Datan non aveva resistito molto in quella posizione, quando vide scomparire all’orizzonte le mura della città, si lasciò cadere sul polveroso sentiero. Rimase in trepidazione per qualche secondo: le guardie potevano averlo seguito. Poi vide che tutto taceva e immediatamente si tranquillizzò. Si sentì sollevato per lo scampato pericolo, ma qualcosa ancora lo turbava: suo fratello! Perché non mi ha aiutato, pensò. E’ vero, i loro rapporti si erano diradati negli ultimi tempi e lui era rimasto nella sua colonia, mentre l’altro da qualche anno si era trasferito ad Utrekar. Datan era di poco più giovane del fratello, più istintivo, più collerico, più irriverente. Si ricordava Laiok bambino quando venne mandato alla scuola militare di Ghuntaram, quando tornò senza completare l’addestramento, quando partì per il pascolo con il vecchio Tiuz. Tornò dopo qualche anno ed era cambiato. Incontrò Garinius, frequentò la sua scuola, passò il periodo di noviziato. Durante la guerra contro gli originari si contraddistinse per l’opera di apporto morale alle truppe. Poi quando a Datan venne affidato l’incarico di Capitano delle guardie del portale, Laiok lo aiutò a mantenere i rapporti con gli alti ufficiali dell’esercito per un eventuale reintegro nelle fila. Il progetto fallì e poco dopo Laiok parti per Utrekar. Da allora i due non si rividero più…E Datan, quel giorno, non si aspettava un rifiuto così draconiano. Riprese il cammino tagliando la macchia che costeggiava in lontananza la strada principale. Rimase coperto, il presagio che qualcuno lo stesse seguendo si faceva ogni momento maggiore. Vide passare degli uomini sul sentiero, si buttò tra i cespugli, sgattaiolò nell’erba. Il cammino si rallentò ulteriormente allorché una compagnia di pattuglia transitò al galoppo. Poco dopo ne passò un’altra. Un’altra ancora. Capì che la sua fuga da Utrekar doveva aver fatto rumore. Decise di rischiare ancora meno, risalì la campagna e si buttò tra le rive del Rutikar. Il fiume era un salvacondotto sicuro, i soldati non sarebbe arrivati a cercarlo fino laggiù. Marciò sicuro per qualche ora, Kurkut era ormai vicina e il problema di come entrarci pure. Si accorse solo in quel momento di non aver ancora approntato un piano una volta entrato in città. Il fiume più avanti si aprì in un’ansa maestosa e bruna. Al limite meridionale si stagliavano le austere mura grigie di Kurkut che si specchiavano nel lago. Datan sospirò, la prima parte della missione era completata, rimaneva la seconda: la più difficile!. La sera cominciava ad avvolgere le calde terre piane, Datan si rannicchiò sulla sabbia del fiume e lì progettò un incosciente piano. Capitolo 17 La compagnia si mise in moto molto prima che il sole spuntasse. Alberto ed Ermes avevano riferito per filo e per segno le parole dei tre ribelli. Claudio esultò alla notizia che Elinda era riuscita a fuggire e ora li avrebbe accompagnati nel viaggio. Attraversarono il piccolo borgo con estrema facilità, nessuno dei cittadini di Huk sembrò essersi ancora accorto della loro presenza. L’ultimo molo era ancora deserto, ma in lontananza la sagoma di una piccola caracca alla fonda riemergeva dalla foschia. Al comparir dell’aurora l’acqua fu mossa da una piccola imbarcazione a remi che si dirigeva verso la loro postazione. Riconobbero uno dei due uomini della sera precedente che li fece salire a bordo. Pochi minuti dopo il gruppo era sul ponte dell’imbarcazione con la grossa vela centrale che lentamente si spiegata al vento. La nave si mosse qualche minuto dopo, dapprima lentamente poi, grazie ad un brezza vieppiù frizzante, con un passo più spedito. Il gruppo di partigiani si era piazzato sul balcone di prora per godersi lo spettacolo. Nessuno aveva mai navigato: tutto era interessante, bello, affascinante. Le urla di quegli uomini provocava ilarità tra i membri di bordo, marinai veterani, rugosi, duri. Elinda si presentò a Claudio e Alberto dopo una buona ora di navigazione. Il viso della giovane era rilassato, la pelle sempre abbronzata sembrava brillare sotto quel sole estivo. Si avvicinò a Claudio e Alberto, fu cortese con loro, li abbracciò, gli offrì del Kyuzt e raccontò le sue disavventure. “Fui portata nelle carceri di Utrekar. Mi accusarono di cospirazione contro la loro colonia e mi avrebbero ucciso se non fossero intervenuti Lurk e Mariok a salvarmi. Fuggimmo verso il mare, ed è stata una fortuna che ci siamo incontrati ieri sera. Foste arrivati un giorno dopo non ci avreste più trovato…” Disse soddisfatta “E voi invece? Come siete arrivati fin qui? Chi sono questi uomini che sono con voi?” Claudio spiegò tutta la storia: la fuga nel bosco, l’incontro con i partigiani, il viaggio verso Geren. Elinda ascoltò con molto interesse. “Questi uomini quindi provengono dal vostro mondo?” Claudio annuì. “Bene, siete stati fortunati ad incontrarli. Mi sembrano in gamba!” “In gamba e spietati all’occorrenza” E continuò spiegando lo scontro con le guardie di Arkat. La giovane ascoltò con un sorriso di compiacimento sulle labbra, poi qualcuno da poppa la chiamò e scusandosi si allontanò. La velocità dell’imbarcazione nell’ultimo periodo era aumentata notevolmente. Venti settentrionali soffiavano a raffiche distese facendo gonfiare la maestosa vela di poppa. Il gruppo di Ermes era rimasto parecchio tempo sulla balconata di punta, ma da quando il vento aveva increspato il mare si erano dovuti rifugiare sul ponte. Si cominciò a soffrire il beccheggio della nave, e mentre alcuni vomitavano spudoratamente, altri giacevano semi incoscienti riversi contro le paratie del ponte. Claudio e Alberto, che con il mare avevano un rapporto meno traumatico, andarono in perlustrazione a poppa. Videro i marinai indaffarati tra cime e verricelli, tra urla e imprecazioni. Nessuno badò loro. Scesero nelle stive in cui erano stipate ogni genere di merci, proseguirono oltre incrociando lo sguardo interrogativo degli addetti alla sottocoperta. Riemersero a prua dalle viscere della nave. E le raffiche si stavano tramutando in tempesta. Un paio di ore dopo il vento sembrò aumentare d’impeto, poi la burrasca si abbatté tra temporali e fulmini e le onde cominciarono ad accarezzare il ponte della nave. Al gruppo di Ermes fu ordinato di raggiungere la stiva. Si precipitarono tra scossoni e rumori sinistri delle paratie della caracca. Rimasero lì per un numero imprecisato di ore, poi la furia della tempesta lievemente scemò. Claudio e Alberto durante i momenti più critici, avevano cercato di assistere quelli che sembravano più in difficoltà. Ma Adesso il sibilo del vento era diminuito, e qualcuno sospirò di sollievo. Claudio si alzò e barcollante salì le scale che conducevano al ponte. Vide gli uomini di bordo ancora impegnati alle cime e alle velette di prua. Non era ancora il momento di abbandonare il rifugio e ridiscese in sottocoperta. Improvvisamente altri scricchiolii si udirono provenire dal centro della nave. Il vento aveva ripreso a soffiare compatto e l’albero maestro respingeva le ondate con movimenti malfermi e rumorosi. Claudio si prodigò ancora una volta nell’aiutare i suoi compagni, ma durante uno un rollio abnorme che sconquassò alcune grosse casse, vide qualcosa comparire dal fondo della stiva. Si avvicinò prudentemente alla figura rannicchiata, lo squadrò, poi lo vide muoversi. Un bambino! Che ci fa un bambino abbandonato nella stiva di una nave, si chiese subito. Si avvicinò a portata di braccio, quello cercò la fuga, ma Claudio riuscì a bloccarlo sulla porta che immetteva nelle cucine. Lo prese in braccio e lo accompagnò dagli altri. “Chi è?” Chiese subito Alberto quando se lo trovò davanti. “Non lo so, era nascosto dietro le casse” “Magari è il figlio di qualcuno dell’equipaggio” Disse Francesca. “E’ possibile. Quando sarà finita le tempesta chiederemo di sopra. Per adesso teniamolo qui con noi” Rispose Claudio. Il bambino aveva guardato quegli uomini dialogare con l’occhio spento, ma l’ultima frase detta da Claudio lo inquietò. “No. Non sono con loro. Sono salito da solo!” Urlò disperato “Non ditegli che sono sulla nave, mi frusteranno!” “Chi sei?” “Mi chiamo Mumik, sono scappato dalla guerra. Voglio andare a Geren da mio nonno” Disse tra e lacrime. “Che facciamo?” Chiese Claudio a parte del gruppo che, incuriosito, si era avvicinato. “Se è riuscito a rimanere nascosto fino ad adesso, non vedo perché non possa continuare a farlo per il resto del viaggio” Propose Alberto. Tutti sembrarono d’accordo, anche Mumik sembrò soddisfatto della cosa. “Sai dove nasconderti?” “Sì,sì. Grazie signori, grazie” Disse sgattaiolando tra le macerie della stiva. La tempesta finì solo la mattina dopo. Gli uomini dell’equipaggio, ma soprattutto gli ospiti arrivarono al giorno successivo completamente spossati. Nessun riuscì a chiudere occhio. Claudio e Alberto avevano trascorso buona parte della notte ad assistere gli sventurati della compagnia. Anche loro alla fine furono esausti. Ma al sorgere del sole arrivò la notizia che Geren distava ormai poco. Ermes e gli altri si tranquillizzarono, qualcuno riuscì a prendere sonno. Geren si trovava al centro di un arcipelago di isole e scogli per lo più disabitati. I primi segni di terra furono avvistati un paio d’ore dopo, allorquando la bonaccia diminuì drasticamente l’andatura della nave. Di Elinda non si avevano più avute notizie dalla mattina precedente, Alberto aveva addirittura perlustrato la prua dell’imbarcazioni, ma senza scoprire nulla. Intanto la nave stava attraversando alcune bocche che s’incuneavano tra le alte sponde di scogli appuntiti. Pietra nera di origine lavica su cui la vegetazione non era riuscita a partorire che qualche lichene e arbusto. Erano parecchi quegli isolotti, piccoli e inospitali, terre in cui l’uomo mai e poi mai avrebbe potuto insediarsi. Gli scogli finirono dopo un paio d’ore di blanda navigazione, lasciando in eredità isole più grosse e verdi che comparirono all’improvviso. Ne costeggiarono alcune: erano abitate. Alberto chiese informazioni ad alcuni marinai che armeggiavano ad un boma, gli risposero che Geren era l’ultima di quelle isole. Ed era la più grossa. Sorrisero tutti compiaciuti, per un attimo avevano pensato che la loro vita sarebbe proseguita su uno di quegli scogli brulli ed inospitali che avevano costeggiato poco prima. Geren comparì all’orizzonte al mezzodì, grossa e allungata, con un monte dalla punta arrotondata che sorgeva come un brufolo al centro dell’isola. Tutta verde e collinare, con alti fusti che descrivevano l’area di grandi foreste all’interno. Sulla costa rocce chiare lasciavano anfratti di strette spiagge bianche. Attraccarono senza difficoltà alla banchina del porto ad est. Il piccolo villaggio sulla costa era un pullulare di case ed edifici color pastello, le strade piccole e sinuose si dipanavano su tutta la lunghezza del borgo. Appena scesi sulla banchina avevano visto alcune guardie con l’emblema del delfino bianco che ispezionavano la nave. Elinda spuntò proprio in quel frangente, con il comandante si era avvicinata ai soldati e dopo un breve dialogo si erano allontanati. Ermes radunata la compagnia partì verso il centro del villaggio. Claudio e Alberto rimasero in coda al plotone, accorgendosi solo dopo un po’ che in coda a loro stava marciando il bambino della stiva. La nottata era stata dura e la mente aveva obnubilato la vicenda di quel piccolo. Ora se lo trovavano ancora tra i piedi. “Dove vuoi andare?” Chiese con malgarbo Alberto. “Con voi…” Rispose con voce tenera ed innocente Mumik. “Ma non dovevi andare da tuo nonno?” “Vi ho raccontato una bugia. Voglio venire con voi!” “Non puoi!” “Perché?” “Perché venire con noi sarebbe troppo pericoloso” Disse garbato Claudio. “Sarebbe più pericoloso se continuassi da solo, non vi sembra?” Rispose il bambino con uno strano tono della voce. I due adulti si guardarono stupiti ed imbarazzati: Lasciarlo da solo sarebbe stato molto peggio, pensarono in simbiosi, tanto vale portarselo dietro. E così fu! La via principale s’inerpicava lungo il lato della collina che sorgeva alle spalle della città. Sembrava un luogo tranquillo; la gente popolava le strade e le piccole botteghe che sorgevano a decine lungo la strada. Incontrarono la piccola piazza centrale alla biforcazione di più strade, a sinistra un palazzo abbellito da arazzi e mosaici si contrapponeva alla freschezza informale di piccole case rosa e azzurro sul lato destro. Si fermarono a rimirare quell’angolo di bellezza suggestiva, di tranquillità sublime. Si sentirono chiamare: era Elinda con i suoi amici. “Vi aspettano nel palazzo. Il saggio del villaggio vi vuole conoscere” Disse la giovane non appena arrivò nel gruppo. “D’accordo” Risposero “Chi è questo bambino?” Chiese Elinda indicando il pargolo. “Sono con loro!” Rispose Mumik con voce dura ed impersonale. Elinda lo squadrò attentamente, infine scrollò le spalle e si incamminò verso il palazzo del saggio. Gli arazzi e i mosaici all’interno dell’edificio erano bellissimi. I colori vivi e smaglianti andavano dal rosso porpora all’azzurro chiaro e le scene erano per lo più amorose. Il fasto di quel palazzo era arricchito da ancelle e giovani servitori sorridenti e cortesi. Il gruppo fu ricevuto con tutti gli onori del caso, un banchetto con ogni genere di leccornia fu allestito nella sala grande e il saggio Lobadius presenziò con fare cerimonioso. Ermes e i suoi si abbuffarono mantenendo però un filo di diffidenza. Francesca si era avvicinata più volte ad Alberto preoccupata da quella gente smodatamente ospitale, lui la tranquillizzò in ogni circostanza con carezze e sorrisi benevoli. Finito l’abbuffata il gruppo fu invitato nella sala della reggenza, laddove Lobadius avrebbe pronunciato un formale discorso di benvenuto. “Carissimi amici” Esordì il saggio schiarendosi la voce “vi porgo il benvenuto a nome di tutta la popolazione. La nostra isola vuole rimanere pacifica e ospitale e voi sarete nostri ospiti” Disse con tono suadente. Poi riprese “Tuttavia gli ultimi fatti ci hanno costretto a cambiare le nostre abitudini. Arkat ci ha dichiarato guerra, e anche se per il momento le armi hanno taciuto, molto presto l’esercito delle pianure arriverà fino a qui. Noi dovremo respingerli. Ma non sarà facile. Arkat ha proibito ad ogni imbarcazione di fare rotta verso le nostre isole, così adesso le nostre scorte di cibo si stanno esaurendo. Abbiamo cercato aiuto presso le colonia delle paludi, ma questi, visti i disguidi passati, ci hanno rifiutato i rifornimenti. Siamo isolati e disperati, ma ce la faremo!” Concluse con enfasi ed un filo di preoccupazione. Il gruppo, finito il discorso, fu accompagnato per le vie del villaggio e sistemati in piccoli edifici rosa che sarebbero stati i loro alloggi permanenti. Elinda non li lasciò per un solo istante. La sera di quel primo giorno furono invitati ad un banchetto per le vie della città. Era una festa a cui partecipava tutta la popolazione; lunghe tavole erano disposte lungo le strade, schiamazzi e canti risuonavano per le vie. Una sagra di paese, pensarono gli ospiti, una di quelle feste che anche nel nostro tempo si vedono in ogni borgo dall’inizio della primavera fino alla raccolta delle uve. C’impiegarono davvero poco ad immergersi nel gozzoviglio e nel divertimento. Claudio era un osservatore acuto e sveglio e notò che verso la metà della festa arrivò un uomo, o meglio un vecchio, che si andò a sedere di fianco a Lobadius. Era costui un personaggio davvero importante per come gli altri lo ossequiavano e lo riverivano. Propose il fatto ad Alberto, ma si accorse che l’amico era ormai perso nei fumi dell’alcol e aveva preso la via dei tavoli sopra i quali ballava e si dimenava come un indemoniato. Continuò l’osservazione e s’accorse che anche Elinda, dall’altro lato della strada, stava osservando attentamente i movimenti al tavolo delle autorità. I due uomini continuarono a parlare serrato, ogni tanto il vecchio dirigeva lo sguardo verso i nuovi arrivati, commentando con Lobadius. Infine si alzò e si allontanò per una via secondaria. Claudio pensò ancora un po’a quello strano individuo poi fu raggiunto da Alberto che lo obbligò a partecipare ai balli e ai canti con gli indigeni. La festa finì molto dopo; gli ultimi ad abbandonare la tavola furono proprio Claudio e Alberto e soci. Completamente ubriachi. Il mal di testa che li accompagnò al risveglio fu qualcosa di atroce. Claudio distribuì pillole a piene mani. Quando uscirono il sole era alto nel cielo la popolazione era già attiva, le botteghe aperte, le guardie al lavoro. Girarono senza meta per il villaggio; il problema era uno: Cosa fare? “Bello qui! Adesso però che facciamo?” Chiese Alberto al gruppo. “Andiamo in giro, qualcosa troveremo” Fu il senso delle risposte. Girovagarono ancora per tutta la mattinata, poi Lobadius li convocò ancora al palazzo. In realtà chiamò solo Claudio e Alberto. “Vengo con voi” Disse Mumik prendendo per una manica Alberto. “Non puoi. Vuole parlare solo con noi” “Non m’interessa. Vengo anch’io” Rispose il piccolo avviandosi verso l’edificio. “Ma porca puttana….” Concluse Alberto allargando le braccia. “C’è un uomo che vuole conoscervi” “Chi?” Chiesero in coro i due ospiti. “Venite…” Disse il saggio Lobadius muovendo con la sua scorta. Percorsero la strada che abbandonava il villaggio e s’inerpicarono sul sentiero che montava verso l’aspro colle ad ovest del città. Il viaggio durò una buona ora, Lobadius, che non era più giovane, mantenne però un passo da giovanotto, Claudio e Alberto per decenza non dissero nulla, ma faticavano a mantenere quell’andatura. La scorta marciava a ritmo marziale a perimetro della comitiva, Mumik invece saltabeccava ora qua ora la, felice di quella scampagnata. Quasi in cima, su un spiazzo che dominava la piana e il mare dolce, si stagliava l’inequivocabile forma di un eremo bianco e austero. Fecero un ultimo sforzo e si rifocillarono nel chiostro dell’edificio. Lobadius li abbandonò per un attimo, quindi si ripresentò loro in compagnia di un vecchio e segaligno uomo. Claudio lo riconobbe subito, era lo stesso che la sera prima era in compagnia del saggio. Lobadius fece gli onori di casa. “Signori, vi presento il padre spirituale di Geren” Disse enfatico. Claudio e Alberto chinarono poco rispettosamente il capo, poi stettero a guardare il vecchio. Questi rimase in silenzio per qualche secondo, quindi parlò con voce dura e roca. “Mi chiamo Ildebrando da Culiano. Il mio nome non vi dirà nulla, ma ho una notizia interessante da darvi” Disse incamminandosi verso il pergolato al centro del cortile. Lì riprese “Tutto ebbe inizio quando nelle mie terre arrivò un uomo di nome Gherardo Segarelli, un frate che nel giro di pochi anni ebbe molti seguaci, tra i quali anche io. Cominciai a seguirlo, a credere nelle sue parole, a combattere la sua causa. Predicammo per molti mesi, poi nell’estate del 1300 arrivammo nei pressi di Parma, lì fummo…” “Ferma, ferma tutto. 1300? Parma? Quindi lei proviene dal nostro stesso mondo?” Chiese d’impeto Alberto. Il vecchio annuì lievemente. “Fino a lì mi sta bene, ma come mi spiega il fatto che lei sia ancora vivo ora se lo era anche nel 1300?” Ildebrando aggrottò le ciglia con un’ espressione interrogativa. Poi allargò le braccia e scosse la testa. “Lei vive da settecento anni. Non è possibile…” “Settecento anni? Non capisco….” Claudio e Alberto si adocchiarono sconcertati e un po’ divertiti, quindi alzarono le mani in segno di resa. “In questo mondo il concetto di tempo è un po’ balzano. Comunque vada avanti con il racconto…” Ildebrando li guardò stranito poi, spronato dal saggio Lobadius, riprese il racconto. “Quell’estate a Parma fummo incriminati di eresia da Manfredo l’inquisitore. Il rogo era la pena per gli eretici; molti di noi furono giustiziati, qualcuno abiurò, altri, tra i quali io e pochi miei compagni, fuggimmo verso nord. Rimanemmo nascosti per qualche tempo, poi ricominciammo a predicare la parola di Gherardo. Il nostro nuovo capo spirituale era un frate della terra di Novara: Fra Dolcino” “Lo conosco! Conosco Frate Dolcino” Disse euforico Alberto incontrando lo sguardo severo di Ildebrando “Non di persona. L’ho studiato a scuola…” Si giustificò umilmente, mentre il vecchio riprendeva il racconto. “Vagammo per le pianure a settentrione, fummo cacciati ancora, quindi riparammo sulle montagne. Per qualche tempo riuscimmo a vivere tranquilli. Poi ci trasferimmo verso Novara e lì ci fortificammo sulle montagne di Rebello. Ormai molti ci davano la caccia. Dolcino intanto sembrava impazzito; faceva razziare e rubare, uccidere in alcuni casi. Fustigò fino alla morte alcuni dei nostri compagni, organizzò orge e incesti. Molti di noi avrebbero voluto abbandonare quel pazzo, ma a primavera di quell’anno il vescovo di Vercelli ci assediò sul monte. Non potemmo più fuggire, ne avere rifornimenti, mangiavamo carne di topo e di cane, molti morirono di stenti. Poi il giovedì di Pasqua vedemmo un esercito marciare verso le nostre posizioni, capimmo subito che non avremmo mai potuto contrastare quell’armata. Dolcino organizzò una difesa, io e pochi altri abbandonammo le posizioni e cercammo la fuga lungo il crinale della montagna. Riuscimmo a farcela nascondendoci tra i boschi, ma vedemmo i nostri compagni su a Rebello trucidati dagli uomini del Vescovo. Ci spostammo verso le montagne della Francia, e lì vivemmo qualche tempo. Poi durante una nuova persecuzione riparammo verso l’interno di montagna e ci trovammo in questo nuovo mondo…” “Bello, davvero molto bello” Disse ancora Alberto con tono di scherno “Ma dov’è la notizia interessante?” “La cosa interessante e grave allo stesso tempo è che dei tre che passarono con me in questo mondo, due sono scomparsi e il terzo è Leopoldo di Nuzzo. Un tipaccio. Per qualche giorno rimase con noi, poi ci abbandonò. Non avemmo più sue notizie per un bel po’. Continuavamo ad essere braccati anche di qua, ci rifugiammo in queste isole e dopo molto tempo sapemmo che aveva aperto una scuola nelle paludi. Andammo a fargli visita, ma lui ci fece incarcerare. Scappammo, ma i due miei compagni sparirono nella fuga, io invece riuscii a raggiungere ancora queste isole. Qualche mese fa arrivò la notizia che Leopoldo viveva nella colonia delle pianure. Poi quando iniziò la guerra capimmo che dietro a tutto c’era lui. E’ Leopoldo il responsabile della follia di Arkat. E’ lui che comanda adesso!” “Ecco spiegate le croci…” Disse Claudio. “Esatto. Arkat ha anche dato il suo nome ad una città: Leophilis! Il problema è che a Leopoldo della cristianità non frega un accidente: a lui interessa il potere! Il potere e l’oro. La guerra che sta conducendo con la colonia delle montagne ha lo scopo di impossessarsi delle miniere di oro di Zuffuk, all’estremo nord” “Ma che se ne fa dell’oro in un mondo in cui non ha alcun valore?” Chiese Claudio. “E’ convinto di poter passare ancora il portale e tornare nel nostro mondo…E’ un pazzo!” “Che sia un pazzo lo abbiamo capito anche noi, ma la domanda è un’altra: Perché queste cose le dice a noi?” Disse Alberto. “Perché solo voi potete fermare Leopoldo!” “No. Non se ne parla nemmeno. Io nelle colonie delle pianure non ci torno neanche sotto tortura!” “E’ l’unica nostra speranza. Solo voi potete riuscirci. Sappiamo che tra voi due c’è un dottore, un sapiente moderno, uno che ha guarito la figlia di Garinius con una pozione miracolosa. Abbiamo saputo che Arkat si è gravemente ammalato, se muore tutto passerà a Leopoldo, e allora non ci sarà più nulla da fare. Invece Arkat, una volta guarito, caccerà Leopoldo e tutto tornerà come prima” “Voi siete pazzi. Volete mettervi in testa che noi non siamo dei guerrieri, ma solo dei poveracci che si sono trovati in questo mondo per caso?” “Rifiutate quindi?” Chiese duro Ildebrando. “Sì!” Rispose Alberto, mentre rimaneva vacuo lo sguardo di Claudio. Alberto lo vide così insicuro e si mise le mani tra i capelli. “Sei scemo? Ma chi ce lo fa fare?” “Perché? Mi spieghi che ci facciamo qui? Che futuro abbiamo? Io non voglio marcire in quest’isola di merda!” Ripose Claudio con una fierezza grossa così. “Ripeto per l’ennesima volta la domanda: Ma sei scemo? Se torniamo indietro non riusciremo a sopravvivere per un giorno intero. Siamo braccati da tutti: da quelli delle montagne perché abbiamo varcato il portale, da quelli delle pianure perché ci credono uomini delle montagne. Dove vogliamo andare?” “Abbiamo coronato lo scopo della nostra vita Alberto. Siamo nel mondo che abbiamo sempre sognato, un mondo fatto di gloria e di virtù, di spade e di onore. Adesso ci chiedono di passare all’azione e io dico: Andiamo! Diavolo porco, andiamo!” Alberto rimase a fissare Claudio incredulo. Avrebbe voluto dare mille motivi all’amico per rinunziare alla missione, ma non gliene venne neanche uno. Si limitò a dire “Tu sei pazzo!” Claudio intanto pareva indemoniato per come si dimenava e urlava a squarciagola. “Come Aragorn, come … …. ….” Concluse stremato per come si era agitato. Alberto rimase ancora rannicchiato sulla piccola sedia con l’occhio perso nel vuoto. “Non possiamo più tornare a casa, siamo intrappolati per sempre in questo mondo e allora perché non passare all’azione? Andiamo compagno mio: Arkat stiamo arrivando!” Disse ancora Claudio. Alberto alzò il capo verso l’amico e lo vide fiero e orgoglioso in quello striminzito corpo. Gli sembrò un colosso, un guerriero dell’apocalisse. Allora si alzò pure lui e i suoi occhi cominciarono a brillare di una folle e argentea luce. Contrasse i muscoli delle braccia e irrigidì i nervi del collo, poi sparò a squarciagola. “Diavolo Porco! All’attacco!!!” ----------------------- Garinius quella mattina radunò i pochi uomini attivi che erano rimasti attivi ad Artheram. L’ordine era inequivocabile: Sgomberare tutti! I primi ad essere evacuati furono i molti anziani che erano rimasti nelle case. Partirono nel tardo pomeriggio accompagnati degli ultimi carri disponibili. Ma appena usciti dalle città s’intravidero in lontananza le truppe nemiche pronte a fermarli. Garinius imprecò. Montò sul cavallo e uscì dalle improvvisate mura di Artheram. Si ritrovò ancora al centro della piana dinanzi la città e aspettò. Dopo alcuni minuti si ripresentò Carraten. “Parla Garinius” “Voglio un salvacondotto per la mia gente che lascia la città” “D’accordo! A patto che i soldati di Artheram si arrendano” “Te l’ho già detto: Non ho potere sui soldati. Voglio che lasci liberi i cittadini di Artheram” “Cosa ne avrò in cambio?” “Aver salvato delle vite di gente che non c’entra nulla con la guerra” “E Poi?” “Basta!” Carraten guardò severo il suo interlocutore. Improvvisamente cominciò a sorridere, quindi scoppiò in una grassa e sguaiata risata. “No!” Concluse. “Carraten tu sei un pazzo! Cosa ti hanno fatto quei vecchi che sono rimasti nella città?” “Garinius non mi hanno fatto nulla, ma siamo in guerra. In guerra non ci sono favori, ma solo concessioni. E ad ogni concessione ne corrisponde un’altra. Fai arrendere i soldati, io salvo la vita al tuo popolo” “Qui non si tratta di concessione, qui si tratta di onore! I miei cittadini non possono difendersi e per te non sono un pericolo. Lasciali andare” “Garinius tu non capisci. O meglio, fingi di non capire. Il tuo popolo non rappresenta un pericolo, ma possono essere importanti per merce di scambio. Siamo in guerra Garinius, e io sono la guerra!” “E’ la tua ultima parola?” “Sì!” I due si allontanarono simultaneamente. Garinius ritorno in città lanciando il cavallo al galoppo. Radunò i superstiti e ordinò di seguirlo. Spiegò che l’unica via di salvezza era rappresentata dai cunicoli che si dipanavano sotto il suolo della città. “E’ una follia, ma è l’unica che soluzione che ci rimane. I percorsi che si perdono nelle viscere della terra sono tortuosi e impervi. Ma è l’unica possibilità di fuga che abbiamo. I Più giovani aiutino gli anziani nel cammino” Lunghe file si formarono all’imbocco dei cunicoli. Il sole stava calando presentando una notte senza luna. Una fortuna pensò Garinius, sarà più facile perdersi nelle ombre del bosco. Ordinò ad un gruppo di volontari di presidiare le barricate fuori dalla città per dare l’impressione ai nemici di essere pronti alla difesa. Nell’arco di qualche ora quasi tutti avevano transitato il passaggio. Tutto era filato liscio, centinaia di persone ora attendevano nuovi ordini al sicuro nelle grandi foreste. Anche gli ultimi e Garinius stesso si immersero nelle profondità della terra. A notte fonda gli esuli erano già radunati e pronti a riprendere il cammino. “Dove andiamo Garinius?” “L’unica strada percorribile è quella per il monte Hub. Ci rifugeremo la” “Che sarà di noi?” Chiese una vecchietta esile e triste. “Non lo so…” Rispose imbarazzato Garinius. Il monte Hub non distava molto dall’uscito del sentiero sotterraneo, tuttavia la velocità del cammino non poteva essere veloce. Partirono quella stessa notte tagliando dritto per dritto la vegetazione del bosco. Le fermate furono innumerevoli, ad ogni piè sospinto c’era qualcuno che chiedeva la fermata, il riposo. Al salir del sole, l’esodo aveva percorso solo qualche lega. Il monte Hub si presentò imponente all’orizzonte, dando illusione e speranza agli arti stanchi e ai morali caduchi degli esiliati. Non incontrarono nessuno lungo il cammino e nel pomeriggio cominciarono a salire lungo le prime pendici del monte. Giunti a un quarto del percorso cominciarono ad intravedere la piana della loro città. Videro il Rutikar scorrere tranquillo, ma più a Ovest enormi colonne di fumo si perdevano verso l’azzurro intenso del cielo. Qualcuno urlò che Artheram stava bruciando. Anche Garinius rimase paralizzato da quella scena straziante. Videro le alte fiamme avvolgere ogni cosa, il fumo nero e grigio obnubilare le poche nubi presenti in quel cielo estivo. Molti piansero qualcuno imprecò disperato. Nel giro di qualche ora tutto finì. Il fuoco era scomparso lasciando in eredità solo carbone e cenere, le ampie colonne di fumo si erano ridotte a piccoli rigagnoli di fuliggine e nebbia biancastra. Il popolo era rimasto immobile per tutto quel tempo, nessuno sentì la forza di continuare il cammino, neanche Garinius osò violare quello spettacolo desolante. Poi a primo pomeriggio il viaggio riprese. Nessuno parlò, tutto proseguì nel silenzio più ovattato. A tarda sera il passo fu attraversato, e il bivacco organizzato nella piccola piana di Kuiter. Garinius mandò una pattuglia di giovani uomini fino a Nabersat a cercar aiuto. Poi aspettarono la venuta del nuovo giorno. ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Entrare in Kurkut non era difficile. Il difficile, al limite, era rimanerci. Datan si buttò nella bolgia che quella mattina si era accalcata alle porte della città per il mercato. Entrò nel marasma; conosceva le vie di Kurkut, c’era già stato parecchie volte in passato. Vide subito i cambiamenti della città; tutto sembrava più austero, più grigio. Laddove in passato sorgeva l’ elegante edificio delle feste della comunità, adesso era sostituito da uno grigio e squadrato in cui entravano e uscivano uomini con una tunica bianca. Passò oltre, vide costruzioni in cima alle quali campeggiavano enormi croci di pietra bruna, decine di persone predicavano per le vie. Rimase in incognito, tagliò a Sud le grande piazza centrale in cui la statua di Retakay, fondatore della colonia, era stata sostituita con un’altra raffigurante uno uomo sconosciuto. Raggiunse la periferia meridionale della città ed entro trafelato in una bottega con l’insegna del leone argentato. Dei clienti stavano trattando con il proprietario il prezzo di alcune armi leggere, Datan se ne stette in disparte fingendo di osservare alcune delle armature riposte vicino all’entrata. Aspettò pazientemente che la bottega fosse vuota, poi si avvicinò al uomo del bancone. Questi ebbe un sussulto quando se lo trovò davanti. Serrò le mascelle, riuscendo a parlare con un filo di voce. “Datan, che ci fai tu qui?” “Sono in missione e tu mi aiuterai!” “Dimmi…” Datan parlò serratamene per un bel po’ provocando l’interesse incondizionato del bottegaio. Quando il capitano finì di raccontare il suo piano l’uomo annuì vistosamente col capo. “D’accordo, non mi sembra difficile. Lasciami qualche ora per radunare gli uomini e le armi. Ci vediamo al tramonto qui!” “No! Voglio dormire” “Bene. Vai nel retro, lì troverai un letto. Ti sveglierò quando tutto sarà pronto” Tutto filò tranquillo fino alle prime ore del pomeriggio, Datan si era appisolato subito e il bottegaio era stato fuori per quasi tutta la mattina. Ma qualcosa andò storto. Rumori provenienti dalla bottega avevano ridestato il capitano, allarmato cercò la fuga verso l’uscita posteriore, ma le guardie lo bloccarono sulla porta. Qualcuno aveva tradito e non ci volle molto per scoprire chi. Il bottegaio lo incontrò poco dopo nella caserma del corpo di guardia. “Salve Capitano. Mi spiace che il tuo piano non sia riuscito, era così ben studiato…” Disse il bottegaio con tono sordido. “Biuth, sei un bastardo!” “Grazie” “Perché mi hai tradito. Tu mi devi la vita…” “E’ vero, e infatti te ne sarò grato per tutta la vita. Il problema è che adesso sono un frate e devo la vita ad un’altra persona. Una persona che è molto più importante di te: Cristo!” “Cristo? Chi è Cristo?” “E’ un uomo che vi sbaraglierà tutti con il suo verbo. Non avrete scampo” “Che sia maledetto, e che anche tu lo sia!” “Potatelo via” Disse il capo delle guardie. Il capitano ebbe un fremito d’orgoglio e cercò di divincolarsi, ma quattro armati gli furono addosso e riuscirono facilmente ad immobilizzarlo. “Hai perso Datan! Addio capitano” Disse all’ultimo il frate. Datan sputò rabbiosamente per terra e qualche goccia colpì il crocifisso che si ergeva nella grossa sala ellittica. Il comandante inorridito lo colpi violentemente al capo facendolo crollare inanimato sul pavimento come un uomo qualunque. Capitolo 18 “Così avete deciso. Bene! Ne sono lieto” “Qual è il piano?” “Sarete accompagnati da due nostri esploratori: Hiuk e Maizer. Loro vi condurranno sicuri fino a Kurkut, una volta arrivati sarete aggregati a una scuola di medici che hanno in cura Arkat. Non dovrete fare altro che guarire il saggio. Al resto penseremo noi” “Bene! Quando partiamo” Chiese Claudio euforico. “Domattina. Elinda e i suoi amici salperanno all’alba” “D’accordo!” “Andate al molo, vi stanno aspettando” Si accomiatò Lobadius. I preparativi del nuovo fervevano intorno alla nave che li aveva accompagnati all’andata. Grosse casse vennero issate a bordo, botti e barili stavano per essere stipate all’interno dell’imbarcazione. Elinda non tardò a presentarsi ai due. Era come sempre sorridente e cortese. “Ho saputo che siete pronti per salpare. Avete accettato l’incarico dunque…” “Sì. In fondo siamo o no degli eroi?!” Disse sorridente Alberto. “Certo. Tranne quando scappate dai Clukitz o vi lamentate per la fatica della marcia. Per il resto siete degli eroi” Ripose raggiante la ragazza. “E vabbè…Tu guardi proprio tutto….” “Ma vi rifarete, lo sento. Adesso scusatemi però, devo ultimare i preparativi per la partenza. Ci vediamo domattina” “A domani!” Alla sera della vigilia ci fu una festa vociante e alcolica. Nei progetti non doveva essere tale, ma il gruppo di Ermes, subito dopo il banchetto, l’aveva messa sul bere. Alberto e Claudio in un primo momento avevano ripudiato ogni sorta di alcolico, ma ad Elinda non avevano saputo resistere; incominciarono cauti finendo per tracannare grossi boccali di uno scuro liquido acre e liquoroso. Poi passarono ai balli. Francesca dopo pochi minuti era già completamente ubriaca. Tutti gli altri la seguirono a breve. La musica di liuto e Gling (piccola chitarra e 7 corde), scandivano i ritmi che diventavano sempre più incalzanti. Si aggiunsero anche alcuni autoctoni all’assembramento e poco dopo giovani fanciulle s’esibirono in balli popolari sinuosi e sensuali. Alberto perse il controllo di sé e si tuffò in quell’ondeggiare muliebre aggiungendo l’ilarità all’arte. L’alcol continuò a scorrere così abbondante da poter far correre il Rutikar. Francesca sembrò impazzita tuffandosi incessantemente tra le braccia di molti cavalieri. Anche Elinda, dopo un breve temporeggiare, audacemente la seguì. A notte alta il convivio dava l’aria che tutto sarebbe andato avanti ancora per un bel pezzo. Alberto involontariamente si trovò a danzare con Francesca. La giovane lo avvinghiò con un abbraccio tenace, lui lasciò fare cercando di seguire i movimenti che la danza richiedeva. I corpi ora si chiudevano, ora si allontanavano, il petto di lui si scontrava con quello prominente di lei. Alberto resistette fin quando poté, poi passò alle vie di fatto cingendo le terga della giovane e avvicinandola a portata di labbra. Lei sorrise e poi scoccò un bacio prolungato e ardito. Nessuno si accorse di ciò che stava accadendo ai due. Furono loro che notarono quel che stava succedendo agli altri: alcune delle fanciulle delle danze facevano coppia fissa con gli uomini di Ermes. Erano pochi quelli che dormivano riversi sulle lunghe tavole vinti dall’alcol. I giovani e sinceri ormoni di Francesca fuoriuscirono improvvisi, Alberto carpì l’attimo e giacque con lei fino a quando la spossatezza e l’alcol non ne ebbero la meglio. Poi fu il mattino. Gli uomini che per primi arrivarono sul luogo della festa videro una scena pietosa. Uomini e donne giacevano scompostamente, chi dormendo sulla nuda terra, chi come giaciglio aveva il corpo di un compagno. Molti erano nudi. Svegliarono quell’accozzaglia di carne umana e ripulirono alla meglio la piazza. “Bella festa ieri sera?” Chiese appena giunto sul luogo il saggio Lobadius per niente severo. Claudio non rispose impegnato come era a combattere l’emicrania disumana. “La nave sta per partire, sarebbe opportuno che voi andaste al molo. Se avete dei dubbi chiedete ai vostri due tutori. Buona fortuna!” Claudio annuì, poi cercò tracce del compagno. Lo trovò con gli occhi pallidi mentre cercava di riprendere conoscenza seduto su una panca al margine estremo della piazza. “Come va?” Gli chiese con voce spenta. “Sembra che abbia mangiato un chilo di sterco. Ho la bocca che è un letamaio” “Se non te lo fossi ricordato, noi stamattina dobbiamo partire” “Eh?” “La missione! Alberto sveglia!” “Cazzo è vero! Me l’ero dimenticato” Salutarono di fretta il gruppo di transfughi partigiani che dopo la nottataccia stavano riprendendo coscienza, e s’avviarono verso il molo. Solo a metà strada s’accorsero che a seguirli c’era anche Mumik. “Cosa vuoi? Vai via!” Gli intimò Alberto. “Vengo con voi” “No!” “Ascoltami Alberto: E’ meglio che io venga!” “Ascoltami tu bambino rompicoglioni: Vattene al diavolo prima che ti prenda a calci nel culo!” “Come vuoi. Ma non chiamarmi quando ti troverai in pericolo” “Ma vaffanculo va...” Arrivarono sul molo che già tutto l’equipaggio era pronto a levare l’ancora. Salparono a metà mattina con il libeccio che già macchiava le onde all’orizzonte. Il viaggio proseguì tranquillo per tutta la giornata. La bonaccia aveva tenuto al guinzaglio le onde e la navigazione, che se non veloce, fu almeno placida. Come all’andata anche in quella occasione gli ospiti furono abbandonati a loro stessi. Elinda non si fece vedere per tutto il giorno, solo alla sera andò sul ponte per controllare che tutto stesse andando bene. Non si fermò molto, addusse una scusa qualsiasi e si ritirò nella sua cabina. L’unica della nave. Alberto notò qualcosa di strano nel comportamento della giovane, la sapeva lunatica e instabile, ma la voce con la quale parlò in quella circostanza aveva degli accenti nuovi e inquietanti. Si distesero nel giaciglio improvvisato sulle ampie assi del ponte. Alberto non pensò più ad Elinda, aveva qualcosa che lo turbava, una rospo che prima o poi avrebbe voluto tirare fuori: la serata passata con Francesca. Non ce la fece. Claudio non l’avrebbe accettato. Ma a lui era piaciuto, insomma, piaciuto per quello che si poteva ricordare. Era ormai parecchio tempo che tra lui e Claudio non c’erano rapporti, il nuovo mondo aveva avuto un effetto al bromuro, l’ultimo bacio infatti risaliva a parecchi giorni prima, mesi dall’ultimo rapporto sessuale. Si voltò verso Claudio sdraiato poco più in là, scivolò verso il suo petto e lo baciò ripetutamente. Durò un solo istante, poi sentì un rumore, si voltò, dalla notte emergeva un’ombra. Socchiuse gli occhi per abbattere la barriera dell’oscurità e vide ritta la figura inequivocabile di Elinda. Rimase immobile nel tentativo di vincere l’imbarazzo, poi accennò un sorriso, ma lei aveva già voltato le spalle e sparita verso prua. Sbuffando si adagiò su un fianco e stette lì a pensare. Il vento caldo scivolava sulla pelle arsa increspandone i pori, le piccole onde cullavano l’imbarcazione dando un senso di protezione, la brezza sbatteva placida sulla tela delle vele canticchiando sibili melodiosi. S’addormentò. Il risveglio era stato più traumatico, gli uomini addetti ai verricelli avevano cominciato a mettersi in moto già alle prime ore del mattino. Alberto s’informo immediatamente circa l’ora dell’arrivo previsto ad Huk. Due ore gli risposero. E infatti a metà mattina la nave attraccò al molo del villaggio costiero. Salutarono Elinda e i suoi compagni e si diressero alle stalle dove acquistarono dei cavalli. Hiuk e Maizer, i loro due compagni, si destreggiavano bene con i placidi equini, Claudio e Alberto molto meno. Ci vollero parecchie miglia prima che i due riuscissero a domare la sella delle sue incuriosite bestie. Poi ci presero gusto e galopparono divertiti. Kurkut fu raggiunta alla sera. Si cambiarono indossando vesti lunghe e chiare, quelle usate dagli studenti delle scuole dei saggi delle colonie. Poi i due compagni li portarono alla torre dei sapienti di Utz e li consegnarono al padre superiore che li condusse, senza troppe cerimonie, all’interno di una piccola cella che sarebbe stata la loro casa in quei giorni di studio. A sera tarda vennero aggregati agli altri chierici che lavoravano in uno studio al piano superiore. Decine di giovani erano radunati in piccoli gruppi, ognuno dei quali indaffarati al lavoro su grossi alambicchi. Furono indirizzati verso uno sparuto drappello che si dimenava intorno ad una ampolla di liquido giallo in ebollizione. “Cos’è?” Chiese Alberto. “Un pozione contro la febbre nera” “Che dobbiamo fare?” “Per il momento nulla visto che abbiamo finito. Tra un po’ ci chiameranno per sperimentarla” “Bene!” Dal fondo della stanza intanto un vecchio oblato scrutava severo il procedere dei lavori. Dopo qualche minuto chiamò uno dei ragazzi che lavoravano con Claudio e Alberto e fece cenno di avvicinarsi. Furono condotti in una grossa sala al piano inferiore laddove decine di persone giacevano su letti improvvisati. Alberto si era informato su chi fossero quegli sventurati, gli risposero che si trattava di uomini e donne, per lo più contadini, che erano stati contagiati dal morbo della febbre misteriosa. S’avvicinarono al capezzale di un vecchio e canuto uomo, lì lo studente a capo dell’esperimento tirò fuori l’ampolla e lentamente ne versò il contenuto in un minuto recipiente di legno. Il vecchio aprì gli occhi e ringraziò umile e tremolante, poi mandò giù il liquido con un sorso deciso. Aspettarono qualche minuto, l’uomo non sembrò avere beneficio da quella cura, anzi cominciò a denunciare disturbi di stomaco. I dolori in seguito divennero lancinanti, il vecchio divenne pallido e tremolante, poi ebbe contrazioni muscolari irregolari, la febbre altissima. Dieci minuti dopo era morto. Il convivio aveva assistito impotente all’agonia del malato, poi quando tutto era finito, si era allontanato deluso e scoraggiato. Claudio e Alberto erano riusciti a rimanere accanto al cadavere senza incorrere nella curiosità degli altri. Claudio ne controllò le pupille, la consistenza muscolare, le ghiandole, quindi riferì sicuro e cinico la sua diagnosi: Peste nera! “Cazzo!” Fu la laconica risposta di Alberto “E adesso che facciamo?” Chiese ancora. “Poco. Se l’epidemia è gia in atto non possiamo che andarcene” “E Arkat?” “Non lo so…” Rispose incamminandosi verso la sala del piano superiore in cui i gran maestri stava commentando le relazioni degli studenti. Lo scoramento del convegno era totale; i vecchi sapienti, gli erboristi, gli alchimisti si sentivano impotenti verso quel grande male e dialogavano tra loro accompagnando alle parole sconsolate dinieghi con il capo. Le decine di studenti nel salone guardarono preoccupati i loro maestri aspettando la relazione finale. Questa arrivò alla fine del conciliabolo serrato tra gli uomini delle autorità. “Il male che ha sconvolto la nostra colonia è sconosciuto e diabolico. Come dice il nostro saggio Arkat è la prova della sofferenza che dobbiamo vivere per ritenerci puri. Il diavolo è tra noi, e noi non possiamo fare altro che appellarci alla clemenza di Dio” Era la resa totale. I giovani rimasero interdetti a quella dichiarazione. Qualcuno protestò sommessamente e fu subito ripreso dallo sguardo dei maestri, altri abbassarono sconfitti gli occhi. Alberto rimase in fondo al gruppo aspettando lo svolgersi degli eventi, ma sentì una voce farsi largo tra il brusio del convegno. Si girò e vide Claudio alzare la mano e chiedere la parola. Dapprima le autorità finsero di non sentirlo, poi si arresero e ascoltarono le sue parole. “Non sto qui a dirvi come io abbia imparato a sconfiggere questo male, ma vi posso garantire che dalla febbre nera si può guarire!” Esordì scaturendo la curiosità di alcuni e la perplessità di altri “Non è un male diabolico, è un male che si chiama peste. Ed è infettiva. Ciò vuol dire che si trasmette al contatto con persone ammalate: se non faremo in fretta ad isolare gli ammalati dai sani, nel giro di qualche giorno saranno migliaia quelli che moriranno” “Tu chi sei? Come fai a sapere tutte quelle cose?” Chiese diffidente il gran maestro a Claudio. “Nella scuola che ho frequentato abbiamo studiato queste malattie. Vi ripeto: se l’epidemia dovesse diffondersi migliaia saranno quelli che moriranno” “Tu menti! E’ il Signore che ci ha voluto mettere alla prova. L’unico rimedio è pregare e appellarci alla grazia divina!” Disse una figura dal fondo della sala. Tutti si voltarono prostrandosi al suo passaggio. Era costui un uomo alto e magrissimo, grosso naso a becco e sguardo inquisitorio e crudele. Al suo seguito c’era uno stuolo di guardie e alcuni uomini con il saio. Arrivò davanti a Claudio e socchiuse gli occhi scrutando attentamente il viso del suo interlocutore. “Chi sei tu che vuoi sconfiggere con il solo dono della guarigione il male diabolico?” Claudio rimase interdetto per un attimo, poi imbastì una risposta credibile. “Sono un guaritore che cerca di salvare delle vite” “Questo lo vedremo. Conducetelo alla sala rossa” Disse ai suoi uomini di scorta. Le guardie si strinsero attorno al dottore e lo accompagnarono in una piccola stanza tutta decorata con particolari di colore rosso, nel centro della quale un enorme letto abbracciava il corpo di un esile uomo. Anche Alberto furtivamente si era accodato agli uomini. “Questo è il nostro papa. Guariscilo!” Claudio si approssimò al malato e gli tastò la fronte. Era caldissima! Sfilò lestamente dalla bisaccia delle piccole fiale di liquido, preparò la siringa e iniettò il contenuto nella cute del poveretto. “La sua malattia è in stato avanzato. Non so se riuscirà a guarire” Disse laconico. “Chi sei?” “Te l’ho già detto: un guaritore!” Rispose Claudio con tono di sfida. “Di dove sei?” “Delle Paludi” “Non mentire!” Lo ammonì il vecchio. “Non mento!” “Allora mettiamola così: Di che anno sei?” Claudio rimase interdetto. Anche Alberto, che era rimasto a margine della discussione, si perse nella confusione. “Lo sappiamo che non sei di questo mondo. Conosci la peste, e qui la peste non è mai esistita. Sei tu che hai guarito la figlia di Garinius, non è vero?” Chiese sardonico il vecchio. “Chi sei tu?” “Guido di Bertz, seguace di Leopoldo di Nuzzo, nostro Papa” “Quindi questi uomo è Leopoldo!” “Esatto!” “Come fate a sapere chi siamo?” Chiese Alberto dal fondo della stanza. “Gli l’ho detto io!” Rispose una voce proveniente da chissà dove. Ed era la voce di Elinda. Alberto rimase basito. Anche Claudio assistette alla scena a bocca aperta. La giovane entrò nella stanza avanzando sorridente e sicura, poi pose la sua mano sulla spalla di Alberto e tranquillamente sussurrò. “Siete stupiti eh…Ma adesso io sono con questa gente” “Come “sono con questa gente”?” “Dovete sapere che alla fine ho capito i miei errori e allora ho abbracciato la fede in Gesù Cristo” “Perfetto! Siamo a cavallo! Adesso mi piacerebbe sapere che cosa ci farete quando quello lì sarà guarito? Chiaramente ci ucciderete, o ci torturerete, o tutte e due le cose….?” Chiese Alberto. “Può darsi, ma non è detto. Vedremo…” Rispose Guido. Leopoldo intanto aveva emesso un singhiozzo seguito da una contrazione scomposta. Tutti si precipitarono al capezzale, ma furono allontanati da Claudio che ordinò loro di uscire dalla stanza sostenendo che la guarigione sarebbe passata per il silenzio e la tranquillità del paziente. Lo ascoltarono e uscirono compostamente dalla stanza mentre Claudio armeggiava alla siringa per la prossima iniezione. “Perché ci hai tradito Elinda?” Chiese Alberto nel corridoio antistante la piccola stanza rossa. “Io non ho tradito nessuno!” “Se non è tradire raccontare balle tanto grosse….” “Dobbiamo conquistare le isole. Ci serviva arrivare a Geren senza destare sospetti e voi eravate il miglior lasciapassare. I miei compagni ora staranno di nuovo navigando verso quelle terre con un carico di soldati nascosti nella stiva, saranno la nostra avanguardia. Entro pochi giorni decine di navi salperanno verso Geren” “Ma perché lo fai? Questi uomini sono in guerra con la tua gente. Non pensi alla tua colonia, a Garinius…?” “Taci, stupido uomo!” Disse Elinda con un voce roca e metallica, quindi si alzò meccanicamente e si avvicinò all’uomo. Dai suoi occhi scaturiva una rabbia disumana, il collo ritorto ciondolava in una postura animale, le vene e i muscoli contratti ne sfiguravano l’aspetto. “Taci stupido!” Ribadì. Alberto non aspettò oltre, girò le spalle e velocemente si dileguò. La vista di quella trasmutazione l’aveva atterrito; quello non era un essere umano: era un mostro, pensò. Claudio giunse poco dopo e trovò l’amico appollaiato in un cantuccio sorvegliato a vista da alcune guardie. “Che è successo?” Chiese preoccupato guardandolo così sconvolto. “Ho parlato con Elinda…” “Che ti ha detto?” “Che tutta questa messa in scena è finalizzata a conquistare Geren” “Come a conquistare Geren? Cosa c’entra lei con Geren? “Non lo so, ma dovevi vedere che scena mi ha fatto prima…” “Vabbè, l’importante è andarcene di qui una volta che Leopoldo è guarito” “Come sta?” “Non bene, spero di salvarlo” La conversazione fu troncata bruscamente dall’arrivo di Guido e gli altri dello stato maggiore. Chiesero informazioni al dottore, quindi si allontanarono per un breve consulto. Conclusero che Claudio sarebbe rimasto a stretto contatto con il paziente e Alberto lo avrebbe assistito. Claudio li bloccò. “Che ne sarà di noi alla fine di tutto?” “Lo decideremo in seguito” Fu la risposta sfuggente di Guido. “No, lo decidiamo adesso!” “Non mi sembri nelle condizioni di dettare condizioni” “Mi sembra l’esatto contrario invece. Se non mi date la vostra parola che, una volta guarito Leopoldo, ci lascerete liberi, io interrompo immediatamente le cure” Disse tranquillo il dottore. Guido lo guardò severo, poi si voltò incrociando lo sguardo degli altri della delegazione. Annuirono. “E sia, hai la mia promessa che sarete rilasciati” Balbettò infine. “No! Non basta” Rispose Claudio che tirata fuori da una tasca un piccola croce di legno scuro la brandì in alto “Giuralo su crocifisso!” Guido guardò la croce, e ci impiegò qualche secondo a pronunciare quella promessa così solenne. Ma capì che non aveva alternativa e borbottò grugnendo. “Lo giuro!” E si allontanò a capo chino. Fu un miracolo per come Leopoldo in capo a quattro giorni cominciò a riprendere tutte le funzioni vitali. Aveva iniziato a nutrirsi regolarmente e il suo esile ed emaciato fisico sembrava dare risposte confortanti. Claudio lo assisteva con cura maniacale tanto che Leopoldo, che era conosciuto quale persona severa e schiva, lo aveva cominciato a benvolere. Gli fece decine di domande: chi sei, come hai fatto guarirmi, da dove vieni, etc. Claudio mantenne cautamente la riservatezza e glissò con mestiere le riposte più compromettenti. Anche Alberto si era prodigato ad assistere il compagno, fungeva da infermiere, ma era stato più d’intralcio che d’aiuto e Claudio, qualche volta, lo aveva supplicato di rendersi utile andando al diavolo. Leopoldo quella mattina si sentiva particolarmente audace e dichiarò che avrebbe voluto alzarsi per fare due passi. Il dottore provò a sconsigliarglielo saggiamente, ma dovette imbattersi nel carattere bizzoso del vecchio che non volle sentire ragioni. Le sue gambe tremolanti ebbero difficoltà solo nei primi momenti, poi lentamente si abituarono allo sforzo e lo aiutarono nel cammino. Guido e compagnia avevano continuato a visitarlo regolarmente, e fu per loro un felice sorpresa vederlo lì ritto che rimirava la campagna vicino alla grossa finestra del corridoio. Gli si avvicinarono sorridenti e gaudiosi, ma lui bisbetico e rude come sempre li aveva subito messi in riga. “Non dovete felicitarvi con me, ma con questi ragazzi che mi hanno guarito. Io non ho merito!” Gli altri ci rimasero un po’ male e ringraziarono con finti complimenti Claudio e il suo assistente, poi aspettarono le decisioni di Leopoldo su da farsi. “Siamo stati fortunati che questi due nostri amici siano arrivati in tempo. Da adesso nessuno morirà più di febbre nera” Disse Leopoldo con la sua solita voce sempre priva di entusiasmo. Claudio fu colto alla sprovvista e non reagì. Si limitò a guardare Guido e vide che i suoi occhi mandavano segnali inequivocabili: Assecondate Leopoldo! Claudio annuì imbarazzato scaturendo la soddisfazione del vecchio che ora riprendeva stancamente la via del giaciglio. I giorni che seguirono furono, se possibile, ancora più duri dei primi. Leopoldo aveva ripreso pieno controllo della colonia e aveva voluto che il dottore e il suo collaboratore, aiutati dagli studenti della scuola di guarigione, assistessero i malati nel lazzaretto dell’edificio. Il corpo sanitario non poté fare granché visto la carenza di farmaci e di strutture adeguate; qualcuno riuscì a guarire, molti morirono in quei giorni, ma il papa sembrava soddisfatto lo stesso. Oltretutto a Claudio e Alberto premeva il vero scopo della loro missione: Arkat. Nei giorni precedenti il dottore aveva cercato delle informazioni riguardo al saggio, ma i suoi interlocutori avevano glissato misteriosamente le risposte. Non si erano più allontanati dall’edificio che li ospitava, non avevano condurre indagini private, nessuno sembrava in grado di soddisfare la loro sete di verità. Poi una notizia era giunta improvvisa in un caldo pomeriggio di fine estate: Arkat era morto. Claudio e Alberto si precipitarono immediatamente ad informarsi con Leopoldo, ma stranamente questi aveva alzato le spalle dicendo che ne sapeva meno di loro. Le domande fatte agli altri dello stato maggiore non partirono risposte soddisfacenti, tanto che i due cominciarono ad insospettirsi che in realtà di Arkat a nessuno gliene importava un granché. Solo all’indomani ci fu qualcuno che spiegò loro come stavano realmente le cose. Questi, un ciambellano della corte del nuovo papa, spiegò che Arkat negli ultimi tempi era vissuto come recluso in casa. Le decisioni non spettavano più a lui, ma tutto era nelle mani di Leopoldo, che bonariamente lo teneva in libertà vigilata. In realtà non lo aveva sbattuto nelle umide galere solo perché temeva la reazione del popolo. Poi Arkat decise di dare una mano al suo carnefice ammalandosi di febbre nera. Ma era stato meno fortunato di Leopoldo, o meglio evitarono che lo fosse, ed era morto dignitosamente come dignitosamente era vissuto. Ora il nuovo papa aveva libertà incondizionata potendo gestire legalmente gli affari della colonia. “E adesso?” Chiese Alberto con l’aria di chi aveva un preoccupazione che sfociava nel panico. “Dobbiamo trovare il modo per andarcene” “E come?” “Non lo so….” Rispose Claudio proprio mentre la porta della stanzetta veniva aperta da un uomo che comunicava loro che Leopoldo voleva parlargli. Lo trovarono seduto sul purpureo trono mentre con le mani si aggiustava la tiara che gli cingeva il capo. “Sedetevi!” Ordinò con il suo caratteristico malgarbo che i due però non avevano ancora conosciuto. Poi riprese “Ho saputo delle cose sul vostro conto che non mi piacciono!” I due guardarono con stupore Leopoldo che con occhi truci continuò la requisitoria “So delle vostre diaboliche pratiche sessuali e non permetterò che peccatori di siffatta lega scorazzino liberamente nel mio regno. Non vi farò arrestare perché vi sono riconoscente, ma entro sera voglio che le vostre facce siano a minimo trenta miglia di qui. D’ora in poi vi considererò nostri nemici. Via!” Uscirono dalla stanza scortati poco amabilmente da un manipolo di guardie armate. Alla fine del corridoio del piano superiore incrociarono lo sguardo di Elinda che li osservava con un ghigno sarcastico disegnato sul volto. “Addio amici miei…” Disse con un sibilo di voce tagliente. “Vaffanculo!” Rispose tra i denti Alberto. A prima sera i due si ritrovarono nelle brune campagne ad Est della capitale vagando a naso verso il mare privi di punti di riferimento. Si erano ritrovati soli in un mondo che li reputava nemici; nemici e pericolosi! Non studiarono un piano, camminarono vinti dallo sconforto ritrovandosi, a notte fonda, in un piccolo e apparentemente innocuo villaggio. La fame e la stanchezza avevano toccato il punto di non ritorno quando decisero di entrare, non senza spericolatezza, in una piccola locanda al limite meridionale dell’abitato. Ordinarono nel locale pullulante di gente qualcosa da mangiare e da bere quindi, finito il frugale pasto, si appisolarono di schianto. Dormirono in un sonno profondo per qualche minuto, poi Alberto si sentì toccare su una spalla e si ridestò nervosamente. Guardò intorno, non vide nessuno. Fece per rifarsi la cuccia sul duro legno, quando qualcuno da dietro bisbigliò il suo nome. Si rigirò di scatto e vide la figura di un uomo nell’ombra che con l’indice gli indicava di avvicinarsi. Istintivamente svegliò Claudio, che ancora inebetito dal travagliato sonno, gli chiese cosa stesse succedendo. Alberto gli indicò col capo lo sconosciuto. Si consultarono, decisero di avvicinarsi. “Posso aiutarvi” Sussurrò baritonale l’uomo. “Come fate a sapere che abbiamo bisogno d’aiuto?” “So chi siete. Volete tornare a Geren, giusto?” “Giusto. Ma come fate a saperlo?” “Ho un amico che vi conosce. Ma adesso ascoltatemi, dobbiamo riprendere il cammino verso Huk, entro domani c’imbarcheremo per Geren” “Chi siete?” Chiese Claudio. “Andiamo. Non abbiamo tempo” Disse lo sconosciuto alzandosi velocemente. I due lo seguirono ritrovandosi in aperta campagna dove un manipolo di persone sembrava aspettarli. Una ventina di uomini in tutto, molti dei quali ragazzi con gli abiti bianchi della scuola di saggezza. L’uomo della taverna li radunò in circolo. “Possiamo partire. Questi sono miei amici, ci saranno d’aiuto” Disse lo sconosciuto al convivio. Poi si volse ad un ragazzo alto e corpulento e chiese “Come sta il vecchio?” “E’ solo un po’ stanco, ma ce la farà a viaggiare!” Gli rispose il giovane. “Bene andiamo!” Ripresero la marcia senza che Claudio e Alberto ci avessero capito niente. Si accodarono al gruppo e stettero allerta. L’uomo sconosciuto comandava il drappello con autorità militare, severa. Inaspettatamente dopo qualche miglio si era avvicinato ai due nuovi arrivati. “Non mi sono presentato subito perché il mio nome avrebbe potuto spaventarvi. Ma non temete, sono dalla vostra parte” Disse con voce grave che nascondeva un filo di grazia “Mi chiamo Datan. Sono il comandante della colonia delle montagne” I due s’irrigidirono: tutti pensavano di trovarsi davanti tranne che il peggiore dei loro nemici. “Non abbiate paura! Abbiamo un amico in comune. E’ suo il merito di questa fuga” Disse il capitano indicando dietro ai due che si girarono di scatto. “Ciao amici!” Disse la voce di Mumik. I due rimasero basiti. Datan sorrise mentre il pargolo si gettava al collo di Alberto. “Che vuol dire?” Chiese Claudio stupito. “Il merito è di Mumik. E’ lui che ha convinto Arkat a liberare me e Lapos con i suoi allievi” “Arkat? Ma Arkat è morto! E chi sarebbe questo Lapos?’” “Arkat morto? Avete notizie sbagliate amici miei…Il saggio Arkat è lì che vi sta ascoltando” Disse il capitano indicando il vecchio che assisteva divertito alla scena. Poi riprese “Lapos è il mago della colonia. E’ stato rinchiuso per mesi e adesso con i suoi allievi si è unito a noi” “Però qualcuno mi deve spiegare come questo bambino sia riuscito ad organizzare tutto questo….” Disse Alberto mentre cercava di divincolarsi dall’abbraccio di Mumik. “Voi lo vedete come un semplice bambino, in realtà non lo è…” “E cos’è?” “Lo scoprirete presto…” Rise Datan rimettendosi in marcia verso la testa della colonna. Gli uomini in avanscoperta non erano ancora rientrati e tutto nella piana rimaneva provvisorio come la sera precedente. Il monte Hub, quella mattina, presentava un cappello di nubi a larga falda; il freddo, pungente, si frammischiava con l’umidità fradicia della terra e dell’erba. Il bivacco disordinato era ammassato lungo il perimetro settentrionale della piana laddove la parete di roccia s’inerpicava fino alla cima dell’alto monte. Lì centinaia di uomini e donne, vecchi e giovani, si confondevano l’uno nell’aiuto caritatevole dell’altro. Garinius dall’alto di un piccolo spuntone di roccia guardò per qualche momento quel quadro di pietosa sopravvivenza umana, quindi fece approntare alla meglio del cibo e dei ripari per i più bisognosi. Organizzò anche dei presidi sugli sbocchi del valico, la paura che Carraten avesse potuto inseguirlo fino a lassù non era del tutto infondata. Poi non gli rimase che aspettare l’arrivo delle notizie. I perlustratori si videro nel primo pomeriggio e riferirono che gli abitanti di Nabersat li avrebbero accolti nella loro piccola comunità. Il vecchio si sentì sollevato e comunicò immediatamente la notizia. La marcia riprese poco dopo, Garinius si prodigò tutto il tempo a rincuorare i superstiti nelle difficili marce lungo i sentieri tortuosi e inospitali che discendevano il monte. Tagliarono con difficoltà le foresta nella valle di Ytuz e si presentarono a sera all’imbocco dei pendii di Nabersat. Lì approntarono un campo di fortuna che li accompagnò al nuovo mattino. Al mezzogiorno successivo si presentarono nell’ampia valle del villaggio di Nabersat. Furono accolti con calore fraterno dalla scarsa popolazione; i pochi uomini attivi presenti nella borgata si erano affaccendati nella costruzione del campo di permanenza, le donne con le vettovaglie. A sera i pasti furono serviti caldi e abbondanti. Garinius ebbe un attimo di pace solo a sera tarda, seduto fuori dalla sua tenda si godé la frizzante aria di montagna alternando boccate di truk a respiri profondi e soavi. La mattina seguente era nata secondo i migliori auspici, il sole aveva da subito riscaldato l’umida terra e le nuvole si erano rifugiate a sud. A metà mattina si presentò a Garinius un uomo con la faccia di chi non doveva aver passato una bella nottata. Il vecchio stette qualche secondo a guardarlo poi lo abbracciò fraternamente. “Phorien…Amico mio, tu mi rendi lieta la giornata!” “Come vorrei che questa fosse una lieta giornata. Ma temo che ci siano brutte notizie” “Parla allora” “Artheram, come tu saprai, è stata data alle fiamme, e mi è giunta notizia che anche Ghuntaram è sotto un duro assedio. Il nostro esercito è vicino alla resa. Ma la notizie triste è un’altra….” Borbottò incerto Phorien. Poi ricominciò “Come tu sai io sono addetto alla guardia del portale. Ultimamente da queste parti ci sono stati parecchi movimenti sospetti. Dapprima, qualche giorno fa, soldati a cavallo si sono inoltrati fino al passo rosso, ieri invece un altro gruppo di uomini, che non erano armati, sono calati dalle montagne diretti verso in monte Hub. La cosa è strana non trovi?” Garinius rimase qualche secondo a riflettere prima di rispondere sereno “Non vedo quale sia il problema, di uomini che passano da queste zone ce ne sono sempre stati parecchi…O sbaglio?” “Sbagli Garinius invece. Prima i pochi uomini che transitavano per queste strade erano o guardie del portale o semplici montanari. Quelli che invece sono passati pochi giorni fa sono soldati con l’emblema del leone argentato, e i tre di ieri non mi sembravano nemmeno uomini di queste zone” “Cosa? Soldati con l’emblema del leone argentato? Uomini di Carraten?” Chiese nervoso Garinius. “Esatto. Una pattuglia di una decina di soldati a cavallo. Erano diretti sulle montagne” “Vogliono controllare il portale!” “Non penso! Credo che stessero cercando qualcosa” “Cosa?” “Non ne ho idea….Ma solo il fatto che vadano fino lassù, m’insospettisce” Rispose Phorien allargando le braccia. “Cosa mi sai dire invece degli ultimi che sono passati?” “Poco. Non li ho visti bene, ma non mi sembravano persone di queste parti” “Cioè?” “Garinius, penso che non fossero di questo mondo! I vestiti che indossavano erano assai strani. Troppo strani!” “Altri uomini che hanno passato il portale?” “Penso proprio di sì” “Perché non li hai fermati Phorien?” “Temevo che fossero spie di Carraten” “Non li potevi fermare dall’altra parte?” “Come facevo? Ci sono decine di entrate. Poi c’è un altro problema…” Bisbigliò timidamente. “Quale?” “Non riesco più a passare il portale” “Eh?” “Non so cosa mi sia successo! Probabilmente l’incantesimo è svanito o chissà cosa. Non riesco più a passare!” “Da quant’è che non vai di la?” “L’ultima volta è stato quando ho incontrato quei due che ti ho mandato. Il dottore e l’amico, ricordi?” “Temo che tu sia troppo vecchio per poter mantenere quell’incantesimo. Mi dispiace ma penso che non ci sia più nulla da fare….” “E adesso? Cosa farò adesso?” Piagnucolò Phorien. “Tornerai dalla tua famiglia e ti occuperai della tua compagna che tanto ti ha aspettato. Ho saputo che tuo figlio ha quasi completato gli studi per diventare guaritore…” Cercò di rincuorarlo Garinius che subito dopo tornò al tarlo che lo preoccupava “Comunque dobbiamo catturare quegli uomini. Potrebbero essere innocui come nemici. Sguinzaglia i tuoi segugi. Entro sera li voglio qui!” “Non sarà facile Garinius. Ieri è piovuto, le tracce saranno più difficili da seguire” “Provaci!” “D’accordo. A presto Garinius!” “A presto!” Capitolo 19 L’imbarcazione che arrivò sul molo a metà pomeriggio era una piccola nave a vela doppia, comandata da un marinaio di nome Giuk. Il gruppo di uomini comandati da Datan aveva marciato ininterrottamente tutta la notte; Arkat era sembrato stanco ma di buon umore, Mumik invece non aveva mollato un attimo di correre e giocare con i giovani allievi di Lapos. La nave prese il largo sfruttando avidamente delle brezze che soffiavano da occidente. Claudio e Alberto giunsero all’imbarco completamente esausti, e già prima che la nave si fosse mossa si erano abbandonati esanimi lungo la paratia della stiva. Dormirono parecchie ore di sonno placido, svegliandosi amabilmente solo a sera già alta. Si presentarono a Datan per chiedere informazioni. “Arriveremo a Geren domattina!” Disse il capitano con un filo di cortesia. “Bene! Però non ho capito bene che cosa ci andiamo a fare a Geren?” Chiese Alberto. “La guerra si è spostata lì. Abbiamo saputo che la nostra colonia è stata travolta delle schiere di Carraten ed ora il prossimo obiettivo è quello di occupare le isole. Immaginiamo che non sarà un attacco militare, ma un incursione di pochi comandati da Kukoz. Dobbiamo fermarli!” “Chi è Kukoz?” “Il capo dei maghi della colonia delle Pianure. Un folle, un uomo senza cuore, un crudele. Sarà lui che comanderà i suoi seguaci alla conquista di Geren” “Quanti sono?” “Una trentina circa, ma contano come un esercito!” “E come potremo fermarli?” “Grazie a Lapos e ai suoi allievi. E poi c’è Mumik…” Gli occhi di Alberto si girarono verso il ponte della nave dove i giovani dalla tunica bianca stavano colloquiando tra di loro. In mezzo al gruppo saltabeccava Mumik provocando l’ilarità anche smodata di alcuni di loro. A vederli così non alimentavano il benché minimo stimolo di fiducia; troppo giovani, troppo puri per poter combattere una guerra tanto cruenta. Ma le garanzie di Datan erano totali. Se ne fecero una ragione e sperarono. La navigazione continuò placida tutta la notte, pochi riuscirono a prendere sonno, molti aspettarono con trepidazione l’arrivo dell’alba; Claudio e Alberto, dopo la lunga pennichella pomeridiana, si accucciarono rimanendo svegli. Al comparir dell’aurora le terre inanimate si presentarono in tutta la loro tristezza, poco dopo la nave s’incuneò tra bocche che costeggiavano i faraglioni e gli scogli aguzzi. Come previsto a prima mattina scorsero in lontananza il verdeggiare di Geren. Non attraccarono al porticciolo del villaggio, troppo rischioso, ma circumnavigarono a Est la piccola isola e gettarono l’ancora alle soglie di una spiaggia di bianca sabbia. Due lance si staccarono dalla nave madre traghettando gli uomini a terra. Da lì iniziò la marcia verso il villaggio di Geren. Datan era convinto, non a torto, che la loro azione avrebbe dovuto essere mimetica e anonima. La verità era che nessuno sapeva come stessero realmente le cose nell’isola. Le poche voci che erano giunte fino sulla terra ferma davano ancora Geren libera e armata nella resistenza, ma le cose sarebbero potute cambiare da un momento all’altro. Oltretutto le notizie che confermavano imminente l’attacco di Kukoz non aveva tranquillizzato il capitano: il nemico poteva averli anticipati! Marciarono lungo le foreste che s’inoltravano nel cuore selvatico dell’isola, percorsero le poche miglia in un cospicuo numero di ore, quindi cominciarono la risalita lungo il crinale che campeggiava sul villaggio. La città, a metà pomeriggio, sembrava placida e sonnolenta come sempre. Datan continuò a non fidarsi e chiese una pattuglia di volontari in avanscoperta: Claudio e Alberto. Con Mumik. I due non opposero obiezioni, ma quel bambino continuava a non andargli a genio. Lo dissero, ma Datan non volle sentire ragioni: Il bambino doveva andare con loro! Partirono discendendo il tortuoso sentiero che calava dalla collina: Mumik in testa, gli altri dietro. Alberto si accorse in quel momento che non amava per nulla i bambini, li considerava stupidi e sporchi, viziati. Aveva sempre ignorato quel sentimento, ma quella volta non era stato possibile. “Bambino mi spieghi perché ci giri sempre in mezzo ai piedi?” “Perché siete miei amici” “Non siamo tuoi amici, lo vuoi capire o no?” “Siete amici di Datan, quindi siete miei amici” Quel ragionamento genuino e sincero spiazzò Alberto che non tentò neppure una risposta. Si limitò a bofonchiare fonemi e a scuotere la testa. Raggiunsero il villaggio mezz’ora dopo e s’inoltrarono nel budello del centro con circospezione da commando terrorista. Il paese era vuoto, sospettosamente vuoto. Anche le botteghe non davano segno di vita, così come le case che sembravano inanimate. Mumik aveva cambiato l’atteggiamento spensierato e infantile e ora comandava le operazioni di perlustrazione. Il suo fare da bambino aveva lasciato spazio al piglio del condottiero, gli ordini erano perentori, la situazione sempre in pugno. Claudio e Alberto obbedirono come al cospetto del più valoroso generale. Si spostarono al limite Ovest del villaggio, si nascosero tra i viottoli, osservarono, ascoltarono. Al limite estremo della spiaggia del porto videro del movimento, si acquattarono e aspettarono. Qualcuno stava facendo lo stesso dall’altra parte della spiaggia. Mumik sussurrò qualcosa ai due e si allontanò strisciando verso la postazione nemica. Lo videro scomparire poco più avanti, pancia a terra, in un ampio canneto che univa le due parti della spiaggia. Passarono alcuni minuti nel silenzio rotto solo dal placido via vai delle onde sul bagnasciuga, poi una voce balzò fuori dalle dune di sabbia. Era Mumik che tranquillizzava i compagni e diceva di avvicinarsi che non avrebbero corso nessun pericolo. I due uscirono dal covo e seguirono il tragitto delle voci trovandosi di lì a poco nelle posizioni del gruppo nemico. S’accorsero subito che non di nemici si trattava, ma del gruppo di Ermes che come loro si era dato alla macchia. “Che ci fate qui?” Chiese il comandante partigiano ai due. “Siamo tornati. Geren sta per essere attaccata dagli uomini della pianura” “E’ già stati attaccata! Sono sbarcati ieri a Sud di Geren, hanno preso subito la città senza che le difese si potessero organizzare. Poi hanno portato tutti via. Noi eravamo nelle vigne in collina e mentre rientravamo abbiamo visto lunghe file di gente che abbandonava la città. Siamo riusciti a nasconderci e ora viviamo alla macchia” “Quanti erano?” Chiese Mumik. “Non li abbiamo visti, ma non sembravano tantissimi” “Dov’è Francesca?” Chiese Alberto dopo aver inutilmente cercato tra il gruppo dei fuggiaschi. “E’ stata catturata” Rispose il comandante abbassando tristemente lo sguardo “Ieri non è venuta su in collina con noi….” “A questo punto sarete utili alla nostra missione tanto quanto noi alla vostra. Perché non vi unite a noi?” Propose il bambino con voce dura. Ermes, dopo un breve consulto con gli altri, annuì. Il gruppo si mise in marcia sulla strada del ritorno costeggiando la costa frastagliata e rocciosa. Il mare si era agitato improvvisamente e lo scroscio delle onde sugli scogli rimbombava con suoni gutturali e rochi. Poco dopo imboccarono il sentiero che si arrampicava sulla collina. Datan imprecò in uno sfogo d’ira funesta per alcuni minuti. Era stato battuto sul tempo da Kukoz e questo faceva fallire buona parte del suo piano. Ermes guardò il capitano dimenarsi in quel modo e ne rimase incuriosito. Non sapeva chi fosse quel comandante, lo vide in tutta la sua immensa mole statuaria che sosteneva quel viso crudo testimone di rabbia e furore. E vederlo dimenarsi in quel modo buffo e disarmonico faceva sprigionare un moto di spavento misto a comicità. Il Capitano Datan, una volta ritrovata una certa calma, chiese chi fossero quel gruppo di uomini che i tre si erano portato dappresso. Storse un pelo la bocca quando gli spiegarono che anche questi, come Claudio e Alberto, erano uomini dell’altro mondo. “Va a finire che la salvezza del nostro mondo passerà per quelli che sono arrivati dall’altra parte…” Gli scappò in tono confidenziale con Arkat. Ma non fu così scontento dell’arrivo di quel nuovo gruppo di combattenti. Adesso era necessario capire dove i prigionieri erano stati portati e a quanto ammontava il numero dei nemici. Ermes aveva detto che le colonne dei prigionieri si erano mosse verso est per cui da quella parte in qualche luogo i prigionieri erano stati portati. Partirono lungo i colli in quella direzione. A sera avvistarono il borgo di Coppiaz, piccolo villaggio dell’entroterra a qualche decina di miglia da Geren. Il movimento lì sembrava frenetico. Aspettarono la notte quindi fecero discendere una pattuglia per controllare la situazione. Le spie arrivarono un’oretta buona dopo riferendo che molti prigionieri erano stati portati nel villaggio a difesa del quale erano asserragliati alcuni allievi di Kukoz. L’altra gruppo degli invasori era tornato verso Geren. Datan si consultò con Arkat e Lapos sul da farsi. Il capitano era per un attacco immediato al campo di prigionia, gli altri due per l’attesa. “Dobbiamo attaccare subito, adesso che il porto di Geren è caduto in mano nemica potranno fare attraccare tutte le navi che vorranno” Propose il capitano. “Dobbiamo unirci con le forze di Lobadius che non sono state sconfitte. Dovrebbero trovarsi a qualche miglio di qui…” Risposero gli altri due. Datan sapeva, o meglio immaginava, che Geren non avesse un esercito. Tempo addietro erano corse voci che Lobadius stesse reclutando gente per formare battaglioni regolari, ma molti dubitavano della notizia. In primo luogo le isole erano state da sempre neutrali e poco popolose, e poi c’era da considerare l’assenza totale di armamenti e di comandanti adeguati. “Secondo me non esiste nessun esercito delle isole e, se non attacchiamo adesso, potremmo non farlo più! Ascoltate il mio consiglio: attacchiamo ora!” Disse Datan. Arkat e Lapos accettarono malvolentieri l’idea del capitano. Temevano per l’incolumità dei loro allievi: se il piano fosse fallito non ci sarebbe stata una seconda opportunità. Decisero tuttavia di provare. Il piano di Datan era semplice: Tutti gli uomini di Lapos avrebbero attaccato il campo nemico che era difeso da un numero decisamente minore di uomini. Una volta liberati i prigionieri sarebbero stati portati al sicuro sulle montagne al centro dell’isola. Questa era la strategia degli attaccanti. Gli uomini di Ermes non avrebbero preso parte al combattimento, e sarebbero entrati in azione solo a cose fatte per portare soccorso ai prigionieri. Mumik chiamò a riunione gli allievi che ora vestivano le argentee tuniche della lotta e parlò loro in una lingua arcana e sconosciuta. Poi lanciò un sibilo agghiacciante e partì verso il villaggio. Gli altri giovani lo seguirono. Claudio e Alberto assistettero increduli e meravigliati a quel rituale; sopra le teste degli allievi ondeggiavano forme eteree e luminose simili a spiritelli impazziti. La brezza aumentò improvvisamente e vaghe gocce di umidità discesero dal cielo, poi luminosi piccoli fulmini seguirono il discendere degli attaccanti verso il villaggio. Dopo qualche secondo tutto ritornò a tacere. “Voi non potete nemmeno immaginare la forza di quei giovani” Disse Arkat all’improvviso. “Perché erano imprigionati?” Chiese Claudio. “Fu Kukoz a volere così. Li fece rinchiudere nella torre Kurkut e lanciò una maledizione che negava ogni potere ai prigionieri” “Quindi Kukoz dispone di forza uguale se non superiore a loro?” “E’ possibile. Sono due scuole di magia diverse. Kukoz è il maestro della magia rossa, la magia della terra e del fuoco, Lapos quella dell’acqua e del ghiaccio. La magia Blu” “Perché Lapos non partecipa alla battaglia?” “Perché è ormai vecchio e i suoi poteri logori. Non sopravvivrebbe….” “Quindi neanche Kukoz parteciperà alla battaglia?” “Kukoz ha ancora poteri fenomenali. Per quanto la sua età sia vicina a quella di Lapos, mantiene forza magica spaventosa” “E come fa?” Chiese di getto Claudio. “Si dice che pratichi la magia oscura. La magia dei morti!” “Ah! Quindi qui esiste la negromanzia” “No. Non era mai esistita prima, è stata importata dal vostro mondo” Un boato improvviso interruppe la discussione; l’orizzonte fu rotto da bagliori e sibili che si alzavano dal fondo valle. Alte scintille si propagavano verso il cielo; botti, stridii, fiamme si frammischiavano al buio della notte. Datan si precipitò giù dal sentiero che discendeva il colle. Anche Lapos lo seguì. La battaglia era iniziata. Lo spettacolo che videro era di quelli speciali. Dalla punta più alta del monte che sovrastava il villaggio, Datan Arkat e Lapos con tutti gli altri rimasero immobili aspettando trepidanti l’esito del conflitto. Una marea di luci si libravano in cielo, boati cupi e palle lucenti tracciavano il campo di battaglia. Il mare di luce che giungeva dal perimetro del campo era molto più potente di quello che gli assediati potessero contrapporre. Lapos tirò un sospiro di sollievo e comunicò che la battaglia volgeva al meglio. Volse al meglio sì, ma durò ancora parecchio tempo. I ragazzi di Kukoz si battevano bene parecchio, i loro strali, di colore rosso, arancio o paglierino, contrastavano i bianchi e argentei incantesimi degli allievi di Lapos. Ma alla fine avevano dovuto cedere dopo che il villaggio era stato sovrastato da un cupola di luce bianchissima e abbagliante. Per alcuni secondi tutto sembrò perder consistenza sotto quell’incantesimo; nella valle il silenzio calò innaturale, la temperatura di irrigidì improvvisamente. Qualche minuto dopo fu Mumik a riferire che il campo era stato liberato. Datan diede ordine di scendere e occuparsi dei prigionieri. Ermes e i suoi erano preposti a radunare i malcapitati, Claudio e Alberto alle cure dei bisognosi. Giunsero al campo di battaglia che ancora i segni del conflitto non si erano spenti. I prigionieri, raggruppati a centinaia all’interno di alte staccionate sorvegliate agli angoli da alte altane di guardia, capirono solo in un secondo tempo la natura di quei nuovi occupanti. Ermes con i suoi uomini non perse tempo e, radunati i malcapitati, si preparò per la marcia verso le alture. Francesca, la giovane ragazza del gruppo dei partigiani, corse incontro agli amici piangendo la propria felicità. Ad Alberto si illuminarono gli occhi, ora anche lui era accorso al capannello ricevendo come ricompensa un dolce bacio sulla guancia da parte della ragazza. Claudio poco più in la si era dovuto prodigare nella cura dei feriti e di un paio di allievi che portavano i segni della battaglia. I nemici erano tutti periti sotto il fuoco ferale dei ragazzi di Lapos tranne uno che giaceva grave in un angolo della staccionata. Decisero di portarselo dietro dopo che Claudio e Datan ebbero un diverbio perché il capitano avrebbe voluto lasciarlo al proprio destino. Di lì a poco l’enorme diaspora partì in fila longobarda verso l’interno. A mattina appena sveglia il cammino incrociò la verdeggiante valle dello NaJj in cui i rifugiati avrebbero avuto un po’ di pace. A consigliare quell’amena località era stato uno dei saggi di Geren che era stato fatto prigioniero. Nel primo pomeriggio le struttura per il campo erano già state definita, il problema ora era un altro e ben più grave del primo: il cibo. Erano parecchie centinaia i transfughi da sfamare, trovare cibo per tutti era un’impresa titanica. Lo stato maggiore si radunò e decise il da farsi. Idee ne vennero fuori parecchie, ma furono scartate come inattuabili. Qualcuno propose di mandare un pattuglia fino al villaggio di Martz che sorgeva oltre le montagne a Nord, ma fu bocciata perché il piccolo borgo non avrebbe potuto garantire cibo sufficiente per tutta quella gente. E poi c’era da considerare il trasporto di quell’ingente mole di derrate che difficilmente sarebbe potuto essere trasportato per quelle inaccessibili vie. Datan non proferì verbo e si limitò ad ascoltare le proposte degli altri scuotendo il capo di tanto in tanto. Dopo molte idee assurde e parecchio tempo perso le cose stavano esattamente al punto di partenza. Alberto delineò la situazione. “I casi sono due: o si trova del cibo in questa valle, o si abbandono questo luogo e si va da qualche altra parte. Non possiamo pensare di trasportare carovane di vettovaglie fin quassù!” Era un esame lapalissiano ma realistico. Convennero tutti. Il problema adesso però era un altro: Rimanere o andarsene? E di nuovo la ragione lasciò il passo alle idee assurde. Qualcuno propose di attingere al fiume bianco che percorreva quelle valli, ma gli fecero notare che in quel periodo caldo il fiume era poco più che un rigagnolo e per trovare i pesci si sarebbe dovuto raggiungere il lago in punta al monte. Si optò per abbandonare quei luoghi e scendere sulla costa meridionale. Sembrò un’idea valida, ma a complicare tutto arrivarono gli uomini di retroguardia che riferirono l’arrivo di navi nemiche al porto di Geren. Maledizione, pensarono, adesso la parte nord dell’isola è pressoché inagibile, non rimane che tentare a meridione. Ma il problema era lo stesso, se lo sbarco fosse stato massiccio prima o poi i nemici sarebbero arrivati anche lì, e loro non avrebbero potuto offrire resistenza con tutta quella gente inerme al seguito. Diedero il contrordine: si rimane! Ma il cibo continuava a mancare. Il colpo di genio venne ancora inaspettatamente da Alberto. Egli pensò che l’unico modo per scampare al nemico era il mare. S’informò se a Martz esisteva un numero sufficiente d’imbarcazioni per ospitare tutta quella gente e, sentendo la risposta affermativa, dettò il suo piano al comando. “L’unica nostra salvezza è fuggire in un’altra isola. Ho saputo che a Martz esiste un porto con navi e pescherecci che possono ospitare tutta la gente. Stanotte scenderemo verso il villaggio e prenderemo il largo” “Il problema del cibo continuerebbe a esserci….” Obiettò qualcuno. “E’ vero, ma sarebbe una preoccupazione da poco. Esistono centinaia di isole qui intorno molte delle quali ben riparate e inaccessibili al nemico, entro domattina potremmo sbarcare su qualcuna di queste” Datan e soci s’interrogarono con gli occhi. Quindi diedero disposizione a tutti di tenersi pronti a muovere verso la costa. Una pattuglia in avanscoperta fu mandata avanti a controllare che tutto filasse liscio nel villaggio di Martz. Poi, a prima sera, le colonne cominciarono la marcia di discesa verso il mare. Il cielo terso e la luna piena rendevano gradevole il cammino, la leggera brezza calda assisteva il ruvido passo dei disperati. Gli allievi di Lapos e gli uomini di Ermes aprivano la lunga fila, Datan, Lapos e Arkat la chiudevano. Claudio rimase per buona parte del cammino di fianco al giovane allievo di Kukoz che stentava ancora a riprendersi. La ferita all’addome gli aveva provocato un piaga lunga e profonda, bruciature lungo tutto il corpo e probabilmente un paio di fratture a qualche osso secondario. Si teneva in posizione eretta con molta fatica, era anche stramazzato al suolo un paio di volte durante la faticosa marcia. Claudio provava una simpatia ancestrale per quel ragazzo, non si erano detti nulla, non era che un prigioniero di guerra come aveva detto il capitano, ma gli occhi e il patimento silenzioso di quel giovane allargavano il cuore del suo soccorritore. Proprio Datan lo intercettò mentre lo aiutava per l’ennesima volta a rialzarsi dopo uno svenimento repentino. “Qui c’è della nostra gente che sta male. Non perdere tempo con quello lì. Su andiamo!” Gli aveva intimato con il suo tono come sempre autoritario. “Andrò soltanto quando avrò finito con lui!” Rispose secco Claudio. Datan lo guardò cupo. Il tono di voce usato da quel dottore l’aveva irritato, ma allo stesso tempo la sua audacia lo aveva sorpreso. Decise di soprassedere e se ne andò grugnendo. Claudio continuò a curare il giovane allievo e poco dopo il cammino dei due riprese regolarmente. Le avanguardie, nel frattempo, avevano riferito che nel villaggio tutto sembrava tranquillo. La lunga fila continuò la sua discesa, mentre nere nuvole si affacciavano a settentrione. I più vecchi si fermarono scrutando l’orizzonte nero e minaccioso. Qualcuno scosse la testa, altri arricciarono il naso. E il mare continuava a cantare la sua immutabile canzone. ---------------------------------------------------------- I primi giorni nel campo di Nabersat erano passati abbastanza sereni. Il clima aveva concesso clemenza proprio mentre l’estate stava lasciando il passo al lento incedere dell’autunno. La poca popolazione attiva del villaggio si era prodigata a far sì che tutto procedesse nel modo migliore possibile. Garinius era stanco. Il giorno successivo all’arrivo, poco dopo l’incontro con Phorien, si era disteso sul pagliericcio ad aspettare il rigenerarsi delle forze. Era oltremodo preoccupato, i tre avvistati dal vecchio pastore non gli facevano presagire nulla di buono. E poi c’era da considerare l’arrivo della brutta stagione che tra poco avrebbe bussato gelida alle porte. L’esercito delle pianure aveva ormai conquistato la colonia delle montagne, e solo capitale resisteva disperata all’assedio delle truppe di Carraten. Ma non avrebbe retto ancora per molto… Nel tardo pomeriggio di quello stesso giorno si ripresentò il vecchio Phorien. Era solo con i suoi cani da guardia. Riferì che non era riuscito a ritrovare le tracce e i tre forestieri sembravano scomparsi. Poi prese mestamente congedo da Garinius dicendo che avrebbe continuato la ricerca, ma che non si aspettassero molto da un vecchio inutile come lui, e se ne andò sconsolato come era venuto. Le cose si aggravarono alla sera allorquando, nella piccola piana antistante il villaggio, giunse un nutrito gruppo di uomini. Erano soldati che, fuoriusciti dalla capitale Ghuntaram, avevano riparato al sicuro fin lassù. Le notizie che portavano dal campo di battaglia erano disastrose. La città era prossima alla capitolazione, l’esercito di Carraten aveva ormai occupato tutte le terre della colonia. “Che ne sarà ora?” Chiese più sconsolato che mai Garinius. “Il disastro!” Rispose l’ufficiale di quegli sbandati. “Maledetti! Porci Bastardi!” “Le notizie che abbiamo da Tynok e Artheram dicono che tutto è stato bruciato, molti sono stati portati prigionieri a Kurkt, qualcuno è stato barbaramente trucidato” “Che farete adesso?” Chiese Garinius. “Per il momento staremo qui. Non abbiamo più nulla da fare giù a valle, ormai tutto è perduto” “Va bene. Abbiamo bisogno di uomini attivi” “Dimenticavo, abbiamo catturato tre spie di Carraten sulla strada che sale a Nabersat” “Bene, portatele qui” Due uomini e una donna furono condotti al cospetto del saggio attorniate da un nugolo di soldati. Garinius li guardò perplesso, non avevano l’aria di essere dei temerari, tanto meno spie. Ma meglio era non fidarsi… “Chi siete?” Chiese aggressivo. “Siamo degli escursionisti che si sono persi tra le montagne. Non c’entriamo niente con questa storia…” Rispose l’uomo dall’apparenza il più anziano dei tre. “Escursionisti? Cosa vuol dire escursionisti?” “Siamo partiti da Demonte quattro giorni fa, ma una volta raggiunto un borgo disabitato ci siamo persi…” “Demonte? Avete detto Demonte?” “Sì…” Rispose timoroso l’uomo. “Bene, sappiate che vi siete cacciati in un guaio colossale” Disse un po’ più cortese il vecchio saggio. “Perché?” Chiese la ragazza. “Ve lo spiegherò. Venite con me…” Disse benevolo Garinius. Poi si rivolse all’ufficiale dei soldati “Avete sbagliato. Non sono spie, sono più disperati di noi…” Capitolo 20 Il villaggio non distava più di tre miglia a Sud e le avanguardie avevano allertato i pochi pescatori ancora presenti a Martz: le barche dovevano essere pronte entro un’ora. Intanto Datan e gli altri continuavano la marcia di avvicinamento all’approdo del piccolo molo del borgo. La lunga fila di esuli aveva dovuto predisporre tappe forzate lungo il cammino; i vecchi, le donne, i feriti, non potevano mantenere i ritmi serrati che la fuga avrebbe richiesto. Ma alla fine, poco prima che l’aurora nascesse, tutti erano giunti a destinazione. Gli abitanti di Mertz avevano approntato ogni cosa in un baleno; molte barche erano state precettate, quasi tutte di buona ascia, ma anche vecchie paranze, bragozzi, battane, zattere. Tutto insomma, tutto ciò che poteva tornare utile per trasportare gente. Datan non perse tempo, divise la lunga fila lungo il molo e diede ordine a Ermes con i suoi uomini di organizzare l’imbarco. Fu una procedure lunga e non priva di difficoltà, una vecchia battana non resse il peso e lentamente s’inabissò. Per poco non ci scappò la tragedia, ma quando il sole cominciò a scaldare la terra tutto fu pronto per la partenza. Il vento di ostro soffiava caldo e nervoso, le vele lentamente si erano tese: il viaggio cominciava. Per molti quella fuga rappresentava l’anticamera della disperazione; un popolo mite, vitale, amichevole, che adesso era costretto ad abbandonare tutto. Qualcuno pianse. Alberto e Claudio viaggiavano sull’imbarcazione più grossa della flotta. Con loro c’erano Datan, Arkat e Lapos, più un piccolo gruppo di marinai autoctoni che conoscevano a memoria quelle acque. Era la nave di testa, quella del comando. Datan aveva dovuto discutere parecchio con Lapos se era lecito abbandonare l’isola in mano alle truppe dell’invasore oppure rimanere ed opporre resistenza. Ma il capitano, che di guerra non ne aveva mai abbastanza, aveva questa volta dovuto chinare il capo al vecchio Lapos che saggiamente aveva insisto per la partenza. La rotta era stata decisa: l’isola di Natila. La scelta era ricaduta su quella terra che sorgeva al margine meridionale dell’arcipelago e che era ritenuta dai vecchi pescatori la più sicura e florida. Oltretutto una piccola colonia di uomini del mare l’aveva popolata anni addietro, per cui non si sarebbe trattato di ricominciare tutto da zero. L’arrivo era previsto per le prime ore della notte, al più tardi per i primi vagiti del mattino. La lunga colonna procedette placida per tutto il mattino; uno sciame d’imbarcazioni costellavano il mare come pleiadi nel cielo. Una marcia lenta e sicura, abbarbicata al mite sibilare del vento meridionale. Ma quando fu doppiato lo stretto capo di Fustiok, la situazione mutò. E mutò in peggio! Oltre le barriere delle isole pietrose e aguzze il vento era cambiato e l’ostro aveva lasciato spazio al libeccio, ventaccio a raffiche provenienti da Sud-Ovest. Le imbarcazioni furono raggiunte all’improvviso da quell’impeto e dovettero mettercela tutti i marinari a domare le vele impazzite. Lo sballottamento durò diversi minuti, le urla dei marinari indaffarati alle cime e ai verricelli si univano ai conati sordi delle onde, e i cavalloni, alti parecchi metri, finivano la loro corsa contro le malferme paratie delle imbarcazioni intonando rumori sordi e terrificanti. Poi di colpo tutto tornò calmo e fu allora che qualcuno s’accorse della tragedia. Le barche più piccole e malconce erano state trascinate sotto costa, qualcuno, capendo il pericolo, avevano abbandonato la barca cercando rifugio tra i flutti del mare, altri, i più anziani che non se l’erano sentita di gettarsi in acqua, avevano trovato una tragica fine. Alcuni corpi poco dopo vennero ripescati a bordo e ricomposti. Alla fine dell’appello si stabilì che tra dispersi e morti il conto ammontava a quattordici unità. Li piansero. Poi ripresero il vento buono e navigarono verso la terra promessa. Tutto filò liscio fino a sera quando scorsero a distanza i bordi scoscesi di Mertz. La luna limpida rifletté i contorni della nuova isola: alta, appuntita, spoglia. Questa era la loro nuova casa. “Aspetteremo il mattino per attraccare” disse un vecchio marinaio sulla barca principale, poi gettò l’ancora e aspettò. Le prime luci del mattino resero reale ciò che la notte aveva dato per parvenza. Gli scogli bianchi, da basso, sostenevano un alto promontorio all’interno. Quella terra, che alta e austera ostentava a sud, si lasciava cadere in una lingua piatta all’estremo nord. Le navi attraccarono proprio lì, laddove il mare teneva a freno le proprie onde. Poco per volta si andava formando la lunga colonna a terra che prese il cammino a metà mattino, destinazione il promontorio qualche miglio più in La. Degli autoctoni non si era ancora avuta traccia: “Saranno su al riparo” disse sicuro qualcuno poco convincendo gli altri. In effetti chi era rimasto scettico aveva avuto ragione. Il villaggio, posto proprio sul piano più alto del piatto promontorio, era completamente disabitato e, cosa peggiore, quasi completamente distrutto. La desolazione di quella terra solitaria consigliò al grosso dell’esausto battaglione si accampò prudentemente nell’area dell’abitato mentre pattuglie di arditi esploravano il circondario. Una di queste, che comprendeva Claudio e Alberto con l’inseparabile Mumik, s’imbatté a primo pomeriggio in uno sparuto gruppo di donne e bambini. Ci volle tutto il loro fiato per rincorrerli tra le rocce appuntite e infide, e altrettanto spirito diplomatico per convincerli che loro erano amici. Ci riuscirono a stento e poco dopo furono condotti all’interno di una grotta ricavata dall’incedere del tempo nel ventre di una roccia nera che si buttava nel mare. Lì si erano rifugiati i pochi abitanti dell’isola. Il vecchio saggio degli autoctoni spiegò, sospirando, che il villaggio era stato abbandonato qualche giorno prima per l’avanzare di uomini armati sbarcati durante la notte precedente. Da allora le viscere di quella montagna era diventata la loro unica salvezza. Claudio avanzò ancora un po’ cercando di scrutare oltre la flebile luce della torcia riuscendo ad intravedere un gran numero di persone stipate alla meglio in quei cunicoli umidi e freddi. Li invitarono ad uscire e a ricongiungersi con il grosso degli esuli, e quelli non se lo fecero ripetere due volte. Prima della sera tutte quelle anime disperate erano radunate nella piana del villaggio mentre da Nord il vento freddo presagiva l’inequivocabile cambio di stagione. ---------------------------- Leopoldo il Papa guardò il prigioniero in ginocchioni sul pavimento e sorrise compiaciuto. “Bene, vedo che non sei morto” Disse sghignazzando. Il prigioniero alzò lievemente il capo e incrociò lo sguardo del suo carnefice. Poi scosse la testa e cominciò a sorridere. Quel gesto non piacque a Leopoldo che infatti gli assestò una pedata proditoria al costato. Il malcapitato accusò il colpo con un leggero singulto, ma alleggerì solo di un pelo lo sguardo. “Dimmi dov’è la pergamena!” Gli intimò Leopoldo. “Quando tu mi dirai dove hai messo l’oro” Leopoldo non aspettò oltre e gli rifilò una seconda pedata. “Voglio la pergamena!” Disse ancora. “No!” “Maledetto dimmi dov’è la pergamena?” “Vai al diavolo!” “D’accordo, lo hai voluto tu! Portatelo via” Ordinò alle guardie. Quella notte fu per il prigioniero la più lunga di tutta la sua vita. La piccola cella era di quanto più malsano la natura avesse potuto creare; ogni specie di insetti e scarafaggi la popolavano e l’umidità rendeva l’aria spessa e maleodorante. Ma Ildebrando attese il suo destino con orgoglio e coraggio misto ad incoscienza. Il mattino successivo di buon ora qualcuno armeggiò alla porta della sua cella. Il prigioniero si svegliò di soprassalto e si trovò davanti quattro uomini dall’espressione tutt’altro che amichevole. Non fece in tempo a ripararsi, una gragnola di colpi lo investì in tutto il corpo e durò per diversi secondi. Finita la prima ondata uno dei quattro gli intimò di rivelare dove avesse nascosto l’oro. Ildedrando lo guardò con un ghignò sprezzante e sputò per terra. Immediatamente partì la seconda ondata, molto pesante, più della prima. Lo stesso carnefice fece la stessa domanda alla vittima che sanguinante ripropose la stessa risposta. La terza ondata fu quasi una liberazione per Ildebrando, dopo le prime percosse svenne e mitigò così il dolore di quelle sevizie. Quando qualche ora dopo si riprese, constatò l’ammontare ingente dei danni al suo povero corpo. Cercò di rialzarsi, le gambe non rispondevano granché al suo volere e anche il costato era in condizioni approssimative. Perdeva sangue dal volto, la vista era obnubilata dal gonfiore degli occhi e il braccio doveva essere lussato per quanto gli faceva male. “Tutto sommato poteva andare peggio” disse tra sé e sé alla fine. Tutto rimase tranquillo fino a sera, quando si rifece vivo Leopoldo accompagnato dalle sue inseparabili guardie del corpo. Si avvicinò all’ ex amico con fare sicuro, dispotico. Ma non infierì, anzi fece portare del cibo e dell’acqua pulita. Poi si sedette al suo fianco e aspettò che quello finisse il poco cibo che aveva ricevuto in grazia. “Allora cosa hai deciso?” Chiese con voce rude. “Facciamo un patto. Io ti dico dov’è la pergamena e tu mi dai parte del bottino. Poi una volta dall’altra parte ognuno per la propria strada” Balbettò il prigioniero che con il labbro pesto non riusciva ad articolare bene le parole. “Sta bene! Dov’è la pergamena?” “Ehehehehe. Non sono così stolto. Tu lasciami andare, lo scambio lo faremo in modo equo e in territorio neutrale. Queste sono le mie condizioni” Leopoldo aspettò a rispondere; girò la sguardo nel buio della cella in cerca d’ispirazione, poi si convinse e diede cenno alle guardie di liberarlo. Le trattative vennero riprese nella sala grande del palazzo e furono brevi. Il patto era semplice: Entro la prossima luna il punto di ritrovo sarebbe stato l’entrata del portale. Lì sarebbe avvenuto lo scambio e il ritorno a casa. La mattina successiva Ildebrando fu scortato fino fuori le mura di Kurkut e lì lasciato per la sua strada. Leopoldo intanto all’interno del palazzo camminava nervosamente lungo il corridoio del secondo piano. Il patto con Ildebrando non lo aveva tranquillizzato del tutto, conosceva quell’uomo, e sapeva che avrebbe potuto tradire. Chiese più volte al suo confidente e compagno Guido di Bertz se fidarsi di Ildebrando fosse stata una scelta saggia, e quello gli rispose sempre che era l’unica che aveva. ”Aspetteremo la prossima luna, lì vedremo!” Non faceva che ripetere Leopoldo nel suo cammino nervoso e spasmodico. “Vedrai che andrà tutto bene” Lo tranquillizzava Guido. Ma mano a mano che passava il tempo cominciava a temere pure lui. ----------------------------------------------- “Siamo proprio nei guai…” Disse sconsolato uno dei tre fuoriusciti una volta che Garinius ebbe finito la ricostruzione della storia. “Sì e lo siete voi esattamente come lo sono i vostri amici” “Dove sono adesso?” “Non lo so, ma sicuramente in un posto meno tranquillo di questo. Se ascoltate un consiglio per il momento ve ne state qui al sicuro” “Non possiamo!” “Dovete!” Li riprese draconiano Garinius “Se loro ce l’hanno fatta, cosa che io dubito, sicuramente non ce la farete voi” “E che facciamo allora? Li lasciamo al loro destino?” “Signori miei, se non ve ne siete accorti la fuori c’è la guerra, una guerra che non risparmierà neppure gente pacifica come voi!” “Senta bene signor Garinio o Garinius o come diavolo si chiama, Claudio e Alberto sono miei amici e loro fratelli, e dobbiamo per forza andare. Questa è la nostra decisione! Arrivederci!” “Arrivederci!” Rispose Garinius scocciatamente divertito da tanta baldanza.


Commenti

pubblicato il 11/08/2006 10.59.16
daniele veroni, ha scritto: lo stampo e poi ti dico...

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