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lavoro pubblicato sabato 3 giugno 2006
ultima lettura domenica 21 luglio 2019

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CON OCCHI DIVERSI

di Stefano Turrini. Letto 900 volte. Dallo scaffale Racconti

CON OCCHI DIVERSI di Stefano Turrini Aspettavo, faceva freddo. Mi strinsi allora nel piumino d’oca; poggiando la spalla alla colonna del porti...

CON OCCHI DIVERSI di Stefano Turrini Aspettavo, faceva freddo. Mi strinsi allora nel piumino d’oca; poggiando la spalla alla colonna del portico,spostai il peso del corpo su una gamba sola. Nel respiro che seguì, una nuvola di fumo mi uscì dalla bocca. Ecco, a quell’ora della sera, le stradine del centro erano rivoli di gente; tutti camminavano nella stessa direzione, andavano a perdersi nel grande fiume del corso, giù, qualche centinaio di metri più avanti. Io stavo, come foglia che trema, tenuta ferma dal masso, in un angolo, appena fuori dalla corrente, e aspettavo. Per essere li, avevo dato buca agli amici. - Non è da me - mi dissi. Poi, cambiai subito pensiero. Guardai il mio l’orologio, benché avessi quello della torre proprio di fronte, benché l’avessi appena guardato, benché fosse chiaro che non era passato più di un minuto. Mia madre mi stava sicuramente aspettando; c’erano amici a cena, e avevo promesso di dare una mano, almeno per apparecchiare. Gli amici di mia madre; erano quelli che avevano scelto di stare con lei, di schierarsi dalla sua parte, quelli che, molti anni prima, d’improvviso, inspiegabilmente, mi si erano fatti intorno, ricoprendomi di attenzioni e di un affetto che non avevo mai compreso bene; quelli, ancora, che di mio padre non avevano più parlato, come avesse smesso di esistere. Stavo lì, e aspettavo, anche per capire loro. Allungai la testa, guardai in fondo alla strada; ancora niente, nessuno, tranne la gente. Tardi, si. Ma col motorino che mi avevano regalato non ci sarebbero voluti che dieci minuti, da li, fino a casa. Il vero problema sembrava essere il freddo; ammalarmi, il primo mese, al primo anno di università, mi sarebbe dispiaciuto. - Metterò pagine di giornale fra me e il mio piumino d’oca. - Mio nonno diceva..." l’Unità è meglio di un cappotto di lana " - Vedesse come s’è fatta sottile ! - E cambiai un’altra volta pensiero. Diciamolo: non mi piaceva, non mi piaceva affatto quello che stavo facendo! Poi, come per cercare sollievo, come per darmi conto, seguì, nella mia mente, l’idea quasi liberatoria, che non restava altro da fare, e che purtroppo, non esiste al mondo modo migliore per conoscere una persona, se non quello di spiarla quando torna a casa, la sera. Mi scossi ancora. E ancora mi sporsi in avanti, prestando ora maggiore attenzione, in modo tale da non essere visto. Senza pensiero, mi misi a fissare una macchia nera sull’asfalto che somigliava a un’isola vista dal cielo, che la luce arancio dei lampioni faceva sembrare vera. Strinsi i pugni nei guanti di lana, e per un attimo, uno solo, mi parve di non riconoscere più le mie mani. Le sentii di colpo troppo grandi, massicce, come non mie; allora le sfilai, e subito le riconobbi, ma non bastò ancora per ritrovarmi. Passai quindi le dita calde fra i miei bei capelli di ragazzo; con un gesto pieno di stanchezza, sfiorai appena gli occhi lasciandole scivolare sulla fronte, divaricando pollice e indice all’altezza del naso. Ricongiungendo le dita, mi toccai la bocca carnosa, e con il palmo finalmente aperto sul sottile strato di barba, strinsi forte la mascella, constatando così tutta la virilità dal mio volto. Due ombre vicine, così vicine da diventare una sola, avanzando, inghiottirono di colpo l’isola. I corpi che le proiettavano, movendo decisamente verso di me, mi strapparono dall’incanto. Fu il momento in cui feci un passo indietro, in cui la sera divenne mia alleata, facendomi sparire nel buio del portone. Intuii, chissà come, che l’ombra nella quale m’ero nascosto, mi avrebbe restituito al mondo con occhi diversi, e nel pensiero che seguì, mi dissi, non senza paura, "Sono qui per questo, per avere finalmente occhi diversi". Fu a questo punto, solo ora, che riconobbi con certezza mio padre. Ma prima ancora, o subito dopo, più non ricordo, sentii, fin dentro al cuore, un suono di passi accompagnare quella figura scura. Dentro un brivido (così forte da sembrarmi un rumore), mi resi conto che era formata da due uomini che camminano vicini. Notai da subito, non so dire perché, come le teste si spostassero in perfetta sincronia, come quando si avanza insieme, tenendosi per mano, nel bacio. Ed era proprio così. Poi, tutto divenne come... più veloce; non mi restò altro se non l’eco di quei passi, se non lo schianto di un portone che sbatteva e mi lasciava fuori, se non uscire di corsa dal buio verso una qualche luce. Mi allontanai, sempre correndo, col cuore che scoppiava dentro il petto, coi miei nuovi occhi, ma non so dire... se avessi nuovi anche i pensieri. Fra la gente che riempiva la strada, sentii, per la prima volta, che mia madre e mio padre gli avrei voluti avere vicini, entrambi, proprio in quel momento, più che mai, per stringerli forte; perché ora, avevo veramente paura. Poco più tardi, dentro il casco, verso casa, io piansi con rabbia le mie prime vere lacrime di uomo. Io piansi all’idea di quanto difficile possa essere... portare un segreto che non ti somiglia. E nel pianto, forse, trovai anche il modo di pensare al suo amore, di mio padre, anche se ora, cercate di capirmi, sento di non poterne proprio parlare. Ora so questo. E so che da allora, c’è poco di me nelle mie parole. Appena per dirsi sincero, ma poco, troppo poco per non tradire. Da quella sera, confesso, tengo miei i pensieri, e non do che parole lontane da loro.


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