ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 


Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato mercoledì 17 maggio 2006
ultima lettura sabato 2 novembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Il Chiodo

di Vito Rubino. Letto 1709 volte. Dallo scaffale Pulp

Si trastullava sulla sua vecchia sedia di legno marcio. E guai a chi glie lo toccava quel legno fradicio. Guardava fuori dalla finestra, perso nel g...

Si trastullava sulla sua vecchia sedia di legno marcio. E guai a chi glie lo toccava quel legno fradicio. Guardava fuori dalla finestra, perso nel grigio del muro del palazzo di fronte. Ed era l’unica cosa che potesse vedere dalla sua finestra di vetro rattoppato con del pessimo scotch. Fank, Frank Ciroldi si chiamava, un tale rifiuto umano che se si fosse appoggiato ad un cassonetto l’avrebbero portato via con tutta la mondezza. Una camicia beige, che probabilmente qualche lustro fa era bianca, occhiali da miope che sarebbero andati bene su un cocomero di 10 chili più che sul suo testolino infame. Capelli neri, grassi di gelatina improbabile. Magro come il chiodo che gli avrebbe cambiato la vita. Era una mondezza come quello che si beveva. Scomparse in una notte d’agosto, mentre dei barboni rovistavano nei secchi davanti al suo palazzo. Di lui non si seppe più nulla. La 11th street tra la 3a e la 4a Avenue non era poi così male, anzi, l’East Village di Manhattan ha il suo perché, ma credetemi se vi dico che casa sua faceva schifo pure ai topi. Era come se fosse il residuato di qualche stanzetta dove avevano rinchiuso per anni un bambino che serviva come riserva d’organi per il suo fratello maggiore, ed alla morte del malnato avessero monetizzato facendo una breccia nel muro, aggiunto una porta e chiesto un affitto di 700 dollari insanguinati al mese. Frank, vitadimerda Frank. Chiedendo un po’ in giro, mi resi conto che non ero il solo a chiedersi che fine avesse fatto quella fogna deambulante. Gli indiani e i cinesi con il loro alito perennemente aglioso lo cercavano per i debiti contratti nei loro deli, che se non sapete cosa sono imparate a vivere ed informatevi. Lo conobbi in un pub di inglesi anemici, sempre pronti con le loro facce da pervertiti sessuali a dirti come si gioca il vero calcio. Come se avessero mai vinto qualcosa di serio, i ridicoli. Sì, va bene, il mondiale del ’66, ma non fa testo. Frank, sfinterediratto Frank, era diverso. Frank aveva una sua dignità. Beveva la sua chiara e whisky ruttando in quattro quarti in si bemolle, cosa che un inglese che guida dalla parte sbagliata non potrà mai capire. Mi sedetti accanto a lui, nell’unico sgabello stranamente vuoto del pub, anzi, della birreria. Pub è una parola che mi fa schifo. Il suo odore mi avvolse in una scala a chiocciola che conduceva all’inferno. Un inferno di puttane alcolizzate, di calze rotte strategicamente, di pompini rubati in una discarica, di amore bestiale senza sovrastrutture e ipocrisie. Quattro pinte chiare con quattro shot di jack dentro ti fanno capire subito chi sono i buoni e chi i cattivi. Io ero il buono, e anche Frank, ruttodicane Frank, era un buono. Tutti gli altri i cattivi, ad eccezione di tre luride sullo sfondo, che con i loro tatuaggi sulla pancia scoperta deformati dal grasso erano le belle da salvare. Diventammo subito amici, specie durante l’orgia nella topaia di Frank. In fondo è sempre così che va a finire. La vita è un cane che si annusa il culo da solo. Frank aveva un piano. Io lo so che ce l’aveva. Quell’uomo aveva stile, e chi ha stile ha sempre un piano da parte, pronto a scattare quando tutti quegli stitici di essere umani sono sulle loro tazze a sforzarsi. Le luride si erano portate via l’odore nauseante del loro profumo da bancarella, e finalmente potevo riaprire gli occhi e vedere quel tugurio in tutta la sua magnificenza. Il nulla. Ero riverso su una lurida coperta di un colore che nel mondo degli esseri umani non esiste. Al centro del nulla era seduto Frank, urinadivolpe Frank, che sulla sua sedia di legno tarlato fissava il muro oltre la finestra. Mi alzai da quel sudiciume di liquidi e umori e mi feci dietro di lui. Il suo sguardo era fisso su qualcosa disperso in quel mare di grigio bitume. Qualcosa che luccicava. Spostai lievemente la mia testa rimbombante per evitare i riflessi e lo vidi. Un chiodo. C’era un chiodo piantato in mezzo al niente, a trenta metri d’altezza. Solo muro grigio, nessuna finestra, un chiodo piantato nel mezzo. Ci passava le giornate, Frank, a fissare quel chiodo dorato. Frank, chiodonelculo Frank la sapeva lunga. Lo capii da subito. Uscii dalla stamberga accennando un saluto che si suicidò buttandosi di sotto. In strada mi sembravo me stesso tra trent’anni. Tanto non ci arriverò mai a vedere come sarò tra trent’anni. Il passaporto ed il biglietto dell’aereo mi ballavano la rumba nelle mutande, appiccicate alle mie chiappe umide di vita. Dieci ore e fui via di lì, via dall’inferno, a far finta di essere uno che crede ancora nelle favole, uno che non sa che dietro la barba di babbo natale si nasconde una lingua che ha leccato almeno un centinaio di fiche. No, non ce la faccio più. L’inferno è una discarica di luoghi comuni. Per questo sono tornato qui, a chiedere di Frank, palleditopo Frank. Frank che aveva un piano, lardodigatto Frank che se l’è svignata da questa prigione. Nessuno ne sa niente. Ho rotto i sigilli abbandonati del suo appartamento pericolante e l’ho trovata dove è sempre stata. Ferma, imponente, magnificente, che cadeva a pezzi. La sua sedia di legno, la sua culla, la placenta del suo feto. Mi ci sono seduto sopra e ho fissato davanti a me. Riflessi nel nulla, bagliori nel liquame grigio, il chiodo. Ora me ne sto qui, a fissare un chiodo piantato nel nulla e a pensarci su. In fondo è sempre così che va a finire. La vita è un cane che si annusa il culo da solo.


Commenti

pubblicato il 20/05/2006 20.53.56
Leonardo Colombi, ha scritto: Interessante, davvero! Si legge ben volentieri e ha ritmo. Mi è piaciuto questa sepecie di monologo-descrizione di un personaggio un po' sui generis. Soprattutto hai reso bene lo squallore che sembra permeare ogni anfratto del mondo da te creato e attribuire ad ogni personaggi e ad ogni situazione un chè di sofferente e rassegnato. Non so bene se questo brano faccia parte di una storia o di un ciclo più ampio, ma di certo promette (rebbe...) bene. A rileggerti!
pubblicato il 22/07/2006 4.16.33
anf, ha scritto: Ma sei una star si potrebbe dire! ne hai fatte di cose! avessi la tua disciplina... se non avessi letto il tuo 'concettualmente imponente' racconto forse ti davo per troppo compìto. Fantastico il significato che emerge dal chiodo. io l'ho immaginato quante volte! come ricci chiudersi e rimanere assenti in assenza di risposta,così dolcemente sottrarsi agli altri ed essere solo sè che soavemente nel nulla si sgretola. per compìto intendo tralaltro il pudore nel reprimere voglie: aldilà del fatto che Benjamin Tucker afferma giustamente che il plagio non ha ragione di esistere, nel fenomenale saggio "copia pure", come potrei non essere contento che mi si 'rubi' le parole che di tutti e soprattutto di nessuno in 'attività emergente'?(per un 'narcisista' come me mi pare un doveroso dono, no?). ciao da anf.

Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: