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lavoro pubblicato martedì 16 maggio 2006
ultima lettura giovedì 11 luglio 2019

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Una tre giorni

di NickName. Letto 726 volte. Dallo scaffale Generico

Sono uno che s’adegua, di solito. A volte però soffoco, ed è a quel punto che metto in gioco un trucco personale, una magia di sopravvivenza. Mi pre...

Sono uno che s’adegua, di solito. A volte però soffoco, ed è a quel punto che metto in gioco un trucco personale, una magia di sopravvivenza. Mi prendo “una tre giorni”. «Rede in te ipsum». Ritorna…trascendi te stesso! Una tre giorni diventa una sorta di gara per uscire da sé, una specie di mille miglia del pensiero. Per tutto il tempo non faccio altro che farmi di canne, essenzialmente per riguadagnare proprio quel tempo perduto a produrre cose che qualche sconosciuto, o magari parente stretto, ha consumato sotto quei miei occhi che restano vuoti davanti la scena. Come quella volta in cui la mia compagna mangiò lo yogurt che le mie mani esperte avevano imballato, nell’ultimo atto di una catena industriale tenuta segreta persino al sottoscritto, che tutto sommato ormai è dentro il meccanismo, risucchiato dalla vorticosa immensità di tutto ciò che la parola produttività si porta dietro. Comunque non è una gara di velocità, anzi, piuttosto di lentezza. Lo scopo è non lavorare tre lunghi giorni, non far nulla, star fuori casa e rallentare fino al punto che un singolo fatto occupi l’arco di un’intera giornata, infine, rientrare nelle coordinate umane: interinale, padre di famiglia.Giorno uno. Tre dicembre 2005, Bologna. Autobus, pomeriggio, è pieno zeppo di gente, non c’è un finestrino aperto, così sigillato il sudore che trasuda da noi altri si solidifica pian piano nell’aria, imbevendola di tanfi multipli. Entrano due tizi, all’inizio sembrano i soliti tossici, si reggono a stento alle barre del bus e dondolano come altalene, si sono evidentemente appena fatti. Fin qui, nulla da dire, la folla guarda indispettita quel loro sudore biancastro, gli fa un po’ di spazio attorno, giusto per evitare la moderna paura del furto. Rimangono così nel loro cantuccio, vicini, fottendosene di tutto il resto. Ma non è finita, uno dei due a un certo punto prende l’altro, sembra una scena di via col vento, lo abbraccia in modo morbido, lo avviluppa, lo bacia profondamente, poi gli caccia la lingua in bocca e se lo sfrega addosso. La folla scompare, sembra che attorno abbiano un vuoto enorme. Tutti si sono allontanati da loro in modo disumano. Una vecchia, atterrita, grida allo scandalo, parola piena, storicamente sempre intrisa d’odio sociale. Dice di aver visto l’anticristo. Si, purtroppo tossico più frocio in quella sua testa che crede da santa fa diavoleria. Alcuni fanno finta di distrarsi ma osservano, curiosi come topi a un palmo dal formaggio. Altri, con gli occhi, li cercano, e pieni di sé blaterano parole che non si sentono, quelle fatte d’invidia. I due continuano, quel vuoto sembra gli abbia dato una carica incredibile, la consapevolezza di essere soli è con loro, come nel resto delle loro giornate assieme suppongo. La vecchia si fa amici, e blaterano, poi altri amici, e blaterano, poi altri amici, e blaterano ancora. Tutti in quel bus sono amici, la gente per bene è amica, quei due rappresentano una lacuna pubblica, una screpolatura della coscienza collettiva, qualcosa vicina all’offesa, non dovrebbero occupare lo spazio degli altri. I due continuano, baciandosi si spostano verso l’uscita e con il loro movimento si sposta anche l’aria attorno, la folla sembra attaccarsi a quell’aria e seguirla per evitare il contatto, fanno schifo, evidentemente. Sono atroci, sicuramente.Sono squallidi, visibilmente. Sono un risultato, certamente.Sono innamorati, semplicemente. Giorno due: Cronaca di una raccomandata Bologna, 31 marzo 2005. Entro alle poste centrali alle ore 15.40 circa, devo fare una raccomandata. Dentro è pieno di gente ma l’ambiente è così ampio che al momento non m’accorgo di nulla. I primi sintomi della situazione pesante in cui mi trovo iniziano a rivelarsi quando premo il pulsante argentato che mi regalerà il magico biglietto d’attesa. Sono il numero 297. In alto, luccicante come una stella cometa, il display mi indica a che numero si è arrivati, almeno per il settore che mi riguarda, spedizioni lettere e pacchi. Scopro che mi tocca attendere 77 persone, mi sento abbattuto come un rinoceronte dopo un estenuante safari, inizio a immaginare che quelli che ho attorno sono i miei cacciatori. Passa la prima mezz’ora e faccio caso ai particolari deliranti dell’attesa. A partire dal sottoscritto, inerme dinnanzi la situazione, non posso nulla, devo restare infatti, sulla raccomandata mi serve il timbro di oggi e l’idea di tornare l’indomani è drasticamente esclusa. I miei occhi si dilatano, iniziano a fotografare le prime incongruenze. Gli impiegati nella sala in cui mi trovo occupano solo due postazioni sulle cinque che vi sono, uno addetto alle lettere, un altro ai pacchi e gli altri tre a riscuotere tributi. Intanto continua a entrare gente, anche un piccione. Si posa su una finta colonna sul muro, ansioso inizia a fissare tutto e tutti. Guardo l’orologio, sono le 17.10, è passata un’altra ora. Guardo il display, mancano dieci numeri, quasi non ci credo, sembrano andare persino più veloci, più di qualcuno si sarà stufato abbandonando l’impresa, forse quel loro pacco o lettera non avevano importanza quanto la mia. Penso al lavoro, qualcosa che ha il potere di trasformare radicalmente l’esistenza. Passano dieci minuti, il piccione spicca alcuni voli perlustrativi tra le enormi sale del palazzo in cui è finito. Alcuni lo notano, segnalandolo a un impiegato che non ho ben capito cosa facesse lì. Fatto sta che ogni tanto dava qualche indicazione alle persone che ritiravano il magico numerino all’ingresso. «Lei vada lì, lei vada là», questo era tutto ciò che la sua bocca pronunciava, al limite, ogni tanto, veniva fuori un «mi segua». L’impavido impiegato, sicuro di sé, decide sollecitamente d’avvertire i colleghi all’interno del palazzo, che accorrono ben presto, analizzando in due la situazione. «Guarda là è proprio vero, è un piccione!». Alla fine dopo la constatazione e un paio di minuti di consulto quasi scientifico, tornano curvi e a razzo dentro la loro tana, scomparendo dietro il cancelletto con su il divieto per i non addetti alle poste e telecomunicazioni. Nel frattempo il piccione, più riflessivo nei suoi movimenti, calmo continua a scrutare tutti noi, gli umani. A un certo punto la passione per l’etologia svapora dai miei pensieri, la coscienza viene risucchiata nuovamente dentro le poste grazie a una signora che strilla qualcosa a una grassoccia impiegata, dai capelli corti, bianchi misti a uno strano fucsia. M’avvicino, attratto dalla guerra di parole.La signora ha le sue ragioni. Un’altra signora ha fatto la gnorri, è andata allo sportello con un biglietto d’attesa diverso, ha barato. La signora che strilla verso l’impiegata e contemporaneamente inveisce contro la signora gnorri vuole che l’impiegata annulli l’operazione per fare prima lei, attenendosi al numero del biglietto vero in suo possesso. Il battibecco continua, un altro signore inveisce, la signora che strilla strappa dalle mani il biglietto alla signora che ha ingannato, lo fa vedere a una responsabile, una donnona accorsa con altri impiegati, in carovana vanno tutti verso la macchina sputa biglietti d’attesa, verificano la verità. Quel biglietto non è valido per lo sportello delle spedizioni lettere, la signora ha offeso un po’ tutti. La signora che strilla va via, incavolata, sproloquia di continuo, è stata lì tutto quel tempo, ora non vuole più concludere la sua operazione. Intanto il volatile grigio bianco sulle nostre teste continua a fissare tutti, pensieroso. Finalmente è il mio turno, faccio veloce, poi mi viene fuori una sola domanda per l’impiegato che hanno aggiunto dopo attimi di disumanità collettiva. «Ma dove sono finiti gli impiegati?». Lui mi guarda, è sulla quarantina, abbastanza sbattuto direi. Mi spiega che la situazione è così da un po’ di tempo, manca semplicemente personale, i nuovi assunti, da interinali, fanno 4 ore al massimo, la mattina. Mi racconta che lui per essere lì a sveltire il settore spedizioni lettere e pacchi ha lasciato venti persone in attesa nel settore versamenti. Lui, moderno esempio di impiegato sdoppiato che si è scisso per le poste. Prendo la ricevuta, volo fuori finalmente. Ore 17.37, sono uscito all’aria aperta, sono passate quasi due ore. Chissà se il piccione pensa che fra umani esistono i disturbi della personalità o i tagli alle poste, chissà. Di sicuro, lui, sarà rimasto lì dentro e “chissà” se riuscirà davvero a uscirne, lui. Giorno tre: a cento all’ora.Bologna, 1 novembre 2005. Qui si va a cento all’ora, e si è a piedi. Non che l’uomo abbia acquisito questa nuova capacità, per il momento è solo possibilità, ti ficchi un arto bio-meccanico addosso in Giappone e puoi alzare pesi che prima ti sognavi, ti metti gambe nuove in America e corri come una gazzella. Qui no. È quello che ti sta attorno che va veloce e tu ne vieni completamente risucchiato, vai semplicemente perché l’ambiente ti trascina. Così anche se sei a piedi puoi sfiorare velocità incredibili, arrivando persino al guizzo continuo. Ma a volte questa strana magia nera s’interrompe, strappata alla vita si contorce in se stessa. In questi casi può capitare di rivivere fatti immagazzinati nella coscienza, lasciati al caso, deposti ai limiti della memoria. È così che a cento all’ora si può persino tornare indietro nel tempo. …Lunedì 6 dicembre 2004: In Arabia Saudita è in corso una sparatoria, pare un western, tra i soliti americani e i soliti fondamentalisti, in Italia invece, da Termini Imolese a Trapani, i lavoratori s’arrampicano sulle torri, sui campanili, minacciano di buttarsi giù, chiedono uno stipendio, ma ecco che in Russia, al parlamento, s’attacca l’Europa e gli Usa, nelle Filippine poi, tifoni, uragani, si prevedono migliaia di migliaia di migliaia…tra vittime e dispersi, e quando si torna in Italia, si scopre che il cielo sarà coperto, con precipitazioni sparse, che sono le 12.04 e che questo è tutto, o quasi, perché fuori orario una tradizione si fa parola parlata e le Mamme, in Corea, mettono da parte il cordone ombelicale dei propri figli, lo tengono in un album, come fotografie, in Cina invece, per cinquanta euro, potremmo conservarlo placcato d’oro, noi occidentali, fatto ad arte per noi, come tutto il resto, del resto.



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