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lavoro pubblicato domenica 14 maggio 2006
ultima lettura lunedì 21 agosto 2017

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

LA VILLETTA SACCHEGGIATA

di Signor Valdemar. Letto 3588 volte. Dallo scaffale Eros

La classificazione "Eros" è molto limitativa, perché in realtà il racconto è un breve episodio molto visionario che tocca vari argomenti di filosofia, estetica, arte.

Pulchra enim sunt ubera quae paululum supereminent et tument modice, nec fluitantia licenter, sed leniter restricta, repressa sed non depressa… Era ormai notte inoltrata quando io e mia moglie, ubriachi fradici, lasciammo la festa del nostro amico R…. Quello al quale avevamo appena partecipato era un evento a dir poco singolare: feste così affollate e bizzarre erano all'ordine del giorno quando eravamo più giovani ma ora, assorbiti completamente dal lavoro, io e la mia consorte eravamo diventati molto meno avvezzi a tutto ciò. Non si può certo dire che la festa mancasse di sfarzo, abbondanza, originalità, né, come ho già detto, di bizzarria. R…, per i suoi quarant'anni, aveva deciso di fare le cose in grande: tra le centinaia di persone che il suo castello con parco faraonico non gli impediva di ospitare, vi erano amici e compagni d'ogni tempo, ma anche giocatori d'azzardo, prostitute e ogni altro genere di compagnie eccitanti ma poco raccomandabili. Io e mia moglie preferimmo dedicarci totalmente all'alcol e al gioco evitando le orge che fiorivano copiose in ogni angolo della residenza. Com'è facile immaginare, ci lasciammo travolgere dall'atmosfera di esasperazione che permeava ogni ambiente, e dopo una dozzina e mezza di bicchieri mia moglie mi chiese di riportarla a casa. Lasciandoci alle spalle i quattro componenti in completo bianco del complesso jazz che, dopo molte ore, inspiegabilmente, erano ancora abbastanza lucidi da continuare a suonare, salutammo il padrone di casa semiaddormentato e ci incamminammo per il viale deserto illuminato dalla luna che in una decina di minuti ci avrebbe condotti a casa nostra. Entrambi eravamo parecchio vacillanti e ci sostenevamo l'un l'altra mentre mia moglie si abbandonava a esclamazioni prive di senso e risatine ebeti con una voce stranamente eccitante. Stava appena finendo di sussurrarmi nell'orecchio che ci eravamo dimenticati di lasciare la mancia a quella gentilissima bottiglia di vodka, quando ci apparve, resa più terribile dall'alcol, la squallida visione della nostra villetta, che evidentemente era stata invasa dai ladri: la porta era aperta, l'erba del giardinetto recava i chiari segni del passaggio di piedi indesiderati e di sacchi trasportati di peso. C'era anche il vetro di una finestra rotto, ed era facile immaginare cosa ci aspettasse all'interno. Mia moglie, senza esitare, corse dentro a verificare lo stato della casa, mentre io, privo di qualsiasi forza di reagire, mi sedetti sugli scalini della porta accendendo un sigaro. In breve caddi vittima di visioni quali l'alcol non basta a generare – alla festa, in effetti, avevo anche fumato dell'oppio. Vidi, tra l'altro, una donna seminuda, con la pelle di un pallore quasi mortale, sgattaiolare via tra la folla degli invitati di R…, tutti vestiti di nero, verso un luogo dominato da una vegetazione lussureggiante e vivace, con un ruscello incantevole e limpido il cui scorrere produceva un suono così armonioso da farmi credere che fosse il suono generato dal moto degli astri secondo la filosofia pitagorica. La fanciulla dalla pelle bianca si librò a mezz'aria, sorvolò il ruscello per un lungo tratto e giunse infine davanti alla facciata della mia villetta: mentre scomparivano il verde e il ruscello, ella stese la mano sinistra sulla casa, e questa crollò. Mentre la fanciulla pronunciava parole incomprensibili in una lingua a me sconosciuta, con una voce fredda e sinistra che sembrava provenire direttamente dagli Inferi, la visione si esaurì e io scattai in piedi, ancora vacillante. Entrai in casa e, dopo essermi chiuso la porta alle spalle, attraversai il tetro scenario che si nascondeva all'interno e che ora mi si presentava: impronte sul pavimento e sui muri, sedie buttate a terra, vetri sparsi ovunque, mobili spostati catturarono frammenti della mia attenzione mentre la maggior parte della mia mente, incapace di stabilire rapporti di causa ed effetto e soprattutto di pensare a una soluzione (tutto quello che riuscì a produrre fu una strana risatina interna provocata dal pensiero dei lamenti di cui mia moglie sarebbe stata capace nel mettere tutto in ordine), si dondolava senza un criterio tra bottiglie di vodka e fanciulle pallide. Attraversai l'ingresso, con i tappeti stropicciati e i soprammobili scomparsi, la sala da pranzo senza candelabri, la cucina con la credenza aperta e svuotata per terra – forse nella speranza di trovare denaro nascosto – , la camera da letto dove i cassetti aperti mi indicarono che il denaro era stato trovato, la biblioteca che era stata privata del prezioso mappamondo in legno e dell'amato busto marmoreo di Pallade. Questo e qualcos'altro era ciò che il buio e i miei sensi mi avevano lasciato vedere. Mi rimaneva da visitare il salotto, il cui ingresso era situato nel recesso più recondito della casa. Appena entrato mi resi conto che questa stanza era stata risparmiata dai visitatori accidentali o, per lo meno, essi avevano appena cominciato a riservarle lo stesso trattamento che era toccato agli altri ambienti, ma dovevano essere stati fermati da qualcosa, forse un rumore esterno, tant'è vero che la tenda della finestra che stavo osservando in quel momento era stata tirata giù e l'alta finestra, la cui base coincideva con il pavimento, era aperta: di sicuro erano usciti di lì. Malgrado la tenda staccata e la finestra aperta, la stanza aveva mantenuto la stessa magica e misteriosa armonia che l'aveva sempre contraddistinta e che era stata creata dalle mani sapienti della mia consorte supportate dalla mia cieca fiducia nelle sue doti artistiche: la tenda, di un verde pastello piuttosto scuro con finimenti e arabeschi dorati (esattamente come il rivestimento delle pareti) giaceva su una poltrona dal tessuto di un celeste cobalto tendente al violetto. A un tratto – i sensi cullati dalla lievissima brezza che giungeva dalla finestra – volsi lo sguardo verso il lato opposto del salotto, e fu solo allora che vidi, in piedi davanti al grande pianoforte a coda nero completamente aperto, la figura della mia adorata e fedele moglie, della quale solo la testa fuoriusciva dalla tenda verde che era stata staccata dall'altra finestra: infatti, mentre la tenda ricopriva tutto il resto del suo corpo come un mantello, il suo volto e i suoi capelli lunghi e leonini erano perfettamente a vista; anzi, la luce dolcissima della luna metteva in risalto ogni singolo tratto somatico del volto. Le labbra altrettanto dolci della luce lunare erano chiuse; gli occhi castano chiaro, inondati di quella luce, brillavano di un bagliore intenso, sembravano vuoti ma guardavano fisso i miei. In ogni caso, nonostante la postura ferma, statuaria della figura e di loro stessi, avevano qualcosa che tradiva il fatto che lei, ovviamente, fosse ancora ebbra. A un suo impercettibile movimento, la tenda scivolò rapidamente dalle sue spalle ai suoi piedi lasciando le sue belle membra completamente scoperte. Guardando mia moglie nuda di fronte a me, in quelle circostanze, non potei fare a meno di notare che la sua bellezza era rimasta inalterata negli anni, anzi, era addirittura aumentata fino a raggiungere un grado di sublime perfezione. Colei che era sempre stata per me simbolo di purezza e armonia continuava a guardarmi negli occhi, con quei suoi occhi intensi, brillanti, e – non saprei dire ancora adesso per quale motivo – , sussurrò, con una voce soave come quella del ruscello della mia visione, la parola θάνατος Camminando sul parquet finemente lavorato coperto da un tappeto dello stesso celeste delle poltrone, con gli stessi finimenti dorati delle poltrone e delle tende, la raggiunsi e, messomi alle sue spalle, cominciai ad accarezzarle i bianchi e rotondi seni, e provai la sensazione – prima guardando la nostra immagine riflessa nello specchio di fronte al pianoforte e poi chiudendo gli occhi – di essere all'interno di un quadro del Cinquecento e di toccare il seno di una Afrodite, cosa che mi ricordò i versi di Poliziano Giurar potresti che dell'onde uscisse la Dea premendo con la destra il crino coll'altra il dolce pomo ricoprisse. Indugiando a lungo sui capezzoli la baciai. Quindi la posai delicatamente sulla tenda che giaceva sulla poltrona e la possedetti.


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