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lavoro pubblicato lunedì 8 maggio 2006
ultima lettura lunedì 23 novembre 2020

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Il sogno del lupo

di Alan Falenu. Letto 2184 volte. Dallo scaffale Fantascienza

La vera essenza del colore nero, che poi non è realmente colore, ma l’assenza totale dello stesso, si può comprendere solo nello spazio. Quel nero così profondo che appare quasi assorbire in esso ogni cosa, visto da qui, da realmente l’angosciosa e terrificante sensazione di annichilimento, quasi il presagio di un nulla incombente, che inevitabilmente finisce per risvegliare in noi l’incubo del buio della mente, retaggio di tutte le nostre più ataviche paure.

IL SOGNO DEL LUPO.

Indubbiamente le stelle sono la cosa più visibile dell’universo! E’ questo che probabilmente il controllore Chinnici avrà pensato, mentre dal finestrone panoramico della torre di controllo della base aerospaziale ESME -Estremo Settore Meridionale Europeo- guardava il cielo stellato che si perdeva sopra il mare mediterraneo, verso la bassa piana di Malta e l’Africa settentrionale. Una delle navette provenienti dalla base di Marte prendeva terra in quel momento sulla buia pista dell’aero-spazio porto. La luce delle stelle, in una notte serena di agosto, può in quel luogo, in effetti, apparire l’unica creatura vivente dell’universo. Come se emergesse dallo scuro manto del cielo, si rifletteva con un flebile scintillio sull’acqua del mare, in un buio sconfinato. In quegli anni, i collegamenti con la grande base marziana si erano intensificati, oltre che per il procedere del programma di terraformazione, in fase ormai discretamente avanzata, anche per i nuovi segnali che il telescopio del monte Olimpo aveva da alcuni mesi iniziato a ricevere. Fu addirittura ritenuto incredibile il fatto che quei segnali potessero essere, in qualche modo, ricollegabili allo strano ed enigmatico “messaggio”, che più di 50 anni prima il radiotelescopio orbitante terrestre aveva captato. Nonostante i lunghi studi e gli estenuanti dibattiti sull’argomento, nessuno era riuscito, fino ad allora, a trovare una plausibile spiegazione all’evento. Qualcuno in principio aveva parlato di un ben congegnato scherzo. Ripetuti calcoli e controlli, in seguito, chiarirono tuttavia, con discreta certezza, la provenienza del segnale da un settore di spazio, non lontano, della via lattea stessa. Quella trasmissione, che con successo gli scienziati del Consorzio Mondiale di Progettazione Extra Terrestre (CMPET) erano riusciti a decodificare, in realtà, riproduceva semplicemente, ma con perfezione mai vista prima, una immagine tridimensionale: un ologramma. Per la verità, una visione di estrema e struggente bellezza, della quale aveva potuto godere solo un limitato numero di persone addette ai lavori, ma la cui eco si era diffusa in tutto il pianeta, creando attorno ad essa il nascere di alcune storie curiose e fantasiose. Degli scienziati del CMPET – fu detto- dopo aver osservato quella rappresentazione rimasero senza parlare per diversi giorni, con lo sguardo allucinato e perso nel vuoto… Sembra che consistesse, sostanzialmente, nella rappresentazione di un edificio molto semplice: una sorta di tempio o, comunque, un luogo di culto: eretto sopra una scoscesa scogliera sassosa e dominante un mare grigio verdastro, increspato dal vento; riflesso di un cielo colore celeste trasparente, che sembrava quasi stesse per inghiottire in se tutta la scena, tanto era il senso di profondità e di infinito che esso emanava. La conclusione più logica che potette trarsi della suddetta immagine era quella di un opera inviata da un qualche geniale artista extraterrestre, che avesse voluto, in qualche modo, rendere ancora più immortale la sua impresa, diffondendola nel cosmo. Fu questa quindi la risoluzione a cui si arrivò dopo lunghi anni di ricerche; ed aveva ormai quasi convinto le autorità istituzionali a rendere pubblico il capolavoro interstellare. Come si poteva del resto tenere nascosta, non far conoscere nella sua globalità, quella cosa così meravigliosa, che sembrava prospettare l’evidenza di una universalità dell’arte emergente dai più profondi abissi del cosmo? Di fatto illuminava di una luce misteriosa ed eccitante il prossimo futuro dell’umanità, che finalmente arrivava a confrontarsi con una intelligenza sconosciuta affacciantesi dai confini dell’universo. Dai rozzi graffiti preistorici, retaggio della più antica arte figurativa, espressione delle più primitive ed arcaiche istanze emotive ed istintive dell’uomo, attraverso l’arte classica e rinascimentale, l’illuminismo, l’espressionismo e le forme più moderne di manifestazione conglobanti le diverse medialità della espressività stessa, ci si trovava ora di fronte a quel perfetto ed enigmatico ologramma, il cui sfuggente significato si perdeva nelle origini della materia. La sua bellezza struggente e decadente sembrava quasi prospettare una sorta di cancello verso un ciclo successivo di esistenza; il cui significato è possibile per noi solo percepire nel suo remoto ed ammaliante profumo.

Jean Orlowski del Settore Europeo Nord Orientale stava lavorando già da alcuni mesi sui nuovi segnali provenienti da quello che era stato, fino ad allora, definito “settore Q” della via lattea, insieme ai colleghi: dottoressa Isabelle Carlton, dottor Mario Scognamiglio e dottor Hans Obermayer del CMPET. Da pochi giorni era tornato dalla base marziana, dopo aver raccolto gli ultimi dati provenienti dal monte Olimpo e stava ultimando di preparare la relazione che avrebbe dovuto tenere il lunedì entrante alla riunione straordinaria del CMPET. C’era tuttavia qualcosa che lo rendeva perplesso, nonostante l’ottimo lavoro di raccolta dei dati e di decodificazione svolta. Sebbene ci fossero elementi di maggiore localizzazione del segnale, che sembrava provenire da un pianeta situato nell’orbita della stella Wolf 359, tutti gli altri dati portavano alla costruzione della medesima immagine di 50 anni prima. La quantità di segnali ricevuti però era decisamente maggiore e questo avrebbe indotto a pensare che doveva esserci questa volta qualche cosa di nuovo. Alcuni mesi dopo, quando i segnali erano ormai cessati ed il lavoro di decodificazione era quasi terminato, il risultato si rivelò in effetti incredibile e fantastico. Ci si ritrovò praticamente di fronte alla medesima immagine, uguale ed identica alla prima, in tutti i suoi aspetti formali: lo stesso tempio, la stessa scogliera. Quel cielo, celeste sconfinato, che si rifletteva nel mare verde smeraldo di un remoto pianeta. Se uno però si soffermava a guardare quella scena per un tempo solo di poco superiore ad un secondo, immediatamente percepiva che c’era qualcosa di diverso e di straordinario: perché ad un tratto l’immagine sembrava quasi che prendesse vita. Si potevano vedere le onde del mare rompersi sulla scogliera, si poteva quasi percepire gli odori dell’acqua, della terra e delle piante, che crescevano, divenendo sempre più intensi e coinvolgenti: mentre il cielo, celeste trasparente, avvolgendo la scena stessa, appariva infine di una profondità tale che toglieva il fiato, lasciando lo spettatore sospeso su un abisso ipnotico e paralizzante.

Children’s Space Foundation è il nome di una fondazione privata che negli ultimi anni aveva progressivamente fatto accrescere la propria fama, in virtù dell’ampio spazio che era vieppiù riuscita a guadagnare nelle cronache di quotidiani e periodici della stampa elettronica, nonché della rete multimediale. In seguito ad un ampia campagna pubblicitaria ed alle singolari idee propugnate, non prive di un certo fascino, soprattutto per coloro che avevano difficoltà a trovare nella vita il proprio percorso spirituale, la CSF era riuscita ad accumulare nel corso degli anni un capitale veramente ingente. L’idea dell’origine dell’uomo dal cosmo, mediata da una sorta di “spore vitali” in esso diffuse, e di conseguenza la necessità di un ritorno alle origini attraverso l’esplorazione dell’universo, veniva diffusa tra gli adepti nel corso di riunioni estremamente suggestive e coinvolgenti. Col passare del tempo le sedi della fondazione si erano quindi diffuse dal Nebraska, luogo natale, a tutta l’America, all’Europa ed al resto del Mondo. Da alcuni anni nei modernissimi laboratori della CSF si lavorava già a quella che era stata ormai battezzata “la missione più sacra”: e cioè il ritorno dell’uomo allo spazio ed il suo incontro con i fratelli extraterrestri. La diffusione della notizia dei nuovi segnali, arrivati da una non lontana stella, aveva alla fine determinato con certezza l’individuazione dell’obiettivo nello spazio di Wolf 359. I lunghi preparativi alla “missione” si erano pertanto svolti in quegli anni in maniera più o meno segreta: seguiti in modo apparentemente discreto dalle autorità mondiali, non senza una certa preoccupazione. A livello politico del resto non era poi così facile ostacolare apertamente quella organizzazione, che sembrava guadagnare sempre più popolarità tra la gente comune.

Joshua Bin Abdelkrim era di origine araba, ma aveva vissuto nel Nebraska sin dai primi anni di vita e, giovanissimo, aveva abbandonato la fede mussulmana per aderire al credo dei “Figli dello Spazio”, probabilmente spinto dalla propria natura mistica, nonché dalla sua indole caratteriale schiva e ribelle. Joshua era un ragazzone alto ed allampanato, di una magrezza quasi impressionante che faceva risaltare le spigolosità del suo solido scheletro sotto una muscolatura tonica e nervosa. Il viso incavato di colore olivastro, dominato da un folta capigliatura scura ed incorniciato da una rada e crespa barba, gli conferiva quasi l’aspetto di un profeta di tempi remoti. Si era laureato a pieni voti in ingegneria aerospaziale nella Libera Università della Fondazione ed aveva dedicato tutto il suo impegno per la “missione”: e, proprio per questa sua dedizione, fu premiato dal Consiglio dei Supervisori con il conferimento della carica di capitano della nave e responsabile della spedizione. Gli altri membri dell’equipaggio erano tutti molto giovani, l’età media era intorno ai 30 anni: del resto questo si rendeva necessario per la natura e per la lunghezza del viaggio. Marie Knullp 28 anni, nata in Svizzera: alta, bionda con gli occhi celesti, era il responsabile scientifico della spedizione. Laureatasi a Ginevra in Biologia Cosmica era approdata ai laboratori fondazione successivamente, quasi per caso, facendosi apprezzare soprattutto per le sue doti di serietà e di rigore. Si può dire di lei che fosse una persona in qualche modo particolare e al di fuori degli schemi: in alcuni momenti appariva dura e decisa, mentre altre volte, si manifestava dolce e quasi fragile. Donna Fletcher, 27 anni, americana, nativa di San Antonio, nel Texas meridionale, con il marito, Hugh Powel, anch’egli texano, erano i due medici di bordo. Donna era una persona molto solare, allegra ed estroversa, dai capelli nero corvino e gli occhi scuri e penetranti; mentre Hugh era una persona tranquilla e riflessiva. Altri membri dell’equipaggio erano John Mc Claude, 30 anni navigatore, di origine scozzese, metodico e gioviale; Jim Le Bass, 32 anni, addetto alle comunicazioni, canadese: persona generalmente di un’ottimismo quasi fanatico ed entusiasta della missione; soffriva però di repentini cambiamenti di umore per cui in alcuni momenti appariva scontroso e spigoloso. I membri dell’equipaggio erano in tutto 26, in pari numero tra uomini e donne. Circa la metà dei componenti era sposata tra loro ed altri avrebbero potuto sposarsi durante il viaggio. Per ovvi motivi veniva sconsigliato il concepimento di figli nel corso della missione. La nave, di enormi dimensioni, era stata costruita interamente nei cantieri lunari adiacenti alla base della Fondazione, nell’arco di circa 10 anni, con una spesa astronomica che aveva richiesto grossi sacrifici a tutte le migliaia di affiliati. Il modulo abitativo era costituito da un enorme spazio centrale, nel quale veniva ricostruito una sorta di giardino con piante particolari, adattate all’ambiente cosmico, che avrebbe dovuto consentire all’equipaggio di poter scaricare le tensioni e lo stress di un viaggio interstellare così lungo e, fino ad allora, mai sperimentato da un essere umano. Ogni membro dell’equipaggio avrebbe potuto trascorrere in stato di ibernazione un periodo di massimo 5 anni complessivi, tra l’andata ed il ritorno: periodo rigorosamente stabilito sulla base dei turni, nonché degli studi sperimentali e della esperienza fino ad allora maturata nel campo della cosiddetta “sospensione” delle funzioni vitali, che facevano ritenere ragionevolmente sicuri solo periodi di pochi anni di permanenza in tale stato. Ognuno poteva disporre di un alloggio personale, o di coppia, dotato di ogni comfort, con apparecchiature di realtà virtuale e di riequilibrio mentale. Le apparecchiature di sostentamento vitale, di riciclaggio della materia organica ed inorganica, nonché dell’acqua, del resto, richiedevano un lavoro di manutenzione e controllo non indifferenti, per cui un certo numero di persone era necessario permanesse sempre in stato di veglia per lo svolgimento delle operazioni.

La vera essenza del colore nero, che poi non è realmente colore, ma l’assenza totale dello stesso, si può comprendere solo nello spazio. Quel nero così profondo che appare quasi assorbire in esso ogni cosa, visto da qui, da realmente l’angosciosa e terrificante sensazione di annichilimento, quasi il presagio di un nulla incombente, che inevitabilmente finisce per risvegliare in noi l’incubo del buio della mente, retaggio di tutte le nostre più ataviche paure. Tuttavia, nello stesso tempo, è altrettanto indescrivibile la sensazione dolce e di speranza che la luce delle stelle può risvegliare nel nostro cuore. Piccole scintille di vita nel nero assoluto dello spazio, quale meraviglioso ed indicibile segreto serbate in voi? E’ forse dentro la vostra luminosa tunica che si nasconde l’opprimente mistero della nostra vita con il suo enigmatico e sfuggente significato?

Mentre era seduto alla plancia di controllo dell’astronave, davanti al grande schermo panoramico, con lo sguardo fisso sul vuoto dell’infinito, le idee più strane e contorte passavano nella mente di Joshua. Il sottile ronzio della strumentazione di bordo intanto scandiva malinconicamente il trascorrere di secondi e minuti compressi dall’allucinante velocità dell’astronave, che si avvicinava in maniera assai prossima al quella della luce stessa. A volte immaginava di essere un grosso uccello dalle grandi ali piumate che planava sopra le scogliere scoscese di quel remoto pianeta e di volteggiare a lungo sopra quel “Tempio”, senza mai però osare avvicinarsi ad esso. Gli capitava inoltre, sovente, di avere come delle visioni delle durata solo di frazioni di secondo, ma di una realtà tale da lasciarlo interdetto e quasi spaventato: improvvise apparizioni della terra o di persone conosciute nella sua infanzia. Una volta, vide l’immagine della madre morta quando lui era ancora bambino e ne fu estremamente commosso. Nessun uomo era stato fino ad allora sottoposto all’esperienza di quella velocità così iperbolica, nonché alla compressione temporale da essa derivata; ed in effetti, nonostante gli studi sperimentali, era difficile arrivare a comprendere esattamente fino a che punto sarebbe potuta arrivare la portata di quegli effetti sulla mente umana. Joshua era perfettamente a conoscenza di questo fatto e pertanto cercava di valutare attentamente e criticamente ogni sua nuova esperienza e sensazione e le annotava tutte meticolosamente. Il personale sanitario della spedizione era stato informato ampiamente di tutti gli studi sperimentali in merito e dei possibili effetti sulla psiche e sul comportamento dei componenti dell’equipaggio, per cui veniva annotata scrupolosamente ogni osservazione relativa e preparato un rapporto dettagliato sull’argomento. Altro particolare abbastanza inquietante e di notevole stress emotivo erano le difficoltà di comunicazione con la terra, dovute alle distanze sempre crescenti, nonché alla velocità dell’astronave per cui, man mano che ci si avvicinava alla meta, i tempi di comunicazione divenivano di lunghezza tale da impedire di fatto qualsiasi contatto con la madre terra. Si prevedeva che, circa a metà del viaggio, questo fatto avrebbe potuto indurre una profonda crisi in tutti i membri della spedizione, con il venir meno degli entusiasmi e delle motivazioni della partenza e la comparsa di molti dubbi ed incertezze, che avrebbero potuto arrivare fino alla disperazione ed all’autolesionismo negli elementi più fragili. Per tali complesse motivazioni i programmi di riequilibrio mentale erano stati attentamente studiati per poter far fronte ad ogni possibile ansia e paura inerente alla missione stessa.

Qualche preoccupazione dette nelle fasi finali del viaggio un comportamento anomalo di Marie Knulp . Erano ormai vicini alla meta, essendo passati quasi sette anni dalla partenza e circa un mese era passato dal risveglio dal suo 2° ciclo di ibernazione della durata di 16 mesi, previsto per ogni membro dell’equipaggio, tranne che per il capitano. Dopo un risveglio regolare ed una regolare ripresa delle attività, con il consueto pacato entusiasmo, era divenuta in un secondo tempo piuttosto taciturna e sfuggente. Si era dapprincipio attribuito questo fatto alla complessa e più o meno segreta relazione con il capitano Joshua. Relazione per la quale, molti avevano ritenuto, probabilmente sbagliando, che ella avesse intrapreso quell’assurdo ed allucinante viaggio verso l’ignoto. Parlava pochissimo, lo stretto indispensabile: si ricordano frasi enigmatiche sfuggitele improvvisamente, come: “ora ho capito, tutto e chiaro nella mia mente”, oppure: “il nostro destino è nelle loro mani”. Parlò a volte di percezioni di tipo telepatico associate a sensazioni di profonda gioia interiore, e della intuizione della presenza di “esseri” di condizione sovraumana. I test a cui fu sottoposta dal personale sanitario di bordo non rivelarono tuttavia elementi di particolare allarme. Va detto inoltre che una reazione simile era stata registrata qualche tempo prima, nelle fasi successive al ripresa delle attività, in periodo post ibernatorio, anche nel addetto alle comunicazioni, Jim le Bass.

Wolf 359 era individuabile ormai chiaramente al centro dello schermo della plancia di comando. La sua sagoma bianco-giallastra brillava di una luce sempre più prorompente che copriva e annichiliva le stelle vicine. L’astronave aveva iniziato a rallentare la sua folle corsa per poter gradualmente immettersi nell’orbita del 4° pianeta del lupo, come era stato, ormai da tutti, ribattezzato. La data dell’evento si prevedeva orientativamente entro 60 giorni. Il ronzio dei motori era leggermente aumentato di intensità per via delle procedure di rallentamento attivate e, a volte, sembrava quasi volersi insinuare all’interno della testa dei componenti dell’equipaggio, accentuando il senso di angoscia che l’ignoto di quel mondo sconosciuto prospettava.

La luce Wolfiana divenne accecante mentre l’astronave penetrava all’interno del suo sistema planetario. Tutto l’equipaggio in quei momenti fu preso da un’eccitazione e da un’euforia particolari ed insolite. Era in qualche modo l’emozione del navigante partito verso una sconosciuta destinazione, il quale vede comparire al limite dell’orizzonte quella linea indistinta che, nella bruma dispersa dal vento fresco del mattino, fa presagire la terraferma oltre i confini del mare. Una terra sconosciuta cui essere umano mai mise piede: un mondo ed una vita inimmaginabili al di là della nostra vita. Cominciarono dapprima ad essere visibili i pianeti più esterni del sistema planetario, che brillavano della fredda luce dei mondi privi di vita. Rocce, minerali e sabbia in mezzo a gas densi e velenosi o dispersi in atmosfere rarefatte: probabilmente nella loro superficie o al loro interno c’era dell’acqua allo stato solido. Poi l’astronave dopo una larga parabola si immise lentamente nell’atmosfera del 4° pianeta mentre il nero del cielo, quel nero così intenso ed infinito, che per lunghi anni era stato l’ossessione di tutti, cominciò pian piano a riprendere colore. Colori strani e fantastici si rivelarono a loro, prima tenui e pacati, dopo accecanti e brillanti: dal violetto al cremisi, al vermiglio, alle più improbabili tinte color pastello. Alla fine comparve il blu del cielo, quasi improvvisamente, sorprendendo per la sua profonda intensità quelle menti ormai disabituate ad una irradiazione così densa di significati e di promesse. Dietro rarefatte nubi stratiformi dalle forme poliedriche, sfrangiate e filamentose, l’azzurro del cielo del pianeta del Lupo apparve quindi ad ogni membro dell’equipaggio come una sorta di cancello oltre il nero sconfinato dello spazio che con quella sua enigmatica e inquietante profondità sembrava volesse nascondere il segreto più intimo dell’universo e della vita umana. Ognuno ebbe la sensazione che li, oltre quell'interminabile viaggio, si dovesse aprire la porta di condizioni nuove e sconosciute. Un sentimento estraneo: misto di angoscia e trepidazione si diffuse tra quella gente. L’astronave poteva planare negli strati alti dell’atmosfera del pianeta grazie ad uno speciale sistema di annullamento della gravità, in tal modo avrebbe potuto esplorarne meglio la sua superficie ed individuare il punto più adatto per l’atterraggio. Durante l’avvicinamento, tutti i tentativi di mettersi in contatto con eventuali abitanti avevano però avuto esito negativo. Le apparecchiature di bordo, perdippiù, non avevano rilevato alcuna presenza di vita intelligente sul pianeta. Questo fatto sorprendeva e sconcertava tutti. I dati della partenza avevano avvalorato con una precisione del 100% la provenienza del segnale da quel sito della via lattea, che poteva essere stato inviato, al massimo, circa 25 anni prima della captazione dello stesso. A quel punto erano diverse le ipotesi che potevano essere avanzate. La prima, era che la popolazione di quel mondo volesse nascondersi, per motivi che avrebbero potuto essere i più vari, e questo si sarebbe potuto consentire solo ad una civiltà estremamente più avanzata di quella terrestre. Ipotesi senza dubbio molto inquietante. In tal caso i rischi per la nave e per l’equipaggio si prospettavano tremendi ed imprevedibili. Poteva quindi ipotizzarsi che là fosse presente solamente una specie di “faro”, una sorta di ripetitore di un segnale proveniente da un remoto angolo nello spazio. Oppure che una civiltà, sul punto della propria distruzione, avesse affidato a quella immagine una sorta di proprio testamento spirituale, il cui significato sarebbe stato, al meno per il momento, del più oscuro significato. A queste tre ipotesi principali se ne potevano poi aggiungere diverse altre, più o meno angosciose ed oscure. Gli astronauti della missione CSF sorvolarono quasi tutta la superficie del pianeta, da nord a sud e da est ad ovest. Sotto i loro occhi man mano apparve tutta la meravigliosa bellezza di quel mondo sconosciuto. Passarono sopra boschi incontaminati, fiumi azzurri, foreste rigogliose, catene montuose selvagge ed al verde e azzurro sconfinato mare. Nessuna traccia di vita intelligente appariva essere presente, come neppure alcun indizio di una sua recente presenza. Furono avvistati uccelli delle specie più disparate ed animali di vario tipo correre sulle praterie ed in mezzo alle intricate foreste, saltare sopra gli alberi: avevano molte somiglianze con specie animali estinte ormai da secoli dalla nostra terra. L'astronave planò dolcemente fino ad un altipiano erboso non lontano dal mare.

La missione era giunta allora al punto cruciale. Andavano ad iniziare i preparativi per la ricerca di coloro che, da quello stesso pianeta, avevano inviato segnali misteriosi verso la terra. I macchinari di bordo segnalavano un ambiente ed un clima abbastanza accoglienti. Le condizioni di temperatura, umidità e qualità dell'aria erano decisamente eccellenti. Quando scesero dall'astronave, il capitano Joshua dapprima respirò profondamente, facendo penetrare quell'aria sconosciuta nel più profondo dei suoi polmoni, percependo con le narici ed il palato profumi e fragranze di indescrivibile intensità. Quindi egli si inginocchiò e baciò la terra, che sebbene non madre, ma distante ed aliena, gli diede, in quel momento, una profonda sensazione di commozione e speranza. Il luogo di atterraggio era stato scelto in quel punto perché gli unici deboli segnali di una possibile esistenza di vita intelligente sul pianeta provenivano proprio da là. Sopra quella pianura si ergevano le pendici di un aspro promontorio in cima al quale, a picco sul mare, era stata individuata una formazione di materiali, che poteva far pensare ad una costruzione riconducibile all'opera di creature intelligenti. Tutti furono molto colpiti dall’atmosfera particolare di quel luogo. C’era un silenzio quasi angosciante, che i rumori ed i brusii della natura, nascenti dal sottofondo, rendevano ancora più acuto. Penetrava nell’intimo della mente. Mentre, l’odore dell’aria, era così sorprendente ed ammaliante, che alla fine rimaneva una sensazione di struggente raccoglimento e di malinconico presentimento. Camminando lungo gli scoscesi sentieri di quella meravigliosa collina, ogni cosa che appariva sotto i loro occhi era ricoperta dal fascino perverso degli inesplorati spazi, mentre lo sguardo sembrava a tratti infiltrarsi nelle molecole di quella terra lontana, e si appropriava della sua natura: dei suoi rami, delle foglie e dei suoi colori alieni e familiari. Lo sguardo di Joshua, a quel punto, era divenuto serio e solenne, e tutti gli altri membri della spedizione, nello stesso tempo, erano silenziosi e concitati mentre si apprestavano alla scalata della impervia altura. Presero via verso un sentiero naturale che si svolgeva in mezzo a verdi arbusti ed odorose bacche dall’aspetto del melograno. Piccoli insetti variopinti, come mitiche farfalle, danzavano intorno a loro. La silenziosità delle persone era divenuta totale e quasi religiosa. La conversazione era ridotta alla scarna ed essenziale comunicazione dei dati tecnici rivelati dalle apparecchiature ed a qualche rara ed estemporanea battuta del “comunicatore” Jim, peraltro scarsamente accolta dai compagni. In vista della cima, comparve il mare: luccicante nella luce diffusa del pomeriggio; sorprendente, nel suo verde smeraldo biancheggiato dalla spuma di remotissime onde. Sopra il cielo: smagliate nuvole filamentose ed i colori, per lo più indescrivibili. Un verde tenue, improbabile, sfumava nel celeste, eppoi in azzurro pieno. Tinte cremisi e violette nelle rade nuvole. E, la luce. Impossibile descrivere quella luce; da essa scaturivano i sentimenti del pianeta. Nascevano in quello spazio, e si propagavano come vita autosufficiente: mente e cuore di quel mondo. Era realmente un edificio quello che gli si ergeva davanti! Appariva là, di fronte ai loro volti, in maniera semplice e naturale, ma nello stesso tempo surreale ed inquietante. Nel centro di quella natura così assoluta ed incontaminata, che poteva far pensare alla culla di una civiltà ancora lontana da venire, quella costruzione faceva perdere la mente in un baratro di interrogativi. La sua essenzialità inoltre rendeva ancor più angosciosa quella visione le cui forme e fattezze, nella loro bellezza sconosciuta, apparivano eludere completamente i canoni del raziocinio umano. Era un parallelepipedo dell’altezza di circa 10 metri, mentre la base era larga circa 5; alla cima il tetto andava ad incurvarsi in una sorta di cupola schiacciata. Non apparivano finestre sulla facciata che era liscia e scura, ma nello stesso tempo quasi luminosa, color basalto. Alla base era presente una piazzola sulla quale si allungava, per circa 1 metro, una appendice di 2 metri di larghezza, dove verosimilmente poteva trovarsi l’entrata dell’edificio. Sotto, una larga scalinata digradava verso il terreno sassoso e polveroso, ricoperto da radi arbusti. Fino a quegli istanti, i rapporti sullo svolgimento della missione sono stati dettagliati e precisi. Sui momenti successivi ci sono però diverse difficoltà di ricostruzione degli eventi che, almeno per il momento, perlomeno, appaiono avvolti dal più tremendamente fitto dei misteri. Sappiamo che entrarono all’interno dell’edificio e che questo avvenne in due gruppi separati. Tuttavia la cronaca degli avvenimenti finisce alcuni minuti dopo l’ingresso del secondo gruppo dentro la costruzione. I dati inviati al computer dell’astronave madre e da li quindi automaticamente verso la terra, hanno presentato, a quel punto, un arresto improvviso. Non si può tuttavia escludere che questo fatto possa essere attribuito a motivazioni di natura puramente tecnica. Speriamo e siamo pertanto fiduciosi di poter, nel prossimo futuro, senz’altro portare a termine la nostra relazione finale sulle fasi di avvicinamento ed i contatti, eventualmente stabiliti, tra i membri della nostra spedizione e la civiltà del pianeta del Lupo.

Dott. Abel Y. Gorbic
C.S. Foundation

ULTIMO RAPPORTO DEL CAPITANO JOSHUA

Il sole del pomeriggio è tiepido e piacevole, il colore del cielo è semplicemente splendido; l’odore delle piante è così intenso e penetrante che sembra arrivare ad insinuarsi nel più intimo dei miei pensieri. Vorrei poter interpretare i messaggi di quelle linee e di quei fantastici disegni dipinti nel cielo limpido e ceruleo, con cui insistentemente cercano di comunicare a noi quelle strane e variopinte creature volanti, rassomiglianti in maniera sorprendente ai terrestri uccelli. Forse, ultimo e disperato avvertimento, o estremo presagio del nostro tragico e stupefacente destino. I ragazzi appaiono tranquilli ed anch’io, tutto sommato, mi sento tale: anche se l’ansia e la trepidazione per gli incontri e le scoperte che probabilmente ci accingiamo a fare, all’interno di quella costruzione, covano sotto il mio respiro e dietro ogni battito del mio cuore, come brace di antico faggio. Salendo la scalinata che guida verso l’aditus ci sorprende il nero della parete di basalto, per la levigatezza perfetta della sua superficie e per la sua lucentezza quasi funebre, che sembra volere assorbire in se ogni piccola particella di luce circostante. Nel varcare quella porta, ho sentito il cuore martellarmi nel petto in maniera talmente convulsa che quasi sembrava stesse per uscirmi dalla gabbia toracica. Ora tuttavia provo uno sconcertante senso di calma e serenità. Un senso di benessere e di lieve euforia sembra nascere nel mio cuore, e mi sento alfine come rinato ad una nuova vita. In sottofondo, come una lontana musica; ma forse è solo un ronzio flebile. Un profumo di fiori, di resine e muschio umido nell’aria fresca di un mattino di primavera. E tutto questo penetra nella mia anima, lo respiro e ne divento parte. L’azzurro assume una profondità senza fine, che toglie il fiato; il cremisi gli rotea attorno e avvolge il tutto in una livida sfumatura, come premurosa antica madre. L’ oro e l’ arancio luccicano là, gloriosi, nel sottofondo della mia coscienza e le fragranze dell’erba, dei frutti di bosco, della terra bagnata hanno il sopravvento su ogni mia aspettativa. E ciò che immaginavo ora è qui: quello che avevo, da sempre, voluto raggiungere è davanti a me, ma non lo posso ancora vedere. C’è però! Ne sono così talmente vicino che ne percepisco il senso e… Tutto sfuma, poi, nell’incertezza del significato: il leggibile nell’inpalpabile, il bianco si perde nel nero, l’ocra nel cremisi, il verde nel vermiglio ed il blu profondo del cielo, nel colore, che dal bianco attraverso tutte le sfumature del grigio, scompare nell’assoluto delle sue innumerevoli sfrangiature nell'infinita indefinibilità delle nuvole.



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