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lavoro pubblicato sabato 15 aprile 2006
ultima lettura martedì 1 ottobre 2019

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Aspides

di Riccardo Merendi. Letto 936 volte. Dallo scaffale Storia

Un pendaglio che Maria appende al collo di Gesù poco dopo la sua nascita potrebbe rivelare una verità sconvolgente......

Aspides
di Riccardo Merendi

Prologo

1 Giudea, 753 a.U.c.

Maria era stremata. Sudata, ansante, facendo forza su un gomito riuscì a sollevare un poco il busto. Tutto intorno a lei, fin dove arrivava la luce fioca della lanterna, era lordo di sangue. Poi vide il corpicino appena uscito dal proprio ventre e a un trat-to fatica e dolore svanirono. Aveva partorito. Ignorando la fitta all'addome si chinò in avanti e raccolse l'esserino raggomitolato tra le sue gambe. Sporco, chiazzato e grinzoso, era il più bel bambino del mondo. Se lo strinse al seno, chiuse gli occhi e si abbandonò a una felicità piena, intensa, come non aveva mai provato prima. E mentre, ancora a occhi chiusi, ascoltava il pro-prio respiro reso affannoso dallo sforzo, fu assalita da un dubbio. Respirava il suo bimbo? Di certo non piangeva! A malincuore emerse dal piacevole, riposante torpore in cui era scivolata. Ave-va sempre dato per scontato che ci sarebbe stata una levatrice quando fosse venuto il momento, ma non era andata così e ora doveva fare cose che non conosceva se non per sentito dire. Si concentrò sul problema di sculacciare una creatura innocente e indifesa, tanto piccola da poter essere a malapena tenuta in ma-no. Impacciata, non sapendo come prenderlo e dove colpirlo, do-vette in qualche modo avergli fatto male perché a un tratto il pic-colo trasse un gran respiro e, dimenando le esili braccia e scal-ciando con le minuscole gambe, emise il suo primo vagito. Maria lo strinse al petto e lo cullò sussurrando parole dolci finché non si accorse del budello che usciva dal ventre del bambino. Doveva occuparsi anche di quello. Se solo fosse stata più attenta ai rac-conti delle altre madri. Ma era inutile piangere per ciò che a-vrebbe potuto essere, doveva arrangiarsi. Prese quindi le forbici dalla bisaccia posata in terra accanto a lei e, stringendo i denti in una smorfia, tagliò. Poi, con uno spago, legò l'estremità del mon-cone rimasto. Scossa e tremante, trasse un respiro profondo e finalmente sentì la tensione allentarsi un poco. Quando le mani smisero di tremare così forte ripulì come poteva il piccolo, lo avvolse in un panno e, distesasi sulla schiena, se lo posò sul petto. Esausta, lasciò la mente libera di correre e fu sorpresa nell'ac-corgersi di non nutrire rancore nei confronti del mondo che l'a-veva respinta costringendola a superare quella prova in una stal-la. Né era risentita nei confronti di suo marito, Giuseppe, che l'a-veva lasciata sola e ancora non era tornato. Chissà quanta strada aveva dovuto fare prima di incontrare qualcuno cui chiedere aiu-to. Era partito appena trovato un riparo per lei, ma era già tardi. Voleva bene a quell'uomo che l'amava e la rispettava al punto di accettare senza capire un figlio non suo. Secondo la legge avreb-be potuto ripudiarla per molto meno, invece non era nemmeno andato in collera quando glielo aveva detto. Si era rabbuiato, questo sì, ma poi le aveva sorriso: se quello era il volere del Dio suo e dei suoi avi avrebbe accettato di fare da padre a quel bam-bino. Poi più nulla. L'asino le si avvicinò e con le labbra strattonò il drappo che copriva il neonato. «Vuoi vedere il tuo nuovo padroncino?» chiese Maria sorridendo. Poi, sentendo fame, pensò che anche il piccolo ne avesse e che magari fosse per quello che, da quando aveva cominciato, non aveva più smesso di piangere. Scostata la veste, scoprì il seno e con la mano guidò il capezzolo alla bocca del bimbo. Non si era accorta di quanto fosse chiassoso il pianto del bam-bino finché il silenzio improvviso non risuonò di rumori sinistri che fino a quel momento non aveva udito. Il vento, fuori, sem-brava portare voci lamentose, la paglia frusciava come nascon-desse legioni di topi, l'uscio malandato sbatteva contro lo stipite facendola sussultare a ogni colpo. Anche la luce della lanterna le parve a un tratto più fioca e alle sue spalle avvertì la presenze di entità sinistre che aleggiavano minacciose, quasi che un demonio volesse strapparle la creatura appena partorita. E se fosse stata assalita dai lupi? O dai briganti? Perché Giuseppe tardava tanto? Che gli fosse successo qualcosa? Si raggomitolò nella paglia, immobile, col bimbo stretto al petto, lottando contro la stanchez-za per stare sveglia. Non si accorse di essersi addormentata finché non si sentì scuotere la spalla. Si destò allora con un sussulto. «Non avere paura» disse una voce calda. «Sono io, sono torna-to.» Inginocchiato accanto a lei Giuseppe l'aiutò a sollevarsi. Poi, stringendola in un tenero abbraccio, la guardò scoprire la testa del bimbo che teneva tra le braccia. «Nostro...» Giuseppe ebbe un attimo di incertezza. « Nostro figlio.» «Sì, Giuseppe, nostro figlio. Lo chiameremo Gesù.» Giuseppe annuì e, stringendola più forte, la baciò sulla fronte. Restarono abbracciati finché una voce trafelata li riscosse. «Ac-cidenti a te, falegname, corri più veloce del vento!» L'arrivo del pastore ruppe l'incanto del momento ma la sua presenza portò allegria e sicurezza. «Come vedi non ho corso abbastanza» lo contraddisse Giuseppe scostandosi perché il nuo-vo arrivato potesse vedere il neonato. L'uomo fu scosso da un brivido. «C'è una luce strana questa notte» disse uscendo dalla stalla per mascherare l'imbarazzo. «Accendo un fuoco perché mia moglie e le mie figlie possano trovarci.» La notizia della nascita del bambino si diffuse in fretta e nei giorni seguenti molti pastori e agricoltori, passando da quelle parti, si fermarono alla grotta chi lasciando un poco di cibo, chi un piccolo dono, chi, non potendosi permettere di privarsi di al-cunché, offrendo il proprio lavoro per migliorare le condizioni della stalla. Per gli abitanti della valle fare una visita al piccolo Gesù divenne una consuetudine al punto che, tra quelli che pas-savano a dare il buon giorno e quelli che venivano per augurare la buonanotte, la grotta divenne meta di una processione presso-ché continua di visitatori. Una mattina, mentre era seduta a parlare con la moglie di un pastore, Maria si trovò a tagliuzzare un rametto con un coltello. Fu così che le venne l'idea di costruire con le proprie mani un re-galo per il figlioletto. Quando venne il giorno di rimettersi in viaggio, mentre Giu-seppe accatastava sull'asino le loro povere cose e i doni ricevuti da Gesù, lei legò a una funicella il legnetto che aveva intagliato e lo appese al collo del bambino.

2 Deserto di Giudea, 327 d.C.

«Tra tutti gli uomini dell'impero, proprio a me doveva toccare di portare giù 'sto tronco?» si lamentò il legionario con la pesan-te croce di legno messa di traverso sulle spalle, mentre mantene-va a stento l'equilibrio sul fianco del costone roccioso ricoperto di sassi e ghiaia. «Taci Strabo, non è colpa mia se sei tu e non io ad avere due spalle che per passare dalle porte devi girarti di fianco» lo pun-zecchiò un compagno. «E poi non parlare così di quella santa re-liquia. Non vorrei mai che il dio dell'imperatrice se ne avesse a male e sbagliando mira fulminasse me al tuo posto!» aggiunse prorompendo in una fragorosa risata. «Vedo che sei di buon umore, Valerianus» lo riprese il centu-rione giungendo alle sue spalle. «Non so come fai ad avere vo-glia di ridere in mezzo a questa polvere ma vedrai che saltare il rancio te la farà comunque passare.» «Come temevi» sghignazzò Strabo appena il centurione si fu allontanato «il fulmine ha colpito te.» «Accidenti all'imperatrice e alle sue manie» imprecò Valeria-nus sputando per terra un grumo di catarro impastato di polvere. «Sono addestrato a combattere, non a frugare il deserto in cerca dei resti di chissà quale figlio di chissà quale dio.» Raggiunto il fondo del dirupo Strabo e Valerianus caricarono la croce di legno sul carro che un commilitone aveva guidato fi-no lì. Poi, rientrati nella colonna che li aspettava, ripresero la marcia. «Qualcuno sa dove siamo diretti?» chiese Valerianus senza farsi sentire dal centurione. «Non molto lontano da qui dev'esserci un'altra grotta dove pa-re che i cristiani abbiano nascosto alcune reliquie» rispose un le-gionario che marciava due file più avanti. «Spero che l'accesso sia impervio e la roba da portare bella pesante» fece Strabo. «Ironia sprecata, amico mio» ribatté un altro soldato. «Abbia-mo un armamentario di corde e bozzelli da fare invidia a una ga-lea.» «Ma c'è almeno un cristiano tra noi?» intervenne un altro. «Perché accidenti dobbiamo occuparci noi delle loro sciocchez-ze?» «Se anche ci fosse» ribatté Strabo «non credo si dichiarerebbe. Oggi l'imperatore Costantino e la sua santa madre li proteggono ma non è detto che non torni sul trono un Nerone o un Diocle-ziano.» «Mi pare di sentire un pizzico di nostalgia nelle tue parole» lo stuzzicò Valerianus. Strabo lo fulminò con lo sguardo. «Roma era invincibile fin-ché la gente non si è riempita la testa di strane idee e tutti hanno preteso di avere diritto a una propria opinione. Dove andremo a finire senza più schiavi e con più cristiani che soldati?» «Basta così Strabo» lo ammonì Valerianus. «Sai che noi ti siamo amici e nessuno ti denuncerà, ma le tue parole si fanno ogni giorno più pericolose.» «Me ne infischio. Anzi, sai cosa ti dico? Quasi spero che mi arrestino e mi condannino ai giochi nel circo. Sarebbe sempre meglio che andare in giro a raccattare cianfrusaglie. Magari di-venterei un idolo delle folle e il mio sangue andrebbe a ruba tra quelli che hanno più voglie che possibilità.» Continuarono a camminare fino a quando la pista si insinuò nella gola tra due scoscese pareti di roccia nelle quali spiccavano nere le imboccature di diverse grotte. Lì il centurione ordinò alla colonna di fermarsi suscitando un sommesso coro di proteste da parte degli uomini stanchi e di cattivo umore. I legionari saltabeccarono su e giù per i dirupi raccattando tut-to ciò che trovarono nelle spelonche fino a quando, a sera, fecero ritorno al campo. Appena scaricato il carro, mentre sui fuochi si preparava il rancio, ebbero l'onore di vedere l'imperatrice Elena uscire dalla propria tenda e, con il consueto codazzo di ancelle, recarsi a visionare i reperti del giorno. Valerianus, che per puni-zione avrebbe dovuto saltare la cena, si era offerto di montare di guardia alla tenda dove erano raccolte le reliquie. Così poté ve-dere l'imperatrice ammirare estasiata la croce che, almeno così credeva lei, era stata usata per il martirio di Gesù. Poi Elena si soffermò a guardare un cofanetto dal quale estrasse un pendaglio appeso a una funicella. Stava per riporre l'oggetto e andarsene quando ebbe un ripensamento e, avvicinatasi a una fiaccola, lo osservò meglio portandolo vicino agli occhi. Quasi fosse stata folgorata, si lasciò cadere in ginocchio e, baciata la reliquia, se la mise al collo. Quando gli passò davanti, Valerianus notò che l'imperatrice aveva un'espressione rapita e le guance rigate di la-crime. Si chiese cosa mai avesse visto.

3 Costantinopoli, 422 d.C.

Il gomito appoggiato al bracciolo della poltrona, Galla Placi-dia mordicchiava l'unghia dell'indice destro dipinta di viola. Le dita dell'altra mano, coperte di anelli, tamburellavano sul tavoli-no dei cosmetici producendo l'unico suono udibile nella sala. In piedi dietro di lei, le braccia incrociate sul petto, muto e immobi-le, un uomo dai lunghi baffi spioventi guardava l'immagine del-l'imperatrice riflessa dalla grande lastra d'oro lucidata a specchio, sostenuta da una cornice di legno intarsiato fissata al bordo po-steriore del tavolo. Dall'altra parte della stanza, oltre il letto co-perto da un drappo di seta rossa, ai margini del tappeto blu deco-rato in filo d'oro che copriva quasi tutto il pavimento, un altro uomo la fissava, pure lui in piedi e silenzioso. Galla Placidia emise un profondo sospiro. «Pazienza» disse scuotendo la testa e passando a girarsi tra le dita il filo di perle che le pendeva dal collo. «Dovrò trovare un'altra soluzione.» Il tono pacato della voce mal si conciliava col leggero tremito delle narici, l'impercettibile vibrazione delle labbra e lo sguardo truce degli occhi neri che brillavano sullo sfondo opalescente del truc-co. «Pagalo, Eurico» ordinò. L'uomo che le stava alle spalle annuì. Pochi istanti dopo l'altro giaceva sul pavimento con la gola tagliata. «Fallo sparire prima che il sangue macchi il tappeto» si preoccupò Galla Placidia spostandosi sulla poltrona per inquadrare la scena nello specchio. «Non temere, mia signora» rispose Eurico alzando il coper-chio di una cesta di giunco posta di fianco alla porta «nessuno si accorgerà di niente.» Senza eccessivo sforzo l'uomo sollevò il cadavere del sicario e lo infilò nella cesta, attento a non danneg-giare la tela incerata che rivestiva l'interno. Poi con alcune pezze di tessuto pulì il pavimento finché il marmo tornò a brillare e, messi i panni sporchi insieme al cadavere, richiuse la cesta. Attraversata di nuovo la stanza Eurico tornò a piazzarsi alle spalle di Galla Placidia. «Non importa uccidere tuo fratello» dis-se con voce pacata. «Onorio è incapace di prendere decisioni e senza la tua guida non ha più alcun controllo sull'impero.» Fece una pausa e guardò nello specchio per assicurarsi che Galla Pla-cidia lo stesse ascoltando. «Ma se proprio è quello ciò che desi-deri, dammi un mese di tempo e radunerò per te un esercito di Visigoti che spazzerà via Ravenna e ti porterà a Roma in trionfo. Ti hanno apprezzato come regina quando eri sposa di Ataulfo e ancora ti adorano quasi fossi una dea.» Galla Placidia sorrise. «Ciò che dici è vero, Eurico, ma non è così che potrò liberarmi di Onorio. Sai bene che fu proprio lui a mettere Bonifacio sul trono di San Pietro appoggiando la gerar-chia ecclesiastica contro il popolo cristiano che voleva Eulalio. Da che parte credi si schiererebbe la chiesa se mi contrapponessi all'imperatore? Non so spiegarmi come sia stato possibile arriva-re a questo punto, ma nessuno può più governare senza il con-senso di papi e patriarchi.» «Allora stermina i cristiani. Alarico ha mostrato come si tratta col papa e coi romani.» Con una smorfia Galla Placidia si volse verso Eurico. «Alarico finì sotto al Busento poco dopo aver messo a sacco Roma, papa Innocenzo restò al suo posto e quell'Agostino di Ippona è riusci-to a trasformare una sconfitta dei cristiani in una loro vittoria. No Eurico, non è una zuffa che voglio ma il controllo dell'impero, o almeno di ciò che ne resta. E per averlo dovrò essere più astuta di una volpe e più spietata di un lupo: non ci sarà un Ambrogio a umiliarmi come accadde a Teodosio il grande, né lascerò che un Giovanni bocca d'oro* mi condizioni come toccò all'imperatore Arcadio e a quella sgualdrina di sua moglie Eudossia.» (nota a piè di pagina: *S. Giovanni, per le cui grandi doti ora-torie fu detto Crisostomo, dal greco bocca d'oro) «Vorrei tanto crederti, mia regina, ma come speri di aver ra-gione di così tanti e temibili nemici senza usare la spada? Co-stantinopoli trema più per uno starnuto del patriarca Attico o un colpo di tosse dell'archimandrita Eutiche che per le sfuriate di tuo nipote, l'imperatore Teodosio. Senza contare che più di lui comandano persino sua sorella Pulcheria e sua moglie Eudocia.» «Proprio per questo servirà più l'astuzia che la forza. Mio fi-glio Valentiniano è legittimo erede al trono d'occidente e sarà lui il fulcro del potere. Ma dobbiamo fare presto, prima che qualche generale faccia fuori Onorio e ne usurpi il trono. E non dimenti-care che il pontificato di Bonifacio è agli sgoccioli mentre Cele-stino, che già si è scelto il nome tanto è sicuro di succedergli, è amico mio più di quanto non si sappia in giro.» «A volte ho l'impressione che concepire intrighi ti diletti più di quanto ti soddisfi raggiungere gli obiettivi che ti prefiggi» no-tò Eurico torcendo i lunghi baffi tra le dita. «Non approfittare della libertà di parola che ti è concessa» lo ammonì Galla Placidia. «Mi hai ordinato tu di dire sempre ciò che penso» ribatté Euri-co «anche se per la verità non mi dispiacerebbe sapere che fine fece il consigliere di Alarico cui ti sei ispirata nell'affidarmi que-sto onorevole quanto oneroso incarico.» Galla Placidia incurvò appena le labbra in un accenno di sorri-so. «Fa sparire quella cesta» cambiò discorso «e datti da fare col vecchio che dice di sapere dove sono custodite le reliquie raccol-te dall'imperatrice Elena. Promettigli qualsiasi ricompensa: coi tempi che corrono un solo chiodo della croce vale più di cento legioni.» Eurico teneva la fiaccola in una mano, mentre con l'altra aiu-tava Galla Placidia a mantenere l'equilibrio sulla ripida scala che scendeva seguendo la parete circolare del pozzo. «Vieni, mia re-gina» disse quando ebbero raggiunto il fondo «il vecchio ha det-to che ci aspetta alla fine del primo tratto di sotterraneo.» «Spero per lui, e per te, di vedere cose che giustifichino il di-sagio della discesa cui mi avete costretta» minacciò Galla Placi-dia sollevando la veste per preservarla dalla fanghiglia che rico-priva il fondo del camminamento. «Il vecchio sostiene che solo una pia imperatrice possa entrare nella cella dove la santa Elena custodiva le reliquie» si giustificò Eurico «non potevo andare io al posto tuo.» «E quanti aurei mi costerà essere abbastanza pia?» «Dicesti di non lesinare sul compenso» osservò cauto Eurico. «Ecco» cambiò discorso «è qui che devo fare il segnale.» Con il mantello coprì e scoprì per tre volte la fiaccola. «Sono qui» disse una voce roca proveniente da poco lontano. Da una nicchia ricavata nella parete rocciosa del sotterraneo uscì un vecchio avvolto in un mantello scuro, col capo coperto da un cappuccio e un lungo bastone stretto nella mano ossuta. «Spero che le vostre intenzioni siano buone e il vostro cuore puro, o ciò che vedrete vi annienterà come già accadde a molti altri che vi hanno preceduto.» Con uno sguardo Galla Placidia comunicò a Eurico che non intendeva trattare lei col vecchio. Eurico slegò dalla cintura una borsa di pelle e contò alcune monete. «Credi che queste baste-ranno a preservarci dall'orrenda fine che pronostichi?» chiese posando il denaro sulla mano tesa dal vecchio. Poi, visto che l'al-tro non si muoveva, gli porse altre monete. «Non riesco a concepire cuori più immondi di chi ha smodata brama di denaro» osservò acida Galla Placidia. «Attenta a come parli» l'ammonì il vecchio. «Il tuo potere non vale quaggiù.» Galla Placidia serrò le mascelle, chiuse per un attimo gli occhi e sospirò, poi si rivolse a Eurico: «Dagli tutto il sacchetto, pur-ché non perdiamo altro tempo.» Il vecchio prese il denaro senza commentare e si incamminò guidandoli attraverso un labirinto di cunicoli. «Chi ci dice che poi ci riporterai all'uscita?» chiese Galla Pla-cidia, disorientata. «Non ho motivo per non tener fede alla mia parola» rispose il vecchio. «Piuttosto, sono io che non sono certo di rivedere la lu-ce del sole» aggiunse. Poi, incurvate le labbra in un enigmatico sorriso, lasciò cadere il sacchetto delle monete in un pozzo che si apriva su un lato del camminamento. «Ecco» disse riprendendo a camminare «ora sapete quanto mi importava del vostro oro.» Bastò un'occhiata di Galla Placidia a frenare l'impeto di Eurico che aveva già messo mano al pugnale. «Abbiamo dimostrato prima di te quanto poco teniamo all'oro» disse l'imperatrice sen-za scomporsi «giacché a cuor leggero te ne abbiamo dato in ab-bondanza senza nemmeno sapere dove ci avresti condotto.» Il vecchio le rivolse di nuovo quel suo strano sorriso. «Sei abi-le con la lingua, regina, ma la magniloquenza con cui ti burli di un povero vecchio non ti servirà dove stiamo andando.» Nessuno parlò più finché non furono arrivati. «Ecco» disse al-lora il vecchio fermandosi davanti a una massiccia porta di legno irrobustita da fasce di ferro e chiodi dalla testa a piramide. «Sia-mo arrivati.» «Protegge il tesoro dai ladri o i ladri dal tesoro?» chiese Galla Placidia con voce acre. Il vecchio non reagì e dalla manica estrasse una chiave con cui fece scattare la serratura. «Entrate» disse poi, ritraendosi. «Se potrete uscire mi troverete qui.» Il vecchio dormiva accucciato per terra quando Eurico e Galla Placidia uscirono dalla segreta. Lei aveva in mano un cofanetto. «Sapevo che avresti scelto quello» disse il vecchio appog-giandosi al bastone per rialzarsi. «Attenta all'uso che farai del-l'oggetto contenuto in quella scatola, il suo potere è spaventoso.»

4 Ravenna, 429 d.C.

Non era così che Aspar aveva pensato di trascorrere la serata, ma a tredici anni, garzone da meno di due, non era certo in con-dizione di discutere gli ordini di quel prepotente di Licinius, l'apprendista anziano. Se solo il maestro avesse fatto una capati-na in cantiere a Licinius sarebbe passata la voglia di lasciarlo so-lo a lavorare di notte, ma tanto valeva che si rassegnasse: il mae-stro non sarebbe venuto e gli conveniva fare ciò che gli era stato detto se non voleva prendersi una razione supplementare di sca-paccioni. "Tanto l'imperatrice non sarà comunque contenta" pensò arrampicandosi sull'impalcatura "e domani Licinius mi costringerà di nuovo a cambiare i colori." Prima il cervo era troppo marrone, poi troppo rossiccio, ora doveva renderlo più ambrato. E di sicuro il giorno dopo lo avrebbe voluto con le corna più lunghe e quello ancora successivo con la coda più corta. Di quel passo il mosaico non sarebbe mai stato finito, con buona pace del maestro che era pagato a giornata e disperazione sua che non avrebbe più avuto una sera libera per andare a caccia di rane con gli amici o, meglio, a giocare con la vedova del fornaio. A dire la verità non capiva cosa ci trovasse la donna nel farsi infilare frutti, ortaggi e altri oggetti da ogni parte, ma era divertente sentirla gemere e implorare di farlo ancora... sì... così. Poi ogni volta gli regalava una pagnotta o del miele e una moneta che gli serviva per pagare la retta al maestro. Chissà cosa si era inventata per quella sera. Invece fuori era già buio e lui era ancora lassù, sul ponteggio, a togliere e mettere pietruzze. Distratto dal pensiero di cosa gli sarebbe piaciuto fare alla ve-dova, nel salire al piano superiore dell'impalcatura dimenticò di portare con sé la lucerna. Con un agile volteggio girò attorno a un palo e atterrò sulle assi del livello sottostante, solo che... «Oh no» gemette precipitandosi giù per la scala a pioli e sperando di arrivare in tempo al pavimento. Per l'impeto del salto i chiodi ai quali erano fissati i tiranti che tenevano l'impalcatura si erano sfilati dal muro e ora l'intera struttura oscillava paurosamente. «Resisti bella» implorò scendendo più veloce che poteva. Quan-do gli sembrò di aver raggiunto un'altezza ragionevole saltò nel buio. L'impatto con il pavimento fu devastante. Nonostante aves-se fatto del proprio meglio per attenuare l'urto rotolando su un fianco, quando finalmente si fermò non sentiva più le gambe e ogni tentativo di respirare gli procurava fitte tremende al torace. A un tratto il silenzio che regnava nel mausoleo fu rotto da uno scricchiolio che crebbe fino a diventare un frastuono assordante quando l'impalcatura crollò. Nel buio, senza sapere da che parte spostarsi per allontanarsi dal pericolo, Aspar si raggomitolò e si coprì la testa con le brac-cia. Fu questione di poco, poi nel mausoleo calò di nuovo il si-lenzio. Tossendo per la polvere provocata dal crollo, gli occhi gonfi di lacrime, Aspar provò a muoversi. Poteva andargli peggio, non gli era caduto niente addosso. Temendo ad ogni movimento di scoprire qualche osso rotto, si trovò in piedi, dolorante ma inte-ro, a brancolare nel buio. Tirando su col naso e imponendosi di non piangere tastò il pavimento con i piedi ed esplorò con le ma-ni lo spazio davanti a sé schivando gli ostacoli che lo separavano dalla parete. Poi seguì il muro finché raggiunse la porta. Appena uscito all'aperto trasse un profondo respiro e deglutì il liquido viscoso che aveva in gola. L'aveva scampata bella. Ripresosi dallo spavento, la prima idea che gli venne fu di scappare e non farsi più vedere. Ma poi, ritrovato un poco di co-raggio, decise di dare un'occhiata al disastro appena combinato: magari la situazione era meno grave di quanto temeva e forse, con l'aiuto di qualche amico, sarebbe riuscito a rimettere tutto a posto prima che facesse giorno. Dal deposito degli attrezzi prese una lucerna, l'accese, e tornò all'interno del mausoleo. La polvere si era quasi del tutto posata e la vista che si offrì ai suoi occhi gli fece mancare le ginocchia. Non solo dove prima si ergeva l'impalcatura c'era un'informe catasta di legna, ma nel crollo qualche trave doveva aver urtato la parete abbattendone una parte. Esclusa la possibilità di rimediare, Aspar si aggirò inebetito tra assi, pali ammonticchiati e calcinacci, indeciso fra uccidersi da solo o aspettare che lo facesse il maestro. Da quando aveva lasciato il villaggio dove era nato, sul grande fiume della regione che gli avevano detto chiamarsi Pannonia, non si era mai pentito di aver smesso la misera vita di pastore per seguire il mosaicista, ma in quel momento avrebbe dato chissà cosa per svegliarsi in un ovile e scoprire che si era trattato solo di un brutto sogno. A pensarci bene però, che colpa aveva lui? Era Licinius il re-sponsabile del cantiere quando il maestro si assentava e nessuno avrebbe abbandonato un bambino in un posto così pericoloso. Non era forse lui a stare sempre in prima fila quando si trattava di prendersi i meriti di qualche lavoro ben fatto? Che si beccasse anche le rogne! Ma l'illusione di cavarsela così durò il tempo di un sospiro. Non aveva scampo, doveva nascondersi e sperare che nessuno lo trovasse finché le acque non si fossero calmate. A un tratto il mondo gli parve così piccolo da non offrirgli il benché minimo nascondiglio. Stava tornando sui suoi passi per uscire dal mausoleo quando qualcosa attirò la sua attenzione. Come mai il bordo dell'intona-co crollato era così netto? C'era forse un difetto nella muratura che, almeno in parte, lo scagionava? In effetti l'urto dell'impalca-tura non poteva essere stato violento al punto da abbattere una parete. Si avvicinò con la lucerna e i suoi dubbi trovarono con-ferma: la parte di muratura danneggiata era costituita da un solo ordine di mattoni, messi in coltello a celare uno spazio vuoto ri-cavato nello spessore del muro. E a livello del pavimento un blocco di marmo fungeva da chiusura sfilabile dello scomparto segreto. Aspar non ebbe difficoltà a trarre le logiche conseguen-ze della scoperta: tutt'altro che costituire un'attenuante, il rinve-nimento della cavità avrebbe fatto infuriare chi aveva creduto di disporre di un nascondiglio inviolabile. Sempre più deciso a spa-rire dalla circolazione, prima di andarsene raccolse dal riposti-glio segreto una scatoletta il cui contenuto, una volta aperta, si rivelò essere un pezzetto di legno intagliato e legato a una funi-cella. Stava per gettare via tutto, ma poi decise di conservare il ninnolo sperando che, ricordandogli che effetto faceva trovarsi nei guai fino al collo, gli evitasse in futuro di cacciarsi nei pa-sticci.

Nota: nel 2005 Aspides è stato pubblicato da Halley Editrice

http://www.riccardomerendi.altervista.org



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