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lavoro pubblicato mercoledì 12 aprile 2006
ultima lettura lunedì 22 gennaio 2018

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Quella maledetta centrifuga

di zzoplanet. Letto 1357 volte. Dallo scaffale Teatro

Seduto sul wc, al cospetto di una parete di piastrelle fiorate, l'uomo medio meditava sui fatti del mondo e della vita. Quella vita, la sua, da perfet...

Seduto sul wc, al cospetto di una parete di piastrelle fiorate, l'uomo medio meditava sui fatti del mondo e della vita. Quella vita, la sua, da perfetto uomo qualunque. Quel mondo, il loro, drammatico e osceno quanto è la natura stessa: sterile, marginale, incompiuta natura, di un uomo medio qualunque. L'uomo, come ogni mattina, giaceva nudo sulla tazza. I gomiti puntati sulle gambe. La testa inclinata in avanti. Lo sguardo perso nel vuoto. Una caotica carrellata di immagini scorreva rapida davanti ai suoi occhi stanchi, ancora semichiusi. Una lunga sequenza - ora sfocata, ora nitida - che iniziava sotto le lenzuola, tra il sonno e la veglia, e lo accompagnava per almeno un'ora dopo il risveglio: una serie di fatti, più o meno importanti, una frase, un incontro, una premonizione, un impegno da dispensare, tutti uniti da un'apparente illogicità. Come se qualcuno si fosse divertito a tagliare a pezzettini la pellicola di un film e l'avesse rimontata a casaccio. Un film scompaginato, generato dall'ansia, pervaso da terribili tormenti interiori. Un film crudo e assurdo alla fine del quale non restava altro che un profondo senso di vuoto e di impotenza. Quella mattina l'uomo medio si sentiva così: vuoto ed impotente. Erano le sei di un giorno qualsiasi. Il cielo era ancora buio. La tapparella, sebbene la camera fosse perennemente illuminata dai lampioni stradali, non lasciava trasparire alcuna luce; a differenza di un piccolo foro triangolare praticato dal muso di un pesce spada volante, dal quale penetrava un sottilissimo fascio di luce artificiale che, filtrando l’aria ingrassata dal pulviscolo, si perdeva tra i panni sporchi straboccanti da un cestone di paglia intelata. Il raggio, come uno spot sul palcoscenico, inquadrava un crocchio di polvere pelosa adagiato sul dorso di una t-shirt, vestigia di un’antica ferramenta locale, depauperata da vistose macchie di salsa messicana - altri attori, sparsi qua e là per il bagno, attendevano speranzosi la propria esibizione e, rotolandosi sul pavimento sospinti da leggere folate, sognavano di applausi e successi futuri. L'uomo medio ne seguì uno con lo sguardo. Il polverino era nascosto da un capannello di flaconcini dai nomi strani, che terminavano in diòr, duàr e cose simili, riposti disordinatamente su una mensola decorata da aloni di sigarette dimenticate. Un alito di vento, proveniente da chissà quale spiraglio, lo spinse in avanti facendolo ricadere a zig-zag su una pila di riviste ondulate dall'umidità e ingiallite dal tempo. L'uomo ne prese una e ne scrutò la copertina. Sfogliò distrattamente alcune pagine, senza leggere nulla, e la ripose. Ad un tratto il suo sguardo fu affascinato da qualcosa. Qualcosa che un momento prima non aveva visto. Poggiata sulla lavabiancheria, vicino ad un Dixash in polvere, c'era una rivista nuova di zecca. Data la scarsa visibilità, a stento ne distingueva la figura femminile in copertina. Socchiuse gli occhi per metterla a fuoco come fosse stata lontana un miglio e lesse: P-0-L-A-T-MA-K, P-0-L-A-ST-, P.O.T.A.A., il Postal Market! Con un gesto nervoso, dettato dall’istinto, agguantò la rivista. La ripose sulle ginocchia e, senza esitare un istante, iniziò a sfogliarla con raggiante bramosità. Superate le prime pagine, riservate all'abbigliamento esterno, ecco comparire i dolci ricordi adolescenziali: l'ingresso nella misteriosa sfera dell'autoerotismo. Avvertì un freddo contatto con la ceramica. Un brivido lungo la schiena. Dopo un profondo sospiro, vessato da nostalgie e rinunce, proseguì nella consultazione del catalogo. Tralasciò l'arredamento, il Bricolage, i piccoli elettrodomestici, per approdare direttamente alla sezione da lui preferita: gli articoli da campeggio. Che delizia. La tenda canadese, il fornellino a gas, il martello gommato, le brandine colorate, i picchetti rinforzati; e la pompa per i materassini, le sdraio, il cavo stendi tutto, i tavoli, le stuoie e tanto, tanto, tanto altro ancora. Questo scaturì un inevitabile zapping tra i vecchi ricordi: il mare di Sferracavallo, il campeggio "La fata" di Sferracavallo, la passeggiata per il centro di Sferracavallo, il profumo dei pini del campeggio di Sferracavallo, i bar sul lungomare di Sferracavallo, le corse sulle macchinette a pedali per le strade di Sferracavallo, l'odore della crema solare al cocco della figlia del titolare del campeggio di Sferracavallo, quel ragazzo con la congiuntivite, perennemente ricurvo su due Rizla, a cui piaceva tanto Cim Moris, ma che la sera urlava:" ciuri ciuri, ciuriddu i tuttu l’annu". Che tempi. Questi ricordi, queste immagini dense d’emozioni, indussero l'uomo medio ad una semplice considerazione: " Cazzo, mi piacerebbe essere a Sferracavallo!". Spaparanzato al sole a fare un bel niente. Oziare senza uno scopo, senza uno straccio di dovere, senza nessun maledetto orario da rispettare. Bighellonare da un bar all'altro della spiaggia alla ricerca della cirrosi epatica meno cara: la vacanza infinita. Questa, tra tante, era una delle fantasie più frequenti nell'immaginario dell'uomo medio. A volte l'unica ancora di salvezza tra la pioggia, la nebbia, il capo reparto, la sveglia alle sei, il traffico, lo smog, la suocera e lo stracazzo di bilocale infognato nel quartiere di quella stracazzo di cloacopoli, motrice del P.I.L. nazionale, in cui si ritrovava. -Un sottile spiraglio di luce che s'insinua tra i grovigli di pensieri che formano quella fitta giungla amazzonica che, mentre stavi comodamente seduto, ha proliferato indisturbata nella tua testa. La vacanza al mare...oh!. Quella lunga settimana concessa una volta tanto - se il condominio non ha votato per il restauro del prospetto - che ti sprona ad affrontare un altro anno di nobile lavoro, come la carota con l'asino. Quei due, forse tre, giorni di quiete e spensieratezza che ti fanno capire che, nella vita, non è solo la fatica che ti fa sudare ma anche il non fare un cazzo a trentacinque gradi all'ombra. Quei due-tre giorni in cui diventi improvvisamente ricco e paghi due Margarita come centoventisei lattine di Bavaria, con le quali saresti andato avanti un mese, e ti conforti scrollando le spalle e dicendo: " Cazzo me ne frega. Si vive una volta sola!", sapendo che tra qualche ora te ne pentirai. E ti senti bene. Sei in forma. Ti guardi allo specchio e scopri che quel pallore cloacopolitano è sparito. Adesso il tuo viso è ambrato. La peluria è schiarita, meno evidente. Sembri un altro. Te ne accorgi da come ti guardano. Sei diventato, non vorrei dirlo, quasi...quasi gradevole. Piacevolmente accettabile. Passabile. Ma no se ti guardi bene ti accorgi che sei proprio figo! Magari una di queste sere tè ne fai pure una. In spiaggia è pieno di pollastrelle! Massi c'è quella biondina che proprio ieri, quando vi siete incrociati alle docce, ti ha lanciato di quelle occhiate che… Proprio due, al massimo tre giorni. Perché poi arriva il giovedì e allora alcuni strani pensieri riaffiorano alla sprovvista - la vacanza giunge al termine. E’ finita la pacchia. Cominci ad innervorsirti. Devi tornare a casa, devi tornare tra i pallidi, devi usare l’ascensore, devi schivare il portinaio, devi tornare a…lavoro. Manca poco, solo un paio di giorni. Cerchi di non pemsarci. Tenti di distrarti, di rilassarti. Ma è come un chiodo fisso e, malgrado tu faccia di tutto, non riesci a scrollartelo dalla testa. Il viaggio di ritorno - il tuo capo - il tuo bilocale. Provi a stenderti ma fa troppo caldo, il sole ti da fastidio, la sdraio è scomoda, non riesci a trovare una posizione che ti aggradi. Hai fame ma non sai di cosa, hai sete ma non ti va di spendere un patrimonio per una bibita… improvvisamente sei tornato povero! Quindi arrivano i dubbi. Ti chiedi a cosa è servito un anno d'attesa per poter stare stravaccato al sole, a grattarti i cosiddetti se, adesso che ci sei, vorresti fuggire lontano. Ma dove? A Santo Domingo! Là si che ci si diverte. Ehm...,Si, si…Santo Domingo, magari l'anno prossimo. E il cervello riparte. Ricominci a pensare, pensare, pensare…Ti vedi a lavoro, ti vedi seduto davanti ad un monitor, ti vedi correre sotto la pioggia per non perdere l'ultimo tram; le strade bagnate, la nebbia, il cappotto verde inzuppato. Ti vedi in fila al supemercato. Ti vedi davanti allo scaffale della Bavaria (Porca troia!). Ti vedi alla mattina, appena alzato dal letto, due valige sotto gli occhi, bere il caffè. Ti vedi…seduto sulla tazza del cesso. L'uomo medio stava immaginando se stesso seduto sul water sul quale era già sprofondato. Nella stessa posizione, nella medesima casa. Aveva costruito un percorso che, a conti fatti, lo riconduceva allo stesso punto da cui era partito: proprio come le piste della Mattel. Una cella, prodotta dai suoi stessi pensieri e dalle sue stesse fobie, che lo teneva imprigionato in un ciclo perpetuo e ossessionante guarnito da aspre verità personali. Surreale, ma altrettanto vero da far vacillare la sua stessa vita. Hanno unto il cervello con il grasso e l'hanno buttato nel cestello della lavatrice. E dentro quella lavatrice sembrava che in tanti ci stessero lavando i panni. Non solo i suoi ma anche i pensieri di altri comparivano adesso, all’improvviso: strane figure, strani soggetti, strane storie che a lui non appartenevano. Uscire da questo vortice non era impossibile. Bastava premere il pulsante giusto. Ma qualcuno doveva pur spiegarglielo. Appurato che l'uomo medio qualunque trascorre gran parte del suo tempo in compagnia di altri uomini qualunque, quindi con simili problemi di centrifuga, urgeva un intervento esterno: Stop! E che ci voleva?


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