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lavoro pubblicato lunedì 10 aprile 2006
ultima lettura martedì 17 luglio 2018

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Anna

di Alve24. Letto 1216 volte. Dallo scaffale Racconti

Un passo dopo l’altro, con lo sguardo fisso ma distratto sui volti che le piombavano davanti, così tornava a casa Anna quella sera. Così come faceva l...

Un passo dopo l’altro, con lo sguardo fisso ma distratto sui volti che le piombavano davanti, così tornava a casa Anna quella sera. Così come faceva le altre sere. Per ogni metro che avanzava la sua mente si soffermava su un pensiero diverso. L’università che era agli sgoccioli ma pareva non avere fine, il suo ragazzo col quale non riusciva più a parlare, pur avendo un milione di cose da dirgli, le mezze parole degli amici, alle quali crede sempre solo a metà. Ma la sua vita non aveva strappi, a parte qualche dolore, che è fisiologico in una vita di 23 anni, non era sopravvissuta a nessuna vera paura, a nessun evento né particolarmente meraviglioso né terribile. Niente che le avesse chiarito chi lei fosse visceralmente; in situazioni estreme a volte ci si conosce meglio, e si riconoscono forze e limiti sconosciuti di se stessi. Nonostante le sue pur appaganti esperienze di vita, non aveva mai compiuto scelte fondamentali. In fondo, si sentiva di stare vivendo a metà. Era perduta, disorientata, anche se viveva in un cubo di un metro per uno, che era la sua vita. L’inerzia delle sue giornate la schiacciava ma poteva tranquillizzarla. Sapeva cosa l’aspettava, sempre. Finché la tua vita non muta, ti senti forte e sicuro…e non ti guardi allo specchio, non ti guardi veramente intorno. Non ti poni domande. Non le mancava nulla, non si lamentava mai, era una ragazza normale, solare. Amando lo sport andava spesso a correre, e il contatto con la natura, i parchi, le riempiva i polmoni di ossigeno e il cuore di leggerezza. Non si può dire che avesse un buon rapporto con la madre, il padre un pò assente, ma cercava di prenderne il buono;erano diversi tra loro ma, chi non lo è! Anna non è una persona che trattiene le emozioni, o il disappunto, assolutamente, ma ogni screzio si appiana puntualmente. Quella sera dicevo, ancora con la mente che vagava, varcò la porta di casa meccanicamente. Inserì la chiave nella serratura, la girò e piombò in casa. Scorse sua madre in cucina, la quale non si voltò. Tutto normale dunque, o quasi. La luce della sua camera era accesa… chi poteva mai essere? Il padre era fuori, lei lo aveva sentito per telefono nella mattinata. Si affacciò oltre il corridoio, e vide proprio lui, seduto sul letto. Un’ espressione stranita, scura, un po’ come la voce ascoltata in precedenza. Muta, si avvicinò ancora di un passo, ma fu investita dall’angoscia che ormai abitava quella stanza e le corde vocali si misero a vibrare da sole….:”che è successo?” senza quasi voler incrociare lo sguardo del padre. Anche il padre cercò di evitare quello della figlia; in realtà non c’era una gran confidenza tra i due, le difficoltà presenti nelle loro conversazioni erano ormai un’abitudine , ma stavolta lui non poteva tirarsi indietro, quel compito gli spettava: “Stamattina sono stato a Roma, lo sai. Ma non era per motivi di lavoro, come ti avevo accennato oggi.” Lei, un pò rassicurata dalla voce paterna e un pò inquieta per l’incertezza che ne derivava, si sedette vicino a lui. Non le venne altro da dire se non “cosa è successo, papà?” un’altra volta. Lui, generalmente non incline ad affettuosità, la guardò finalmente negli occhi e continuò: ”E’ successa una cosa, ed è per questo che ho preso il treno all’improvviso. Si tratta di Stefano, tuo cugino.” Stefano era il figlio della sorella del padre di Anna, viveva a Roma. La situazione le si inquadrò nella mente man mano che le parole di lui aggiungevano informazioni. Suo cugino si era sentito male improvvisamente, mentre era in palestra. Scoprirono così che soffriva di cuore, nessuno lo aveva mai sospettato, nemmeno lui. I medici non erano riusciti a fare nulla. Mentre Anna ascoltava quel discorso, un po’ sconnesso, pose gli occhi sulla sua finestra, quasi a voler allontanare il pensiero o respirare ancora un po’ di quella serenità mantenuta fino a poco prima. Poi iniziò a figurarsi nella mente la figura di Stefano, il suo volto, ma non ebbe successo. Non riusciva proprio a ricordarselo. È vero, non si vedevano mai, non c’era un rapporto intimo, ma fu lo shock della notizia che non le permise di immaginarselo. Rimase da sola nella stanza. Non si mosse. Memoria sbiadita, parole vuote, battute poco divertenti, sorrisi scambiati per cortesia, col pensiero e la volontà fermi altrove. Poca attenzione. Solo questo c’era stato. Solo questo poteva ricordare. Il giorno dopo si misero in viaggio per Roma. Prima di partire, Anna cercò le foto del Capodanno passato, lo avevano festeggiato dalla zia, e fu così che rivide finalmente il viso del ragazzo. Eccolo, infatti, era lui. Era così. Ora lo ricordava. In quella fotografia Stefano era sul divano, pensieroso, ma sorridente, preso all’improvviso, e nello sfondo c’era lei, distante, che parlava al cellulare con chissà chi. Per tutto il viaggio Anna ripensò a quella scena e si sentì male. Ma si erano mai parlati veramente? Poteva dire di averlo conosciuto un po’? Cosa sapeva di lui? Dalle cose più banali a quelle più importanti… non gli aveva mai raccontato nulla di lei. Né era successo il contrario. Lei parlava con qualcun altro. Qualcuno di cui neanche si ricordava. Si sentì contorcere lo stomaco a quel pensiero. Un’altra città, sì, un’altra vita, un’altra persona che non conosceva. Un estraneo in realtà, eppure nelle loro vene scorreva lo stesso sangue, avevano pressappoco la stessa età, com’era possibile non riuscire a conoscersi? Certo, vicissitudini varie, litigi saltuari tra suo padre e la zia, la lontananza…ma non era questo. Quando sei con qualcuno e ci parli o anche solo lo guardi, ci si dovrebbe toccare. Nello spirito. Ma non era mai avvenuto…..o non ci aveva mai fatto caso. A Roma restarono due giorni. Anna in quei due giorni fu come in apnea, con la mente e i riflessi che viaggiavano altrove. Guardava tutto quello che succedeva come da dietro un vetro. Tornarono a casa; ripresero più o meno la vita di sempre. Ognuno visse e superò pian piano il dolore intimamente, senza troppe parole. Come era solito fare a casa sua. Lei si muoveva e parlava in modo normale, senza che trasparisse qualcosa che profondamente non riusciva a provare. Non capiva cosa le stesse accadendo. I sentimenti di Anna erano a volte sconcertanti, poco dolenti, più distratti di quanto dovessero essere. Ogni cosa che faceva, la faceva con poca voglia, era sottotono, nulla di più. Fu soltanto dopo una settimana che lei finalmente pianse. Tutto un pomeriggio. E fu soltanto allora che si rese conto di quanto tempo perso dietro al nulla, nella sua vita, l’avesse allontanata da lei stessa, oltre che dagli altri. Dalle persone a lei simili, o da chi era diverso e poteva insegnarle. La scontatezza della sua vita, dei suoi gesti la ferì moltissimo. Istantaneamente pensò a quante volte non badava a ciò che faceva, alle persone con cui parlava. Se fosse potuta tornare indietro, alla sera di quel capodanno, oggi si sarebbe avvicinata a lui, gli avrebbe fatto un milione di domande. Ma è raro che la vita regali una seconda possibilità di amare, a volte è impossibile. Non poteva nemmeno tenersi legata stretta ad un ricordo importante…non ne aveva. L’unica cosa che volle promettere a se stessa da allora in poi fu quella di vivere ogni istante più intensamente, lì e in quel momento determinato. Questa incitazione, fatta a se stessa con vigore, la risollevò, ma dentro di lei sapeva che non l’avrebbe mantenuta come voleva. Dopo un po’ ti ritrovi a vivere distrattamente. È normale. Siamo tutti addormentati, tutti preoccupati del domani, un domani che nessuno ci assicura. E dell’oggi, certo come il respiro che ci tiene in vita in questo istante, non ce ne occupiamo. Oppure perdiamo tempo a rimuginare sul passato, sugli errori o sulle azioni che vorremmo cancellare, che ci angustiano. Invece di ricominciare da capo e cambiare ciò che ancora è recuperabile. È per “l’adesso” che bisogna vivere. Perché è l’unico tempo che esiste davvero, perché ci tiene al sicuro dalle ombre del passato, e dall’ansia del futuro, che non ci fa respirare. Che non ci fa’ vivere pienamente. Anna si rese conto di tutto questo negli anni, attraverso riflessioni, esperienze e, perché no, anche letture. Ma mettere in pratica queste sagge parole richiede tutto sommato concentrazione. Volontà. Vivendo, si accorse che forse nemmeno il presente esisteva. O che comunque era sfuggente, scorrevole, decisamente troppo veloce. Forse non possiamo fare molto per essere felici. Per non avere rimpianti. Quando non sbagliamo noi, a volte sono gli altri ad impedirci di stare bene. Ma la viscerale volontà di vivere in modo da essere predisposti solo verso ciò che ci regala serenità e quel pizzico di momentanea, ma reale, felicità è un buon inizio.


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