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lavoro pubblicato domenica 9 aprile 2006
ultima lettura sabato 16 giugno 2018

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Lettera di uno scrittore e di

di Desmaele. Letto 957 volte. Dallo scaffale Generico

Lettera di uno scrittore e di un bastardo Guardava i fogli sparsi sul tavolo e per terra e alcuni ancora indecisi nell'aria: vento dis...

Lettera di uno scrittore e di un bastardo Guardava i fogli sparsi sul tavolo e per terra e alcuni ancora indecisi nell'aria: vento dissolutore, lacrime di carta. Li aveva pensati vivi. Vivi. Almeno loro. Li aveva sparsi vivi. Poi li aveva strappati. E non ne era uscito sangue. Lacerati non avevano stillato neanche una cazzo di goccia di sangue! Niente! Ma col filo di un foglio si era tagliato l'avambraccio. Carne che sanguinava... la sua... di lui... Non capiva. Come potesse essere che il sangue fosse proprio lì, ancora dentro la sua carne. Cosa voleva dire? Che non sarebbe sopravvissuto nei suoi racconti? Aveva sempre creduto che fosse lì la sua esistenza. Che la prossima vita fosse nel prossimo libro. Non era vivo da vivo. Non lo sarebbe stato da morto. Era così allora. Non aveva nessuna importanza quanto ingiallita sarebbe stata la carta, quanto ancor più fragile nei punti in cui erano state versate delle lacrime. Erano si parole più vive di un morto. Ma i ricordi che non possono avere ricordi non sono vivi. Un po' come un suicida: è un ricordo che si accinge a non aver più ricordi. Quelle nere parole sul diario erano solo i vermi che avevano scavato la carne di un cadavere ancora vivo. Quelle scure frasi: tunnel di carne marcescente, di pensieri a braccetto della morte. Quella schifosa carta che suppurava inchiostro come gli umori dalla pelle di un cadavere in decomposizione. Quelle parole che avevano consumato bianco. Avrei bruciato, purificato ogni cosa. Avrei cremato me, avrei cremato i miei libri. E voglio dire a tutte le persone che amo che vi odio. Avreste potuto ricordarmi la vita, amarmi come mai prima... proprio ora che mi serviva che mi foste amici e amanti, proprio ora che non avevo più alcuno che mi amasse... neppure io. Vi siete rifugiate nel vostro mondo come se ciò potesse mettervi al riparo dal dolore. Come se tenendo fuori me, poteste tenere lontano la sofferenza. Mi avete spalancato la morte dentro. Dio che faccio? Parlo alla terza persona, poi alla prima? Cazzo: allora ho ancora speranza che si stia per uccidere la persona sbagliata. Tony P.


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