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lavoro pubblicato domenica 9 aprile 2006
ultima lettura giovedì 12 luglio 2018

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CARILLON (XVIII)

di Dunklenacht. Letto 968 volte. Dallo scaffale Generico

CAPITOLO XVIII L’ULTIMO BACIO 3 FEBBRAIO Riprendo il racconto che ho interrotto l’altra volta. Ho poco tempo per scrivere… ...

CAPITOLO XVIII

 

L’ULTIMO BACIO

 

3 FEBBRAIO

 

Riprendo il racconto che ho interrotto l’altra volta. Ho poco tempo per scrivere… Ho sciolto i miei lunghi capelli, che mi ricoprono le spalle, sono in vestaglia e ho fretta di andare a letto.

 

Ero nella catapecchia e mi immaginavo le scorribande dei fuorilegge… Mi sembrava di vederli seduti, attorno a quel favoloso tavolo rovesciato, al quale mancava una gamba, mentre, al lume di candela, per non farsi scoprire, mangiavano la zuppa di fagioli, ancor fumante.

 

Mi figuravo le loro parole cupe, le gomitate, gli insulti…

 

Una vecchia stava in mezzo a loro. Le mancavano due denti davanti e si esprimeva in modo brutale. Si sentiva per tutta la stanza un rumore di mascelle, che divoravano il pasto nottetempo, prima della fuga.

 

Fantasie!

 

E pensare che, allora, quello era un luogo così deserto… Soltanto la luna vi entrava, attraverso le finestre dai vetri rotti, dalle imposte sbilenche…

 

Mi fermai. Avevo sentito dei passi. Un rumore, un’ombra… C’era qualcuno! E mi chiamava, con voce roca.

 

Non volli fuggire. Mi ero accorta che quella figura mi era assai familiare!

 

-         No, qui l’unico fantasma sono io! – sussurrò il nuovo venuto, cupamente, come per farmi paura e divertirmi, allo stesso tempo.

 

Era sempre lui, il mio amico guardaboschi, così allegro e gioviale nei miei confronti e sempre pronto agli scherzi e alle facezie.

 

-         Sei venuta qui, nella vecchia stamberga – diceva, fingendosi uno spirito rantolante ed arrabbiato. – Sei venuta qui, a turbare il silenzio di questo luogo maledetto…

 

E rideva, vagamente.

 

Si divertiva a scherzare con me. Quella notte, però, rimase insolitamente sulle sue.

 

Mentre contemplavamo insieme un raggio di luna bianco, che entrava nella decrepita stanza, mi chiese se credessi ai fantasmi.

 

Poi mi posò una mano sulla spalla, sussurrando piano:

 

-         Lei abitava qui, sai? Qui, Marlene, nella vecchia stamberga…

 

-         Lei?

 

-         Oh, sì… Queste mura hanno conosciuto la sua profonda infelicità…

 

Diceva che il suo spirito si lamentava, nella notte.

 

E dopo che fu rimasto in silenzio, mi parve di udire qualcosa.

 

Era il richiamo lacrimoso di una donna… Vagava per le stanze, moriva nelle tenebre…

 

Forse, era davvero la voce della morta.

 

Poco dopo, il guardaboschi mi confidò che il suo pianto si udiva anche da lontano, specialmente nelle notti di luna nuova, o nell’anniversario del giorno infelice.

 

A me era parso di sentirla ancora.

 

Aveva fatto il mio nome, sì, il mio nome… Mi aveva chiamata, dicendomi:

 

-         Marlene!

 

Poi, il silenzio…

 

Venne l’aurora.

 

Fu così che ebbi un sogno, quasi una visione.

 

Una nuvola rosa avvolgeva il cielo e la terra, in un giorno di luce, in cui tutto sembrava volare.

 

Un uomo e una donna correvano l’uno incontro all’altra, sullo sfondo dorato di un campo di grano.

 

Vidi un abbraccio, poi, le lacrime, perché tutto era impossibile…

 

Si dissero addio, travolti da un infausto presagio di morte, mentre una voce gridava al vento:

 

-         Che ne sarà del nostro angelo?

 

Una nuvola nera celava ogni luce, prima che si levasse la brezza fatale, quella che sparge le fuggenti ceneri di un amore perduto.

 

E mi parve che un’anima mi carezzasse con affetto, dicendomi, piena di compassione:

 

-         Proprio come te…

 

Ripetei dentro di me quelle parole arcane e caste.

 

Il loro suono sapeva addormentare e risvegliare, compiangere e cullare, tanto, che ricordava le lacrime di un cuore trafitto.

 

4 FEBBRAIO

 

Mi risveglio poco dopo il canto del gallo, come le montanare di un tempo, che andavano per i sentieri con le loro gerle sulle spalle.

 

Sono nell’affettuosa mia dimora. Un concerto di brezze e d’uccelli mi richiama al giorno.

 

Immagino quel viottolo che conduce al mulino a vento già coperto di margherite e di papaveri, come se fosse maggio.

 

Scricchiolano le pale, sospinte dalla forza delle brezze… Tutto sembra abbandonato.

 

Ho con me il grazioso ombrellino giallo, che tanto mi rallegra nel grigiore.

 

Un profumo lieve, di rose e viole, sembra toccarmi, commuovermi, come se fossero i fiori del primo amore.

 

E tutto questo è soltanto impressione.

 

7 FEBBRAIO

 

Raccontavo un sogno alla mugnaia, due occhi belli mi guardavano… La cara amica ascoltava con tenera passione il suono della mia voce.

 

Mi sorrideva.

 

Posato che ebbe il mastello con l’acqua di fonte, che ogni mattino con generosità ci regalava, rimase a lungo accanto a me, come una sorella affettuosa.

 

Era la mia compagna di giovinezza, alla quale volentieri confidavo i miei segreti d’amore.

 

Non mi parlava. Restava silenziosa, magicamente pensosa… Leggevo nei suoi sguardi lo splendore delle stelle, come se quanto le narravo fosse un mistero celeste, da lei già vissuto ardentemente.

 

Fu allora che la cara mugnaia mi mostrò un medaglione, che nascondeva in seno.

 

Conteneva un ritratto, che la giovane donna portava sempre con sé.

 

-         Guarda! – mi disse. – Ma se davvero sei mia amica, non svelare a nessuno questo segreto!

 

Era dorato, bellissimo.

 

L’immagine era antica, resa un po’ opaca dal tempo, ma non fino al punto da non consentirmi di riconoscere il tenero volto che raffigurava.

 

Forse, mi dicevo, in quell’epoca, colei che mi parlava era ancora bambina.

 

E guardavo, contemplavo quel viso tanto bello, che però mi venne mostrato in un solo istante. La dolce mugnaia mi confidò di non avere mai fatto vedere a nessuno quel medaglione, prima di allora.

 

-         Se vorrai, te lo regalerò – mi disse, con voce melodiosa.

 

Io portai una mano al seno. Fui commossa da tanta generosa amicizia…

 

-         Oh, no, non potrei mai! – risposi poi.

 

La donna fece presto a nascondersi addosso il prezioso monile. Doveva aver tenuto a quella persona più che alla sua stessa vita. Ad ogni modo, le serbava certamente una profonda riconoscenza, per ricordarla con tanto affetto.

 

-         Ora ascoltami, Marlene – mi sussurrò la giovane amica, in un orecchio.

 

-         Che cosa? – mormorai.

 

-         Scendi fino al grande torrente… Lungo la sponda sassosa, là dove l’acqua è più gorgogliante, troverai un baule, nascosto sotto le pietre…

 

-         Un baule?

 

-         Fui io a seppellirlo. Era il suo ultimo desiderio…

 

Già la salutavo. Rimasi per un attimo sulla soglia. Mi parve che qualcuno mi chiamasse.

 

-         Marlene… - mi raccomandò la mugnaia. - Fa’ attenzione!

 

Non mi disse altro. Io richiusi l’uscio, senza rispondere al suo saluto malinconico.

 

Era il suo ultimo desiderio… Era il suo ultimo desiderio… Ripetevo dentro di me queste parole, chiedendomi quale fosse il loro vero significato.

 

Il grande torrente mi impressionava sempre. L’avevo visto solo poche volte, la domenica, quando Nadine mi ci aveva portata. Era un corso d’acqua profondo e misterioso…

 

Due amiche, che si fanno coraggio a vicenda, non hanno paura, in una giornata di pieno sole, quando il tempo non è molto grigio.

 

Laggiù, a valle, si vedevano solo di rado figure di pescatori o di passanti. Lungo il torrente c’erano delle case abbandonate; correva voce che tante persone fossero annegate in quei paraggi.

 

Il bruire delle acque risuonava più cupo, entro quelle mura decrepite.

 

Mi avvicinai piano alla sponda deserta e bigia, cosparsa di sassi bruni, tra i quali crescevano solo pochi fili d’erba, allora bruciata dall’inverno.

 

Di solito c’era la neve… Anche quel giorno, le rive ne erano ricoperte.

 

Trovai il luogo. Presi a scavare a mani nude, dopo aver tolto le pietre.

 

Ecco, il vecchio baule veniva alla luce, pian piano, ma il mio cuore tremava, a causa di un presentimento segreto. Avevo paura. “Fa attenzione!” mi aveva detto la mugnaia.

 

Forse, quel luogo era stregato.

 

Il cielo si era fatto così nuvoloso, così nero…

 

Una voce risuonava dentro di me. Era quella del barone… Mi raccomandava di non aprire il baule in quel luogo, altrimenti, avrei scatenato la tempesta, sì, la tempesta…

 

Non volli credere a quelle parole. La curiosità mi sopraffaceva… Dal forziere uscì uno scritto, che il vento strappò alle mie mani.

 

Cercai di afferrarlo, invano… Ruzzolai; oltre la riva scoscesa, mi attendevano le acque, gorgoglianti e fatali!

 

Ero caduta nel torrente.

 

La corrente mi trascinava con sé. Provai una sensazione gelida, tanto, che temetti di morire, sì, di morire!

 

Cielo!

 

Tutto era così malinconico e triste… Una voce sembrava chiamarmi, forse, qualcuno mi voleva con sé, per sempre…

 

Io ascoltavo, ma ero piena di mestizia… Invano cercavo di aggrapparmi ai rami e agli arbusti che mi capitavano vicino. Chiamavo aiuto, inutilmente…

 

A poco a poco, perdevo i sensi. Mi dicevo che forse, la povera annegata voleva colei che era nata dalle sue viscere con sé, per l’eternità…

 

Ma ancora non capivo, no, non capivo il significato di questi pensieri.

 

Con sé… Per sempre… E mi pareva di vederla… Era una fanciulla in lacrime, vestita con un velo, voleva abbracciarmi, una duplice sorte ci accomunava…

 

Una figura apparve sulla sponda. Era il guardaboschi. Gridai, mentre l’inesorabile corrente mi rapiva. Egli si mise a correre, urlando disperato:

 

-         Marlene! Afferra la mia mano! Afferra la mia mano, in nome del Cielo!

 

E me la tendeva. Io cercavo di afferrarla, invano, invano, invano…

 

Tutto sembrava inutile. Un destino malinconico mi condannava. Svenni. Di ciò che accadde poi, non ricorderò mai nulla.

 

-         Il baule… Quella donna… Alphonse… - avevo sussurrato, poco prima. – Mio fratello… Il carillon… Padre mio!

 

Potevano essere le ultime parole di una moribonda, che, prima di andarsene, evoca le più care immagini di felicità, dopo averle ricordate per tutta la vita.

 

La corrente, il latrato di un cane lupo, un uomo, che mi tendeva la mano: queste, le poche immagini che mi restano degli istanti terribili.

 

Avevo sbattuto la testa, la testa…

 

Poi mi accorsi che stavo riaprendo gli occhi. Una visione nebulosa e vaga si disegnava nelle mie pupille, cispose e malinconiche…

 

Un vecchio che si appoggiava al bastone, una donna che lavorava a maglia, su di uno sgabello, un uscio socchiuso, una finestra semiaperta, dalla quale entravano le poche folate di vento, che mi conducevano al risveglio: questo vidi.

 

E davanti a me c’era il baule. Avevo rischiato la mia vita pur di averlo.

 

Ero sul mio letto, avvolta nelle lenzuola bianche. La morte, per una volta, non mi aveva voluta con sé. La vita continuava a mostrarmi le sue commoventi visioni di sogno.

 

-         Marlene!

 

Oh, sì, ero di nuovo io.

 

L’uscio cigolava lentamente, sospinto da una mano bianca, che già conoscevo.

 

Quando la mugnaia seppe, le guance sue si bagnarono di lacrime.

 

Avvicinandosi a me, si prese per un attimo il volto tra le mani, esclamando sottovoce:

 

-         Povera ragazza! Lo sapevo… Tanto ti amava!

 

Che cosa voleva dire? Forse, non lo avrei saputo mai.

 

La cara donna si sentì un po’ in colpa. Si tolse il bel fazzoletto a fiori che le avvolgeva i lunghi capelli vellutati e lo posò sulla mia fronte, bagnata da un sudore freddo.

 

-         Rimettiti presto – mormorava. – Lo sapevo, lo sapevo… Non avrei dovuto!

 

Era stato il guardaboschi a salvarmi.

 

Con il suo braccio ancora vigoroso, mi aveva afferrata, in extremis, poco dopo che avevo perduto i sensi… Ancora un attimo e sarei precipitata dalla cascata…

 

Con due occhi tristi guardavo l’oggetto che avevo conquistato, incapace di fare qualsiasi cosa. Non riuscii neppure a sussurrare un grazie affettuoso a colui che mi aveva salvato la vita… Nel momento del risveglio, mi stava accanto…

 

Il buon vecchio mi tese la mano. Tutto quello che potei fare fu di stringergliela, con grande affetto.

 

Un bel giorno aprimmo il baule.

 

Volevo farlo insieme a tutti i miei amici. La dolce mugnaia, che piangeva, disse che avrebbe esaudito ogni mio desiderio, pur di vedermi contenta. C’era anche il caro guardaboschi.

 

Nadine, che soleva sferruzzare, sulla sedia a dondolo, se n’era andata per un istante. Tanto meglio, perché non era il caso che conoscesse quel segreto, che non le apparteneva.

 

Trovammo un corredo, un vestito da sposa e delle immagini antiche, rese opache dal tempo.

 

Mi misi a sedere sul letto.

 

Quegli abiti un po’ polverosi, che però non avevano conosciuto l’usura, erano un romanzo, il suo romanzo, mai raccontato prima ad alcun mortale.

 

Un giorno, anche la fanciulla era stata felice ed aveva amato.

 

E tutto parlava di una stagione di giocondità, di un mattino lontano, in cui quegli occhi scintillavano perdutamente…

 

Mano nella mano, con lui, si preparava a ricevere quel bacio, appassionato, che l’avrebbe resa sposa.

 

Ma il suo sogno era stato infranto.

 

Sapeva di essere condannata all’infelicità… Per questo, aveva preso l’immagine del suo innamorato e l’aveva riposta in seno.

 

Era tra le sue braccia che desiderava rendere il suo ultimo sospiro, sì, pensando a lui, e a colei che non avrebbe conosciuto mai…

 

Il destino degli occhi suoi, tanto, tanto belli, era smettere per sempre di brillare.

 

E quel sogno dorato, di lunga felicità, un sogno che ella desiderava durasse per tutta la vita, si era spento in lei, svanendo nel suo dolore, nell’immensità, fredda, della morte.

 

Tutto questo raccontavano quelle poche immagini, quel vestito bianco, ornato di pizzo, che aveva appena toccato le sue membra, ma mai era stato sfiorato dalle carezze o dagli abbracci di lui.

 

E quel bacio, da lei infinitamente desiderato, era morto nel suo sospiro, sulle sue labbra, divenute gelide.

 

Di tanti sogni, soltanto quel baule restava, pieno di malinconici ricordi, e di lacrime.

 

Il suo ultimo desiderio era stato soltanto di non essere dimenticata.

 

-         Vi prego! – aveva detto. – In nome dell’affetto che avete per me, bruciate o distruggete le mie ultime fotografie, insieme con tutte le cose che vi possono ricordare il mio volto triste… Dimenticatemi! Solo così, un giorno, dimenticherete anche il pianto!

 

Così aveva detto, tra le braccia dei suoi cari.

 

L’affettuosa mugnaia richiuse il baule. Allora, fu come se un’illusione, perduta e lontana, svanisse, dinanzi ai nostri occhi pieni di commozione.

 

Ma chi era quella donna? Era stata rimpianta? Che cosa le aveva riservato la sorte?

 

Mille, infinite domande affollavano le nostre menti e salivano dai nostri cuori infinitamente sconvolti!

 

Fui io la prima che osò parlare.

 

Sussurrai:

 

-         Restituiremo questo baule alle acque profonde del torrente… Questi ricordi, ahimè, non ci appartengono, né ci apparterranno mai.

 

La dolce mugnaia fece cenno di sì col capo e un pensiero, per un attimo, ci afflisse.

 

Quello scatolone pieno di tristezze era stato richiuso, per sempre!

 

Io non conoscevo il passato che si celava dietro le immagini che avevo visto. Forse, non l’avrei conosciuto mai, ma quella storia triste mi fece dimenticare l’abbraccio.

 

Dissi:

 

-         Vi prego, amici miei, statemi accanto. Senza di voi, le lacrime, la vita, mi avrebbero uccisa…

 

Fu allora che mi sorrisero.

 

Fu allora che riscoprii sui loro volti quel dolce segno, che, come il primo raggio di sole, pone fine alla tempesta.

 

Mi strinsero forte.

 

Io mi dicevo che avrei vissuto del loro abbraccio per tutta la vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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