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lavoro pubblicato sabato 8 aprile 2006
ultima lettura martedì 4 agosto 2020

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CARILLON (XVII)

di Dunklenacht. Letto 1015 volte. Dallo scaffale Generico

PARTE SECONDA “Sogno blu” DAL DIARIO DI MARLENE CAPITOLO XVII LA MUGNAIA 22 GENNAIO Apro la fine...

PARTE SECONDA

 

“Sogno blu”

 

DAL DIARIO DI MARLENE

 

CAPITOLO XVII

 

LA MUGNAIA

 

22 GENNAIO

 

Apro la finestra al nuovo mattino, smarrisco lo sguardo nel cielo immenso, che già pare affollato dalle rondini dai riflessi turchini.

 

Un suono amico, di campana, saluta il nuovo giorno, mentre dai tetti rossi e lontani si levano nuvole di storni.

 

La mia camera è un nido. Sguardo dopo sguardo, l’ho percorsa tutta, vi ho scoperto, prezioso, il silenzio. Una melodia soltanto lo turba. E’ quella dei ricordi.

 

La luna è calata e da poco brillano le luci dell’aurora.

 

Sono sola, qui, ad ascoltare quel suono melodioso, lo stesso che mi cullava un tempo. Un’anima cara me l’ha voluto rendere, così come il buon benefattore restituisce il tesoro perduto al suo legittimo proprietario.

 

25 GENNAIO

 

Mi colpì quella figura dolce, di giovane donna.

 

Teneva i capelli avvolti in un fazzoletto bianco, ornato di fiori celesti, le sue mani, pur avvezze alla fatica, erano ancor belle, il dito abbellito da un vecchio anello, prezioso quanto un ricordo.

 

Portava zoccoli di legno, da contadina.

 

Era lei che ci portava, al mattino, quel latte appena munto, in un secchio di legno, insieme con altri prodotti della terra.

 

Lo faceva con affetto. Io credo quasi con devozione.

 

Sapeva delle storie, dei racconti di vita campestre, con i quali accompagnava sovente il suo buongiorno.

 

Gli occhi suoi mi serbavano sempre un tenero sguardo. Non capivo che cosa fosse, ma tutti mi accarezzavano, come una bambolina.

 

Sì, lo facevano tutti, ma lei, la mugnaia, aveva per me un’inenarrabile tenerezza.

 

Non vi so raccontare i sentimenti che mi ispirava, ma erano come il rossore vivo e un po’ infantile che coloriva le guance di quella donna così naturalmente. Gliele aveva colorite anche quando ci eravamo incontrate per la prima volta.

 

Anche lei era ragazza, eppure, accanto a me, dava l’impressione di essere ora una madre, ora una nonna, ora una sorella.

 

-         Da dove vieni? – mi aveva chiesto quando avevamo fatto conoscenza.

 

-         Da lontano, molto lontano.

 

-         E’ la prima volta che ti vedo. Qual è il tuo nome?

 

-         Marlene.

 

-         Oh, Marlene! Quanto mi è caro questo nome, quanto mi è caro…

 

Queste, le nostre semplici parole.

 

Poi, la mugnaia mi aveva accarezzato, con le sue mani bianche, di giovane donna. Mi ero sentita anche rivolgere dei complimenti, che però non mi avevano fatta arrossire.

 

Parlava sempre sottovoce.

 

Si sarebbe detto che avesse avuto quasi timore di parlare a voce alta. Amica del silenzio, svelava a pochi i suoi segreti.

 

Oh, no, non li svelava mai!

 

Quando le chiesi il perché di quello sguardo languido, eppur malinconico, e di quelle sue parole pronunciate con vaghezza, ella non mi rispose. Si posò un dito sulle labbra e mi lasciò.

 

Gli occhi suoi mi nascondevano qualcosa.

 

26 GENNAIO

 

Ho scoperto un mulino a vento.

 

Chissà! Forse, era là che lavorava la mia nuova amica.

 

Non ne avevo mai visto uno prima d’allora. Mi è parso grande, come un gigante, con le pale che ruotavano, spinte dal vento, quasi per incantesimo.

 

Mi sembrava di abitare in una di quelle regioni del Nord, in Olanda, per esempio. Ma era l’unico, di una terra sognante e misteriosa, che ancora non conoscevo.

 

E’ stata Nadine a mostrarmelo. E io mi divertivo ad immaginare quale fosse il movimento che lo faceva funzionare. Mi figuravo gli ingranaggi, le macchine, il grano, dal quale si ricavava la farina, con cui si faceva il pane.

 

Era vicino al fiume, che però, d’inverno, era malinconico, perché non gelava.

 

No, non gelava, per questo mi mancava la fredda visione alla quale il mio cuore era avvezzo. C’era soltanto quel sole lontano, che si specchiava sulle acque increspate, come sul mare, ma senza splendore.

 

27 GENNAIO

 

Era come se i miei amici mi nascondessero un segreto.

 

Tutto era assai favoloso e soave di giorno, ma le notti erano pianto e tristezza, pensando a lui.

 

Conobbi un vecchio. Fu per caso.

 

Il boschetto mi aveva vagamente affascinata. Là, insieme con la mia amica (eravamo diventate come sorelle), mi piaceva avventurarmi, con il mio gatto soriano tra le braccia, che mi faceva compagnia.

 

Quel giorno, però, fui sola.

 

Avevo sentito dei passi. Mi accostai ad un tronco, quasi spaventata.

 

Dei passi, sì, vaghi, sulle foglie morte…

 

Il vento bastava a farmi tremare. Vidi un’ombra, indefinibile e cupa. Fu così che fuggii.

 

Ormai, tutti non facevano altro che evitarlo. Egli era molto solo e brutto, ma non si vergognava a sbucciare con le sue mani la solita mela, servendosi di un coltellino dal manico di legno.

 

Fu così che mi avvicinai a lui e gli parlai.

 

Fu per un breve saluto. Mi accorsi che si appoggiava al bastone, ma il volto suo ricordava la giovinezza. Poche rughe soltanto lo attraversavano.

 

Era il guardaboschi.

 

Figuratevi un buon vegliardo, con il cappello di feltro e il bastone di legno in mano… Era tanto affezionato a quell’oggetto!

 

Soffriva la solitudine. Per questo mi chiese di non andarmene. Io lo accontentai.

 

La sua giovinezza, secondo quello che mi immaginavo di lui, doveva essere stata una continua corsa contro i bracconieri e i fuorilegge.

 

Mentre mi conduceva dove voleva, tenendomi per mano, me lo figurai da giovane.

 

Mi propose di vedere i suoi luoghi segreti, quelli che non conosceva nessuno. Soltanto lui, a suo dire, aveva scoperto quei posti, attraverso sentieri sconosciuti e misteriosi.

 

Malgrado fosse vecchio, aveva un’aria allegra.

 

Ed io leggevo nei suoi occhi molta, vaga nostalgia… Ce n’era talmente tanta, che quasi mi impensierii.

 

-         Anch’io, sai, ne provo un poco.

 

Così gli parlai (egli mi aveva chiesto espressamente di dargli del tu).

 

Non voleva confidarmi il perché del suo stato d’animo. Diceva di frequentare quei luoghi per incontrare il capriolo…

 

Ammirarlo era un’occasione unica, stando a quello che mi diceva. Gli era capitato solo poche volte. Ma non se ne sarebbe mai dimenticato.

 

-         Anch’io vorrei vederlo! – gli dissi, lasciandomi condurre dove lui voleva.

 

-         Oh, tu vorresti? Ma è raro, sai? E’ come riuscire ad afferrare la felicità nella vita, amica mia. Incontrare la felicità… Sai tu quant’è difficile?

 

Lo capivo, sì, lo capivo.

 

Mi raccontava di quando era piccolo e già visitava quei luoghi, oppure giocava con suo fratello, tirando la slitta.

 

Erano così teneri, allora… Sui loro volti, un po’ lentigginosi, brillava riflessa l’età felice.

 

Allora, facevano a gara a chi arrivava per primo. Le loro scorribande erano una festa, piena di risa allegre e di gaie strida.

 

Non avrebbero mai smesso di baloccarsi o di dondolarsi sull’altalena.

 

All’epoca, il vecchio cane lupo era il compagno dei loro giochi e li seguiva quasi dappertutto.

 

Ricordava anche di una domenica, in cui erano vestiti a festa e si erano messi a litigare, a litigare…

 

Lo facevano in quel modo innocente, che tanto li faceva sembrare fanciulli.

 

La causa? Uno scherzo. Un grido. Un complimento fuori luogo, fatto a una signorina.

 

Forse, tutto era stato per uno solo di quei vecchi soldatini di piombo, con i quali non giocavano più da tanti anni. I due fratelli erano così graziosi, vestiti di blu, con i colletti bianchi, ornati di un fiocco giallo e le grosse scarpe, che chiunque li avesse visti, avrebbe sorriso.

 

Poi, si erano mezzi a ruzzolare, là, sul prato, nel modo più innocente possibile. Pareva volessero veramente darsele di santa ragione. Ma non erano che scherzi.

 

Che peccato, sporcarsi così! Erano vestiti a festa, a festa!

 

E il vecchio cane, quasi partecipe di tanta euforia, aveva preso ad abbaiare, ad abbaiare, ad abbaiare, di gusto… Allora, la tristezza non esisteva.

 

Poi, il tempo dei giochi era svanito per sempre.

 

Sì, la lieta stagione in cui giocavano con le spade di legno e con i sassi, organizzavano allegre battaglie di soldati o, come monelli, si divertivano a cogliere i fiori dalle aiuole, o a calpestarle, se n’era andata…

 

Oh, ma che cosa era accaduto? Che cosa mai? Forse, avevano smesso di credere a una magia.

 

-         Dov’è ora tuo fratello? – chiesi al vecchio, non senza preoccupazione.

 

Egli allora si commosse.

 

Mi prese per mano e mi condusse in uno dei suoi luoghi segreti.

 

A me sembrava già di aver letto nei suoi occhi quello che voleva fare, quello che voleva dire…

 

Poi mi mostrò, non senza mestizia, una piccola area fiorita ed una croce.

 

Egli stesso provvedeva tutti i giorni a rinnovare i fiori, gettando via quelli appassiti…

 

Era l’ultima dimora dello sventurato, a seguito di quell’incidente, voluto dal destino crudele.

 

Il guardaboschi era molto commosso. Non aveva mai mostrato a nessuno, prima di quel giorno, quel luogo. Fu allora che mi accorsi che quasi si era pentito di tanto.

 

Ricordare la sua tristezza gli parve un delitto. Ma quando vide che io non piangevo e lesse la serenità, dipinta sui miei occhi, sussurrò:

 

-         Dimentica quello che hai visto, ti prego, oppure, non parlarmi mai più!

 

Io non risposi nulla.

 

-         Se vuoi che diventiamo amici, se davvero hai dell’affetto, nei miei confronti, allora dovrai imparare a sorridere – mi disse poi.

 

28 GENNAIO

 

Ho scoperto un raggio di luce segreto.

 

L’ho visto negli occhi sinceri di un’amica, ascoltando il suono favoloso delle parole che mi ha regalato. Tutto era una meraviglia.

 

Ma giorno dopo giorno, ho anche conosciuto una malinconia più sottile di quella cui ero avvezza. E’ quel sapere che chi si amava ci ha tradito, che la felicità è fuggita, senza poter dire quando ritornerà…

 

Odo i canti allegri e tristi delle lavandaie. In questo paese di fiabe, anch’esse sembrano un sogno, di nostalgia.

 

1 FEBBRAIO

 

Mi risvegliai per caso, quel mattino. Vidi il dolce volto della giovane donna dal tenero sguardo, che mi guardava.

 

C’era qualcosa di fiabesco e di segreto nel modo in cui mi contemplava; le sue pupille nascondevano l’affetto.

 

Era venuta prima del solito, quel giorno, a portarmi l’acqua delle fonti e i suoi doni consueti di mugnaia. Sembrava sussurrarmi:

 

-         Sei così fanciulla, così bella…

 

Il mio corpo mormorava la venustà di tutti i miei vent’anni. La mia amica sospirava di malinconia, tanto, che capii di ricordarle qualcuno che amava, o che aveva amato.

 

-         Come due gocce d’acqua…

 

Così sussurrava, senza che io riuscissi a risponderle, non per la sorpresa, ma per la meraviglia, o forse soltanto per non turbare quegli istanti magici.

 

-         Vieni con me…

 

Fu allora che me lo propose, con quella frase semplice. Dove? Doveva essere una sorpresa.

 

Avevo appena aperto gli occhi, ancor cisposi, quando mi accorsi di essere sola con lei, la giovane donna dallo sguardo fiabesco.

 

Dov’era Nadine? Mistero! Forse, era stata lei a volere quell’incontro.

 

-         Vieni, non avere paura, non essere timida… - mi disse la mugnaia, facendomi un cenno con la sua mano bianca.

 

Ero ancora assonnata, a differenza di lei, che era avvezza a farsi svegliare dai primi raggi dell’aurora.

 

Andavamo a piedi lungo la strada di sassi, indisturbate, sole, senza sapere dove, senza sapere dove…

 

No, non ci smarrimmo. Giungemmo in un luogo in cui si udiva il rumore vago di una ruota che girava, spinta dall’acqua.

 

Il mulino apparve tra le fronde. Fu lei a mostrarmelo.

 

Il rumore del torrente era veramente forte, in quel punto. La voce sua pareva tanto cupa perché era assai profondo.

 

La mugnaia disse che mi avrebbe fatto vedere qualsiasi cosa.

 

C’era una porticina, stretta, fatta come ad arco… Ella la aprì con una chiave, che poi rispose in seno. Ecco, io quasi chiudevo gli occhi e cominciavo a immaginare…

 

Udii il rumore vago di quell’uscio, che si apriva, l’eco fuggitiva di quelle acque gorgoglianti, che penetrava nell’edificio misterioso…

 

Entrammo.

 

-         No, nessun mistero, Marlene – mi disse lei, posando il canestro di vimini che portava con sé.

 

Mi sembrò un luogo di cospirazioni segrete e di complotti, di riunioni cupe e anime confabulanti, ma non lo era, no, non lo era.

 

Appese al muro c’erano anche alcune padelle di rame, delle pentole arrugginite, oltre a dei cesti. Non capivo bene a cosa servissero.

 

La mia amica mi mostrava il meccanismo, complicato ma antico, con cui dal frumento si ricavava la farina. Sapeva che ero curiosa.

 

C’erano degli ingranaggi di legno, che però non si muovevano più. Ella però sapeva di non avermi portata con sé solo per quelli…

 

-         Lo sai? – mi mormorò, al rumore sempre uguale di quelle ruote, che giravano. - Tu sei come lei…

 

Io non le risposi, rapita com’ero dall’incanto di quel luogo, che sembrava favoloso.

 

Eppure, la mugnaia era commossa, mentre mi parlava e mi accarezzava dolcemente le guance con una mano.

 

-         Sì, tu le assomigli – mi disse, guardandomi teneramente negli occhi. – E’ per questo che ti voglio bene. Era tanto cara… Ma nessuno poté vincere l’inesorabile destino del povero angelo.

 

Rimase in silenzio per un attimo. Mi accorsi che stava baciando i miei capelli, con le sue labbra rosse, dolcissime… Mi amava!

 

-         Oh, quegli occhi! Quelle pupille tenere, che brillavano quanto le tue! Le tue guance, la tua bocca, il tuo mento, solcato da una virgola, i tuoi lineamenti, sono come i suoi! Questa bella chioma, bionda, morbida e riccia, è la stessa di lei…

 

Le sue parole morirono nei baci appassionati che mi dava. Non la respinsi. Mi faceva piacere.

 

Io non sapevo di chi parlasse, né quanto avesse amato la persona di cui mi aveva accennato.

 

Il suo, era quasi un triste segreto, tanto sembrava temere di svelarlo.

 

-         In nome del Cielo, amica mia, parlami di lei, il cui ricordo basta a farti morire di tristezza, oppure fa’ l’amore con me e seppellisci così il dolore dell’anima tua!

 

Mi toccò dolcemente tutto il corpo. Mi spogliò. Poi fui io ad pensare a toglierle i veli che aveva indosso… Li rimossi uno ad uno, con le mie labbra e i miei denti bianchissimi.

 

Ero brava.

 

Le succhiai i capezzoli, poi, fu lei a succhiare i miei. Era come un uomo.

 

Ci toccammo. Fu una gioia per entrambe. Ben presto, il piacere ci costrinse a lamentarci. Mentre la guardavo, ansante, con la bocca semiaperta, mi accorsi che portava un bell’anellino sull’alluce del piede destro…

 

Allora mi fermai e decisi succhiarle quel dito. Prima di farlo, volli chiederle il permesso… Le fece tanto piacere.

 

Non avevo mai fatto l’amore con una donna, prima di allora.

 

Come fu eccitante incastrare la mia gamba nuda tra le sue, e la sua tra le mie, per poi divertirsi a strofinarsi l’una nell’altra! Scoppiai per l’orgasmo, mentre il mio tesoro gemeva teneramente.

 

Lei era il mio maschio ed io ero il suo.

 

Prima di staccarmi dal suo corpo, volli succhiare di nuovo quell’anellino e quel grazioso dito del piede…

 

Poi, rivestendosi, la mia amica mi raccontò la storia dell’annegata. Che fine triste! Che racconto cupo!

 

Era stato là, presso il mulino, in una maledetta notte senza luna…

 

Il mattino dopo era stata la mugnaia a scoprire quegli occhi socchiusi e quel volto, baciato da un pallore mortale.

 

“Oh, possibile che i tuoi sguardi, pieni di dolcezza, si siano soffermati su tanti particolari tristi?” pensai.

 

Lei avrebbe voluto parlarmi ancora un poco, ma io non glielo permisi, no, non glielo permisi.

 

E fu così che fuggii, quasi in lacrime, arrabbiata con il destino crudele!

 

2 FEBBRAIO

 

Ieri ho avuto un incontro con la sorte ed il mistero. E’ accaduto come per caso.

 

Erano calate le tenebre.

 

Io, tutta sola, ero scesa per il sentiero, ma i miei non erano brividi, perché passeggiavo in una di quelle poche notti stellate senza gelo, in cui soffiava il vento del Sud.

 

Non sapevo dove fossi. Avevo la sensazione di essere fuggita. No, non erano profumi dolci e notturni, quelli che giungevano fino a me, ma rumori sinistri e lievi, di fantasmi…

 

Mi accorsi di essere arrivata in un posto dove non ero mai stata prima.

 

Tutto era così misterioso… Anche la fronda spoglia, che tremava nelle tenebre fredde, bastava a farmi pensare ad una presenza clandestina.

 

Poi, apparve il grande spettro: la vecchia stamberga, disabitata e cadente.

 

No, non era ancora un rudere, la si poteva visitare, forse senza pericolo.

 

La luna me ne mostrò il tetto un po’ decrepito e già rovinato, in parte, sul primo piano… Era un edificio vecchio, fatiscente, abitato chissà da chi.

 

Entrai. Salii uno dopo l’altro gli scalini scricchiolanti, di legno…

 

La porta pendeva sbilenca sui cardini, come se ci fossero stati i ladri e l’avessero fracassata a colpi di scure.

 

Oh, quante ombre, all’interno, quante ragnatele, quanto silenzio! E io quasi mi divertivo a stuzzicare l’eco, a sussurrare nelle tenebre il mio nome, a farlo vagare per le vuote stanze…

 

Allora, non avevo paura che le mura sconnesse cedessero, e sulla mia testa precipitassero le travi di legno.

 

In un angolo, vidi una vecchia scopa e uno spaventapasseri di paglia. C’era anche una botte vuota, che forse serviva per nascondere la refurtiva, quando nella stamberga dimoravano i briganti!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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