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lavoro pubblicato giovedì 6 aprile 2006
ultima lettura domenica 12 agosto 2018

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Veleno

di Riccardo Merendi. Letto 1877 volte. Dallo scaffale Gialli

Da una piramide Maya viene trafugato un reperto il cui significato minaccia il potere dei petrolieri, mentre negli USA qualcuno approfitta di attentati terroristici per scalare la Casa Bianca....

Veleno

di Riccardo Merendi

Nota dell'autoreScrissi Veleno oltre tre anni prima dello sciagurato attentato alle torri gemelle e se allora avessi trovato un editore il libro sarebbe uscito senza questa nota: ipotizzare azioni terroristiche negli Stati Uniti nel '98 era una tale assurdità da rendere l'argomento del tutto innocuo e destinato solo ai cultori di fantapolitica.Poi venne l'undici settembre. Di proposito non ho aggiornato il contesto storico-geografico del romanzo, né i riferimenti a personaggi che nel frattempo sono scomparsi o a vicende che nel corso degli anni si sono evolute: erano -e sono- dettagli marginali inseriti al solo scopo di rendere verosimile una storia del tutto inventata.
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Prologo

1

Non c’era più tempo. Nella cripta appena rischiarata dalla fiamma di un'unica torcia il vecchio richiuse il piccolo scrigno, si coprì la testa con il cappuccio del mantello e diede un ultimo sguardo ai rotoli della biblioteca che non avrebbe mai più rivisto. Si trattenne a stento dall'imprecare. Perché le stelle non lo avevano messo in guardia? Strinse i pugni e trasse un profondo respiro, non c'era che una spiegazione possibile: lui e il suo popolo erano stati scelti per attuare un disegno così grande da non poter essere compreso. E se quello era il volere degli dei, che così fosse.Si volse. In piedi, le braccia incrociate sul petto, un giovane lo aspettava in silenzio. Lo avrebbe aiutato a salire per l’ultima volta la lunga scalinata del tempio dove lo aspettavano gli uomini della guardia scelta. Si sarebbe trattenuto poco, giusto il tempo di una preghiera. Poi avrebbe raggiunto la sua gente per guidarla in un esodo senza speranza.
Prima parte

2

Nella stanza semibuia, una spalla appoggiata allo stipite della finestra, Mac arrotolò le maniche della camicia verde di stile militare. Con un sigaro spento tra i denti e una tazza di caffè in mano guardava attraverso le stecche della veneziana la distesa d'erba che circondava la fattoria. Era stata la creatura, allora cucciolo appena svezzato, a scegliere come tana quel rudere privo di strade d’accesso, a oltre cento miglia dall’abitato più vicino: la prima di una lunga serie di analisi azzeccate, nessuno era mai venuto a curiosare. Costretto a una vita di isolamento, non aveva rimpianti, i sacrifici ripagati dalla soddisfazione di vedere la sua piccola diventare ogni giorno più potente, esperta, determinata. Matura. Integrando decine di calcolatori e migliaia di programmi aveva addestrato Eva* a prevedere l’imprevedibile.

(Nota a piè di pagina: * Eva: Eventuality analyzer)Un beep segnalò posta in arrivo. Mac morse il sigaro e andò alla consolle sulla quale digitò il comando per leggere il messaggio: il grande capo lo convocava nella sede centrale della compagnia. Steso sulla sedia a sdraio, gli occhi ridotti a una fessura per proteggerli dal riverbero, Jerome Fawcet guardava le signore ammucchiate come iguane attorno alla piscina. Di fianco a lui, facendo gemere le molle che tendevano il telo del lettino, la moglie si girò a pancia sotto e riprese a incasellare lettere in un cruciverba. Pubblicità di merda. Se quello era ciò che di fantastico avevano da offrire i Caraibi, tanto sarebbe valso iscriversi alla gita sociale del gruppo geriatrico di quartiere! E non era una gran consolazione che quella noia mortale non gli costasse un dollaro.Da sotto la tettoia di paglia del bar uno dei due body guard che non lo perdevano di vista un attimo gli strizzò l'occhio. Jerome mostrò un dito: poteva mettersela in quel posto la vacanza premio. Che poi, mentre l’orgoglio per il prestigioso riconoscimento gonfiava il petto di sua moglie, a lui era bastato fare due più due per capire: altro che premio, il viaggio era servito per tenerlo lontano mentre gli addetti alla sicurezza organizzavano la protezione della sua scoperta. E i due gorilla, più che per proteggerlo, lo seguivano per essere certi che non facesse incontri inopportuni. Poi, al ritorno, lo attendevano il trasferimento in una delle villette del villaggio vip, un'auto nuova e la tessera con la quale lui e la sua famiglia avrebbero potuto accedere gratuitamente a cinema, teatri e impianti sportivi. Niente da dire, la compagnia sapeva come coccolare i suoi cervelli. In cambio chiedeva solo che accettassero di vivere in una specie di scatola di vetro dove la parola privacy era del tutto priva di significato.Tutto era cominciato un paio di anni prima, quando una rivista scientifica aveva pubblicato un esperimento che, secondo l’autore, avrebbe aperto la strada alla fusione nucleare fredda. La prospettiva di vedere vanificati anni di costose e sofisticate ricerche, oltre all’umiliazione di farsi battere da un principiante, aveva inquietato non poco quanti avevano cullato il sogno di svelare il segreto dell’energia pulita. Ma la gloria dell’uno e i timori degli altri erano stati di breve durata: le verifiche avevano escluso qualunque implicazione nucleare nella reazione e i direttori dei vari ciclo-beta-proto-sincrotroni erano tornati a dormire sonni tranquilli.Lui era stato uno dei tanti che avevano riprodotto l’esperimento ma, a differenza dei colleghi che si erano limitati a smascherare l’impostore, aveva continuato a cercare l’origine dalla minuscola, inspiegabile quantità di energia effettivamente generata dal reattore. Alla fine aveva dimostrato trattarsi di una microcorrente elettrica che, per un difetto dell'apparecchiatura, derivava dalla combinazione di idrogeno e ossigeno gassosi presenti in tracce nell’acqua salata del bagno termostatico. La reazione era la stessa sfruttata nelle pile a combustione se non che, invece di essere alimentati dall’esterno, i gas erano già disciolti nell’acqua. Sebbene pregevole dal punto di vista scientifico, la scoperta non era però di alcun interesse pratico in quanto i calcoli mostravano che sarebbero occorsi oltre due giorni per produrre l'energia consumata in tre secondi da una radiolina a transistor. Rassegnato ai miseri guadagni derivanti dalla pubblicazione della scoperta, prima di smantellare l’esperimento Jerome aveva deciso di procedere a un’ultima prova e aveva rivestito un componente del reattore con una lega metallica alla quale aveva lavorato anni prima e che a suo tempo si era rivelata tanto costosa quanto inutile. Senza un’idea precisa di che cosa aspettarsi, aveva chiuso il contatto ed era quasi svenuto quando, con un clic e un filo di fumo, il delicato strumento collegato al circuito era saltato per sovraccarico di corrente. Nei giorni successivi, ripetute tutte le misure, aveva dimostrato che la sua lega catalizzava la reazione rendendola concretamente sfruttabile. Certo, per essere vantaggioso un impianto avrebbe dovuto processare portate d’acqua enormi, ma a quel punto il problema sarebbe passato agli ingegneri.Sentendo la pelle scottare, Jerome premette un dito sulla coscia e guardò preoccupato la chiazza bianca lasciata sulla pelle rosata. Guardò il datario dell'orologio: ancora tre giorni e finalmente sarebbe tornato nel fresco del suo laboratorio. Due miglia al largo di Alessandria d’Egitto, a quindici metri di profondità, Simon Parker risaliva verso la superficie rispettando la tabella di decompressione. Un’altra immersione infruttuosa. «Eppure devi essere da qualche parte» pensò mentre si godeva il contatto con l’acqua che si faceva più tiepida. Spense la torcia. Poco distante, il profilo netto della parte immersa di uno scafo era sovrastato dall’immagine distorta del resto della barca. Con un’ultima battuta di pinne sbucò all’aria, sputò il boccaglio e nuotò verso poppa. «Niente?» chiese Gwen sporgendosi dalla scaletta.Nonostante li avesse visti migliaia di volte, Simon non riuscì a sottrarsi alla magia degli occhi che lo fissavano, di un azzurro così intenso da far apparire stinto quello del cielo sullo sfondo. Mentre faceva segno di no con la testa, lasciò scivolare lo sguardo tra i lembi dalla camicetta annodata in vita e nel tenderle le pinne la costrinse ad allungarsi. Per farle perdere l’equilibrio bastò tirarla appena per la mano. Con un gridolino di protesta lei fece forza sulla punta dei piedi, volò sopra di lui descrivendo un arco perfetto e s’immerse senza sollevare uno spruzzo. Seguita da una scia di bollicine si lasciò scivolare fino a esaurire la spinta, poi, coi capelli che si gonfiavano in una nuvola rossa e si distendevano all’indietro, tornò verso di lui. Giocarono sott’acqua finché ebbero aria nei polmoni. Con l’immersione di quel giorno terminava il programma di esplorazione: anche se a mani vuote, si tornava a casa.

http://www.riccardomerendi.altervista.org



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