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lavoro pubblicato mercoledì 5 aprile 2006
ultima lettura lunedì 17 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Una donna infernale

di Neronerone. Letto 1889 volte. Dallo scaffale Fantasia

Da Portici a Posillipo.Dal Mexico al Costa Rica. MASANIELLO INTRODUZIONE Ogni vita merita di essere raccontata.Ogni vita offre certam...

 

Da Portici a Posillipo.Dal Mexico al Costa Rica.


MASANIELLO


INTRODUZIONE

Ogni vita merita di essere raccontata.Ogni vita offre certamente spunti per comporre non amene novelle, ma corposi romanzi,intrisi di pathos e di ogni genere di stati d’animo e sentimenti,molte volte straordinariamente nobili,altre volte meno,altre volte laidi e scellerati.Ma quand’anche cio’ avviene,ossia anche quando le vite di simili protagonisti siano scandite da assenza apparente di ogni significato o peggio siano accompagnate nel vivere quotidiano dalle nefaste conseguenze dei loro peccati capitali,anche in tale ipotesi se ne potrebbe trarre spunto e ispirazione per trasformare le loro esistenze in storie avvincenti,e questo perchè anche costoro,quand’anche animati da aspirazioni cosi’ fallaci vivono il raggiungimento dei loro obiettivi con pari intensità e soddisfazione di un grande uomo,e l’insuccesso,con pari sofferenza di un grande condottiero sconfitto in guerra dopo tante vittoriose battaglie.

Per questo credo di poter dire che costruire un romanzo sulle gesta o semplicemente sulla vita umana di qualche uomo o donna che sia o sia stato,unico,straordinario,irripetibile,sarebbe facile,in quanto le stesse vite di costoro sono già di per se’ dei romanzi esaltanti.

Quale ulteriore romanzo sarebbe da scrivere,per esempio, sulla vita del piu’ giovane conquistatore del mondo intero, allora piccolo, ma tutto intero piegato ai suoi sogni:il mitico Mega Aleikandros il Macedone,o cosa ci sarebbe da aggiungere per dare lustro al maschio coraggio della pulzella d’Orleans,la indomita Giovanna d’Arco.Piu’complesso e per molti versi,quindi,intrigante sarebbe invece raccontare e parlare delle gioie e le sofferenze di oscuri individui che a miliardi,forse a centinaia di miliardi, se si fa il conto di tutti quelli che hanno transitato e transiteranno su questa Terra,si sono dati un gran da fare per ,a loro modo, raggiungere i loro scopi anche se questi molte volte erano la mera sopravvivenza e non altro;sopravvivenza del corpo ma anche delle loro anime.Ecco perchè un grande,un mito,del cinema italiano,Alberto Sordi,ha lasciato commossi e sinceramente addolorati,alla sua scomparsa,sopratutto noi italiani qualunque,per quel suo unico ,irripetibile, modo di riproporre noi stessi a noi stessi nelle sale cinematografiche dove si proiettavano le magie delle sue tante finzioni cinematografiche.

Con questo spirito quindi di ampia comprensione e rispetto io mi accingo a scrivere di questa donna immaginaria,ma non tanto,comune, ma invero rara, se valutata la sua capacità straordinaria di produrre quantità massive di male puro ,presente indirettamente,ma purtroppo comunque nella mia vita,che in modo pesante ha condizionato invadendola con arroganza,in parte volendolo per mero livore,in parte per calcolo conseguente alla sua percezione piu’ che cognizione che io ero in qualche modo d’intralcio ai fini che ella aveva nel cuore di raggiungere in vita.

Oggi a distanza di anni da tanti accadimenti disgustosi della mia vita in cui lei ha tratto linfa e alimento dei suoi livori,io ho trasformato il mio originario totale,viscerale,disprezzo per costei in umana comprensione delle sue pene che per quanto appresso si potra’ desumere dalla narrazione delle sua storia,ancorchè frutto amaro ed esclusivo delle sue nefandezze,sono state comunque grandi e tante, ed hanno rappresentato un prezzo pagato troppo esoso anche per una anima nera come la sua ,rispetto ai benefici che lei, per lungo tempo, ne ebbe impressione di aver avuto.

Credo che questa donna sia un mito,la eccezione unica che conferma la regola che dice che nessuno nasce cattivo in assoluto,tuttal’piu’ con la predisposizione a divenirlo se male stimolato dalla vita,e atteso che il male appartiene alla stupidità,perchè finisce sempre per ritorcersi su chi lo fa,ella era anche,come appresso si capirà,stupida,furba come una volpe,ma stupida come solo una gallina sa esserlo.E che lei fosse nata con tali abbondanti naturali negative predisposizioni lo confermo’ bene.Quanto alle sofferenze che le avrebbero causato la perdita del controllo di tali negatività anche quelle c’erano state,ma non erano di quelle reali e concrete,ma appartenevano al suo piccolo mondo immaginario che lei stessa si era creato.

Si potrebbe essere indotti a pensare che questa mia feroce

censura,che come detto non e’ censura ma rilevazione di fatti e comportamenti reali,trovi le sue origini in un demenziale disprezzo esclusivamente per le sue origini umili e semplici.Nulla di tutto cio’ perche’ non sono le sue origini,ma la sua natura, le vere ragioni dei suoi biechi comportamenti che tali sarebbero stati anche se ella,di nascita,fosse appartenuta non alla borghesia medioalta,a cui senza altro merito che non la fortuna io ho appartenuto,ma financo se ella fosse stata membro di una famiglia aristocratica.Purtroppo come si rileverà dalle vicende è la sua pochezza interiore,sicuramente esaltata da una educazione priva di qualunque riferimento o interesse ai superiori valori dell’essere umano che permangono in ognuno indipendentemente dalle condizioni di vita che il destino gli ha riservato,ad aver contribuito ad esaltare negatività che,per sua sfortuna,un Dio ingeneroso le ha dato.


Capitolo I

DELLA INVIDIA E DELL’ACCIDIA


Susanna Cinque era nata nella provincia del sud est di Napoli,ossia in uno di quei paesoni che oramai si stendono senza alcuna discontinuità dalla estrema periferia degradata della Napoli una volta industriale sino a Castellammare di Stabia.Di per se’ questi paesi come San Giorgio,Portici,Bellavista,Torre del Greco,Torre Annunziata e gli altri posti pericolosamente alle falde del Vesuvio dormiente,non sono orribili.O almeno lo sono, meno del putridume che tagli a fette nei fetidi vicoli della Sanità,del Borgo di Sant’Antonio, ai Quartieri Spagnoli,o alla Pignasecca,o peggio nella immensa periferia degradata,quella degli inferni metropolitani a nome:Barra,Ponticelli,Piscinola,Melito e giu’ di li,sempre che non si voglia indulgere in trovare in questi orrori elementi di piacevole folclore partenopeo.Per capirci questi paesi,una volta facenti parte del mitico Miglio d’oro,hanno lo stesso orrore del Vomero alto,o dei casermoni di Fuorigrotta,ambedue con pretese di rappresentare un agglomerato di sana borghesia produttiva ma in realtà,come questi paesi,finiti per essere popolati da una tipologia sociale che ben poco ha di questa borghesia operosa e lungimirante.Gran parte di costoro,infatti,appartengono ad una borghesia non fiera di esser tale e con la pervicace aspirazione a divenire parte di una borghesia che di diverso dalla loro abbia solo piu’ opulenza e agiatezza,ravvedendo solo in questi aspetti le componenti positive di questo ceto sociale.Per questo la quasi totalità delle famiglie che li’ risiedono,ivi inclusa quella di Susanna,vivevano nel convincimento di appartenere ad una sorta di categoria privilegiata,quasi eletta, se paragonata alla plebe proletaria,vista con cinico disprezzo,ma perennemente alla ricerca di ulteriormente consolidare quell’effimero piccolo mondo borghese,con una macchina di maggior cilindrata,le vacanze in Calabria,anzichè a Mondragone,financo caviale e salmone a Natale anzichè del tradizionale capitone.E in tal senso educano i loro figli,specialmente se qualcuno di loro,a modo di vedere tutto deviato dei genitori stessi,sia portatore di gran pregi,che solo loro ci trovano,e senza i tanti comuni difetti che hanno,come tutti hanno,e che invece sarebbero rilevati anche all’osservatore piu’ sprovveduto e meno di parte.

La mamma di Susanna era uno di questi stereotipi della piccola borghesia della provincia di Napoli.Infatti la donna,separata da tempo da un marito caporeparto in una multinazionale spagnola degli alimentari ,che a Scafati aveva alcuni centri di produzione,si era autoconvinta che la sua figlia femmina,Susanna appunto,fosse talmente affascinante ed intelligente che avrebbe dovuto la ragazza,usando la sua bellezza e capacità, ristorare lei,con i suoi successi, di una vita che era stata sempre modesta e priva di emozioni.La donna infatti, abitava in un piccolissimo appartamento e per aiutare il menage familiare,reso quanto mai modesto dalla separazione,aveva avviato in casa un piccolo commercio di biancheria con cui integrava quanto il marito le riconosceva per il suo mantenimento e quello dei figli.Insomma faceva uno di quei mestieri che si fanno facendo circolare la voce tra amici,conoscenti e condomini come gli altri piccoli borghesi anonimi, dell’anonimo parco dove ella risiedeva e mestiere che se lei avesse svolto con il rispetto che i suoi sacrifici avrebbero meritato,le avrebbe di certo prodotto migliori risultati.Sin da quando Susanna era una bambina, la madre continuava a dirle che lei era bella,anzi bellissima,e questo era solo parto della demenza della madre o forse dal fatto che la ragazza,se paragonata a lei,era di certo avvenente.In realtà la ragazza non era brutta,ma piu’ che bella e seducente,era belloccia e neanche prosperosa.Alta non piu’ di un metro e cinquantacinque,discretamente proporzionata,mora di capelli,con un viso che nel complesso non scatenava ne’ repulsione ne’ turbamenti.Mani e caviglie erano marcatamente tozze,ma nel suo complesso se la vedevi da lontano senza porre eccessiva attenzione alle caviglie massicce,avresti pensato che nel complesso poteva essere non sgradevole.Aveva l’aspetto di una donna sudamericana,ma non di certo di una prorompente brasiliana o una cubana mozzafiato,ma di una modesta boliviana o honduregna,o perchè no di una messicana,e di questo ne doveva essere intimamente convinta,o se ne era poi, tanto che in futuro questo vezzo di sentirsi tale ella lo manifestò piu’ volte.

La ragazzina cresceva quindi compulsionata da queste devianze della madre e ovviamente col passare degli anni fini’ per convincersi anch’essa che quanto pensava la madre fosse vero.

Per questo la ragazzina continuava a sognare di far il gran salto nella vita,ossia di decollare per mete piu’ consone a quella bellezza straordinaria,fatta di classe e fascino,che la madre le aveva fatto credere d’avere in gran copia.Purtroppo per molti anni le aspirazioni,prima della madre e poi sue,rimasero insoddisfatte.Nel paesone non vi erano principi azzurri in grado di raccogliere la preziosa scarpetta di cristallo della partenopea Cinderella,forse anche perchè scarpette per quel piedino cosi’ tozzarello non ce ne erano.

Si sa,come scritto nei testi di religione,che il buon Dio ha donato naturalmente ad ogni umano,oltre che le virtu’ cardinali,anche i sette peccati capitali,ma nel far questo l’ancora buon Dio,per farsi perdonare di questa parte ingombrante dei regali,ha fornito l’intelligenza per mitigare i guasti,che gli umani continuano ad autoarrecarsi quando ,se privati anche di questo prezioso bene, non riescono a comprendere i loro difetti di natura e quindi a tenerli sotto controllo.

Purtroppo alla giovane Susanna questo Dio le aveva donato una intelligenza che stava ben sotto la norma e quindi le impediva,in quei tempi e molto peggio ancora dopo,che tre dei peccati capitali, che tutti l’avrebbero afflitta per la vita,ossia invidia accidia ed ignavia,iniziassero a manifestarsi.

La ragazza senza convinzione e senza grandi risultati era arrivata,e non oltre,alla fine degli studi superiori.In quegli anni,ossia verso il 1975,ancora nelle scuole e nelle università serpeggiava la frustrazione borghese dei cosi’detti studenti della sinistra rivoluzionaria;quella da cui erano usciti, per poi essere anni dopo ridicolmente sconfitti non dalle armi dei CC ,ma dalla storia stessa,gli eroici brigatisti rossi che di fatto,fu ben compreso dopo,che erano animati,oltre che da demenziali convincimenti,anche da consimile frustrazione della giovane Susanna che ovviamente ai loro eccessi non era arrivata.Infatti la ragazza dolorante per non riuscire in qualche modo a sottrarsi a quella condizione di piccola anonima borghese,che le pareva,per la sua stupidità,troppo riduttiva per la sua gran persona,aveva iniziato a nutrire per ogni cosa che le rammentasse che nel mondo vi erano persone o semplicemente piu’ fortunate, o piu’ capaci di lei e la sua famiglia,un risentimento bieco e truce.Per questo negli anni a venire ossia sino a circa i suoi 26 anni lei frequentava con assiduità ambienti della sinistra,ma non quella eversiva,ma di quella ottusa e stupida che l’unico modo che aveva per far conoscere disperatamente la propria esistenza ad un resto del mondo che li osservava e rideva,era quello di camminare in cortei ripetendo oscenità demenziali contro chiunque fosse diverso da loro,ossia non un frustrato e per quanto possa essere addirittura molte volte fonte di merito,uno con pochi soldi,e quindi lei come molti suoi compari erano incapaci con le loro mani di sollevare oltre che il contenuto del portafoglio, il loro morale,l’onore e il rispetto di se stessi che loro associavano troppo al portafoglio che essendo come detto scarso, li autorizzava a pari tirchieria d’onore.

Nulla quindi aveva Susanna in comune con quei suoi compagni di lotta,ossia quei pochi che in quegli ideali credevano fermamente per radicati e nobili convincimenti,anche se non condivisi da molti.Lei no,lei stava li per rancore e basta.E che ,lei invece che odiarli,gli sporchi agiati del mondo,piu’ che speculatori capitalisti,li invidiasse,lo dimostrò di li a qualche anno quando la vita le offri’ una impensabile chance di saltare,senza pregio e merito alcuno suo,ma per la stupidità dei terzi,dall’altra parte della barricata.

Infatti quell’inizio di autunno del 1978 la ragazza era andata su invito del papà che le aveva pagato il biglietto a raggiungerlo in Messico dove il bravo uomo era stato mandato dalla multinazionale,con altri tecnici,a montare un vecchio impianto di produzione di pelati,trasferito dall’oramai putrefatto agro nocerino sarnese a un altro paesone,ma questo posto all’interno di quella nazione tropicale e povera.Fu da quell’episodio,ossia da quel breve viaggio nella bella nazione centroamericana e intrisa di sapori di Spagna,che Susanna,si autoconvinse che quel suo essere mora di pelle,di capelli,era forse ascrivibile a qualche proavo sbarcato in Napoli al seguito dei Borboni.

Delle volte i destini di un essere umano vengono modificati da eventi banali,una coincidenza di stupidi accadimenti,un banale ritardo,anche di qualche minuto ed il gioco e’ fatto.Cosi’ molti anni dopo pensava Lapo Malatesta,fratello piu’ piccolo di Sergio,che in quei giorni in cui Susanna stava rientrando in Italia dal suo primo e unico viaggio oltre i confini d’Italia,anche lui,Sergio, tornava in Italia avendo lui accompagnato un dirigente fidato della azienda di famiglia,e non il dirigente lui,ad un meeting di lavoro a New York.Il dirigente era stato li spedito da Lapo,che pur essendo il fratello minore,era quello cui era toccato e controvoglia,di sostituirsi al loro genitore morto diversi anni prima quando Lapo era poco piu’ che ventenne e Sergio di tre anni piu’ grande.

Quel viaggio e quella missione per quanto fossero importanti non lo erano tanto da obbligare Lapo ad andarci di persona in quanto ben piu’ corposamente impegnato nella conduzione della azienda scaricata lui addosso dalla troppo precoce scomparsa dell’anziano padre.

Sergio era un ragazzo mite,buono oltremisura con chi voleva esser buono,ma solo con quelli,diversamente si trasformava in persona scostante,sgarbata insomma assai poco gradevole,e sopratutto con una fissa per le donne con un seno prosperoso.Quale fosse il loro grado di raffinatezza,di appartenenza o meno al suo sociale,quale fosse il grado di intelligenza,quale fosse la sua vera natura,per lui contava poco.Fatta eccezione per la compagna del tempo di quegli accadimenti Sergio amava andare a caccia di quanto gli piaceva non disdegnando cameriere,figlie di portieri,e ragazze con un sacco di guai di vita addosso.Questo perchè a lui interessavano le zinne,le zinne prima di tutto e una certa soffusa manifestazione di disponibilità a farsele toccare.E la giovane Susanna tra le componenti che la autorizzavano a sentirsi una specie di Mariagrazia Cucinotta,aveva seni pieni che uniti ai gran sorrisi che la ragazza profondeva a Sergio dopo la loro conoscenza al waiting board dell’Alitalia all’Aereoporto Kennedy di New York,fecero si’ che il mite giovane uomo rimanesse fortemente turbato dal, diciamo fascino,della novella messicana,come non gli sfuggi’ che la stessa,appartenendo a quella tipologia di donne semplici,malgrado il gran da fare che essa si dava per non comparirlo,sarebbe stata una facile preda.

La coincidenza, stramaledetta, negli anni a venire dal povero Lapo,fu che quel giorno,il volo in partenza da Città del Messico con destinazione New York aveva registrato quattro ore di ritardo,facendo perdere ai passeggeri italiani,ivi inclusa la bella Susanna,la possibilità di imbarcarsi sul volo Alitalia schedulato,e quindi a dover ripiegare su quello successivo su cui il meticoloso dirigente aveva prenotato per se e il padroncino ,il rientro in Italia.

Sergio viaggiava in classe superiore e fu ben felice quindi di invitare la prosperosa ragazza a bere nel salottino superiore del Jumbo.Non ci volle tanto,per la perenne Cinderella,per capire che quel giovane uomo,mite,piccolino di statura,nè bello ne’ brutto, profumava di qualcosa che lei inseguiva da tempo,ben diversamente dalle sue finte pulsioni sinistroidi di paese intrise di accidia ed invidia.Ossia Sergio apparteneva proprio a quella tipologia umana,tanto odiata,ma che ora lei stava beata a lisciarsi.

Il mite Sergio da oltre 4 anni aveva una relazione modus uxorio con una elegante signora americana,sposata,ma che per lui aveva lasciato marito,un matrimonio senza figli,e relativa tranquillità economica,per andare a vivere nel bell’appartamento che il sibarita Sergio aveva preso in fitto sul mare di Posillipo alla discesa dei due Frati,dopo aver lasciato a Lapo,alla data del suo matrimonio l’uso della casa di famiglia,a lui donata dal padre,quella e molte altre ancora.

Quelli erano tempi in cui il rapporto tra i due fratelli godeva ancora dei benefici influssi di anni di condivisione di svaghi,amicizie in comune,uscite in barca,feste trascorse insieme.

Quando venne alla luce la primogenita di Lapo,Sergio,come era nella sua vera natura,gli si affeziono’ in maniera corposa.

Per questa intimità Lapo come gli altri comuni amici appresero che Sergio durante il suo ultimo viaggio a New York aveva conosciuto,come da lui riferito,una donna che era uno schianto,ma per molto tempo dopo,ossia per oltre due anni,la bellissima divenne anche misteriosa in quanto Sergio,la teneva ben nascosta a tutti,anche per evitare problemi in seno a quella consolidata convivenza con la bella americana.In quegli anni poi si scopri’ che la messicana si portava nel modesto appartamentino dove viveva con madre e fratello il buon Sergio,per farlo perdere dietro ai suoi seni,dopo aver fatto accomiatare i compiacenti parenti fuori di casa,e questo,malgrado la donna sapesse che Sergio avesse una relazione ben corposa con una donna e da anni.La donna stessa di fatto,pur essendo oltre che e di molto piu’ affascinante e raffinata di Susanna,non era da meno in quanto a volontà di conquistarsi un posto al sole nella famiglia Malatesta,infatti la giovane signora,che era stata assunta qualche anno addietro dal padre dei due,poco dopo la sua assunzione cedette alle lusinghe del mite Sergio e con lui ando’ a convivere dopo avere piantato in asso un marito dolorante.Ma poco dopo la comparsa nella vita di Sergio della caliente messicana,alla bella nordamericana,sconfitta nella sua inusuale Alamo , fu dato capire che l’interesse del suo buon Sergio per i suoi bei seni,invero belli,stava scemando e questo lo capiva dalla frequenza con cui il giovane convivente tardava a rientrare alla sera sin a che con sempre maggiore frequenza prese a non rientrare affatto e peggio ad essere con lei scortese,volgare e financo,cosa impensabile in lui, manesco.

Una notte un Lapo assonnato e già stressato per le ansie che la conduzione aziendale gli procurava fu svegliato di soprassalto dalla bella americana che in lagrime gli chiedeva di correr giu’ a Posillipo perchè oramai Sergio dava i numeri e le aveva messo le mani al collo.Per fortuna e di Sergio e di Lapo,la donna scomparve dalla vita del primo e dall’azienda dei due,ma condotta solo dal secondo,con la eleganza che le apparteneva,ossia senza invocare alcunchè oltre quello che era quanto meno nel suo diritto di lavoratrice.Fu dagli sfoghi di lei che Lapo comprese che qualcun altro era entrato e con un prepotenza devastante nella vita del fratello.

Ad ogni buon conto Lapo vide in maniera favorevole la fine di quel rapporto maturato tra il fratello e la bella impiegata in quanto egli ben sapeva,e cosi’ per quanto gli competeva si comportava con le tante altre impiegate piu’ o meno graziose di costei, non amava che si mischiassero affari e fica e sopratutto credeva che era forse tempo e bene che anche il fratello si decidesse a metter su anche lui famiglia.

La conoscenza di Lapo e della prosperosa Susanna avvenne in modo inusuale o almeno inusuale per come fu proposta da Sergio e come fu rilevato dalla stessa Susanna.infatti fu quella forse la prima volta che Susanna comprese che il legame tra i due fratelli non solo non era quello tra un fratello maggiore,ossia il suo uomo,e quello minore,ma addirittura che Lapo aveva finito per assumere un ruolo quasi paterno.Infatti una sera,dopo averlo preavvertito,mentre Lapo era a cena con la sua raffinata moglie Carolina mentre la tata accudiva la loro primogenita Marussina,Sergio portò Susanna a far conoscenza della famiglia.

Lapo accolse la ragazza come era dovuto,ossia con cordialità e disponibilità,anche se non sfuggi’ a lui,ne tantomeno alla snob moglie di lui,che quella ragazza era palesemente ben oltre di come se la sarebbero potuta immaginare.

Infatti dal tempo che Sergio aveva avviato la sua relazione con la bella Americana,Lapo,la moglie e tutti i comuni amici,avevano creduto che Sergio avesse abbandonato quella sua tendenza a cercare solo in ambienti diversi dal suo le sue possibili compagne o di giochi o di vita.Non ci volle tanto,semplicemente rilevandone il suo modo di vestire,fatto non di sobria semplicità,ma di vistosi eccessi che Sergio fosse ricaduto nel suo perenne vizietto.

Ma per quanto agiati,e se vogliamo raffinati, i Malatesta erano gente semplice e con poca puzza sotto il naso.Infatti sopratutto a Lapo era ben chiaro e con orgoglio che quella primaria agiatezza che lui stava accrescendo proveniva da un genitore di umili origini,gran lavoratore,che si era raffinato e ingentilito grazie alla loro madre abbruzzese,anch’essa di origini semplici,ma che per studi e vita in un collegio esclusivo di Roma,a causa di enormi sciagure patite in adolescenza,si era trasformata in persona oltre che naturalmente elegante,in donna raffinata, colta,emancipata e fin tanto portata a pensare troppo,tanto che anni prima che il loro padre finisse ella aveva deciso,schiantata da una orribile depressione di andar via in silenzio da sola ingurgitando un flacone di tranquillanti.

Per questo ,a Lapo sopratutto, che quella giovane donna fosse una sempliciotta tornava meno di tanto,lui era convinto,nella sua eterna buona fede,che proprio quelle origini semplici,se accompagnate a bontà d’animo e affetto per Sergio, sarebbero state un elemento di stabilità per quel fratellone sempre perso dietro alle taglie grosse dei reggiseni delle donne e indifferente ai guai che molte volte questa sua passione gli produceva e che finivano poi per divenire guai di Lapo.

Passarono pochi mesi e con la benedizione del fratello/padre Lapo,Sergio e Susanna convolarono a nozze.La festa fu particolare ossia ,organizzata sul pontile di un ristorante della costiera,dove Lapo in maniera totale e sincera era amato e stimato per avervi speso anni della sua adolescenza a immergersi con amici e coi figli dei trattori a pescare e scorrazzare per tutta la costiera amalfitana.

Era invero un matrimonio simpatico,non vi erano ospiti che non avessero piu’ di trent’anni,e questo perchè della famiglia di Lapo e Sergio non c’era nessuno in quanto tutta la famiglia erano loro due.

Vi erano invece tantissimi amici comuni a cui ambedue erano legati da antica amicizia.Quello che colpi’ Lapo fu invece la totale assenza di parenti e amici della sposa.Gli unici intervenuti della famiglia di lei erano il fratello,un ragazzotto con uno spiccato accento del paesone di nascita,simpatico e semplice,e la di lei mamma che quando Lapo conobbe gli causo’ grande ,ma dovutamente celata, ilarità perche’ per tutta la serata non faceva altro che agitarsi come fosse stata Marta Marzotto alla festa di fidanzamento di Alan Elkain con la figlia dell’Avvocato Agnelli.Oltre quelle due persone non ve ne era una,una sola,un’ amica del cuore,un o una compagno/a di studi,un o una collega di un inesistente lavoro che lei avesse svolto,che fornisse testimonianza di un passato che pareva non esistere.Sembrava che la novella Cinderella si fosse materializzata alla data della sua conoscenza con Sergio,senza storia,senza passato,senza nulla dietro,come in una favola,ma che favola non era,anzi un film dell’orrore psicopatologico,come “Miserj non deve morire” che al caso si poteva recitare “Susanna non e’ mai nata”.

Ma Lapo non sapeva che era proprio cosi’, non sapeva infatti che la giovane donna,piu’ che sposarsi si era di fatto battezzata in quella chiesa,in quanto lei riteneva che la sua vita,quella vera,quella che una persona tanto straordinaria,quale lei riteneva di essere,stava per cominciare in quei giorni e con quel matrimonio.Tutto il resto andava azzerato,cancellato,eraso completamente,come eraso fu di li ad un anno anche il suo fratellino colpevole di fare l’impiegato in una azienda di metalmeccanica,di farlo capire troppo,e peggio di esserne comprensibilmente per niente vergognoso,come ogni persona di buon senso e buon gusto sarebbe stata.Chi invece non fu possibile cassare con un colpo analogo di cassino,fu la mamma,tonda come una palla,che da quel momento inizio’ a sviluppare anch’essa nel suo intimo,progetti di veloce recupero di un agognato sogno di appartenere ad un ceto sociale diverso e sopratutto migliore di quello da cui sia lei che la figlia provenivano.Infatti quasi a ricordare la simpatica canzone di Nino Taranto ,inizio’ per Sergio una impensabile menage a trois ”ossia io,mammete e tu,mammete annanze e sorete arete....”dove pero’ la “soreta”,ossia il fratello, fu come detto precocemente eliminato dal caravanserraglio e non da Sergio, per assecondare un suo disagio, ma da moglie e suocera di lui, che troppo si vergognavano scelleratamente dell’umile congiunto.

Poco meno di alcuni mesi dopo,quando la giovane sposa fu introdotta nel comune sociale dei fratelli fatto di persone,molte senza alcun merito,ma tutte comprensibilmente raffinate di aspetto e di modi.la giovane Susanna decise che era maturo il tempo di cambiare quel nome invero ridicolo in qualcosa di piu’ charmant,piu’ consono al nuovo ruolo sociale che la ex rivoluzionaria aveva assunto.E ben decise di farsi chiamare vezzosamente Susette,per emulare le tante amiche dei fratelli,che si chiamavano chi Nicki,per Nicoletta,chi Vicki per Maria Victoria,chi Annette ,per trasformare un poco blasonato Annalisa in qualcosa che sapeva di baguette calde e di Pastis di Montparnasse a Parigi.

E quel nome le calzava a pennello,o almeno coi’ penso’ a distanza di qualche anno,un Lapo rimasto di stucco innanzi a tanta determinazione nel realizzare scelleratezze.Si perchè la giovane sposa,nel tempo a venire si dimostrò affetta in maniera ben piu’ che corposa, di cinque, dei sette peccati capitali.Da qui Susette Cinque,ossia su-sette, - cinque - ne aveva di quegli orrori dell’anima.

Quelli che non comparivano,ossia i peccati di lussuria e gola,e che per molti anni ancora le mancarono totalmente,le si manifestarono in corso degli ultimi anni della sua laida esistenza ma resa intensa e passionale proprio dalla portata del suo peccare.Ironicamente Lapo moltissimi anni dopo scopri’ che il secondo nome della donna era Settimia il che penso’ Lapo era un tardivo omaggio al completamento del capolavoro che era stata la sua esistenza,con la inclusione anche dei restanti peccati capitali per arrivare a Seven di Brad Pitt.

Quando Susette,ancora Susanna,era stata presentata a Lapo e quindi a sua moglie e alla di lei famiglia che era divenuta anche quella di Lapo stessa,la ragazza aveva a malincuore rilevato che tutti costoro e peggio anche i loro amici, erano geneticamente,naturalmente diversi da lei,e questo non in forza di una agiatezza che loro possedevano o meno,o non possedevano piu’ come la famiglia della bella Carolina,moglie di Lapo,ma per quella naturale eleganza di modi e di aspetto che si acquisisce crescendo in certi ambienti cui come detto tutti avevano avuto natali.

L’nvidia storica,quella della sua adolescenza di frustrata rivoluzionaria,ora si manifestava su quelle persone di cui lei ne avvertiva,malgrado la sua oramai acquisita inclusione nella famiglia stessa.E si esaltava nel quotidiano inevitabile confronto tra la sua volgarità e la sobria raffinatezza di tutti costoro,raffinatezza e sopratutto bellezza perchè Carolina,la moglie di Lapo,era oggettivamente donna giovane e di indiscussa e nota avvenenza.Ma proprio per questa naturale eleganza di tutti nessuno ebbe a creare imbarazzo nella giovane sposa o almeno nessuno finchè come appresso si racconta,non fu ella stessa ad avviare una campagna di proporzioni devastanti di invasione del territorio familiare,visto non come le veniva offerto, ossia come un porto ospitale in cui ancorare la propria esistenza, ma come un terreno di esibizione di inesistenti signorilità e peggio financo superiorità.

Quanto avvenne dopo sembrava un piano di guerra studiato con dovizia e lungimiranza a tavolino.Susette e la madre cicciolosa,sapevano che Sergio era un mite di natura e facilmente condizionabile e sopratutto,a loro parere, troppo largo di manica con amici e conoscenti.Per questo in pochissimo tempo tutto un gruppo di suoi amici simpatici e giovani,ma da costei accusati di essere come i Proci alla corte di Ulisse in esilio,furono prima oggetto di campagne di discredito,poi emarginati,poi allontanati in malo modo,con tale arroganza e scostumatezza che presto il povero Sergio si trovo’ senza piu’ un solo essere umano disponibile a cenare con lui sulla bella terrazza della casetta di Posillipo e Dio solo sa quanto di questi conforti il mite e insicuro Sergio avesse bisogno.

A Lapo,come a tanti altri amici,di antichissima data e ben piu’ corposi dei giovani Proci,tutti uomini di rispetto e stimati,fu dato modo di toccare con mano che Sergio col passare dei mesi aveva perso quei suoi doni naturali,che erano la voglia di allegria , gioco e compagnia,che erano gli unici di cui il mite Sergio disponeva per compensare una natura senza grandi pregi,ma quelli erano sufficienti a farlo ,sin a quel momento, amare da tutti,fratello incluso.

Infatti Lapo rimaneva sempre piu’ meravigliato di quell’improvviso modificarsi dei modi di fare del fratello,tutti caratterizzati da un attaccamento mai prima manifestato anche per oggetti e cose prive di significato.Sin da ragazzini i due si scambiavano senza interpellarsi capi d’abbigliamento,auto,moto,financo talvolta qualche donna, quando erano adolescenti,poi improvvisamente Lapo noto’che Sergio aveva iniziato a nutrire malcelato fastidio a questa sorta di comunione di piccole cose e ne rimase turbato anche se non ritenne attribuire al fatto gran significato.

Dalla morte dei genitori e dalla data del suo ben piu’ antico matrimonio Lapo usava spender le sue vacanze nella bella casa di famiglia,costruita dai genitori,sulla costa di Sorrento oltre Sant’Agata,immersa nel fresco della campagna ed ad un tiro di schioppo dal mare,questo sopratutto per la nascita delle sue prime due figlie.Sergio invece amava spendere in giro per il mondo le sue vacanze con la bella statunitense,mezza moglie e mezza dipendente.In quel posto Lapo e la moglie erano di casa poichè anche la famiglia di lei li possedeva dagli stessi anni,ossia da sempre,analoga residenza,e ambedue erano cresciuti nello stesso sociale,di cui godevano di ampio consenso e per i loro aspetti oltre che gradevoli anche per la loro disponibilità verso chiunque.Quello era il sociale in cui la sudamericana Susette si sentiva oramai,ma solo lei ne era convinta,di appartenere e non da poco,ma da sempre.Ma il consenso che era necessario la ragazza piu’ che costruirselo con grazia e delicatezza lo imponeva con arroganza e molte volte,quando provocata,con esplosioni di una volgarità mai cancellata dalla sua natura piu’ che dalle sue origini.

Presto quello che Lapo sperava,ossia la costituzione nella gran casa di Sant’Agata,di una grande famiglia,di grandi e antiche tavolate con tutti gli amici che per anni avevano affollato casa Malatesta come la piu’ notoriamente accogliente casa della bella gente di tutta la costiera,ricca o povera che fosse,tutto questo rimase una utopia,ed il resto,ossia la bella gente un gran ricordo o almeno una abitudine che Lapo,sua moglie e le figlie che arrivarono,dovettero vivere senza il piacere di poterlo fare nell’ambito di una famiglia allargata.

Infatti dopo il primo anno di convivenza ,alla centesima provocazione della mamma palla che girava per tutta la casa autoconvintasi di esserne una padrona e per altro orribile e irrispettosa della vera padrona,che restava la impalpabile presenza della madre dei due,morta proprio in quella dimora,la stessa fu inevitabilmente e con fermezza invitata a ridimensionare quelle ridicole manifestazioni di pessimo gusto e scarsa educazione da Lapo stesso e dalla di lui moglie vittima di continue accidie quotidiane.

Qualcuno potrebbe pensare che in fondo sia Lapo che la moglie,invero fossero persone solo affettate e non signorili,o almeno non tanto da portare pazienza a sopportare quelle macellazioni in nome della pax familiae,ma chiunque,fosse stato anche San Tommaso,non avrebbe retto neanche la decima parte di quanto costoro producevano.

Quella fu la dichiarazione ufficiale della apertura delle ostilità che si protrassero ben oltre la guerra dei vent’anni che contrappose angli e francesi che ebbero quale cavaliere armato la ben piu’ nobile Giovanna d’Arco.

Mamma e figlia dettero corpo al meglio del loro repertorio,vessavano la vecchia domestica rea di non ossequiarle come loro ritenevano di doverlo essere,si esibivano in mai concesse intimità con molti vicini,martirizzavano fornitori di ogni genere con le piu’ astruse pretese quasi a voler fare intendere che loro di fagioli mangiassero solo quelli pregiati messicani,o cipolle esclusivamente di Tropea di Calabria,o broccoli solo di Bruxelles,senza il buon gusto di comprendere che quei fornitori,che di ,diciamo signori veri,se ne erano fatti una cultura servendoli e venendone ringraziati per questo,in quaranta e passa anni,ben sapevano,per analoga inflessione della parlata di ambedue le nobildonne,che le stesse fossero invero assai simili e vicine a loro di cultura,ma assai meno di cuore e signorilità d’animo.

Ma il top lo raggiunse un giorno la anziana madre,che essendo praticamente cerebrolesa allo stato puro,ossia incapace di parlare senza dire cose senza senso e dette solo per la necessità prorompente di far capire che anch’ella esisteva, un giorno durante una colazione nella bella dimora a cui partecipavano una coppia di amici di Lapo,lui un maturo industriale torinese,lei una bellissima donna chic e raffinata,cui la demente,che stava in silenzio ad ascoltare i discorsi, ad un certo punto rivolse ,agitando mani corte coperte d’ori che addosso a lei somigliavano ad ex voto,questa assai mondana domanda:

  • Sofia,che bel sorriso che hai!Che splendore di denti!Ma dimmi confessamelo pure.E’ una dentiera?Chi ti ha fatto un cosi’ bel lavoro?-

La bella Sofia che non aveva avuto il piacere di conoscerla sino a qualche minuto prima di arrivare ospite a quella colazione,con imbarazzo,piu’ per Lapo e la moglie che per se stessa, rispose con elegante ridimensionamento del pathos terrificante prodotto da quella bestialità demenziale:

  • Dal dentista!Se hai bisogno,beata te, solo per qualche otturazione,te ne do il nome.Ma sta a Lugano.Non so se sai dov’e!.- Disse la bella donna che con quella precisazione geografica,che sottointendeva la completa ignoranza di costei,voleva ben fare comprendere a quella palla di demenza e volgarità,che quella chiccheria di qualche istante prima non l’aveva invero gradita.

Lapo rimase col bicchiere del vinello freddo in mano,paralizzato e lo sguardo fisso negli occhi del suo amico di Torino,quasi a fargli capire che quella donna non appartenesse alla sua famiglia ,Carolina,scappo’ via in cucina con la scusa di girare l’arrosto,la figlia dei due,Marussina che aveva si e no’ sei anni stava trattenendosi a forza una risata fragorosa,il mite Sergio stava in silenzio abbozzando un sorriso beota,l’altra notabile,Susette si limito’ a dire:

  • Mammina ma che ti salta in testa?-

Ma la mammina,anzi la mammolona,indefessa continuava a parlare senza interruzione di molari e precanini,di carie e otturazioni e di un nuovo mastice americano che il suo farmacista,quello sotto casa della figlia a Via Petrarca,ossia quella dove Lapo stava proditoriamente violando la sua proprietà,lo aveva sentito consigliare ad una signora anziana,aggiungendo alla precedente imbecillità un’altra dose di idiota scostumatezza sottintendendo che la bella Sofia oltre che sdentata fosse pure una vecchiaccia.

Fu allora che al povero Lapo non rimase altro che mettere mano al portafoglio e tirare fuori dalla vecchia casa di famiglia due alloggi,non perfettamente separati a causa della particolarità della casa.Terminati i lavori pero’ la messicana pretese che lei,la mamma e il marito,un anno stessero sopra loro e un anno sotto,avviando per il successivo ventennio una rotazione paranoicale che era divenuta la favola di tutto il comune del posto.A qualcuno sarebbe venuto in mente di chiedere se non era il caso per Lapo di gettar la spugna e scappar via comprando un’altra casa. Questo il poverello non poteva farlo in quel tempo e per il suo rifiuto categorico a lasciare la casa ed il ricordo della sua amata madre e quindi non per smanie di possesso, e inoltre perchè di soldi di li a un poco la bella messicana gliene avrebbe fatti spendere tanti,anzi una montagna.

Lapo aveva messo mano agli affari di famiglia già mentre studiava,al Mercalli e poi all’università,mentre faceva il militare,e mentre progettava una famiglia,e si era dimostrato ben oltre che abile e questo fu toccato con mano anche dall’anziano padre che un giorno morente gli disse che egli aveva sbagliato.Alle richieste di chiarimento del giovane Lapo egli confesso’ che nel ripartire il piccolo ma consistente patrimonio da lui generosamente costruito per i figli egli aveva di troppo privilegiato Sergio,e questo non per diritto di primogenitura ma semplicemente perchè lo sapeva sin troppo mite e con grandi limiti naturali per ben tutelarsi nel lavoro che avrebbe dovuto svolgere,e quindi nella vita.Per questo a lui erano andate la casa dove i due erano nati,quella prestigiosa posta sulla bella via Petrarca a fronte sul mare,un’attico a Chiaia,dove erano cresciuti e diversi negozi posti a rendita.Lapo,il cui padre voleva porre rimedio, non ebbe esitazione a dire che lui di questo se ne importava meno di tanto e che l’unica cosa che gli premeva in quel momento era la salute di lui.Il padre ando’ oltre,innanzi a a quel doveroso atto d’amore filiale e di onore di Lapo, gli chiese di prendersi cura del fratello, e Lapo questo lo giuro’ e cosi’ fece per ben 30 anni nella difesa dell’azienda comune e quindi del fratello.

Come era da mettere nel conto non solo le difficoltà furono enormi atteso che Lapo chiamato a sostituire il ben piu’ esperto padre fosse poco piu’ che un adolescente,ma presto a questo si aggiunsero macellazioni camorristiche da far impallidire anche un ergastolano.Lapo andava avanti per la sua strada e in poco tempo riusci’ non solo a consolidare quanto il padre aveva fatto ma anche ad aggiungere lustri e profitti a tutta la famiglia,incluso il fratello e per caduta la accidiosa Susette e C..

Che il mite Sergio si fosse relegato in posizioni del tutto defilate nella azienda comune era noto a tutti.Egli asseconda dell’estro, si destinava allo svolgimento di diverse materiali incombenze vessando,con un caratterino piu’ che dispotico,i malcapitati operai che gli erano a fianco in queste operazioni e questo per motivi che appresso si dirà.Lapo aveva messo nel conto questo e altro per cui pur potendolo e pur essendo nel suo diritto compensava il suo lavoro,ben diverso e corposo,con identica remunerazione sua.Tutti sapevano e tutti facevan buon viso a cattivo gioco,dai direttori generali delle banche all’ultimo fattorino dell’azienda,dal piu’ grosso fornitore della stessa, all’ultimo cliente disperato e protestato,da avvocati,commercialisti,tributaristi,penalisti,civilisti e ogni accidente di professionista che avesse a che fare con Lapo e quindi l’azienda.Molti gli rimproveravano quella eccessiva tolleranza, ma per Lapo quello era il modo piu’ concreto di voler bene a suo fratello. e di rispettare il suo giuramento al padre.Al povero Lapo, che mai lo avrebbe umiliato innanzi a terzi volutamente, non restava altro che correr dietro, oltre ai suoi guai e quelli dell’azienda,in silenzio ai guasti che il fratellone andava distribuendo in giro nell’azienda stessa,molte volte tentando di minimizzarli anche innanzi alle feroci critiche dei terzi.Piu’ di una volta Lapo era dovuto intervenire con tutto la sua precoce autorità su clienti e qualche operaio,che macellati dalle frustrazioni di Sergio con arroganze e oscenità irripetibili,se ne era chiamato reazioni comprensibilmente di pari portata,talvolta qualcheduno che di galateo ne aveva poco,era arrivato a minacciare di alzar le mani sul mite ma iroso Sergio,obbligando il povero Lapo a precipitarsi sul luogo del misfatto.

Che le cose stessero cosi’ era noto anche alla prorompente messicana e purtroppo queste circostanze aggiungevano ulteriore benzina sul fuoco dell’invidia e dell’accidia e dell’ira che bruciava dentro di lei che tentava anche attraverso un diverso ruolo del marito di mitigare le sue smanie di sentirsi pari alla bella cognata .Soffriva Susette e la sua sofferenza era profonda,sincera, devastante.degna di un romanzo.Per questo a modo suo,ossia martirizzando il povero Sergio,inizio’ dopo quella della casa di Sant’Agata la seconda campagna,ossia quella destinata ad entrare,come era nel diritto del marito e quindi indirettamente suo nella gran casa di Petrarca, in cui non si capiva che ne doveva fare con tanta urgenza,atteso che diversamente da Lapo che era arrivato alla terza figlia lei a distanza di anni continuava a rimanere senza pancia.

Anni addietro sarebbe bastato,come era nei loro costumi,che Sergio manifestasse questo suo desiderio correttamente,ancorchè per esaudire quello di una moglie,perchè Lapo provvedesse rapidamente ad organizzarsi in maniera diversa.Sergio era innamorato della sua bella casetta sul mare per questo e non per altro si era reso disponibile a lasciare in pace il fratello per tanti anni..Ma le tecniche usate per ottenere la disponibilità della casa non furono quelle che sarebbero state tra due fratelli cosi’ legati in passato.Al ben indaffarato Lapo iniziarono a giungere discorsi strani fatti dai due che lamentavano in giro come se Lapo e moglie avessero intenzioni di usucapione sull’immobile.

Seguirono poi delle demenziali raccomandate,inviate malgrado Susette avesse compreso che i soldi per tirare avanti alla grande le venivano dal lavoro di Lapo stesso,lettere di cui quando Lapo ne chiedeva spiegazione, il mite Sergio scappava via per andare a macellare operai cercando,con quella arroganza con cui trattava ogni sottoposto, di convincere la moglie che lui, quanto Lapo stava,li a ben fare l’uomo d’affari.

Lapo ci mise meno di tre mesi,dopo aver tardivamente preso la decisone, dalla data di acquisizione di questa ennesima provocazione a scappar via in una nuova e bella residenza acquistata con enormi sacrifici per se e la famiglia.


CAPITOLO II

Ai tre peccati capitali dei primi tempi se ne aggiunse presto un ‘altro,ossia una avidità senza confini,che di certo traeva origini nella ferrea determinazione a ben tenere in pugno beni,che ancorchè non suoi ,ella li riteneva oramai tali.

Preso possesso delle residenze personali,la messicana passo’ alla gestione del resto,ossia del piccolo numero di appartamentini e botteghe,che oltre il primo di Petrarca,il secondo prestigioso di Chiaia,e la comproprietà di Sant’Agata,erano confluiti nel suo patrimonio di novella Bonomi Bolchini.La gestione delle proprietà che Lapo ,unitamente alle sue minori e numericamente e di valore,aveva affidato al fido legale di famiglia già del padre,fu senza possibilità di ripensamenti trasferita,in pieno assenso di Sergio,nelle mani della novella finanziera,anzi meglio dire autoritariamente avocata a se’ dalla prorompente manager in gonnella.

Il vecchio legale confido’ una volta a Lapo ,in preda alla disperazione,che lui di accompagnare costei a presenziare alle riunioni di condominio,di cui lei non se ne perdeva una,non se la sentiva piu’.Infatti le riunioni , da quando era comparsa la piccola messicana, si trasformavano in risse colossali alla Fantozzi per derimere problemi del tipo di quelli che lei di pagare la quota condominiale per la riparazione dello sciacquone del cesso del portiere che non scaricava bene non ci pensava affatto.La Bonomi Bolchini aveva fama di spietata innanzi alla doverosa tutela del patrimonio di famiglia e di far fare pessime figure al povero Sergio gliene tornava meno di tanto.Per questo come l’ultima morta di fame o disperata moglie di un disoccupato,per lasciare la bella casetta di Posillipo,che il buon Sergio aveva avuto in fitto da persona per bene e ben nota a Napoli,pretese che lo sfortunato scucisse il portafoglio nello stesso modo in cui lei e la madre avevano visto fare ai proprietari del condominio piccolo borghese da cui provenivano,quando qualche inquilino riottoso a riconsegnare la casa ci si piantava dentro a suon di ricorsi in Tribunale.Il proprietario della casetta di Posillipo era noto anche a Lapo, che quando apprese la disgustosa vicenda prego’ il galantuomo di accettare per conto della famiglia Malatesta le sue scuse.

Oramai l’avidità aveva preso possesso di lei.L’unico posto dove non metteva becco e non perchè Sergio ,in un improbabile risveglio di intelligenza, non glielo consentisse,ma semplicemente perchè la demente percepiva che aveva un cervello di poco piu’ grande di una gallina,e quindi nulla avrebbe capito dell’azienda oltre che la consistenza dell’assegno che a fine mese partiva dall’ufficio cassa,oltre quello di fine anno,e che il povero marito si premurava di versare nelle sue mani parsimoniose,trattenendo per se i soldi per caffè e sigarette.

Un poco alla volta il buon Sergio che si era meritato in passato fama di uomo gaudente e generoso anche con chi,essendo ben piu’ agiato di lui,era oggetto delle sue attenzioni, fu ridotto alla impossibilità anche di offrire un caffè a qualche donna,rea di essere stata una vecchia fiamma o un gelato alle nipoti,senza meritarsene,quando queste imprudenze produceva,scariche di contumelie e oscenità,che la immonda avida lasciava uscire dalla bocca quando oltre i componenti della sua nuova famiglia,non vi fossero prossimi qualcuno di quel sociale di cui lei ardentemente riteneva oramai di far parte.

- Strunzo!Te pigliano tutte pe culo!T’arruobbano tutte quante.Strunze!-Gli ripeteva trucidamente e volgarmente la messicana,in queste gradevoli occasioni,per niente intimidita dallo schifo che le si creava attorno.

Presto a Lapo fu chiaro non solo che quella donnaccia non amava suo fratello ma peggio lo disprezzava.Lo disprezzava con la stessa intensità e ferocia con cui aveva disprezzato per tanti anni chi nella vita aveva avuto,come il marito,la unica colpa di nascere con una camicia di seta anzichè di canapa come lei.Ma a questo orrore di sentimento ella ne aggiunse un altro che traeva origine dalla sua adolescenza turbata dalla madre, la vanità.Infatti presto lei, una volta raggiunto il primario obiettivo di aver messo le mani oltre che sui soldi sulla vita del poverello,disprezzandolo,inizio’ ad autoconvincersi che lei,talmente splendida e raffinata era stata sfortunata perche’ molto di meglio ,lei poteva avere dalla vita come marito.Non le bastava che fosse agiato, ma mite e abbonato,no,lo voleva ricco ma di quelli cazzuti e tosti,affascinante e con la lingua svelta,magari uno come quel maledetto di Lapo che bastava che parlasse o di lavoro e affari,o di svaghi e divertimenti,perche’ tutti,giovani e vecchi,uomini e donne,restassero li’ ad ascoltarlo divertiti e compiaciuti.Soffriva Susette ed era una sofferenza costante,quotidiana,che l’accompagnava dal momento in cui si alzava senza uno scopo nella giornata a quando andava a letto consentendo che il mite Sergio si trastullasse con quei seni che erano stati la sua crocifissione e che ora apparivano sempre piu’ pere appese malgrado lei avesse scoperto, centri, dove belle signore andavano solo per rassodarlo un poco e non di certo per disperarsi irrimediabilmente come lei innanzi ad uno specchio faceva osservando prima se stessa poi le altre.

Susette era una eroina e quindi non demordeva.Doveva andare avanti nei suoi progetti ulteriori che prevedevano quale successivo obiettivo la ratifica definitiva del suo ruolo di imperatrice splendida del sultanato dei Malatesta.Un figlio.Dopo cinque anni ella dovette capire che vi era necessità di accompagnare quel desiderio reso difficile da non si sa quale preciso problema.Fu in quel tempo che Lapo senza capire altro, attribuiva quelle frequenti scomparse del fratello anche per lunghissimi periodi dall’azienda,a tentativi di curarsi un alcoolismo emergente frutto delle macellazioni che costei gli produceva.Ma si sbagliava in quanto lei che come poi si seppe era alle prese con manipolazioni del suo utero,manteneva una comprensibile riservatezza,che nei tempi passati del solidale legame tra i due fratelli sarebbe apparsa ingiustificata.Susette infatti,piu’ che per eccessi di riservatezza,per il timore che qualcuno pensasse che quel figlio fosse il prodotto di qualche complessa ma putroppo inevitabile alchimia scientifica,decise che lo stesso doveva essere concepito di nascosto senza nulla far sapere al maledetto Lapo,forse temendo chissà cosa costui si potesse inventare.Nacque un maschietto,e questo rese felice Lapo che ne aveva desiderati ma non avuti.Fu per questo che al fine di sancire bene quale straordinario compito lei avesse portato a compimento,ella in assonanza con il marito gli imposero il nome del capostipite dei Malatesta,Gennaro e chissà perchè poi ella non penso’ di francesizzare anche il nome del regazzino in un Gennj o Gege’.Ma no,nè Gennj ne un nazionalpopolare e simpatico Gennarino, andava bene solo Gennaro,Gennaro II,prossimo imperatore dell’impero dei Malatesta.Quello era il periodo in cui le tante scelleratezze prodotte da costei in danno del marito stavano producendo effetti disastrosi sul malcapitato.Infatti la donna in velleità di trasformare questa persona mite in uno sparviero della finanza e del management lo istigava contro il fratello,gli imponeva di corrergli dietro e di competere con lui senza averne alcuna necessità,di fare anche lui le stesse cose senza sapere che il poverino ,che per questo non era nato,ogni volta che era toccato dall’evidenza dei fatti a registrare l’ennesimo suo insuccesso,cadeva in stati di grande disagio che presto lo indussero a consumare alcoolici in quantità mostruose durante il lavoro,tanto che quasi ogni sera il fratello era obbligato a farlo accompagnare a casa ciucco da qualche operaio,e questo con grande vergogna di Lapo e grande ulteriore discredito del povero Sergio.Qualche volta Lapo si permise di farle presente che era necessario far ricoverare il fratello e marito per avviarne il recupero ma a queste preoccupazioni la stessa rispondeva come una serpe a cui fosse stato pestata la coda ben facendo intendere che lei ,faceva lui, ,Lapo,responsabile di quelle sofferenze del marito.Per anni prima e dopo il parto del figliolo che lei ebbe non dall’amore per il suo uomo,ma dal fondo della sua anima nera,lei quando il marito ritornava in quello stato pietoso a casa si limitava a rincuorarlo dicendo che prima o poi c’avrebbe pensato lei a dare alla iena immonda,ossia Lapo,quanto si meritava per tutte quelle sofferenze che produceva su di lui.

La nascita del bambino fu appresa per caso da Lapo in un ristorante che egli frequentava da anni col fratello;Infatti uno dei camerieri pensando ragionevolmente che il fatto fosse noto a Lapo gli fece i complimenti per la prossima nascita di casa Malatesta.facendo rimanere Lapo di stucco innanzi a quell’ennesimo atto di bestiale e demenziale accidia.

  • Complimenti!Dotto’!- Disse il simpatico Tonino!

  • Ma di che?- chiese meravigliato Lapo.

  • Ma come?A Signora!A Signora e Sig.Sergio!- E mentre questo diceva faceva il gesto passato alla storia nel film della Loren a far capire “ Tene a panza “.

  • A gia!- Disse Lapo fingendo solo distrazione e non invece il disagio per quell’atto pregno di ostilità nei suoi confronti.

Il ragazzino,graziosello, era simpatico e sopratutto intelligente,ma crebbe in quel clima.Come il padre quindi fini’ per essere maciullato dalla madre e dalla nonna.Ovviamente durante l’inverno stante i rapporti tra le famiglie non era dato a Lapo frequentare il nipote.Ma durante le vacanze estive il ragazzino finiva per accodarsi dietro il gran numero di adolescenti che correvano dietro a Lapo e alla sua naturale capacità di farsi voler bene da tutti gli amichetti delle sue figlie,da quelli dell’ultima di qualche anno piu’ grande di Gennaro,come in passato da quelli delle due altre figlie che poi divenuti piccoli uomini e donne continuavano a pretendere di farsi cucinare a venti alla volta da Lapo e a rifiutarsi di andare alla fine in discoteca preferendo di rimanere con Lapo e le sue stranezze e simpatie.

Talvolta Gennaro,che avrebbe amato essere lasciato in pace a fare le cose che ogni ragazzino fa a quell’età,ossia correre dietro a un pallone o in bici,sapendo che lo zio era stato un abilissimo giocatore di tennis,tentava di scappar con lui giu’ agli impianti sportivi.Ci riusci’ per qualche volta sino a che un perentorio diktat di madre e nonna glielo impedi’,a loro dire perchè sudava,a pensare di Lapo,oltre che per questa demenziale precauzione,per la determinata volontà di tenere il piccolo lontano da qualsiasi influenza di Lapo e dal possibile maturarsi di comprensibile affetto del ragazzino per lo zio.Carolina e le figlie,e meno Lapo per il suo lavoro,prima di riunirsi in Agosto nella bella casa di Sant’Agata,mezza campagna,amavano trascorrere sin dalla nascita della prima loro figlia un mese in qualche posto di mare diverso.Prima Positano,poi Ischia,poi una ridente località della Puglia dove il cognato di Carolina,un raffinato giovane gentiluomo,possedeva una grande struttura turistica.

In quei tempi Susette,aveva ben legato con la moglie del fratello di Carolina,donna bella invero d’aspetto,naturalmente elegante,ma con la fissa anche lei di non avere natali altolocati.Suo marito,ossia il fratello di Carolina,era uno da una vita alle prese a far quadrare bilanci familiari che non riusciva a far tornare per la sua grande incapacità a portare innanzi la azienda avuta dalla famiglia.Anni addietro Sergio,prima che la bella Susette,fosse comparsa all’orizzonte,aveva dato in locazione la bella casa di Chiaia alla coppia.Per anni quindi Susette,che per quanto sopra era divenuta la gestrice del patrimonio di famiglia,uso’ quella circostanza e anche la comune modesta origine con la cognata acquisita,per rendere possibile alla stessa che ogni volta che lei,per volontà del marito,si associava alle vacanze di Carolina,facesse in modo che Susette e madre al seguito prendesse parte al caravanserraglio della famiglia allargata.Per questo Lapo fini’ per trovarsi Susette puntualmente ogni anno dopo nel nuovo sito che andava a cercarsi per le ferie della sua famiglia.Fu cosi’ che la nobile Susette e madre,lasciarono traccia delle loro ridicolaggini,prima a Positano,poi a Ischia,poi financo tra i rozzi marinai e pastori del bel cognato di Carolina e Lapo.

Un giorno nel villaggio in cui confluivano in gran copia simpaticissimi amici di tutt’Italia della coppia proprietaria del posto avvenne una scenetta che ben potrà far capire che cosa ci fosse sopratutto nella testa della mamma di Susette.

La donna,che come detto non superava il metro e cinquantacinque e invece ben oltre i 65 chili,separata da una vita,con gran gioia dell ex marito datosi a precipitosa fuga,si era autoconvinta che lei fosse tanto affascinante che un amico del gruppo,uno stagionato simpaticone della provincia di Foggia,avesse un debole per lei.Per questo se si era tutti seduti alla sera al ristorante del villaggio ,in gran tavolate, ella pretendeva che il posto a fianco al suo fosse tenuto libero per consentire a quello che lei riteneva si fosse perso dietro ai suoi fianchi adiposi,di starle amorevolmente a fianco.Con questo spirito una mattina mentre Lapo e molti amici del gruppo erano stesi sul bagniasciuga della assolata spiaggia del villaggio uno di questi,un diavolo di simpatia,rivolgendosi a Lapo,disse:

-Prendi la macchina fotografica.Presto,fa presto,questa la dobbiamo immortalare.Non e’ possibile!Non ce la possiamo perdere!-

-Ma cosa ?-chiese Lapo –

-Girati e guarda!-disse il tizio.

Quando Lapo si volto’ noto’ che sulle povere scalette di legno che conducevano dalla selvaggia campagna alla spiaggia era comparsa lei,la grande mamma,la madre di tutte le madri,grande invero di stazza.Ella infatti sapendo che sulla spiaggia c’era il suo amore si era messa in ghingheri per lui.Il fatto che lei essendo intimamente convinta di essere una gran dama dell’alta nobiltà monegasca si era addobbata come e se tale fosse.Prima di scendere sulla spiaggia,che non era quella di un semplice posto di mare di Puglia,ma nel suo immaginario quella di un agognato Beach Hotel della catena dei Ranieri a Montecarlo,forse aveva visto la gran fiaba di “Pretty Woman” e sentendosi anche lei,bella quanto Julie Christie,alta,amabilmente dinoccolata,naturalmente elegante,come quando esce dalla boutique saccheggiata dal bel Richard Geere,miliardario in dollari perso dietro il suo fascino,si era come lei vestita.

Infatti non passo’ inosservato che ella,oltre ad una specie di kaftano bianco immacolato,aveva in testa uno di quei gran cappelli,di quelli appunto che la bella interprete portava ingressando come una regina nella hall dell’albergo a cento stelle del magnate innamorato.Il cappello era piu’ o meno lo stesso,il resto sotto,ossia lei, no.Infatti atteso che per altezza e circonferenze ella era di certo non come la bellissima ragazza del film,fini’ per somigliare piu’ che altro ad uno di quei lumi bombati,corti e chiatti,su cui troneggia un ampio paralume.Tutti si voltarono a guardarla e lei convinta che in quegli sguardi vi fosse ammirazione per il suo gran fascino,rimase come una ebete,a girarsi e a rigirarsi,quasi a mettersi in posa come una top model schiantamaschi del calibro di Naomi Campbell. Questo non senza aver agitato a bella posta le orribili zampe di porco che aveva,coperte di gioie di Pomellato,che in quanto poste su simili orrori eran divenuti pomelli di cassetti di un mobiletto da cesso.Alla caviglia,tozza come un tronco d’albero,aveva intrigantemente posto,forse a far sottintendere condivisioni di lussurie per il suo ritenuto spasimante di cotante grazie,uno di quei volgarissimi braccialetti alla schiava.Fu allora che il simpaticone amico di Lapo,inizio’ a bersagliare di scatti la diva,che beata,in preda a deliri di idiozia pura,continuava raggiante a dispensare a tutti gran sorrisi e grandi

Buongiorno a tutti,eccomi qui !-

Inutile dire che quella scena causo’ per tutta la giornata attacchi di dolori addominali a tutti dati dalla impossibilità di scoppiare in fragorose risat



CAPITOLO IV

DELLA VANITA’


Di situazioni come queste se ne crearono ogni giorno e per anni,ma non sempre erano fonte di divertimento e basta,in quanto molte volte gli spettatori di cotante orribili gesta erano persone molto piu’ ciniche e maliziose dei comuni amici di Lapo e per quanto si debba tenere il giudizio della gente nel conto che merita,a tutto c’era un limite,un limite che financo la stessa Susette avvertiva.Malgrado cio’,malgrado l’imbarazzo che lei stessa avvertiva in quelle sceneggiate della madre sempre piu’ si radicava in lei il livore,propio dalla rilevazione di quanto diverse esse fossero in realtà,tanto livore per tutti da generarne la sua determinazione a niente fare per opporsi o mitigare quelle situazioni oscene.Quelli furono anni di ulteriori gravi sofferenze per Susette sofferenze forti,disagi e malanimi che spesso lei manifestava con la sua rituale arroganza e volgarità verso il marito che l’unica cosa che riusciva a fare era alzare per un poco il tono della voce e poi scappar via per tornare poi piu’ di prima incapace di opporsi a tutto questo.

Dopo moltissimi anni gravi accadimenti,che si sommavano ad un decennio di ogni sorta di macellazione di camorra,patita da Lapo quale referente dei Malatesta,presero a manifestarsi sempre piu’ masssicciamente nel lavoro aziendale.Per questo quando a Lapo fu dato modo di incassare una cifra rilevantissima frutto di un alacre suo lavoro durato oltre 10 anni passati, egli comprese che era il tempo di porre fine ad una condizione imprenditoriale per lui non piu’ sostenibile e per le circostanze e per il peso di 25 anni di solitudine nella conduzione della stessa impresa.

Ovviamente quando comunico’ questo al fratello lo stesso non penso’ neanche minimamente a tentare lui di sostituirsi al fratello e si rimise,come sempre nelle sue mani,affinchè egli concludesse l’ultimo e forse piu’ complesso lavoro da farsi.

La dismissione,essendo l’azienda corposa e complessa,si presentò foriera di difficoltà e pericoli.Qualunque mossa avventata anche la piu’ irrilevante poteva compromettere il tutto e causare il dissesto oltre che dell’azienda anche dei patrimoni dei due fratelli e delle loro famiglie.

Fu quella la prima volta che Lapo rilevo’ negli occhi di Susanna/Susette il terrore di perdere quello per cui aveva sacrificato,a suo pensare,la sua gran bellezza.Ma fu una paura breve perchè come sempre,anche in quella occasione,Lapo si dimostrò abile con un lavoro che lo prese per oltre tre anni a correr dietro ad avvocati e commercialisti di mezza italia,lavoro che egli svolse senza alcun compenso.

Ma Lapo fece di piu’ di questo.Quando prese la decisione di chiudere la società egli si fece carico anche di metter in piedi,anche finanziandola,una piccola azienda dove mise a dirigerla il loro cugino,loro dipendente,e si fece da parte non essendovi spazio anche per lui.Nall’avviarla tuttavia raccomandò allo sprovveduto fratello, che lui oltre quello, non avrebbe potuto far altro per tutelarlo in futuro e quindi lo invitò a porre bene attenzione perchè difficilmente questo nuovo socio,ossia il cugino,avrebbe avuto verso di lui pari disponibilità che egli aveva generosamente nutrito per lui nel passato.

Fu quello l’inizio di un altro periodo magico per Susette e madre,un periodo di grandi gioie e soddisfazioni,un periodo di pari felicità a quella che costei aveva provato nel momento della conclusione del suo matrimonio che malgrado le difficoltà che oggi si paravano in azienda restava per lei comunque un gran bell’affare.

Infatti Lapo,che era persona fortemente orgogliosa,pago’ molto profumatamente la doverosa decisione,per il bene di tutti di rinunziare al suo corposo passato di uomo d’impresa.

Come ogni persona di questo tipo egli lentamente scivolo’ in uno stato di grave disagio che fini’ poi per travolgere il suo matrimonio.La bella Carolina,incapace di comprendere i reali motivi di quella tardiva crisi matrimoniale,e ferita dall’insorgere di alcune relazioni di Lapo successive alla loro separazione,dette corpo ad una campagna di persecuzione contro Lapo.Lapo di sua iniziativa prima di prendere le distanze da lei le aveva di fatto lasciato ogni bene per lei e le figlie ma questo non bastò a tacitare le gelosie della ex moglie.

Lapo nel pieno dei suoi disagi ando’ a vivere nella casa di Sant’Agata,dove nelle estati successive,Susette,oramai affrancata dalla presenza di Carolina,potè finalmente dar corpo a quel suo troppo compresso desiderio di far la parte della referente femminile dei Malatesta.

Tutto le appariva favorevole e gradevole e sopratutto le giungeva gradito,anzi lascivamente come un orgasmo,le macellazioni che la bella Carolina si infliggeva,lo stato penoso in cui Lapo,il vincente di una vita da lei tanto odiato per questo,era ridotto e il piacere che le veniva dal sapere che Lapo con le sue apparenti stravaganze,di donne e altro,avesse compromesso il suo prestigio in quel sociale che tanto aveva ridicolizzato lei in passato.

Fu in quel periodo che Susette ebbe anche un momento di ritrovato,diciamo,splendore fisico.Forte di tale entusiasmi era dimagrita,si vestiva con meno oscena pacchianità,faceva salotto vezzosamente sulle dissolutezze di Lapo senza sapere con chi stava parlando.Durante una delle tante feste organizzate nel comune sociale di Sant’Agata a Lapo fu dato modo di capire che questo era lo stato d’animo della donna in quel momento.Susette,con la fissa della sudamericana,dimagrita e ingentilita,s’era perfino iscritta a palestre e scuole di ballo latino americano,per cui appena alla fine delle cene,qualcuno metteva su un po’ di musica, lei si precipitava con i cd che si premurava di portarsi dietro,per massacrare ogni persona di buon gusto con ore di quelle danze,che se fatte per qualche minuto da splendide fanciulle brasiliane o cubane,causano stati di nirvana,ma se prodotti per ore da un simile tozzo di donna,ancorchè dimagrito,per altro in compagnia di altre sue consimili di aspetto,causavano a Lapo,come l’avrebbero causate a chiunque, attacchi di ulteriore depressione.

La povera Carolina decise, per dare il colpo di grazia a Lapo ,di rivolgersi ad una di quelle iene divorziste che era convinta che Lapo fosse uno stereotipo del suo ex che se ne era scappato via anni addietro pur di non tenerla piu’ avanti agli occhi.Per tal motivo la legale produsse atti di una scelleratezza senza fine.E questi atti non potevano escludere che Lapo fosse un magnate che s’era arricchito in maniera smisurata.Ma quando Lapo lesse comprese che per rendere credibili quelle falsità la stessa legale s’era fatta consegnare da Carolina atti e documenti riservatissimi della comune azienda:Non ci volle tanto a Lapo per comprendere che chi aveva dato quelle carte,alla ex moglie di Lapo in sete di vendetta, era stato Sergio,e questo su precisa indicazione della bella Susette.La causa fu chiusa in pochi giorni ossia quei pochi che bastarono ad un magistrato diverso,ossia della Procura,per ipotizzare un rinvio a giudizio collettivo della sofferente Carolina,del fratello e della bellona moglie,e sopratutto di Sergio e Susette,per reati che andavano dalla calunnia,alla diffamazione,alla tentata frode processuale alla persecuzione per fini abbietti,ovviamente Lapo non aveva alcuna intenzione di infierire e si fermo’ appena le minacciate azioni penali indussero l’associazione di psicopatici a desistere.

Presto nel sociale giunse notizia di cosa sopratutto Susette,vera ed ennesima ispiratrice delle imbecillita’ di Sergio,avvesse combinato,e quel consenso modesto,faticosamente arrivato dopo anni di tribolazioni si dissolse miserevolmente.

Il povero Lapo seppe poi che lo sprovveduto Sergio,per la prima volta in vita sua era andato dal commercialista della azienda comune,per farsi dare copie dei bilanci,in quanto era oramai convinto che quanto per anni la sua graziosa signora gli dicesse era vero.Ossia Lapo lo aveva frodato e per miliardi e da sempre,questo egli aveva riferito al vecchio professionista malgrado questi continuasse a dirgli che quelle erano solo infamie.Non c’era da meravigliarsi in questo processo mentale della donna.Ella pur non capendo nulla degli affari della comune azienda,per sua logica,sapendo quanto sprovveduto fosse il marito,tanto che lo disprezzava con tutta se stessa,non poteva pensare che uno squalo,con gli altri,come Lapo,non traesse immondo beneficio da quella circostanza fottendo un fratello.Ossia per lei era inimmaginabile che Lapo nutrisse per il fratello un sentimento che non includeva nè meriti ne’ onori,in quanto era il dovuto affetto per un fratello.E che questi naturali sentimenti non le appartenessero per la sua natura deviata ella lo aveva ben dimostrato in passato praticamente cancellando con un cassino il fratello reo di essere come detto persona semplice che a suo pensare,l’avrebbe danneggiata nella immagine di sè che falsamente e con fatica stava creando nel sociale. Di li’ a poco altre sofferenze le stavano per piombare addosso.Infatti il mite Sergio,incurante dei moniti del fratello,era stato,da padrone, messo fuori la porta della piccola società da un ben diverso parente del fratello.Quei quattro spiccioli che per alcuni anni Sergio aveva ottenuto per fare in realtà quello di sempre,ossia il garzone di bottega,uniti alle rendite del generoso padre avevano consentito a lui di tirare bene innanzi ben diversamente dal povero Lapo.Presto l’ira fu l’elemento che caratterizzo’ gli atteggiamenti di Susette con il povero Sergio:

  • Strunze!Si Strunze!Ecco!Pure tuo cugino t’ha fottuto,Pure lui.Si Strunze!- gli martellava.

Ma il diavolo fa le pentole e non i coperchi per cui quell’atto di demenziale suicidio fatto da Sergio, che aveva pari giuridiche responsabilità, ossia di dare in pasto carte riservate della società produsse,senza che loro oramai terrorizzati lo potessero impedire,i suoi effetti.Un magistrato troppo rossotogato,e che credeva di essersi trovato a giudicare su un caso tipo Dinastj,pensando di dover punire tutti per quelle immonde e ridicole saghe,mandò anche dopo aver chiuso le sentenze,il carteggio alla Guardia di Finanza che dopo alcuni accertamenti stabili’ ,che ,si, era vero che Lapo non aveva toccato neanche un soldo ma che per arrivare dove doveva arrivare,ossia salvare il culo di tutti i Malatesta,ivi incluso quello non gradevole di Susette,aveva fatto capriole coi bilanci.La sanzione non fu esagerata ma non irrilevante ma alla bella Susette venne un attacco quando comprese che il povero Lapo che di soldi non aveva affatto ne’ di quelli rubati ne’ di quelli suoi perchè trasferiti alle figlie,si vide pignorare metà del patrimonio suo,ossia che suo non era ma bensi’ di Sergio.

Lapo,abile come sempre nelle questioni,si oppose per conto del fratello e vinse e fu allora che Sergio comprese e bene non solo che Lapo era stato un galantuomo di socio ma anche uno straordinario fratello.

All’ennesima scarica di insulti e volgarità, mollo’ una sera un sonoro ceffone sul viso alla iena messicana e una pedata nel culo floscio della mamma palla,e dopo aver sonoramente mandato tutte e due affanculo se ne scappo’ in Brasile dove un suo amico d’adolescenza gli fece trovare un nugolo di donne da seni giganteschi in cui Sergio per il resto dei suoi giorni si perse con le manine,mentre steso al sole di Capocabana,succhiava avidamente gelate delizie alla frutta da enormi bicchieri al fresco di una pianta di cocco.

Sergio dette incarico ad un legale,dicendogli di pagare qualunque prezzo pur di disfarsi di quella belva umana,e cosi’ fu.Che per strada Sergio si fosse perso mezzo patrimonio residuo,gliene tornava meno di tanto,come meno di tanto gliene tornava al buon Gennarino,suo figlio,che appena seppe che il padre la se ne era scappato lo raggiunse e fu finalmente libero di correre sudando oltre il dovuto dietro allegri amici brasiliani a giocare a pelota,e le prime speranze di farsi una sana scopatella con qualche bella ragazzina del mitico Brazil.


CAPITOLO VI




Tutto sommato Susette era una donna di ferro,determinata,e comprese che dalla fine di quel matrimonio ella alla fine avrebbe potuto trarre una condizione per lei estremamente favorevole,nuova e per molti versi anche agognata per la vita intera.Infatti pur di affrancarsi da lei il rinsavito Sergio,come detto. le aveva lasciato una bella fetta di denaro ed una delle belle case avute dal padre.Per questo la nuova Susette si trovo’ alla fine con un discreto conto in banca,una casa bella e dignitosa, con un bel terrazzo sui tetti di Chiaia,il fisico alleggerito di molti chili dalle danze sudamericane,e sopratutto una fame arretrata di sesso di quello buono.Infatti Susette che aveva concepito quel suo matrimonio solo ed esclusivamente su quanto le poteva derivare in termini economici e materiali.per una vita aveva dovuto reprimere quel suo naturale e totalmente infondato convincimento che ella fosse in grado,con la sua avvenenza sudamericana,di scatenare libidini e lussurie in uomini oltre che agiati,belli,ossia quantomeno piu’ piacenti del piccolo Sergio.

Fu con questo spirito quindi che la Susette,alla sua terza vita,inizio’ a praticare quegli stili di vita classici di tutti i poveracci o fortunati che si trovano a vivere separazioni e divorzi.Fu durante una di queste cene che Susette,conobbe Paolo Cariglia,detto Poli,perchè. e di questo lui stesso se ne vantava aveva anche vissuto negli States,ma ben se ne guardo’ di dire per quali motivi,alla disponibile Susette.

Infatti Susette,che malgrado il gran lavoro svolto in quegli anni,non si era affatto integrata nel sociale dei Malatesta,non poteva sapere che Poli,che allo stesso sociale apparteneva sin dalla sua adolescenza,era un gran figlio di puttana,che aveva dilapidato un patrimonio colossale tra donne e gioco e che ora l’unica cosa che possedeva era il suo ancorchè maturo fascino di playboy saraceno alla Briatore.Quindi alla bella Susette non era noto che Poli,da anni,andava in cerca di rottamate della vita con un gruzzolo da parte,come lei in quel momento.

Quando l’affascinate Poli,alto ed elegante,talvolta in impeccabili blazer blue notte,talvolta con pullover color pastello attorno al collo su cui era un viso perennemente abbronzato,le propose una cena a lume di candela da Rosiello a lei non le parve vero,come non lo parve alla mamma cicciolosa felice che la figlia con quella avventura galante tacitasse anche le sue frustrazioni passate di donna incompresa dal simpaticone di Foggia.

Dopo la cena i due finirono ai Damiani dove cullati dalle note di una soft music americana il bel Poli,raccolse la disponibilità di Susette,a farsi baciare la bocca prognatica,che ella gli aveva parato innanzi sollevandosi sui tacchi enormi messi su per mitigare il suo scarso metro e cinquantacinque.

Dopo quella sera,Susette,fu trascinata da Poli,dissoluto a tal punto da vincere anche il disgusto che gliene veniva al solo guardarla,nei gironi infernali della lussuria.Ossia del sesso vero,della passione fine a se stessa e non altro,ossia da una passione ben diversa da quella che lei aveva conosciuta con Sergio.Il trascinamento di Susette era enorme e presto ella convinta follemente di aver scatenato analoghe pulsioni nel bel Poli,inizio’ ad amarlo.

L’amore,si sa quando è provato,non conta se fosse quello di una povera demente convinta di aver trovato alla fine l’anima gemella,produce miracoli.E il miracolo avvenne.

Per la prima volta della sua vita Susette,anzi Nanà,perchè cosi’ la chiamava il bel Poli,amava e piangeva,ma non di sofferenze,nè di rabbia,nè di ira,come aveva fatto sino ad allora.ma di gioia.Tanta era questa che Susette si trasformo’ anche nell’aspetto.Si era ingentilita,i fianchi erano piu’ asciutti,il seno si era rassodato,e su suggerimento di Poli aveva iniziato a indossare pantaloni per mitigare quel difettuccio alle caviglie.Parlava meno del passato,anche questo su suggerimento di Poli.Preferiva tacere ed ascoltare invece la calda voce sensuale del suo rubacuori.Godeva per il piacere che le veniva nel rilevare quale invidia lei scatenasse nelle donne che la vedevano a fianco di un uomo cosi’ fascinoso e che profumava di denaro lontano un miglio,ma profumava solo.

Fu al termine di uno di questi momenti di gran passione che il bel Poli le disse:

-Sai amore mio,Nanà adorata.Sto seguendo un progetto interessante in Costarica.Un megavillaggio,tipo Valtur o il Bagaglino.Un affare colossale,se va in porto ci sistemiamo alla grande io e te amore mio.Ma sono poco liquido forse dovro’ rinunciare!-

Un’ora dopo il furbo Poli era riuscito ad ottenere che la innamorata Susette le accordasse la disponibilità in piu’ tranche a darle tutto quanto possedeva e che ammontava a scarso un milione e mezzo di euro oltre la casa che corse a dare in garanzia di linee corpose di credito al bel Poli.

Poli si era trasferito in Costarica da dove continuava a mandar foto del villaggio in costruzione e lettere d’amore infuocate.Susette lo chiamava anche 5 volte al giorno e gli chiedeva di ripetergli quelle dolcezze che solo lui sapeva dire e gioiva.Era innamorata Susette e questo le dava nobiltà e levatura morale ben diversa da quella che sino ad allora per ben diverse ragioni si era meritata.

Ma dopo alcuni mesi,ossia quando con l’ultima rimessa da 150.000 euro Susette aveva prosciugato il suo conto corrente in banca,ella notò che parlare con il suo bel Poli si faceva sempre piu’ difficile.Spesso e sempre di piu’ non era in grado di trovarlo,quando ci riusciva notava dal suo tono di voce che qualcosa in lui era cambiato.

Convinta che il suo uomo cosi’ agisse solo perchè preoccupato dal lavoro decise di andare in Costarica per eventualmente aiutarlo.

Quando entrò nel cantiere del piccolo villaggio della costa dove Poli le aveva detto che stava realizzando la sua opera ella noto’ che non vi erano operai alle prese con i loro lavori.L’unica persona che incontro’ fu un vecchio custode,sdentato,con la barba incolta e l’alito che puzzava di Pampero e Tequila Boom Boom

  • Buenas dias!- Disse Susette,compiaciuta della sua piccola conoscenza di spagnolo- Mi son mujera de Poli!Tu conosse Poli?Mr.Poli Italiano patron do trabajo?-

  • Certo Mr.Poli!Certo che lo conosco.Ma non e’ qui ora!

Tu es su mujera?Proczima mujera?-Disse l’anziano e a Susette non le passo’ inosservata la risatella che il vecchio si faceva sotto i baffi girando il capo.

  • Che hai da ridere?Vecchio schifoso ubriacone!Corri a

chiamare Poli,subito,sporco rottame.Sarai pure uno schifoso comunista di merda e morto di fame.Corri!Cabron!-

  • Muy dolente,Senora,non puedo!Mas volendo non puedo!Perchè per raggiungere Mr.Poli dovrei avere un elicottero o un motoscafo tipo offshore,perchè Mr.Poli, estas li’.-

  • E indico’ uno splendido veliero di 30 metri,a nome Nanà, che si vedeva lontano scarse tre miglia, in navigazione verso Cuba.

  • Mr.Poli,anzi Pablito,come se abla da queste parti,e’

andato a Cuba con su bella mujera:Se appela Consuelo ma al villaggio la chiaman todos Querida,perchè è una muchacha muj,muj spezial.Ha vent’annos,seni grandi e cosce lunghe un metro e qualcosa,un po’ meno de tua brutta cabeza,Senora comandante!Muj dolente per te Senora!Muj dolente!-

E mentre questo diceva si allontanava sghignazzando e continuava a ripetere - Mujer,la numero trienta,che figlio de puta Paulito,che figlio de puta!Ha matado un outre desaparecidas de la vida!-

Nanà,tornata Susette,tornata Susanna,tornata Nannina,si precipito’ dal notaio del posto dove scopri’ che la società di Poli era fallita almeno 10 volte,che lui era stato in galera almeno altrettante volte ma da queste era uscito sempre corrompendo il solito funzionario sudamericano con quattro soldi e i gran sorrisi da figlio de puta che era.Nannina in uno dei suoi incontenibili eccessi d’ira inizio’ a tirare fuori il meglio del repertorio Porticiano Scafatese,mai dimenticato, che vomitò addosso al notaio,che per niente intimorito chiamo’ la Milicia che dopo un poco venne a prender la donna che oramai dava in escandescenze dicendo frasi incomprensibili del tipo . -Me l’ha mise n’culo,a me,a me,me l’ha mise n’culo,a me che ce l’aggie mise n’culo a tutte quante!-Poi in uno di questi attacchi di collera bieca penso’ che se il bel Poli non stava dove doveva stare ossia a marcire in qualche galera del Costarica o di Cuba ,la colpa era di quei fottuti sudamericani.Per questo rivolgendosi all’ufficiale dei Carabeneros disse lui – Cabrones!Todos!Vos atros Carabeneros de Costarica e de todo el sudamerica de mierda!Todos cabrones!Sudamerica es paese de pute e de cabrones-Perdendosi cosi’ in quella turbinosa mattinata tutto il suo amore per quella parte del mondo che per una vita aveva propinato a chi le era stato a fianco.

Dopo 15 giorni un annoiato console onorario d’Italia che per colpa di Susette dovette abbandonare la sua splendida amante sul terrazzo della bella casa sul mare,riusci’ a tirarla fuori da quella lurida galera dove era stata chiusa in compagnia della peggiore feccia umana del centro america,e a impacchettarla sul primo volo in direzione Roma a spese,poi richieste con tanto di decreto ingiuntivo ,dal governo del Belpaese.


Capitolo 7

Della Gola


Qualche mese dopo alla povera Susanna iniziarono ad arrivare i primi precetti e pignoramenti della bella casa di Chiaia,notificati dalla banca che voleva indietro i soldi dati a Poli,cui se ne aggiunsero altri della Guardia di Finanza per la pregressa delazione in danno di Lapo,che pur potendolo ben si guardo’ dall’intervenire nuovamente.Un anno dopo Susanna,privata di soldi,casa,lustri e onori si ritrasferi’,con la mamma palla a seguito,nel piccolo appartamentino del modesto e anonimo condominio del paesone alle falde del Vesuvio da cui ne era partita la sua grande avventura,il suo romanzo.Il disagio in lei si manifestò in maniera anomala.ma prevedibile, ossia inizio’ a mangiare di tutto ed in ogni momento,e lo faceva con rabbia,la rabbia di sempre, divenuta mostruosamente satanica.Divorava senza pietà piatti colossali di spaghetti al pomidoro,pomidoro che il premuroso padre le mandava a casse sane,frittate,crocquet,e panzarotti,merendine e cioccolata e a tutte le ore.In poco meno di sei mesi aveva superato i 127 chili per cui non riusciva neanche piu’ ad uscire di casa.La mamma palla aveva ripreso a vendere le pezze ,ma essendoin quegli anni il mercato passato in mano ai cinesi,ella si dette a vender pezze per lavare a terra.

Ma gli affari non andavano bene perchè gli anonimi piccolo borghesi del condominio,una volta suoi clienti,ma con arroganza allontanati nel momento in cui lei e la figlia si sentirono far parte di un ben diverso sociale,compravano solo quello che volevano e per mera pietà umana.

L’unico su cui potettero contare fu il semplice e buon fratello di Susanna che da saggio e onesto metalmeccanico,in forza di quell’amore fraterno sconosciuto alla ex messicana,aiutava ambedue per quanto poteva incurante che la mamma palla al culmine della sua demenza continuasse parlando con la moglie del figlio a ricordare con nostalgia di quando lei,nobildonna di altri tempi,era in tali confidenze con una altolocata signora moglie di un facoltoso industriale di Torino, da consigliarle di andare dal suo dentista perchè quello dove la nobildonna andava,a Lugano, che stava a 20 km da Giugliano in Campania,secondo lei le aveva fatto non proprio un buon lavoro.





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