ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 


Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato sabato 1 aprile 2006
ultima lettura venerdì 15 marzo 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Manny Sambuca

di goffry76. Letto 1381 volte. Dallo scaffale Pulp

Manny Sambuca. Stiamo esagerando col vino. All’università non combino molto. E il mio amico Johnny, quest’anno non si è iscritto....

 

Manny Sambuca.

Stiamo esagerando col vino. All’università non combino molto. E il mio amico Johnny, quest’anno non si è iscritto.Johnny sta sgobbando dietro il banco di un bar. Il suo corpo tozzo è diventato un tutt’uno con la Cìmbali,la macchina del caffè.E quasi ogni giorno, poggia centinaia di tazzine bollenti sul banco,poi guarda i clienti negli occhi e dichiara con un sorriso ironico:“Caffè Luberti,il Caffè degli Esperti”. La sera, ritorna al nostro appartamento,ed ha due voragini sotto gli occhi di ghiaccio.

Io e Johnny, all’anagrafe Giovanni Brigante,abitiamo a Roma,sulla Prenestina.Tempo fa siamo stati espulsi dallo studentato,a causa di una rissa che coinvolse il mio amico.Fui un banale spettatore della rissa.Ma il giorno dopo, il direttore cacciò anche me,forse perché mi vedeva sempre con Johnny.Allo studentato di San Lorenzo c’erano tante fiche.Ora dividiamo l’affitto con due gay albanesi.E li sfottiamo,li chiamiamo Narciso e Pompadoro,Dolce e Banana,Culo e Caminghia.Ma questi gay non sono permalosi;hanno paura del mio amico,lo credono uno squilibrato,per via dei suoi cinque minuti maledetti.Inoltre i due froci sono in pena per me,vista la vita che conduco.

Ieri mattina,una stanca mattinata dell’estate romana,me ne stavo sdraiato sul divano in soggiorno, ed ho chiesto a Johnny di portarmi a puttane.Lui mi ha risposto con un’altra domanda:

“Senti Manny,conosco un casino di ragazze,ma perché vuoi andare a puttane?

“Johnny è che… le tue ragazze sono un po’ aggressive,diciamo che non sono il mio tipo…”

“Ah,le puttane come mia madre sono il tuo tipo…”ha detto lui, “e vabbè,facciamo come ti pare.Organizzo tutto io.Stai in una botte d’acciaio.Oggi sono libero,andiamo dalle negre sulla Domiziana.Ti vanno bene le culone,i vestitini attillati?”

“Le nere?Beh,pure loro sembrano aggressive,ma se le paghi,non dovrebbero esserci problemi.Ma sì,e vai con le nere,di sicuro saranno più intelligenti delle ragazze in chat.Oggi è festa,ne faccio ventisette.Mi stai facendo un bel regalo Johnny.Proprio un bel regalo.E mò, mi vado a lucidare il pisello fratè”

E Johnny mi ha sfottuto: “Oh,guarda che andiamo a puttane,che cavolo ti lucidi Manny, mannaggia a te,sei un fesso,non c’è niente da fare…”

Gli ho sorriso avviandomi al cesso.Mi sono rasato la barba lunga dieci giorni.Certo che ho stile,di recente il mio amico mi ha tagliato i capelli,un taglio militare.Sbarbato di fresco,sembro quasi Tom Cruise in Top Gun:vincente e un pò ridicolo.Dopo una doccia gelida,mi sono infilato l’accappatoio di Narciso.Tornato in cucina,ho riempito due bicchieri di sambuca.In soggiorno ho ritrovato Johnny.Era seduto sul divano,col busto in avanti e le mani sul tavolino,alle prese con le Marlboro rosse,un fascio di marijuana e un piccolo filtro.Gli ho detto: 

“Cavolo Johnny Brigà,ma quando fai le canne,li vedi i colori?il tuo pacchetto è bianco e rosso,l’erba è verde,sei un artista sei.Anzi,sei un patriota fratè”,lui ridacchiava e gli ho chiesto,“oh fratè,ma per quella storia della Domiziana,i preservativi,li devo portare?”

“Sì,prendi quelli buoni,handicappato ma dove cazzo vivi.E mettiteli nel marsupio,i preservativi delle nere si bucano.Mica vuoi prendere l’AIDS per l’unica scopata del 2003.”ha detto beffardo,allungandomi la canna appena rollata.Gli ho passato il bicchiere di sambuca ed ho acceso la “bomba”.L’erba era un regalo di Santo,uno dei  tanti cugini di Johnny, “è erba dell’Aspromonte,è peperoncino”,aveva dichiarato Santo. In effetti,mi pareva di fumare qualcosa di piccante.Il mio uccello sembrava più reattivo del solito,ma non ci giurerei.Dallo stereo,la chitarra di Hendrix stava ringhiando.Ed ho buttato giù un altro sorso di sambuca;mi sono abituato al gusto dolce di questo alcolico che si produce nel Lazio,mia terra d’origine.E per di più, Sambuca è il mio cognome.Dopo l’ ennesimo sorso,la testa mi girava un po’ed ho abbassato il volume di Hendrix.Il televisore,di fronte al tavolino,trasmetteva un porno,uno di quelli amatoriali.Mi sono avvicinato alla tv.E sentivo,“O’PESC’,BUCCHINARA, A’SFACCIMMA”.Sullo schermo, una mora in gonna beige si dava da fare con tre ceffi nudi.La sua faccia ricordava una giovane Sofia Loren,bocca enorme e arcate sopracciliari tostissime;io mi godevo la scena,me ne stavo in piedi,a gambe larghe nell’accapatoio profumato,e già m’immaginavo le africane a Baia Domizia. Johnny,dietro di me,ha strillato:

 “Oh,ma che cazzo fai?ti stai a toccà!?Manny per l’una dobbiamo stare sulla Domiziana e dàtti ’na mossa che partiamo”

Voltandomi lentamente verso di lui,ho risposto:

“Johnny Brigà,senti a me…è da un po’ che non esco.Tutta ’sta luce mi irrita.Andiamoci nel pomeriggio,sarà più fresco.E calcola che dobbiamo fare tre ore di macchina…la tua Uno non ha mica l’aria condizionata”     

Il tempo di vestirmi e siamo partiti.Johnny è più duro di me.E poi,aveva telefonato ad un suo amico senegalese che fa il pappa a Baia Domizia.Il senegalese gli aveva promesso una sorpresa per me.Beh,nella Uno Fire si schiatta, ma è giusto sudarsele certe situazioni di piacere.

In macchina ho portato una bottiglia di sambuca,canne, e preservativi che però non ho messo nel marsupio;non l’ho mai portato quel tascone sull’addome.Mentre Johnny guidava,io sorridevo allo specchietto retrovisore e m’aggiustavo i Ray Ban.La Uno macinava chilometri su chilometri,sempre più a Sud.A un certo punto il mio amico,in tutta calma,ha preso una strada veloce.La superstrada o la cazzostrada,non so.Certo che il mio amico è  brutto,altro che Tom Cruise,al massimo potrebbe interpretare uno spacciatore albanese a Cinecittà.E ieri,con la canottiera bianca era più coatto del solito.Dall’ascella pelosa gli scedevano tre lacrime di sudore:le sue braccia scure m’hanno ricordato quelle di mio padre;per un attimo,ho pensato che prima di Baia Domizia, si poteva fare una tappa a Gaeta,dai miei.Meglio di no.Mio padre m’avrebbe detto che ero uno stronzo,nu strunz.E m’avrebbe scrutato con quei baffoni e sopraccigli neri,quella faccia dura.

Non è andata sempre così tra noi due;quand’ero bambino,mio padre era fiero di me,che ho lo stesso nome del nonno,Emanuele Sambuca,ma sono nato a New York, nel Bronx.E nel Bronx ho vissuto la prima infanzia col resto della famiglia;a scuola, gli insegnanti dicevano alla mamma che ero dotato di un altissimo I.Q.,Intelligence Quotient.In quel tempo, papà mi adorava.Ma lo vedevo poco,stava sempre a faticare in pizzeria.Soltanto una volta,il suo locale rimase chiuso per l’intera giornata:nell’estate dell’82,avevo 6 anni e quel giorno l’Italia vinse i Mondiali di Calcio.Ricordo che io,le due sorelline e i miei,finalmente al completo,pranzammo nella nostra living room,vedendo la Finale di Madrid in Tv.E papà bestemmiava in dialetto,batteva forte i pugni sulla tavola,alla fine sembrava impazzito per la gioia,si sbracciava e urlava commosso a me e a mia madre: “Emanuè,Rosetta!Rosè Rosè,MADONNA MIA,CAMPIONI DEL MONDO”. Io parlavo americano allora,e capivo solo Emanuè e Rosè.Ma ero proprio felice per Daddy.Il mattino successivo,Daddy tornò a faticare in pizzeria,o’biznìs lo aspettava.E portò una bandiera tricolore con sé…

Ah,bei tempi…Esattamente un anno dopo,mio padre vendette la pizzeria.E tutti e cinque lasciammo l’America.Ci traferimmo a Gaeta:i miei genitori ritornavano alla città d’origine;io e le sorelle non eravamo mai stati in Italia,l’abbiamo scoperta nell’83.Sono passati vent’anni.Ed anche allora,le cose non m’andavano male.I nuovi amici amavano Manny,gli amici m’hanno sempre chiamato così:ero l’americano del gruppo.Ma anni dopo,all’Università,ho scoperto l’alcol,le feste,i festini e Giovanni Brigante.Anche lui si era trasferito a Roma per studiare.E aveva lasciato la sua città,Catanzaro.Questo scimmione mi ha iniziato al vino:rosso,rosè,bianco,da dessert.Mi ha ricostruito,ha creato un circo nella mia mente sballata;a volte sono persino fiero del mio circo.L’unica cosa,che proprio mi manca,è la fica.Ecco perché si andava a Baia Domizia.

Ed eravamo già dalle parti di  Cassino,quando ho domandato con la solita flemma al mio amico:

“Senti Giovà,se tua sorella si scopasse un russo, e poi pure un irakeno e un afghano…tu,come la prenderesti?”      

“L’Irakeno,l’afghano?!” ha esclamato lui, “beh,credo proprio che siano cazzi suoi…Capirai,le femmine sò tutte zoccole.Per me mia sorella si può accoppiare pure con un albanese,fatta eccezione per gli albanesi froci, è chiaro…Mah,comunque le tue domande m’hanno rotto,m’hai proprio scassato il ca…”

“Oh,oh,e non ti scaldare scimmia” l’ho interrotto.“La mia domanda è intelligente Johnny-Johnny.Tra l’altro ho un elevato Q.I. E quando fumo,il mio quoziente raggiunge vette altissime”

“Complimenti Manny-Manny.Congratulations,dopo il puttan tour,andiamo a ritirare il Nobel a Stoccolma.Magari là trovi il fresco…e, se proprio dobbiamo sparare cazzate dimmi,mia sorella,come scopa con l’afghano e l’irakeno?fanno un ménage a tre,o se li tromba uno alla volta?e sta domanda è di classe…menage e come l’ho detto bene,menage,ah,mi dovevo iscrivere a Lingue,menage…

“Johnny Brigà,certo che tu sei insuperabile a sparare cazzate…uh,guarda,guarda lassù,a destra:si vede l’abbazia di Montecassino.Johnny,ricordiamo solennemente i morti del ’44, quando combinarono un casino lassù, -e ridevo- ha ha ha,prima hanno bombardato l’abbazia,BUM-BUM, e poi l’hanno ricostruita tale e quale,HA HAHA…”

Johnny mi ha bloccato: “fai delle domande del cazzo e mò pure l’abbazia,e che palle Manny. E vabbè che eri bravo a scuola ma mò stai pazzo.”

“Sì sì certo.Comunque Brigà,tornando a tua sorella,nel tuo menage hai dimenticato il russo,che fine ha fatto il russo?tua sorella,in via ipotetica,scopa prima col russo e poi la aspettano in tandem ben due ca…azzooh! -la macchina sbandava-…Brigà, rallenta”

Eravamo entrambi alticci o poco più.Ma Johnny odia la guida spericolata e io, non ho nemmeno la patente.In strada non ucciderò mai nessuno: ma quanti ne ho conosciuti,morti sulle cazzostrade,schiacciati come mosche per giocare ai duri;alcuni,come un cugino di Johnny,erano pure divertenti.

Abbiamo deciso di non parlare fino alla meta.

In un attimo la nostra Fiat Uno già stava sul ponte sopra il Garigliano,ridotto ad uno schizzo d’acqua.Il sole malato continuava a picchiare.Chissà dov’era finito Ernesto,il mio micione;ieri mattina,non l’avevo visto in giro per casa,probabilmente se ne stava beato all’ombra da qualche parte.Ernestone se ne frega del sole malato,ha la capa fresca,e tra i suoi peli non s’è mai infilato un dubbio.E si scopa le gattine del quartiere.Ah,vorrei essere risoluto come Ernestone.E vorrei scherzare con una bella bionda americana e dirle, “Hi Cybill,I’m Manny”,e lei mi sorriderebbe e io insisterei“Sono Manny,stai in forma stasera Cybill,ora ti monto”,e lei scoppierebbe a ridere -forse ha capito,forse no-, ma continuerebbe a ridere sincera,con la sua bocca,e i suoi occhioni blu,intensi,leggermente strabici…

Alle 13:02,come programmato da Johnny, percorrevamo la Domiziana.Ogni volta che superavamo un caseificio,la mia bocca smaniava per una mozzarella di bufala,innaffiata da un vino rosso e asciutto.Ma Johnny proseguiva lungo quella strada.Venendo da Roma,le stradine sulla destra muoiono nel Tirreno.In quelle traverse,il poveraccio di turno,seduto in macchina accanto ad una nera, si accontenta di un pompino e per un attimo se ne va in Africa.Abbiamo imboccato una di queste stradine e Johnny ha parcheggiato l’auto vicino a tre secchi arancioni.Tre secchi sporchi di terra,capovolti a mò di sedia o di segnale.Ho messo i Ray Ban nel cruscotto.Sopra il pannello, avevo lasciato i preservativi che al sole si erano incollati alla confezione,formando un corpo unico:cavolo,ero convinto che fossero di qualità,ora parevano  inservibili.Pazienza,avrei improvvisato.Siamo scesi dall’auto.Di fronte a noi,tanto verde:si apriva una distesa d’erba alta,con dei cespugli verde scuro e delle canne storte,sparse qua e là. Johnny mi ha fatto strada.Si è diretto verso un sentiero sterrato.L’abbiamo seguito.Poi lo scimmione mi ha guidato a destra,in mezzo alla campagna incolta.Ci siamo fermati sotto un grosso albero rinsecchito.E spuntano dalla boscaglia tre femminoni neri.Dietro di loro,un energumeno,il protettore sicuramente.Siamo rimasti immobili,i neri ci sono venuti incontro.Johnny ha salutato calmo il pappa,che era del Senegal,terra di mandingo.Io avevo immaginato che il pappa fosse più piccolo di costituzione.Dal vivo,era un gigante.Altro che mandingo,un watusso con il collo di Tyson,alto e grosso come i frigoriferi americani.Un Frigorifero Nerissimo,naturalmente.Johnny si è allontanato con lui,e sono spariti dietro un canneto.Mi sono messo a contemplare le tre femmine.Erano più nere della Uno Fire.Anche loro mi fissavano.Pensavo smarrito: “Ecco la sorpresa.Sì sì,sono tre,tutte per me,ma sono toste,se fanno le schiave bene,e sennò ci metto tre secondi a venire e quanti secondi posso durare?queste mi distruggono”.Le tre si sono incamminate.Le ho seguite.L’erba alta si piegava sotto le nostre gambe.Avvertivo un feeling nell’afa di scirocco.Sembrava che un invisibile stregone ci guidasse.Tum.Tum.Tum,udivo le percussioni afro.Ma forse era il cuore che mi rimbalzava nel petto, e nelle orecchie.Camminavo in scioltezza,ora una troia mi stava dietro.Le altre due, più alte del metro e ottanta,mi precedevano affiancate.Erano poco distanti da me,ho accelerato il passo per avvicinarmi ancora.Col naso riuscivo a sfiorare quei ricci scuri e puzzolenti di fumo.Guardavo in basso e mi concentravo sui culoni d’acciaio:chiappe strette da minigonne rosse,senza mutandine,e non sculettavano come le napoletane,le cui pacche calde vanno a destra e a sinistra,no,i culoni delle nere si muovevano in avanti e indietro,e poi ancora,avanti e indietro,fino a toccarmi la patta dei jeans,tum,tum,tum.

M’hanno condotto davanti a  un materassino.Fra le erbacce c’erano dei fazzolettini bianchi che tremavano al vento. “Ci siamo”,ho pensato.Il materassino era simile a quello usato da Johnny per gli addominali;era in gomma blu,a due piazze,alto un paio di centimetri.Sporcato da impronte terrose di ciabatte,scarpe da ginnastica e zatteroni;in un primo momento,l’erba me l’aveva nascosto e sono inciampato.E la puttana alle mie spalle m’ha spinto in avanti su una delle culone.Mi sono appoggiato ad una culona per non cadere,stringendole i fianchi per un istante.E subito tutte e tre m’hanno strappato la camicia ;m’hanno abbassato i jeans,via le scarpe,gli slip.Ero già in erezione,adesso ero pure nudo.E due cavallone brillanti ansimavano e mi  leccavano i capezzoli e il collo.Sentivo lo schiocco delle loro lingue,dolce, inquietante. L’altra troia,quella che m’aveva spinto,più piccola delle compagne,s’era inginocchiata e mi stringeva il cazzo.Però mi fissava rabbiosa.Ho pensato: “Ora me lo stacca”.Per fortuna ha iniziato a massaggiarmelo piano.Dita nere sul mio pesce pieno e rosè.E la sua faccia, a pochi centimetri.Vedevo i suoi denti maliziosi.Ma negli occhi c’era disprezzo.Intanto le cavallone mi leccavano:soffi d’aria calda m’invadevano il viso,l’alito di quelle due,lo scirocco dall’Africa.Quattro labbroni cominciavano a baciarmi la bocca. “Strano,le puttane non pomiciano”,l’ho scoperto da bambino in un film alla tv, “non diverrò mica sieropositivo?Ma sì,mi divoro le nere e pure l’AIDS.” La mia lingua ha attaccato le loro bocche aperte,la  carne scivolosa.Mi stavo gonfiando come l’incredibile Hulk.Lo sballo dell’erba si riaccendeva;ho chiuso gli occhi ed ho urlato“SEX…SAX,PLAY MY SAX,BABY” e ripetevo:“SAMBUCA…SAMBUCA…SAMBUCAH”. Sognavo di essere Manny Sambuca,un geniale sassofonista nero.Il cognome mi eccitava.Gridavo SAMBUCA e poi muovevo il bacino in avanti,sferrando alla piccoletta un colpo con la mia mazza, cioè…col mio sax.Fantasticavo e godevo.Dall’ombelico in giù, ero una furia.In un primo tempo, gli intervalli fra un SAMBUCA e l’altro erano lunghi.Poi ho accelerato il ritmo delle urla e dei movimenti del bacino.E con la mano stringevo una ciocca crespa alla piccoletta che oscillava ad ogni colpo di sax;e le sue dita mi sfioravano il culo,poi scendevano e risalivano lungo le cosce e i polpacci.Qualche volta ho urlato MACUMBA.Macumba m’ispirava,mi donava altra carica.Ma ormai,ero in balìa delle tre,il gioco dell’ urlo s’è interrotto;me le sentivo addosso,sempre di più,in ogni parte del corpo.E usavo le mani alla cieca per spogliarle,per stringere quelle tettine sode e quei culoni.Un altro paio di braccia m’avrebbe fatto comodo.E con tutte quelle fessure,non ero ancora riuscito ad infilare l’uccello;d’istinto,ricominciavo a dimenare il ventre sui capelli ispidi della piccoletta;l’uccello le sfiorava un labbro,il naso,un colpo a vuoto e poi beccavo un osso,la mascella o lo zigomo.Non riuscivo a centrare la bocca calda;ero troppo confuso,m’agitavo come un epilettico,cogl’occhi chiusi,in preda a scatti involontari della labbra e del collo.Forse somigliavo a un cieco nel pieno di un’orgia.“Sto in una botte d’acciaio”,mi dicevo.E facevo forza sulle gambe per rimanere in piedi,le gambe mi stavano scoppiando.M’affannavo,il mio cuore pompava a mille,ah,volevo morire a quel modo.E ci stavo rimanendo secco.

Le nere diventavano più aggressive e un po’ di dolore si confondeva al piacere.Un po’ intimorito, continuavo a tenere gli occhi serrati.Ma delle fitte m’hanno scosso l’addome e i capezzoli.Ho aperto gli occhioni blu ed ho visto:le tre mi stavano mordicchiando e le loro dita agili mi pizzicavano dappertutto. E quando hanno capito che mi svegliavo,la piccoletta m’ha sferrato un pugno sul naso,incredibile!Le cavallone hanno iniziato a tirarmi dei calci sugli stinchi.Tanta foga mi spiazzava.Stordito dalla botta sul naso,soffrivo solo a sentire i loro gridolini acuti,hà-hà-hà.Il ritmo afro era sparito.Diventava un incontro di Full Contact,altro che contatto Black.Il mio sax s’è sgonfiato di colpo,lo difendevo con una mano,con l’altra menavo cazzotti a vuoto.E seguivo gli occhi spietati delle nere, mentre schivavano i miei pugni,saltellavano ghignanti,e si muovevano più veloci di Mohammed Alì.Volevo scappare,ma le gambe s’erano ammosciate.Il panico mi bloccava la lingua.Solo la mia capa pazza pensava a duecento all’ora:“…e mò?perché mi scannano ste zoccole?!si ribellano?fanno le padrone?...che cazzo fanno,il vodoo?ma ’sta sorpresa è gratis o si paga?...forse Johnny e il pappa stanno qua vicino e quello stronzo di Johnny non vuole pagare, e il pappa ha fatto un segnale alle sue troie, e mò queste mi fanno il cappottone…”

Mi arrivavano calci e pugni da tutte le parti.E ogni tanto quelle stronze mi tiravano i capelli.Se continuava così,finiva male.Ero lì lì per accasciarmi sul materassino e piangere come un bimbo:tutto nudo e sudaticcio,spompato,bianco e rosa,il naso che sanguinava.Ancora quegli occhi incazzati addosso.Ho recuperato un po’ di rabbia,coraggio.E mi sono messo le mani a imbuto sulla bocca -un imbuto tremolante-,lanciando il mio urlo più disperato:“JOHNNY,JOHNNY…HU,HU”,m’hanno piazzato due pugni in pancia,ma ho continuato,piegandomi in due:“HU,AIUTO,PERDIO…FERMATEVI VI PREGO…VI PAGO!JOH-NNYYY!”Ho atteso qualche secondo,guardandomi le mani tremanti.Alla fine Giovanni è arrivato di corsa,apparso da chissà dove.Il pappa lo inseguiva a distanza,e cingeva un tamburo col braccio.Il mio amico è piombato sul materassino,ha afferrato le teste delle cavallone e le ha sbattute l’una contro l’altra,a fisarmonica,più volte.Le troie sono precipitate,mentre io e la piccoletta scappavamo come gatti in direzioni opposte.Per il momento me l’ero cavata con una ventina di lividi ed un naso in fiamme.Ma non mi sono allontanato dal materassino.Sdraiatomi in mezzo al verde,imboscato dall’erba,a chiappe ben strette,l’uccello schiacciato contro la terra,e la testa un po’ sollevata,ora assistevo alla foga del mio amico, e la sostenevo in silenzio.Johnny stava prendendo a calci le due nere. “Ve la siete cercata”,ho sussurrato. Le cavallone erano sedute a gambe larghe,entrambe con le mani sulla fronte,gli occhi chiusi in una smorfia di dolore.E i loro busti oscillavano e a volte si toccavano sotto i colpi di Johnny,che  continuava senza pietà.E urlava degli insulti in catanzarese.Il suo vocione balbettava,la sua lingua aspirata,piena di h,incomprensibile,ricordava l’arabo.Dopo pochi secondi le nere,nei vestitini rossi e scollacciati,erano stese l’una sull’altra, a formare una x sul materassino.Fra i loro corpi,intravedevo il mio blue jeans. A passi scattanti, Johnny ha raggiunto il pappa,alto mezzo metro più di lui ma largo uguale.Il  nero,intralciato dall’enorme tamburo,si è visto arrivare un gancio sull’addome.Un solo invincibile gancio, ed il pappa è crollato come un grattacielo.Il watusso è proprio sprofondato,sparendo assieme al suo tamburo nell’erba verdissima.Finita.Giovanni,Il Salvatore,aveva battuto tutti.E aveva preso una fregatura da un pappa più meridionale di lui.C’era una rabbia infinita nei suoi calci,nel suo pugno.Chissà,forse era stato proprio Johnny a scatenare quel casino.

Dopo il tonfo del pappa, siamo tornati alla Uno Fire.Il ragazzo calabro era in bestia,non ha detto una parola.Io avevo appena percorso il sentiero dell’andata a balzelli,con l’uccello che mi scodinzolava,accumulando spine,terra secca e sassolini appuntiti sotto i piedi.Avevo lasciato i vestiti sul materassino.Volevo solo andarmene.Dal portabagagli ho preso un telo rosso da mare e me lo sono stretto alla vita;sembravo in gonnella,senza mutande,un po’ vittima e un pò mignotta.Huo preso a calci i tre secchi di merda accanto all’auto.I miei piedi non hanno mai sofferto così tanto.E siamo partiti.Johnny mi ha ordinato: “Meh-Metti quella cah-cazzo di cah-cassetta,The Wall”. Io ho messo la musica.E non gli ho chiesto spiegazioni sul pappa,sulla sorpresa.Ed ho sorvolato sulla sua ridicola balbuzie,visti altri precedenti;ricordavo bene quella volta che la madre bona di Johnny venne a trovarlo in compagnia di una giornalista,una finta rossa, che rivolgeva a Johnny delle strane domande sulla sua vita,e lui non le voleva sentire,ma la giornalista tornava alla carica con altre domande sulla balbuzie,e Johnny si stava innervosendo,ma quella imperterrita voleva sapere in quali momenti gli veniva la balbuzie,e Johnny ha cominciato a gridare di no,in maniera sincopata,N-N-O,N-O-N-HO,e dato che la giornalista continuava a studiarlo come un libro,a Johnny sono venuti i cinque minuti,e da allora non ho più visto quella stronza e nemmeno quella puttana della madre di Johnny.

Questa,e altre storiacce si affollavano nel mio cervello durante il viaggio. Noi due,in silenzio.Portavo la bottiglia di sambuca alla bocca e mi riempivo lo stomaco,che borbottava, e bruciava.E quell’album in sottofondo,il ritmo della batteria,la musica che mi stordiva.Mi sentivo come il piccolo ciuccio in una classe di bambini prodigio.Immaginavo il maestro e i bambini sospesi per aria,la classe mi sfotteva in coro: “MANNY,TEACHER,leave those kids alone”,e tutti annuivano al vecchio maestro, ma solo il piccolo Manny non capiva un cazzo.Poi  le vocine cantavano:“all in all,you are just another brick in the wall”,e nelle mie orecchie pulsava la batteria,che si fondeva alla chitarra agile di Gilmour.Ascoltavo la musica e muovevo il braccio con la bottiglia,solo per bere. Per tutto il viaggio con gli occhi bloccati sulla strada.Ogni tanto pensavo in trance: “Ma sì,prendiamo la vita con filosofia…ho un sacco d’immaginazione,sfruttiamola.Ma non posso andare avanti così,così scoppio…Non mi piace studiare.E non mi piace lavorare.Bere,godere,film,racconti brevi,internet mi piace.E manco sono sicuro che mi piace tutta ’sta merda.Finisce sempre che sbatto contro un Muro.Ma gli altri,come cazzo fanno a sopravvivere?”Soltanto al Prenestino, ho capito dove mi trovassi e che il viaggio stava finendo.D’estate, il nostro quartiere è un deserto,nei palazzi svuotati rimangono i soliti  poveracci.E le vecchiette,che a volte spirano in silenzio.

Arrivati all’appartamento,Johnny è andato subito a letto.Io,zoppicando, ho trovato rifugio nel cesso.Mi sono lavato con cura.Nonostante l’afa,ho preferito un bagno tiepido.Non avevo più appetito,solo nausea.Uscito dalla vasca,ho cercato invano l’accappatoio.Mi sono asciugato col telo rosso e l’ho buttato per terra.Poi mi sono guardato allo specchio.E ricordavo il tempo della scuola,quand’ero un golden boy.Scrutavo il mio naso gonfio ed arrossato dal sole,dai pugni.Mi sembrava di avere la faccia stanca di un clown.Un Classico.Pagliaccio Disperato Alla Fine Dello Spettacolo.Ed ho gridato allo specchio:

“BUON COMPLEANNO STRUNZ!Good boy…Happy Birthday MANNY MANNY!Emanuè, è passato un altro anno di successo.”

Ed ho cantato,aprendo le braccia: “RIDI PAGLIACCIO-OH SUL TUO DESTINO INFRANTO-OOH”.

E sempre più cattivo mi son detto: “Sì sì mi piace ’sta roba lirica…Anzi no,non voglio cantà.Voglio continuare col mio circo,il mio Manny Sambuca Show,e-e…e che cazzo mò balbetto pur’io…E stanotte mi metto a chattare.E mi trovo tre donne cannone in chat,hahaha.Non mi fanno paura quelle.Quelle non menano.Quelle vogliono solo scopare.Quelle stanno più disperate di me,HAHAHA. Manny,ventisette anni allo specchio.AH,ventisett’anni al cesso ma vaffanculo và!Ancora tanti auguri eh,auguri auguri”.

E sono ammutolito.Vedevo il mio viso in primissimo piano.E i miei occhi erano lì,che vibravano.Due lacrime oneste mi imploravano di uscire.Le ho trattenute.Poi,mi sono toccato i coglioni.Mi dolèvano,pure loro.Le troie non m’avevano concesso la sborrata,il suo piacere.Avevo una mela durissima al posto delle palle.E gli occhi della piccoletta mi tornavano in mente.Il Clown Nudo si è fatto una sega ed è andato a nanna.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: