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lavoro pubblicato mercoledì 29 marzo 2006
ultima lettura martedì 17 settembre 2019

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CARILLON (VII)

di Dunklenacht. Letto 806 volte. Dallo scaffale Generico

CAPITOLO VII LA LUNA D’ARGENTO Svegliati, Marlene, apri i tuoi occhi da sonnambula alla luce radiosa di un nuovo giorno! Ri...

CAPITOLO VII

 

LA LUNA D’ARGENTO

 

Svegliati, Marlene, apri i tuoi occhi da sonnambula alla luce radiosa di un nuovo giorno!

 

Ricordi?

 

Quella voce cattiva, gli spari, le grida… Eri così triste! Ma poi, erano arrivati i sogni, amichevoli messaggeri di tranquillità.

 

Oh, fa’ che le tue ciglia si alzino nella tua piccola stanza, quella che abiti dall’infanzia! Va’ incontro al tiepido mattino con il sorriso sulle labbra!

 

Tra le morbide lenzuola, ornate di merletti, avvolta nel tenero taffettà rosa, già sollevavi le vellutate palpebre, mostrando le tue pupille sfavillanti, come la prima luce dell’aurora.

 

Era il suono amico del tuo regalo, a risvegliarti.

 

Sì, la magica musica di campanelli ti prendeva maternamente per mano e dal mondo dei sogni ti conduceva verso la meravigliosa vita.

 

Oh, l’avevi voluto con te! Nessuno, no, nessuno te lo poteva rubare.

 

Mentre lo ascoltavi, era come se il vecchio barone, il tuo affettuoso ed unico padre, ti richiamasse alla gioia sfiorandoti i lunghi capelli con la mano.

 

Marlene! Marlene!

 

Eri ancora la stessa di una volta, quella che per tante notti aveva occupato quel delizioso letto, quella deliziosa camera…

 

Oh, com’era dolce il carillon, che non smetteva mai di cantarti la sua canzone di felicità!

 

La povera cara aprì i suoi occhi. Le parve di essere lieta, di poter accogliere il nuovo giorno con allegria, eppure… Ahimè, qualcosa era cambiato! Stropicciandosi le palpebre, si accorse che quello che le stava intorno non era più il suo mondo.

 

Si ricordò dell’amato suo, che l’odio dei mortali aveva strappato al suo petto… Quante malinconie erano sepolte nel suo cuore!

 

Qualcuno aprì la porta della sua stanza. Allora la bella, come per istinto, fece tacere il suo prezioso oggetto, di cui era gelosa, e se lo nascose prontamente in seno.

 

Era il fratellastro.

 

Marlene sapeva che non era un buon risveglio quello che era venuto a darle. Il suo volto un po’ arcigno, solcato da una profonda ruga, le era così antipatico! Le faceva sempre un po’ paura, come la brutta cicatrice, che il giovinastro portava sulla guancia destra: gliel’aveva fatta un cinghiale, durante una battuta di caccia.

 

-         Vattene! – mormorò lei, spaventata.

 

-         Perché? Non si può? – disse lui, ridendo, quasi avesse voluto prenderla in giro. – Oh, mi scusi, signorina, se l’ho infastidita… Scusi, se sono stato un po’ indiscreto e non ho bussato, prima di entrare!

 

-         Ti prego, non farmi del male!

 

-         Oh, chi oserebbe mai? Sono soltanto venuto a dirti che, d’ora in poi, smetterai di fare la bambina cattiva, come sei stata in passato. Sì, non ti prenderai più gioco di me, perché lui non c’è più e tu non sei mia sorella!

 

-         Lui non c’è più – mormorò la povera Marlene. – Non ho più nessuno…

 

-         Che cosa nascondi in seno? – gridò improvvisamente il fratellastro.

 

La voce del cattivo le faceva tanta paura, quando si metteva a gridare. La bella strinse ancor più a sé quell’appassionato ricordo, implorando:

 

-         No, lasciami! Non voglio, ti prego! Non voglio che tu lo prenda!

 

Ma egli le usò violenza, era così crudele…

 

-         Tieniti il tuo balocco, fanciulletta! – le disse, restituendoglielo barbaramente, dopo averlo preso. – Sappi che d’ora innanzi in questa casa si farà quello che voglio io, soltanto quello che voglio io, capito? Sarò io il padrone, d’ora in avanti. Tutti mi devono obbedire! E farò di te ciò che più mi piacerà.

 

Poi se ne andò, ridendo e sbattendo forte la porta, tanto che tutta la casa parve tremare.

 

Marlene temette che quella che da sempre immaginava come la sua dimora principesca sarebbe stata per lei soltanto la casa delle lacrime e del pianto.

 

Oh, Cielo, possibile?

 

Invano ella si sforzava di pensare alla felicità…

 

La immaginava lontana e proibita, quanto il sogno di una passeggiava in una notte di luna.

 

Due anime fantasma si tenevano per mano, erravano come amanti appassionati nelle tenebre silenti.

 

Pochi rumori vagavano sotto il cielo misterioso, che tutto avvolgeva come una tenera mantella blu: il canto degli uccelli notturni, un lieve stormire di fronde, una voce gentile ed amica, appena percepibile…

 

Sembrava il mormorio leggero di una cascata… No, forse, era il sussurro malinconico di un ruscello, le cui acque scintillavano vagamente nella luce lunare.

 

I due amanti conversavano piano, sottovoce, poi, si fermavano, solo per un istante, a contemplare languidamente le rovine antiche di un castello.

 

Il gigante diroccato giaceva nell’ombra, un chiarore un po’ opaco mostrava le sue mura ricoperte di muschio ai loro occhi sereni e contemplanti.

 

Se capitava di volgere, come per caso, lo sguardo al cielo, si vedevano nuvole crepuscolari volare leggere leggere, accanto alla bianca sorella della notte.

 

Parole appassionate, sussurri, rumori di baci vellutati e ardenti soltanto turbavano il favoloso silenzio e la quiete del chiaro di luna.

 

Gli amanti decidevano di salire insieme un sentiero, come follemente, senza neppure osare immaginare dove conducesse.

 

S’udiva il tenero rumore dei loro passi sulle foglie… Si erano messi a correre, rapiti da una segreta passione.

 

Era come fuggire!

 

No, non erano le ombre della notte, a far loro paura. Non erano quelle figure di tigli secolari, che celavano i chiaroscuri della luna, ad ispirare loro timore…

 

Erano i sensi, le passioni, le forze che giocavano con i loro cuori. E li facevano correre, ansanti, senza neppure accorgersi della fatica.

 

Poi, l’apparizione.

 

Quel sentiero li aveva portati lontano, lontano. E tra le fronde misteriose degli alberi, ecco comparire le luci bianche della città perduta, le sue torri, i campanili, le case dai tetti aguzzi e un po’ spioventi.

 

-         Guarda! Brillano come fiaccole, nella magia di questa notte di luna!

 

Questo, il sussurro di lui.

 

E i due amanti si lasciavano sorprendere dolcemente dal tenero fruscio del vento… Tutta la solitaria campagna bruiva di quella voce furtiva, sognante…

 

La brezza scompigliava teneramente i loro vestiti leggeri, foriera di profumi segreti, provenienti dal bosco.

 

Poi, una parola, sussurrata appena, a fior di labbra…

 

-         Vieni!

 

E poi via, di nuovo, mano nella mano, chissà dove, chissà dove, come due zingari erranti e senza meta.

 

Al loro passaggio, alcuni uccelli silvestri, nascosti tra le fronde, si alzavano in volo… Migravano nel cielo immenso, ingombro di stelle bianche.

 

I due innamorati scendevano il sentiero, fino al fiume…

 

Giocavano a separarsi, si scambiavano affettuosi richiami nell’oscurità, come se si fossero smarriti…

 

Poi si ritrovavano insieme, sul ponte di legno, mano nella mano, mentre la luna si specchiava argentea sulle tacite acque del rivo.

 

Tenera compagna di un idillio, sembrava fatata.

 

E quelle due anime solitarie e stanche, quegli appassionati amanti, erano Alceste e il suo conte!

 

Fu la prima volta che la maliarda si abbandonò con vera passione alle braccia del suo uomo. Allora, lo strinse a sé, mentre un palpito immortale le nasceva in seno…

 

-         Come brillano i tuoi occhi, questa notte! – le sussurrava il conte. – Come brillano!

 

Abbracciandolo con sincera tenerezza, Alceste gli mormorò:

 

-         Anche se il testamento fosse apocrifo, e tu, mio appassionato, non avessi messo mano al veleno per me, sarei tua ugualmente!

 

-         Sapevo di questo tuo sentimento… Lo covavi nel cuore nelle lunghe notti di collera e soltanto ora trovi il coraggio per confidarmelo sinceramente… Oh, sapessi quanto desideravo queste tue parole, mia padrona!

 

-         Sì, sono la padrona del tuo cuore, e tu sei lo schiavo del mio amore… Ti amo, ti amo sinceramente, ti amo per sempre!

 

-         Taci, te ne prego! Te ne prego, non parlare… Le meravigliose tue parole sono troppo preziose per questa notte! Oh, ti giuro, se domani scoprissi che mi hai mentito, preferirei la morte, alla vita!

 

Forse erano soltanto le sue pupille scintillanti, ubriache di luna, a farlo parlare così.

 

-         No – sussurrò Alceste, prendendogli la mano. – Sono tua, sarò tua, per la vita… E se scoprissi un tradimento, oh! Allora, la gelosia mi ucciderebbe… Sì, ci ucciderebbe entrambi!

 

-         Questo non accadrà mai! Cielo, la passione ci rapisce! Ci rapisce! Io ti desidero, angelo mio, ti desidero ardentemente… Vieni, andiamo, corriamo, mentre questa luna fa capolino fra le nubi! Questa notte è solo per noi.

 

E tutto questo era veramente accaduto, Marlene lo sapeva, se lo ripeteva silenziosamente… Glielo aveva raccontato una sua amica…

 

Passeggiava tutta sola verso la spiaggia… Al sorgere di un pensiero, dentro di lei, mormorò, nella sua solitudine:

 

-         Ma io non ho più amici!

 

Forse, era vero.

 

Pensava a lui, e quel malinconico ricordo bastava a riempirle gli occhi di tristezza.

 

Si abbandonava sovente ad una sua antica abitudine… Camminava scalza, nessuno sapeva dove andava, perché non avrebbe confidato ad alcuno le sue mete, così come non avrebbe rivelato i suoi segreti nemmeno al vento.

 

Erano gli unici momenti di serenità. Là, amava spesso fuggire sola, dopo aver udito le crudeli parole del suo fratellastro, che non le lesinava scenate e rimproveri.

 

Il bruire lontano del mare bastava a consolarla.

 

A volte, si spingeva fino alla spiaggia. Passeggiava sulla sabbia, poi si chinava, per raccogliere le piccole conchiglie dai colori vivaci, che la corrente disseminava sul bagnasciuga spazzato dal vento.

 

Era sempre sola!

 

Talvolta, però, le capitava di trovare qualcosa, dimenticato dall’impeto delle onde, come sbadatamente.

 

Allora, alzava lo sguardo al cielo immenso e le sembrava di provare in seno un palpito segreto. Si girava e rigirava qualcosa tra le mani… Era una bottiglia, incrostata di alghe marine, che racchiudeva teneri messaggi d’amore.

 

Erano i suoi, lo sapeva.

 

Le parlava da lontano, ma Marlene non sapeva da dove.

 

Poi, si calcava il cappellino di paglia sulla bella testa bionda, si riparava gli occhi dalla luce del sole con una mano, e cercava invano un punto lontano, all’orizzonte…

 

A volte, la sua anima sognatrice sperava di poter trovare in quelle bottiglie un veliero, con il quale attraversare il mare.

 

Ella non sapeva se fosse libero o prigioniero.

 

Tutto quello che sapeva, era di desiderare ardentemente quel giorno perduto e lontano, di cui il suo amato le parlava appassionatamente nei suoi messaggi. Nessuno poteva immaginare come le giungessero. Forse, era il destino a recapitarli.

 

-         Non ti dimenticherò mai!

 

Così diceva sempre la tenera Marlene, mentre le sembrava di discernere il volto di lui, là, nell’orizzonte immenso, tra le nuvole bianche ed infinite.

 

-         Non ti dimenticherò mai!

 

Poi, se ne andava, sospirando vagamente al triste vento.

 

Era nostalgia.

 

E pensare che il suo amico era dall’altra parte del mare! Oh, forse, il vago muggito delle onde, che si infrangevano sugli scogli, gli recava l’eco della voce della sua amante!

 

Egli sapeva, o almeno, sentiva che Marlene era lontana, e non poteva raggiungerla, perché lo tenevano prigioniero… Era in catene. Ma le forze non gli mancavano.

 

Le sue notti erano un continuo ed appassionato piangere alla luna, sognando i bei capelli di lei. I suoi giorni erano un’instancabile pensare a una ragazza.

 

Nella sua solitudine, vedeva il mare e il cielo da dietro le sbarre grigie, alle quali false accuse lo condannavano ingiustamente. Non aveva altro passatempo che quello di scrivere per gioco.

 

Lo faceva con il succo di more rossastre, le sole con cui gli permettevano di soddisfare la sua golosità. Le trasformava in un inchiostro malinconico, che gli serviva per macchiare dei fogli ingialliti, regalatigli da un compagno.

 

Le bottiglie erano le pallide messaggere, cui affidava i suoi sogni proibiti.

 

Non sapeva se arrivavano, né dove la marea soleva condurle. Eppure, ogni qualvolta ne affidava una ai flutti, lasciandola precipitare dall’alto della sua prigione, si sentiva più vicino alla sua bella.

 

“Chissà” si diceva. “Forse, nessuno leggerà questi messaggi. Ma io ti prometto una cosa, Marlene: ritornerò presto, sì, ritornerò presto!”.

 

Quando chiudeva gli occhi e gli sembrava di sentirla vicina, ripeteva sempre quelle parole, come per farle un giuramento, ardente e indimenticabile.

 

Ella sapeva già.

 

Fu felice.

 

Marlene aveva ancora un tenero tramonto nel cuore, mentre ritornava con nostalgia alla sua casa natale. Il volto suo aveva un’espressione triste, per il morire del giorno, per i mesti pensieri che la accompagnavano lungo il sentiero.

 

Era già molto lontana dal mare, la cui voce si era spenta nel silenzio, subito dopo il calar della notte.

 

Ed ecco, pochi istanti dopo, la luna nascente le mostrò la casa antica, quel grande edificio nel quale aveva trascorso la maggior parte della sua vita.

 

Vide quei muri grigi, ricoperti d’edera, le poche finestre illuminate, come se vi fosse una festa… Lei però sapeva di non essere la benvenuta.

 

Quasi si fermò, per la profonda mestizia che le diede quella tenera visione. Poi, però, vide il cipresso grande, cui tanto era affezionata: la sua ombra familiare si disegnava oltre la curva della strada di sassi.

 

La luna imbiancava con la sua luce argentea il tetto della grande casa, sullo sfondo meraviglioso di un cielo stellato.

 

Non dovevano avere acceso il fuoco, poiché quella notte non faceva molto freddo.

 

E pensare che un tempo, percorrendo quella strada, Marlene si sentiva il cuore gonfio di gioia!

 

Anche allora le parve di provarne, ma subito svanì, al solo pensare ai ricordi più tristi. Ora che il suo affettuoso papà era morto, il suo fratellastro si era trasformato in un padrone, che la faceva soffrire.

 

E Marlene sapeva il segreto che causava la sua profonda infelicità!

 

Si era fermata… Vide la propria ombra, disegnata sul muricciolo del giardino. La luce lunare le mostrava la sua instancabile compagna, che la seguiva dovunque, anche nel vento…

 

Piena di tristezza, Marlene si avviò verso quella soglia, provando un vago timore dentro di sé.

 

Prese il battente, ma ebbe paura di bussare. Sapeva che la sua presenza non era gradita. Era di troppo, oramai, in quella casa.

 

La lampada a forma di lanterna fu accesa, si sentì la chiave girare lentamente nella serratura, poi, lui aprì, gridando severamente il nome della bella.

 

-         Ci sono i ladri! I ladri! – urlava, con la sua voce arcigna, armando la pistola, che aveva voluto prendere per far paura all’infelice.

 

Marlene vide brillare quel ferro e pianse.

 

-         Ti prego, mettila via – gli disse, con voce triste.

 

Il fratellastro, che amava le armi, si divertì a farle paura con quella che teneva in mano, dicendole, con una voce terribile, tipica di suo padre, quando era arrabbiato:

 

-         Bambina viziata! Tu lo sai! Non si torna a casa a quest’ora! Ti avevo detto di non fare tardi!

 

-         Metti via quell’arma, ti prego…

 

-         A quest’ora alla porta bussano solo i ladri! E tu sei sempre stata ladra…

 

Erano soli sulla soglia. Egli la insultava… Voleva riempirla di schiaffi.

 

La povera ragazza confessò di aver mentito pur di uscire. Il perfido avrebbe voluto segregarla in camera sua, come un uccellino in gabbia.

 

-         Hai mentito! Vergogna! – le disse.

 

-         Sì, ho mentito… E’ stato per andare da lui! Nessuno mi impedirà di essere felice!

 

-         Io lo so a chi pensi. Ma te lo farò dimenticare! Vedrai, vedrai, come starai bene, chiusa in camera tua! Non resterà una sola traccia di quel farabutto nei tuoi ricordi!

 

-         No, nessuno lo potrà cancellare dal mio cuore! Non lo dimenticherò mai!

 

Lui la guardava intensamente negli occhi, quegli occhi pieni di pianto e di coraggio, che però in quell’istante avevano paura di guardare.

 

-         Una cosa ti voglio giurare – fece il giovinastro. – Ti farò piangere! Io sono il tuo fratello maggiore, non avresti dovuto mentirmi!

 

E le diceva tutto questo ridendo, prendendola in giro…

 

Era infuriato. La mano sua tremava per la collera, tanto che poi la schiaffeggiò.

 

Le fece male.

 

Marlene, cadendo in ginocchio sul duro gradino di marmo, vicino a quella soglia, che non avrebbe potuto varcare senza singhiozzi, alzò fieramente il volto, tenendosi la guancia offesa con la mano e giurando, con le labbra tremanti:

 

-         Lui ritornerà presto, te lo prometto! Allora, te la farà pagare cara!

 

Non una lacrima riuscì ad oltrepassare le ciglia di lei.

 

Il suo fratellastro non si calmò. Le rispose, con voce rude e tenebrosa:

 

 - Ricordi? Questo schiaffo è il suo. Me l’ha dato in punto di morte. Ed è con rabbia e profondo odio che te lo restituisco…

Non l’ho mai amato! Non avrei mai potuto amare chi voleva bene solo a te!

 

-         Non è vero! Egli era buono, tu lo sai! Sei perfido, perfido!

 

-         Chi sei tu, per dirlo? Tu non sei mia sorella, non lo sei mai stata. Tu sei… Tu sei bastarda!

 

La bella lo disprezzava abbastanza per dimenticarsi della sua rivoltella.

 

-         Ti riempirei di schiaffi – gli mormorò. – Tu non mi impedirai di essere felice!

 

-         Che cosa vorresti fare? Dimmi, che cosa vorresti fare? Uh, che paura!

 

Marlene si avventò su di lui, come per strappargli di mano la pistola, con la quale ancora giocherellava. Quell’insulto era stato folle, folle… Quelle parole crudeli l’avevano trafitta.

 

-         Cattivo! – gridava.

 

Dalla pistola partì un colpo.

 

-         Cielo! Che cosa ho fatto! – mormorò la giovane.

 

Entrambi caddero a terra. Lei rimase mezza morta per la paura… Il cattivo fece presto a rialzarsi. Miracolosamente, non era successo nulla.

 

“Una cosa ti voglio giurare: ti farò piangere!”. Queste parole dovevano essere il triste preludio dei giorni che seguirono. E così fu.

 

 - Torni pure il tuo amore – aveva detto il fratellastro, sogghignando. – Lo riceveremo a braccia aperte! 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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