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lavoro pubblicato lunedì 27 marzo 2006
ultima lettura mercoledì 21 ottobre 2020

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CARILLON (V)

di Dunklenacht. Letto 1138 volte. Dallo scaffale Generico

CAPITOLO V IL FIENILE Alceste aveva riso maliziosamente. Sì, aveva partecipato al funerale, ma non una lacrima era scesa da...

CAPITOLO V

 

IL FIENILE

 

Alceste aveva riso maliziosamente.

 

Sì, aveva partecipato al funerale, ma non una lacrima era scesa dagli occhi suoi. Anzi, si era compiaciuta. D’altronde, tutto accadeva in un modo talmente misterioso…

 

“L’ho vista” disse una volta Marlene, nel cuore della notte. “In sogno, mi è parsa antipatica e cattiva. La sua immagine era come intrappolata nei cocci di uno specchio infranto. Il volto suo sembrava così brutto e sgraziato… Mi diceva parole piene di cattiveria, sì, mi giurava odio eterno, inestinguibile!”.

 

Si era risvegliata con il cuore in gola.

 

Le ciglia ancor cispose e le membra tremanti nelle bianche lenzuola, aveva delirato.

 

Pallida, la fronte madida e imperlata di sudore, la bella aveva pensato ad Alceste.

 

Oh, come sarebbe stata triste la nostra protagonista, se soltanto avesse saputo che la dolce voce delle campane antiche, da lei tanto spesso udita, celava segreti tenebrosi e cupi!

 

E quelle cose continuavano ad accadere, come se fossero state macchinate dalla mano del destino.

 

Alceste non acconsentiva a ricevere il suo uomo che nell’oscurità più profonda. Il conte aveva sempre contemplato il volto della sua donna nel chiarore di luci vaghe, crepuscolari.

 

Anche quella sera, dopo il tramonto, nell’ora delle stelle, si sentì una chiave che girava nella toppa e faceva scattare la rugginosa serratura.

 

Quel cigolio vago, di cardini, narrava di piani misteriosi e di macchinazioni… S’era già udito il magico bussare. Ah, quei tre colpi un po’ rochi, come palpiti, rubati al cuore oscuro della notte!

 

Poi, quella campana, che suonava a morto… Appassionato e succube, il conte andava dalla perfida, certo di averla conquistata per sempre.

 

Ah, illuso! A dispetto delle sue speranze, trovò una donna fredda, gelida, sdegnata. Non ebbe il tempo di interpretare quel patetico silenzio, poiché ella gli disse subito, con ribrezzo:

 

-         Traditore!

 

E fu così che negò la bella mano ai baci del suo amante… Preferì usarla per stropicciare il suo cappellino purpureo, ornato di un velo nero.

 

-         E io, che mi credevo il più fortunato della terra! – mormorò l’innamorato. – Io, che ti ho ubbidito, ciecamente, fino alla morte… Forse non merito i tuoi baci?

 

Alceste gli voltò le spalle. Lo ignorava.

 

-         Traditore…

 

Poi soggiunse:

 

-         Egli è ancora vivo. E’ come se lo fosse!

 

Così diceva; mai il volto suo era parso più livido di quella notte.

 

E il conte, succube, cadde in ginocchio, balbettando goffamente:

 

-         Oh, no, no, no, te lo giuro! Ti giuro che mai farei una cosa che possa dispiacere alle tue caste labbra!

 

Ma la sua padrona, senza neppure ascoltarlo, fece:

 

 - Il testamento, pur a mio favore, fa che poco venga alle mie mani. C’è un forziere, un tesoro nascosto, per lei, sì, soltanto per lei!

 

Alceste gli aveva chiesto una tenebrosa prova d’amore, ma aveva ricevuto soltanto delusione e disappunto.

 

-         A me, oramai, non rimane che soccombere – piagnucolò il conte, con voce rassegnata.

 

-         Ti frusterò per quello che mi hai fatto! Disubbidiente! Non mi hai dato tutta la soddisfazione che volevo! E pretendi di rivolgermi la parola! Sei un somaro…

 

Ella intanto si era messa a passeggiare su e giù per la stanza. Teneva in mano un frustino e, di tanto in tanto, lo faceva schioccare con forza. Forse, desiderava usarlo sul suo schiavo…

 

Alceste si ricordava, si ricordava che… Ah! La mente sua correva ad un istante del passato, indimenticabile e non lontano.

 

Sorrideva.

 

E si nascondeva le labbra con la mano, mentre pensava a quell’attimo, in cui aveva bruciato, nella torre, una pergamena scritta in francese, firmata con il sangue del conte.

 

-         Ti odio, Marlene – sussurrava la perfida, tra sé, fatalmente.

 

Gettò il suo frustino sul pavimento e prese a torturare il suo cappellino grazioso con le sue mani fredde, terrificanti. Era così che avrebbe voluto tormentare la sua nemica e il suo amante.

 

E pensare, ah, e pensare, che egli era pazzo di lei…

 

-         Desideri dunque, amica mia, che io parta per una dimora misteriosa, questa notte? Io conosco quella porta, che il volgare mondo chiama morte…

 

Egli guardava quella spada arrugginita, appesa al muro, di cui lei gli aveva macabramente parlato nel bel mezzo di un incontro fatale.

 

-         Per te mi macchierei di qualunque misfatto, o mia regina! – le mormorava il suo succube.

 

La supplicava, sì, le mani giunte, inginocchiato per terra… Stava davanti alla sua dea. Non si curava delle occhiatacce piene di disprezzo che, di tanto in tanto, lei gli lanciava.

 

-         No, forse, non mi hai tradita – fece Alceste. – Ella ha versato tante lacrime…

 

Allora, la maliarda gli offrì le labbra da baciare, sì, quelle labbra madide che sapevano carezzare e mordere, lusingare e succhiare il sangue.

 

Poi lo baciò sul collo, mormorandogli:

 

-         Se mi tradissi, potrei diventare una vipera nei tuoi confronti… I miei baci si trasformerebbero in morsi velenosi…

 

-         Diavolessa!

 

Questo bisbigliò il conte, nel cupo di una notte che non aveva più stelle.

 

E pensare che la dolce Marlene ancora non immaginava quella crudeltà! Non aveva nemmeno mai pensato potesse esisterne così tanta.

 

Era così sola… Neppure conosceva le trame di quei fantasmi notturni. Se ne fosse stata al corrente, avrebbe preso coscienza di quale grave pericolo incombeva su di lei.

 

Alceste, che la odiava, invidiosa com’era della sua giovinezza, ed assai avida, le preparò una trappola.

 

Ella sapeva, infatti, di quell’amore segreto per il garzone, nonché della deliziosa capanna nel bosco…

 

Non le bastava averla già fatta piangere!

 

Fu così che le fece trovare un dolce bigliettino, sul quale era scritto:

 

“Devo trasmetterti la più viva passione che cuore umano abbia provato mai. Pensa: due anime, sole, nel cuore della notte. Che tenera illusione! Che felicità! La vorresti condividere con me? Se sì, allora vieni, ti aspetto: alle dieci, al solito posto. Saremo soli nella foresta.”

 

Che calligrafia elegante! Che animo generoso e protettivo doveva avere quell’uomo! Marlene credette a tutto ciò che lesse.

 

Quanto era ingenua!

 

In fede sua, già aveva regalato il proprio cuore al suo affezionato spasimante, che, nel pianto, sapeva consolarla.

 

Nel bel mezzo di una notte da lupi, la bella si preparò ad uscire, dimenticando le vecchie lacrime…

 

Da tempo, l’innocente aveva smesso di allietare le stanze della grande casa con il suo meraviglioso canto. Sì, da tempo, la voce sua, rotta dai singhiozzi, taceva, incapace di intonare le note di melodie soavi e favolose, che tante volte avevano rallegrato i pomeriggi.

 

Ma qualcuno sussurrava, dentro di lei:

 

-         Non andare, Marlene! Per carità, non andare!

 

Un timore strano si impossessò di quell’ingenua. Era vago, come quella falce di luna, che faceva capolino tra gli alberi, e profondo, quanto le malinconie più cupe.

 

“Oh, dove sto andando?” si chiese improvvisamente. “Cosa sto facendo?”.

 

Si avvolse timidamente nella sua mantella, mentre il vento notturno le accarezzava le membra. Aveva nel cuore le parole cattive del suo fratellastro, sì, quelle che si era sentita rivolgere dopo la morte del suo papà!

 

-         Ora che farai, sola soletta, in questa casa? Dimmi, che farai? Sei di troppo qui dentro!

 

-         Lasciami! Mi fai male! Ah, assassino, ti diverti ad uccidere dei poveri animali indifesi! E tratti così anche le persone…

 

Le parve di risentire le frasi che si erano detti, in mezzo ai suoni perduti della notte.

 

La vita sua era in pericolo.

 

-         Marlene, non andare!

 

Così le sembrava di udire, quando si accorse di una mano gelida che si posava sulla sua spalla. Allora, le parve di morire.

 

Per fortuna, era quella dell’affettuoso garzone… Era stato lui, sì, a chiamarla!

 

-         Non sai, piccola mia, che nel bosco, a quest’ora, ci sono i fantasmi? – le disse.

 

-         I fantasmi? – rispose la bella.

 

-         Hai le mani fredde… Lascia che le scaldi, fra le mie.

 

Grazie al Cielo si erano incontrati. Marlene arrossiva timidamente, ascoltando le parole affettuose che lui le volle rivolgere quella notte.

 

-         Ora che papà è morto – sussurrò la ragazza – ho tanta voglia di morire… Che ne sarà di me, in quella casa? Che ne sarà di me, tra le mani del mio fratellastro, visto che il barone, nel suo testamento, non mi ha lasciato quasi nulla? Tutti mi odiano!

 

Il garzone la guardò negli occhi, appassionatamente.

 

Con lui, Marlene non aveva paura. Erano soli, mano nella mano, al chiaro di luna.

 

Il suo amico cercò di trasmetterle con i suoi sguardi tutta l’ardente passione che provava in sé, mentre le diceva, con voce infiammata d’amore:

 

-         Fuggiamo insieme! Fuggiamo insieme, Marlene! Vieni con me, dove vuoi tu…

 

E pensare… Ora, le parlava affettuosamente come un uomo maturo, ma lei serbava ancora il ricordo di quando era fanciullo e, in un giorno di maltempo, inseguiva il suo cappello rapito dal vento scherzoso, gridando:

 

-         Al ladro! Al ladro! Restituiscimi il mio berretto!

 

La bella esitò a rispondergli. Abbassò lo sguardo, mostrandogli le sue lunghe ciglia nere… Provava tanto affetto dentro di sé… Si ricordava della sua promessa…

 

Poi, abbracciando forte il suo amato, nella magica notte, sotto le stelle, gli disse, con parole semplici ed appassionate:

 

-         Ogni lacrima è scomparsa nei miei occhi… Oh, sì, avevo ragione, avevo ragione, quando mi ripetevo che la vita è meravigliosa! Portami con te, fedele amico: tu sei il solo che non mi abbia abbandonata. E sappi che sarò tua, soltanto tua, incatenata a te per la vita!

 

Era così gioiosa…

 

Le parole sue fecero girare la testa al suo dolce amante.

 

Egli era folle: le faceva mille profferte, una più goffa dell’altra, mentre lei canticchiava alla luna una canzone di felicità e lo stringeva tra le sue braccia. Era come se ballassero, teneramente e amorevolmente…

 

Il garzone le disse:

 

-         Prima del canto del gallo saremo già lontani!

 

Sembrava che entrambi narrassero alle tenebre, con le loro parole e i loro sussurri, la favolosa passione che li univa.

 

Poi, mano nella mano, se ne andarono, via, di corsa, fuggendo, fuggendo, verso un destino di felicità…

 

-         Quando ho trovato il tuo biglietto, quasi non ci credevo – fece Marlene.

 

-         Quale biglietto? Io non ti ho mandato nessun biglietto.

 

Lei, allora, divenne pensierosa. Fu come capire improvvisamente di essere stata sfiorata dalla morte, gelida e fatale.

 

-         Portami via con te, fa’ presto – lo implorò la giovane, aggrappandosi al suo braccio.

 

E da allora, nessuno li vide più. Li credettero scomparsi, o forse, chissà, annegati…

 

La bella promise di non riaprire gli occhi, fino a quando non fossero stati lontani da casa un’immensità, vasta quanto un sogno.

 

Era fuggita senza bagagli, né vettovaglie. Non aveva nemmeno osato volgere il suo bel volto verso l’ultima dimora, che lasciava…

 

Ormai, la sua vecchia casa aveva perduto per lei ogni apparenza lieta, ed era diventata gelida come un deserto, o un nido tenebroso di velenose vipere.

 

Nella tenera notte, le sue luci, divenute paurose e moleste, s’erano spente.

 

Non una presenza funesta turbava l’immacolato e leggiadro silenzio blu.

 

Marlene, che poco prima aveva ancora il cuore in gola, a causa delle brutte sensazioni che le aveva riservato il destino, riposava ora della quiete fuggitiva di quegli istanti.

 

Oh, quanto amava lasciarsi condurre da quella mano innamorata, ad occhi chiusi!

 

Era abbandonarsi completamente a lui, al toccante, impetuoso sentimento che li faceva fuggire.

 

Sì, fuggire!

 

Oh, che dolce parola, sussurrata nel cuore della notte, ansimanti, teneramente e languidamente cullati da un’illusione!

 

Avevano corso.

 

Avevano visto le piccole luci della città andarsene via come stelle perdute e morenti, erano partiti senza piangere, senza addii, e lei aveva lasciato i suoi senza nemmeno un ultimo saluto.

 

Trascinati da una forza più grande di loro, di indicibile vigore, non sapevano dove fossero… Chissà, chissà dove li aveva condotti il loro affetto! Ma il giovane, portando la mano al cuore palpitante, sussurrò alla sua compagna un giuramento confortante: non l’avrebbe lasciata mai sola.

 

Ansimavano, eppure, non provavano fatica.

 

Albeggiava.

 

E fu come per caso, o forse per magia, che la luce del nuovo giorno mostrò loro un piccolo rifugio nel verde: un fienile abbandonato.

 

Le tenebre si erano dileguate, come in una caligine grigia e confusa…

 

-         Marlene – mormorò il garzone. – Vuoi tu consacrare a nostra dimora questa piccola casa fatta di pietre, che tra le fronde il destino ci mostra?

 

-         Qui, nessuno mai ci troverà…

 

-         No, cara, nessuno mai!

 

Passo dopo passo, si avviarono lungo il lieto sentiero, senza più dirsi una sola parola; contemplavano l’incanto suggestivo di quei luoghi celesti e disabitati…

 

La foschia lieve saliva da un ruscello, dalle acque cristalline e gorgoglianti, la cui voce si smarriva nel verde, come il tacito sospiro di una fanciulla addormentata.

 

Improvvisamente, uno stormo d’uccelli si levò in volo. Erano colombe, il cui colore rosato e candido contrastava malinconicamente con il grigio romantico delle nuvole del cielo.

 

Il fienile era disabitato. Il vecchio uscio di legno era un po’ sbilenco sui suoi cardini. Nessuno l’aveva chiuso, da quando i padroni se n’erano andati.

 

I suoi muri grigi ricoperti di muschio promettevano riparo e malinconia.

 

All’interno era rimasta soltanto della paglia. La brezza sussurrava con mistero tra quelle crepe, tenera e languida compagna di solitudine.

 

C’era anche un piccolo camino. Forse, l’avevano costruito i contadini, che arrivavano fin lassù con le loro gerle sulle spalle. Serviva per ripararsi dal freddo dell’inverno…

 

Marlene era felice.

 

Dopo tanto tempo, il sorriso, che pure non l’aveva abbandonata, si riaccese in lei.

 

Il sole era già alto nel cielo. Cominciava la loro prima giornata, insieme.

 

E la vita divenne per i due amanti un tenero e magico idillio.

 

Si svegliavano presto, poco dopo il canto del gallo, cullati dai versi melodiosi degli uccelli del bosco.

 

La bella, allora, prendeva il vecchio e caro secchio di legno e, le maniche arrotolate fino al gomito, andava al pozzo, dal quale si attingeva un’acqua limpidissima.

 

L’aveva scoperto per caso, un giorno…

 

Prima di lei, lo avevano usato i contadini, i pastori, per abbeverare i loro animali stanchi ed assetati.

 

E la si vedeva ritornare lieta, tenendo il secchio pesante pesante con entrambe le mani, rossa in viso, forse per la fatica, o una gioia segreta.

 

Amava sentire la brezza del mattino sulla pelle.

 

Per questo, il bel fazzoletto di seta avvolto attorno al collo, gli occhi sereni e scintillanti, restava all’aperto con piacere, anche solo per ascoltare i rumori melodiosi del vicino ruscello.

 

Rimaneva sulla soglia, ad aspettare.

 

Si appoggiava agli stipiti e guardava teneramente il suo amante, occupato dai lavori di ogni giorno.

 

Era lui che aveva riparato il vecchio uscio, il tetto ed altre cose.

 

Lo si vedeva tutto allegro, mentre, a pochi passi dal fienile, in camicia, ammassava le fascine, o spaccava la legna.

 

Camminava sul verde prato, ancor bagnato di rugiada, si avvicinava con la scure agli alberi maestosi, per avere di che scaldarsi durante la lunga notte…

 

Poi, al calar del sole, tornava, chino, la legna sulle spalle.

 

Lei allora appariva sulla soglia e lo salutava da lontano, tirandogli un bacio. Il grido affettuoso di Marlene era toccante.

 

E gli correva incontro, piena di voglia di vivere… Dopo avergli parlato d’amore, lo aiutava a portare quel pesante carico.

 

Il giovane aveva per la sua bella parole ingenue ed appassionate.

 

A volte, le regalava alcuni fiori, che raccoglieva nel sottobosco. Erano i primi, che annunziavano la primavera.

 

La sua affettuosa amica li accettava con quel naturale entusiasmo che è tanto facile immaginare.

 

E s’avviavano insieme verso l’antico fienile, che era divenuto la loro dolce casa.

 

Ammiravano per un attimo il suo naturale incanto, era il loro rifugio, immerso nel verde, il fumo bianco saliva dal comignolo nel cielo crepuscolare e già stellato.

 

E calava la notte.

 

Marlene aveva trovato delle coperte da cavallo, ancora in buono stato. Le aveva prese con sé, portate al ruscello, dove con tanto sapone e olio di gomito le aveva lavate.

 

Era su quelle che si rannicchiavano i due fuggiaschi, la sera, mano nella mano. Vi consumavano la loro passione, il loro piacere…

 

Avevano accanto il calore consolante di un fuoco di legna, l’uscio era ben chiuso, sprangato, nessuno avrebbe potuto far loro del male.

 

A dire la verità, lassù la notte era misteriosa.

 

Al calar del sole, si cominciavano a sentire i lupi, che ululavano alla luna.

 

Il verso roco della volpe, cupa abitante della selva, si udiva anche in casa.

 

Ma i due amanti non avevano paura. E quando si addormentavano, sognavano sempre di felicità.

 

Era come se i loro giorni volassero via, al suono del dolce carillon, come petali di margherite, rapiti dal vento.

 

Oh, Marlene non aveva assolutamente voluto separarsi da quel dono, che portava sempre con sé… Era tutta la sua gioia! Avrebbe ascoltato volentieri quella melodia in qualunque momento della giornata.

 

 

 

 

 

 



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