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lavoro pubblicato domenica 26 marzo 2006
ultima lettura martedì 12 febbraio 2019

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CARILLON (IV)

di Dunklenacht. Letto 1160 volte. Dallo scaffale Generico

CAPITOLO IV LA PROMESSA DI FELICITA’ Il conte si congedò dalla sua amante camminando goffamente a quattro zampe, come avrebbe potuto...

CAPITOLO IV

 

LA PROMESSA DI FELICITA’

 

Il conte si congedò dalla sua amante camminando goffamente a quattro zampe, come avrebbe potuto fare uno scimmione. Era così sciocco, così schiavo della sua padrona, che, in sua presenza, si comportava al pari di un cagnolino, che scodinzola e fa le feste.

 

Oh, sì! Se avesse potuto, si sarebbe messo a scodinzolare e a leccarla tutta! Che pagliaccio!

 

Dopo che fu rimasta sola, Alceste mormorò:

 

-         Ti farò piangere, cugina mia. Ti farò piangere. La tua bellezza svanirà presto, il tuo volto di fanciulla perderà il sorriso. Ti odio, Marlene! Ti odio! Tu, così casta, innocente, ingenua e seducente, hai la giovinezza, che io ho ormai perduto… Sì, hai la bellezza e il fascino che io non posseggo!

 

Mentre sussurrava queste parole, teneva fra le mani un piccolo teschio, dipinto di nero… La luce dei ceri ardenti illuminava quella scena lugubre…

 

Ah, ma quale era la misteriosa origine dell’oggetto con cui la perfida giocherellava?

 

Non lo so… Intanto, lei rideva, maliziosamente, sì, era sempre così che le piaceva ridere, ogni qualvolta uno dei suoi innumerevoli amanti cadeva in trappola. Ed in quel modo, fatalmente, doveva finire anche il suo caro, amatissimo conte…

 

Naturalmente, se ne sarebbe disfatta dopo essere stata servita… Sì, dopo la lettura del testamento del facoltoso barone!

 

Alceste aveva deciso di trafiggere il suo schiavo d’amore con la spada di cui vi ho parlato. Ben presto ricevette il suo messaggio:

 

“Prima della prossima notte di luna nuova, sarai servita. Allora, non mi negherai più nulla, nulla di ciò che un uomo possa desiderare da una donna.”

 

E continuavano gli incontri notturni.

 

Sì, continuavano quelle notti di fantasmi, in cui il vento ululava ed era compagno di passioni invincibili.

 

Si vedeva sempre quella finestra illuminata ed una luce tremolante, che moriva nella mezzanotte… Ed i sospiri cupi dei due amanti si confondevano con il verso roco della civetta, che andava a visitare quelle mura antiche e maledette.

 

Quella femmina sapeva esprimere il suo piacere in modo da far impazzire il suo maschio… Mentre copulavano ardentemente, seminudi, toccava con le sue belle gambe quelle del suo succube, gli appoggiava i piedi lunghi e nudi sui polpacci irsuti, per poi risalire pian piano in alto, verso le natiche.

 

Le sembrava che ce l’avesse così lungo, così virile, che… Ah, la faceva scoppiare! Quando glielo toccava, sorrideva sempre. Era un piacere stringerlo tra le mani, forse, ancor più che sentirselo dentro.

 

Alceste gli giurava vagamente amore e passione, sì, gli prometteva, mormorando con la sua bocca rossa e appassionata, che, dopo il delitto, sarebbe stata sua, sua, sua, ancor più di quanto lo fosse allora.

 

Egli le credeva, credeva a quei giuramenti terribili, proferiti a lume di candela.

 

Come due spettri, i due amanti abitavano la torre… Soltanto un pensiero, di tanto in tanto, molestava le loro menti assorte, sconfortava come una proditoria ferita i loro cuori ardenti…

 

-         La morte!

 

Questa parola sfuggiva alle loro labbra, dopo lunghe notti di passione, come se quell’oscura creatura delle tenebre li visitasse, dopo essersi presa gioco di loro.

 

Il conte aveva stipulato il suo patto con una diavolessa… E venne il giorno, il fatale giorno, in cui si macchiò del suo delitto.

 

Marlene non sapeva nulla di ciò che vi ho narrato.

 

Ella non conosceva quell’odio oscuro, misterioso, che come una maledizione macabra si era impossessato della sua cara cugina.

 

Ah, se soltanto avesse saputo che Alceste voleva godere di ognuna delle lacrime disperate che le avrebbero bagnato le belle guance, in quel giorno di lutto e di sconsolato pianto!

 

Ecco, era arrivata all’uscio di casa, tutta tremante ed angosciata… Si aggrappò al battente.

 

Bussò con tutta la forza di cui la natura l’aveva dotata e si appese al campanello.

 

-         Amico mio, non lasciarmi! – mormorava Marlene, incapace di immaginare la malvagità di Alceste.

 

Le fu aperto.

 

La bella seppe così quanto era accaduto… Ahimè! Durante la sua assenza…

 

La voce squillante della vecchia cameriera la raggiunse. Per tutta la casa ormai non si gridava che:

 

-         E’ stato un incidente, un maledetto incidente! Oh, Dio mio, che disgrazia! Che disgrazia!

 

Marlene aveva tanta paura.

 

Tremante, non osò porre la fatale domanda che con un filo di voce:

 

-         E’ morto papà?

 

Nessuno rispose.

 

La accolse un indaffarato e drammatico andirivieni, un febbrile aprire e chiudere di porte. In quel fracasso, le parve di morire.

 

-         Oh, papà, papà!

 

Così urlava l’infelice, come un’anima smarrita.

 

Il medico venne, visitò la camera silenziosa in cui lo aspettava il paziente, ma subito ne uscì, scuotendo il capo, una tristezza rassegnata dipinta sul volto.

 

Il barone attendeva Marlene, per un estremo, sconsolato saluto.

 

Dovevano essere i suoi ultimi, disperati istanti di lucidità.

 

Lei entrò nella stanza con le lacrime agli occhi. Vacillante, gridava:

 

-         Ti prego, non morire! Se è un incubo, fa’ che passi presto! Svegliami!

 

Ma lui, dal suo angolo tenebroso, non le rispose.

 

Era rimasto immobile, muto; sapeva di essere condannato, di dover giacere senza vita, in un momento che fatalmente era vicino, preannunziato, vagamente dal ticchettio del piccolo orologio.

 

Ebbe appena la forza per chiamarla, per tenderle la mano, sperando malinconicamente che i propri occhi potessero chiudersi nella felicità.

 

-         Oh, ma come è stato? – mormorava Marlene, asciugandosi le lacrime con il suo fazzoletto di batista. – Come è potuto accadere?

 

Nessuna risposta ai suoi lamenti. I singhiozzi dell’innocente di spensero nel caldo abbraccio di lui.

 

-         Un incidente, un fatale incidente – bisbigliava il barone, rassegnato. – Un banale incidente!

 

-         Oh, non morire, papà, ti prego! Io lo so, tu vivrai! Ricordi i nostri sogni? Quello che ci dicevamo davanti al fuoco, abbracciati, la sera? Oh, non chiudere gli occhi, te ne prego! La vita è meravigliosa!

 

-         Meravigliosa…

 

Intanto il buon vecchio le accarezzava le spalle, perdendosi nel significato felice di quella parola, che gli rendeva la vita.

 

Egli era suo padre, lo sentiva più che mai, in quegli istanti, eppure, Marlene avvertiva la necessità di un’ultima, estrema confidenza…

 

Doveva sapere, sì!

 

-         Ti vorrò sempre bene – le disse lui.

 

-         Oh, padre mio! Sapessi le cose cattive che mi ha raccontato mio fratello. Sono tutte bugie, lo sento…

 

E tremando, gli confidò tutto.

 

-         Tu mi avresti raccolta per carità, quando ero in fasce, abbandonata in un cesto di vimini… - sussurrava la bella. – I miei genitori naturali sarebbero morti…

 

Prima di morire, il barone, che fino ad allora aveva mantenuto il segreto, decise di parlare.

 

Ma le parole della ragazza lo fecero andare in collera nei confronti di suo figlio, tanto che le chiese, con voce rude:

 

-         E’ stato lui, vero? Lui, a osare! Non doveva… Non doveva farlo, almeno in quel modo…

 

Non riuscì a portare a termine il suo discorso. Si sentì mancare. Per un istante, Marlene, che gli teneva la mano, capì che lo stava perdendo inesorabilmente, tanto lo vide pallido.

 

-         Oh, ti prego, non lasciarmi! Dimmelo, per favore… Sono veramente tua figlia?

 

Ed egli le rispose:

 

-         Te l’avrei detto fra alcuni anni… Sei ancora troppo giovane per capire… Io ti ho sempre amata come un padre e tu lo sai… Non è così? Eppure, tu non sei, no, non sei mia figlia. Marlene, fra noi due c’è un legame più forte del sangue, un affetto che neppure la morte può spezzare!

 

-         Lo so!

 

-         Tu hai sciolto le tue trecce l’altro ieri, tutto è accaduto così precipitosamente…

 

-         Ahimè! Ma io ti chiamerò sempre papà, te lo giuro, te lo giuro…

 

-         E quest’oggi, mi vedrai morire…

 

Si sentiva male, eppure, gli sguardi sconsolati della sua amatissima figlia adottiva lo consolavano. Il barone sentiva, in cuor suo, di avere ancora qualcosa da fare, in quel mondo tanto crudele.

 

Per lui, non ci sarebbe stata felicità più grande che quella di morire accanto a lei.

 

-         Ora vorresti farmi una promessa? – le chiese, con voce sollevata.

 

-         Qualunque cosa!

 

-         Promettimi, Marlene, che sarai felice. Promettimi che le lacrime della vita non ruberanno ai tuoi occhi la gioia di vivere, che persino in questi istanti vi vedo brillare!

 

Erano così vicini, così strettamente e intimamente legati dal loro profondo affetto, destinato a rimanere racchiuso nei loro cuori per l’eternità, che avevano dimenticato la morte.

 

-         Te lo prometto! – disse la bella. – Te lo prometto, mio caro papà!

 

E baciò ardentemente la fredda mano, che egli le porse… La ragazza avrebbe serbato il ricordo di quella promessa per sempre, fino all’ultimo giorno della sua vita.

 

Quel momento di fugace serenità bastò al vecchio per riprendere un po’ di forza.

 

Ma lui venne…

 

Aveva deposto il fucile ed il carniere, si era udito il rumore dei suoi stivali grossolani risuonare per le stanze… Entrò nella camera desolata tutto infangato, senza neppure bussare, chiedendo con voce rauca che cosa fosse accaduto.

 

Non aveva alcun rispetto per colui che giaceva su quel letto bianco, disfatto…

 

Il buon padre chiese alla figlia di metterlo a sedere, perché gli sembrava di sentirsi meglio. Non aveva neppure degnato di uno sguardo colui che era entrato.

 

Poi, congedò Marlene, chiedendole di ritornare poco dopo. Voleva restare solo con quel giovane.

 

Dopo che la porta fu richiusa, il barone apostrofò severamente il proprio figlio, con quella sua voce grossa, che tanto incuteva soggezione… Era arrabbiato!

 

-         Avvicinati – gli ordinò.

 

 L’altro obbedì.

 

-         In te, ho sempre visto il mio discendente prediletto. Ti amavo tanto, ma ora… Proprio in questo istante, le forze mi abbandonano,  il mondo sembra dissolversi davanti ai miei occhi e la realtà mi costringe a ricredermi!

 

Il cattivo sorrise. Non gliene importava nulla di suo padre e della sua malattia… Non ebbe alcun timore e glielo disse apertamente, facendo un lungo discorso, ironico come una barzelletta, impertinente e crudele quanto una proditoria ingiuria.

 

Scrollava le spalle, il mascalzone…

 

Ma suo padre, in collera, vestito, seduto sul letto, aveva ancora la forza per guardarlo negli occhi.

 

-         Tu, che io consideravo il mio figlio prediletto, mi disprezzi, tanto che non hai esitato a rivelarle tutto ciò che sapevi, nonostante ti avessi raccomandato di tacere!

 

-         Lei non è mai stata tua figlia! La trattavi come se le volessi più bene che a me!

 

-         Non è vero… Vi avrei dato anche le ultime gocce del mio sangue… Ti avrei dato qualunque cosa, se fosse servita ad intenerire il tuo cuore cattivo!

 

Il giovinastro, intanto, camminava su e giù per la stanza, facendo, con i suoi stivali, un fastidioso rumore… Si mordeva le unghie.

 

-         Quante storie! – disse poi, con la sua voce da gradasso. – In realtà, l’ho appena toccata.

 

-         Che cosa hai fatto? Che hai fatto, farabutto?

 

-         Sì, proprio così… Hai sentito bene! E sai che cosa faceva? Guaiva come una cagnetta… Giurava, come una ragazzina viziata,  che lo avrebbe detto al suo papà!

 

-         Che hai fatto…

 

La rabbia soffocava il buon barone. Benché gravemente ammalato e tremante, trovò la forza di reggersi in piedi. Si piantò davanti al figlio e, guardandolo negli occhi, gli urlò:

 

-         Mascalzone! Che le hai fatto! Che tu sia maledetto! E’ tua sorella…

 

Le grida disperate del vecchio padre furono udite in tutta la casa.

 

S’udì anche il rumore cupo di uno schiaffo, dato con veemenza.

 

-         Lei mi aveva nascosto parte della storia – mormorava il moribondo, come in delirio. – La bontà sua volle risparmiarmi tanto sdegno… La sua generosità era più grande della tua invidia, della tua insolenza, della tua cattiveria… Io so quello che provi in questo istante… Mascalzone… Mascalzone… Vorresti prendere il tuo fucile e spararmi, come si fa con un cane!

 

Era la verità.

 

L’altro, nel frattempo, si teneva la guancia offesa con la mano… Poi, disse:

 

-         Ti saluto, vecchio pazzo. Chiudi gli occhi e sogna! Io custodirò la tua bambina… Le farò le coccole!

 

 - Ah, canaglia! E io, che avrei voluto affidarla a te, come ad un fratello maggiore! Me disperato! Devo morire come una bestia!

 

Il barone aveva fatto uno sforzo immenso… Fu allora che ricadde, esausto, sul letto gelido.

 

Marlene vide il fratellastro uscire da quella camera sghignazzando e sbattendo la porta. Allora si precipitò su di lui, gridando:

 

-         Lo hai ucciso! Lo hai ucciso!

 

Le condizioni del buon vecchio si erano molto aggravate.

 

La bella lo trovò pallidissimo, consunto… Si gettò ai suoi piedi. Ebbe appena la forza per carezzargli i bei riccioli brizzolati, quei capelli un po’ ruvidi, che lo accompagnavano dalla fanciullezza e non erano mai diventati bianchi.

 

Quel giorno il generoso padre aveva fatto la voce grossa per l’ultima volta nella sua vita. Non molto tempo dopo, arrivò la sua ultima ora.

 

-         Aiuto, soccorso! – chiamò Marlene.

 

Tutto inutile.

 

Il suo grande amico, che aveva chiuso gli occhi, li riaprì per un istante, tra le sue braccia…

 

-         Mi dispiace, bambina mia…

 

Così le parlò.

 

-         E’ entrato senza salutare – riprese il moribondo, rantolando. – Ma non avrà la mia benedizione!

 

Era disperato.

 

Come un pazzo, pregava Marlene di guardarsi dal mascalzone, sì, da quel fratellastro crudele, che le avrebbe serbato tanto, tanto odio.

 

-         Povero papà… Morire così, senza una ragione, senza un perché…

 

Forse, un motivo c’era.

 

Ed egli, vagamente, l’aveva intuito.

 

-         Ascoltami, ti prego – le mormorò, ma ormai non aveva più voce.

 

Marlene si avvicinò più che poté a quelle labbra, tremanti e già gelide. A stento riusciva a trattenere le lacrime.

 

Il barone, quando l’innocente gli fu vicino, le posò una mano sulla guancia.

 

-         E’ stata lei, lo so – le confidò piangendo. – Ma non troverà il forziere…

 

-         Di che cosa parli?

 

-         Di un forziere, il tuo tesoro…

 

-         Ma lei… Lei chi?

 

Stava spirando. Le parole gli morivano in gola, le labbra sue erano così fredde, fredde, fredde! La bella si accorse che quel corpo stava diventando come di ghiaccio…

 

-         In nome di Dio, papà! Di quale forziere parli? Chi è la perfida donna di cui stai per pronunciare il nome?

 

 Egli le strinse forte la mano.

 

-         Il tuo tesoro… - le sussurrò. – Perdonami, Marlene! Anche se non ero tuo padre, ti ho voluto bene lo stesso…

 

Furono le ultime parole del barone.

 

Un sospiro gli sfuggì dalle labbra cianotiche. Disperata, la ragazza comprese di averlo perduto, perduto, per sempre.

 

Marlene cadde in ginocchio.

 

Mormorava:

 

-         Cielo, che ne sarà di me? Che ne sarà di me, ora, in questa vita, a questo mondo, in questa casa? Sono sola, il suo braccio protettivo mi ha abbandonata, ma sarò felice! E’ il suo desiderio…

 

Sì, il suo ultimo, tragico desiderio.

 

E venne il giorno della sepoltura.

 

Per i viali mesti del cimitero solitario si vide giungere la processione lugubre… Tutti conoscevano il povero defunto, c’era tanta gente, vestita a lutto… Egli era stato un uomo buono, onesto… Eppure, era morto disperato!

 

Le poche anime colà radunate tacevano, in silenzio. Gli uomini tenevano il capo chino, le donne si asciugavano le lacrime, perché mai vi era stata morte più sconsolata di quella del barone.

 

Poche parole di cordoglio e di sincera ammirazione risuonarono per lui nella quiete maestosa dei sepolcri.

 

Tra i presenti, anche lei c’era.

 

Pallida, corrosa dai suoi giorni di dolore, aveva avvolto la sua chioma in un fazzoletto di seta nera, dal quale tenere ciocche di capelli spuntavano, carezzate dal vento gelido.

 

Tra le mani di cera, intrecciato fra le dita tremanti e nude, teneva un ricordo del suo papà, mentre ascoltava tacitamente il suono di tante parole devote, che bastavano a confortarla.

 

Nessuno si curava di lei.

 

Nessuno consolava tanto dolore.

 

E quando la bara fu calata nella nuda terra, lei, disperata, si prese il volto tra le mani, per nascondere ai propri occhi quell’orribile visione.

 

Don, don, don… La lugubre campana suonava a morto. A quella voce, un’altra s’aggiunse, ma soltanto per mormorare frasi cupe.

 

Nessuno, fuorché Marlene, la udì.

 

Forse, quelle parole, che promettevano mistero, la ferirono. Forse, fu soltanto quel gelido salmodiare, quel vento freddo, che scuoteva le fronde abituate alla neve, a farle male…

 

La videro andarsene.

 

La videro fuggire, in pianto, per non ritornare più.

 

“Sii felice, Marlene!” mormorava una voce, dentro di lei. “Sii felice, per me!”.

 

Il suono dolce e malinconico di un carillon, che la bella trovò misteriosamente, asciugò le sue ultime lacrime.

 

Era l’ultimo dono del barone. L’ultimo, che una voce buona le aveva fatto, per sempre. Ascoltare quelle dolci note sarebbe stato come sentire il suo buon vecchio, che le ricordava la promessa, la tenera promessa.

 

 

 

 



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