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lavoro pubblicato venerdì 24 marzo 2006
ultima lettura domenica 12 agosto 2018

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Incunabolo

di Riccardo Merendi. Letto 1429 volte. Dallo scaffale Storia

Incunabolo di Riccardo Merendi Vidi cose che mai nessuno avrebbe dovuto vedere e udii parole che mai nessuno avrebbe dovuto udire. Da quel giorno, per...

Incunabolo
di Riccardo Merendi

Vidi cose che mai nessuno avrebbe dovuto vedere e udii parole che mai nessuno avrebbe dovuto udire. Da quel giorno, per anni, vissi nel terrore. Ma ora che sono vecchio e stanco e non ho più paura, perché nulla teme chi ha perduto finanche la speranza di salvare la propria anima, mi tormenta il rimorso per non avere avuto coraggio. Forse, se avessi osato...

Prima parte

1
Il cavallo avanzava al passo, affondando gli zoccoli nella neve fangosa del sentiero. Stava calando la sera sul bosco che ricopriva il ripido pendio del monte. Il manto fulvo della poderosa bestia da battaglia fumigava, il fiato condensava in densi pennacchi appena uscito dalle narici. Sulla sua groppa, incastrato nell'arcione, portava un armato. Le mani giunte sul pomo della sella, la visiera dell'elmo abbassata, il cavaliere indossava un'armatura nera, ammaccata e lorda di melma e sangue. Anche la gualdrappa del cavallo era lacera e inzaccherata. «Correte fratelli, correte» urlò il monaco lasciando cadere il fascio di cardi appena recisi e correndo trafelato verso il portone del monastero. Nell'attraversare il chiostro a precipizio, quasi travolse il priore diretto alla chiesa per la recita del vespro. «L'abisso dell'inferno non si spalancherà sotto di noi se mancheremo una preghiera» commentò il priore sforzandosi di nascondere l'agitazione. Doveva trattarsi di qualcosa di importante: nemmeno il più penitente dei pellegrini sfidava gelo, orsi e lupi per avventurarsi fin lassù in quella stagione. Tutti i fratelli erano assiepati appena fuori del massiccio portone del convento quando l'ospite inatteso arrivò. Era ormai buio. L'armatura si intravedeva a stento sullo sfondo livido del cielo invernale. Nessuno osava fiatare, attendendo che fosse il cavaliere a farsi avanti. Ma anche lui taceva. Poi, lentamente, il cavallo piegò le zampe anteriori fino a inginocchiarsi, vacillò un attimo e si rovesciò sul fianco. L'elmo si sganciò dalla corazza e ruzzolò lontano. Facendosi il segno della croce i frati si strinsero l'un l'altro: tra le piastre articolate che proteggevano le spalle, dietro al bordo superiore del pettorale, spiccava un buco più nero delle tenebre eterne. Un sussurro ruppe il silenzio: «Il demonio.» Chi giungendo le mani, chi usandole per coprirsi il volto, chi levando le braccia al cielo e chi abbracciando un fratello vicino, tutti si unirono al vocio che chiedeva pietà e implorava misericordia. «Fulgenzio» bisbigliò uno. «Tu sei il fabbro, sei il più forte tra noi, tocca e te andare a vedere.» «Sì, è vero» confermò un altro. «Solo Fulgenzio può resistere a un incontro col demonio.» Il priore alzò una mano per chiedere silenzio. «Fra' Fulgenzio» chiamò con voce incerta. «Credi che i fratelli abbiano ragione?» «Per l'amor di Dio no! Tocca a te, che tra tutti sei di certo il più santo. Fatti scudo con la croce e nessun demone oserà toccarti!» «Pregate fratelli» mormorò il priore «perché la nostra ora non ci colga impreparati.» Così dicendo levò il crocefisso appeso al cordone che gli stringeva il saio in vita e lo protese davanti a sé con entrambe le mani. «Fra' Fulgenzio» indugiò ancora. «Il tuo sostegno spirituale mi sarebbe di grande conforto in questo momento.» Fulgenzio, già inginocchiato insieme agli altri, si rialzò in piedi sospirando e tastò a sua volta il crocefisso che gli pendeva al fianco. «Aiutati che il ciel ti aiuta» borbottò poi rimboccandosi le maniche. Sputò sulle palme callose delle mani e si chinò a raccogliere il maglio che aveva posato per terra. Vedendo che il priore lo fissava perplesso sollevò la pesante mazza, lo sforzo tradito solo dal gonfiarsi dell'avambraccio, e con la mano libera sfiorò prima il manico poi la testa di ferro dell'attrezzo: a modo suo anche quella era una croce. «Le vie del Signore sono infinite» salmodiò il priore facendo cenno a Fulgenzio di precederlo. Fulgenzio trasse un profondo respiro, che per lui significava inspirare più aria di quanta ne soffiasse il mantice della sua fucina, e si avvicinò al cavaliere senza testa. Col braccio carico, pronto a colpire, allungò con cautela un piede per scuotere l'armatura. Siccome non accadde niente, ci riprovò con più energia. Niente. Al terzo tentativo la parte superiore dell'armatura ruotò staccandosi dal resto all'altezza della vita. Sotto lo sguardo attento del priore e degli altri fratelli, usando solo la mano sinistra e tenendo ben stretto il grosso martello nella destra, Fulgenzio afferrò una sporgenza della pettorina e la allontanò. «Per sant'Adriano e sant'Elena, protettori dei fabbri ferrai» esclamò mentre gli altri prorompevano in un oooh di meraviglia. «Se questo è il demonio, capisco tante cose.» «Fra' Fulgenzio!» lo zittì il priore strappandosi un lembo del saio e chinandosi a coprire il seno nudo della ragazza che giaceva a terra esanime. Invitandosi a vicenda a non guardare, nessuno dei frati distolse gli occhi dai lunghi capelli chiari, incantevoli pur se sporchi e aggrovigliati, e dalla pelle alabastrina che sfidava il candore della neve. Il priore avvicinò la mano alle labbra esangui. Non avvertendo calore si chinò per sfiorare il naso con l'orecchio. «Sembra che respiri» disse rialzandosi di scatto. «Sia ringraziato il cielo. Presto, portiamola dentro e scaldiamola.» Tutti approvarono, ma nessuno si mosse. «Non peccherete se le vostre menti saranno pure» li esortò il priore capendo il motivo d'imbarazzo dei fratelli. Mentre due tiravano la ragazza per le braccia, altri cercarono di sollevare il cavallo per liberare la gamba che era rimasta sotto. Dopo numerosi quanto vani tentativi, si fece avanti fra' Fulgenzio. «Sotto al saio sono nudo, ma se potrò mettere i piedi ai lati del corpo della...» indicò la creatura non arrischiandosi a nominarla «e accovacciarmi su di esso, io sposterò la bestia.» Il priore rivolse le palme al cielo e benedì il tentativo di Fulgenzio, che appoggiò la schiena al cavallo, piantò i piedi vicino ai fianchi della giovane donna, si piegò sulle ginocchia e afferrò i bordi della sella. Poi, con un grugnito cavernoso, si inarcò e continuò a tirare finché gli altri non ebbero sfilato la gamba da sotto il ventre dell'animale. Come ubbidendo a un tacito accordo tutti si ritirarono, lasciando che fosse Fulgenzio a raccogliere il corpo che giaceva inerte e portarlo dentro le mura. Senza rimuovere i gambali per non infliggere a sé e agli altri ulteriori tormentose visioni, lui passò le braccia irsute e muscolose sotto le ascelle e le ginocchia della ragazza e la sollevò con la venerazione che avrebbe tributato a una reliquia sacra. «Vai, vai!» lo esortò il priore vedendo il frate attardarsi per raccogliere lo straccio che, cadendo, aveva di nuovo scoperto il petto della ragazza. «Dopo verrai a confessarti, ma adesso sbrigati: non peccherai di lussuria se penserai solo a salvare la vita di questa pecorella.» Le braccia tese in avanti, lo sguardo rivolto verso il cielo per non essere indotto in tentazione, Fulgenzio camminò tastando il terreno con i grossi piedi scalzi, attento a non inciampare. Quando entrò nella foresteria qualcuno stava già accendendo il fuoco nel camino, altri arrivarono portando paramenti di lino e un saio, il dispensiere era sceso in cantina per spillare una brocca del vino migliore e due fratelli giunsero dalla cucina portando una pagnotta e un formaggio. L'erborista era corso in laboratorio a dosare una delle sue misture. Quella notte nessuno dei monaci riuscì a dormire, turbati da un evento che non sapevano spiegare ma che forse nel bene, molto più probabilmente nel male, avrebbe segnato la loro esistenza futura. Nemmeno fra' Fulgenzio chiuse occhio, sebbene per lui il demone assumesse una connotazione diversa che cercò di combattere alla sua maniera: all'alba aveva consumato una scorta di carbone che sarebbe dovuta bastargli per un mese e aveva battuto e ribattuto i suoi lingotti al punto che mai il convento aveva avuto, né mai avrebbe avuto in seguito, ferro più omogeneo e resistente.

John Forrest pigiò il pulsante del semaforo e restò appoggiato al palo, col braccio teso, aspettando il verde per attraversare. Un'auto color amaranto metallizzato accostò davanti a lui. Riconobbe la marca dal mirino piazzato sulla punta del cofano, ma non il modello: per lui le automobili non erano altro che aggeggi dotati del potere di trasformare la pigrizia in nevrastenia. A conferma della sua teoria, da decine di clacson si levò un bailamme assordante. Non si accorse che il cristallo della portiera era sceso finché non vide l'autista, allungato sul sedile vuoto del passeggero, sporgersi verso di lui. «Posso offrirle un passaggio?» chiese una voce che, per sovrastare il chiasso del traffico, suonò stridula, quasi in falsetto. John si guardò attorno. Non c'erano altri ai quali potesse essere rivolta la domanda. «Dice a me?» chiese chinandosi per vedere meglio. Gli sfuggì un sibilo. Quasi distesa di traverso sui sedili una donna lo guardava da dietro un paio di piccoli occhiali neri, tondi, a specchio, appoggiati su un naso minuto e appuntito. Sotto, la bocca era evidenziata dallo stesso colore granato che spiccava anche sulle unghie, appena lunghe e perfettamente curate. Al polso destro, sul quale si puntellava per tenersi in equilibrio, la signora portava un pesante bracciale d'oro. Un abito bianco senza maniche faceva risaltare il colore ambrato della pelle abbronzata e pendeva un poco in avanti offrendo un'interessante visione dell'interno della scollatura. Dalla parte opposta l'indumento scendeva appena oltre l'anca lasciando scoperto un lungo paio di gambe affusolate che terminavano con caviglie sottili e piedi minuti infilati in sobrie calzature, pure bianche. Non indossava calze né reggiseno e non si vedeva traccia di elastico neppure sui fianchi. Nel risalire di nuovo fino alla testa John aggiunse al quadro una cascata di capelli biondi che scendevano fino alle spalle e un collo aggraziato attorno al quale era avvolto un sottile filo di perle. «Salga professor Forrest» insistette la donna. «Non posso restare ferma qui in eterno.» «Il problema è che non so dove sto andando» rispose lui, stupito dal fatto che la sconosciuta l'avesse chiamato per nome. «E non credo di avere il piacere...» «Non sforzi la memoria» lo interruppe lei. «Non ci siamo mai incontrati ma se può tranquillizzarla mi chiamo Donna e sono la moglie di Derryl Carson.» «Quel Carson?» A giudicare dalla classe sociale cui la donna sembrava appartenere poteva anche essere vero. «Proprio quello. E adesso, per cortesia, salga se non vuole assistere a un linciaggio.» John Forrest lanciò un'occhiata agli automobilisti che si agitavano tutt'intorno e stava per aprire la portiera quando un rapido esame del proprio aspetto lo bloccò: giacca sgualcita con le toppe ai gomiti, jeans stinti, cravatta sottile e stropicciata, polsini della camicia sfilacciati e scarpe da ginnastica. E magari puzzava di sudore, per non parlare dell'alito con ogni probabilità impestato dagli spaghetti aglio e olio coi quali aveva pranzato. «Mi lasci il suo numero» disse scostandosi «la chiamerò.» «Non dica sciocchezze, ho fretta. E non si preoccupi: se avessi cercato un fotomodello non mi sarei rivolta a lei.» Gli aveva letto nella mente? John si passò una mano sulla guancia non rasata. "Che situazione assurda" pensò "passi la vita a sognare donne del genere e quando te ne capita una ci fai la figura del fesso." «Allora, si decide? Fra tre secondi la manderò al diavolo e andrò a prelevare il numero due della lista, che tra l'altro mi sta aspettando.» «Non so di che lista parli» replicò John tornando a chinarsi «ma, dopo avermi riservato l'onore della prima posizione, perché ha dato appuntamento agli altri e non a me?» «L'avrei fatto, se solo avesse l'accortezza di lasciare un recapito quando va a spasso per il mondo.» Non poteva darle torto: era stato in Europa quasi un mese senza mai informare nessuno sui suoi spostamenti. «E chi sarebbe il numero due?» chiese salendo sull'auto. Senza rispondere la signora spostò la leva del cambio automatico in posizione di marcia e incuneò la vettura nella colonna di veicoli scatenando un altro coro di strombazzi. «Se smette di guardarmi le gambe e mi ascolta» esordì «le dirò cosa voglio.» «Non ci crederà, ma sono dotato di occhi e orecchie indipendenti.» Era abituato a trattare con gente del genere e sapeva per esperienza quanto gli snob adorassero mostrarsi accondiscendenti verso gli intellettuali e i loro tentativi di affermare la propria dignità. Che in quel caso si trattasse di una donna, e parecchio affascinante, l'aveva colto impreparato, ma si stava riprendendo. E pensandoci bene, anche la sua reazione impacciata alla richiesta di salire in auto era stata del tutto adeguata a quanto ci si aspettava da lui. «Tra poco più di tre ore» proseguì la donna ignorando la battuta «batteranno all'asta un incunabolo che voglio aggiungere alla mia collezione. Quello che le chiedo, e per cui sono a disposta a offrire un compenso adeguato, è un suo parere sull'autenticità dell'opera.» «Non ha l'aria di una che si interessa di incunaboli.» «Se è per questo, ho forse l'aspetto di una che non fa sesso da più di due mesi?» Perso l'attimo per una risposta brillante, piuttosto che cadere nella trappola, John preferì tacere. Con la coda dell'occhio la vide serrare appena le labbra. «Di cosa si tratta?» chiese lasciando cadere l'argomento. «Una biografia di San Francesco, della quale posseggo già una copia manoscritta e miniata.» «Interessante. E quale sarebbe?» «Tractatus de miraculis Sancti Francisci di Tommaso da Celano, miniato da Oderisi da Gubbio.» Fingendo di assecondarla John sorrise e declamò: «Oh! diss'io lui, non se' tu Oderisi, l'onor d'Agobbio, e l'onor di quell'arte ch'alluminare, chiamata è in Parisi?» «Frate, diss'elli,» proseguì lei in discreto italiano «più ridon le carte che pennelleggia Franco Bolognese: l'onore è tutto or suo, e mio in parte. Divina Commedia, Purgatorio, canto undicesimo.» John sobbalzò, il sorriso congelato sulle labbra. «Non vorrà dirmi che conosce tutta la Divina Commedia a memoria?» «E lei?» «Per la verità conosco pochi altri versi» balbettò lui sbigottito. «Forse anch'io. Allora? È disposto a fare la perizia che le ho chiesto?» Ancora interdetto, John boccheggiò diverse volte prima di ritrovare la parola. «Aspetti un attimo, signora Carson. Non mi risulta che Oderisi da Gubbio abbia miniato l'opera che ha citato.» «Mi chiami Donna» lo interruppe lei «e se mi farà la cortesia di visitare casa mia sarò lieta di mostrarle che non scherzo. Ho anche un Legenda prima, scritto dal da Celano per papa Gregorio IX, un Legenda in usum chori, versione ridotta a cura dello steso autore, e un Legenda secunda.» Guardò l'orologio sul cruscotto. «Detto questo» aggiunse tamburellando con le dita sul volante «restano due ore e qurantasette minuti: spero che non si tirerà indietro.» «Ma...» «Non sono qui per ascoltare inutili espressioni di sorpresa. È dell'incunabolo che voglio parlare.» John si accorse di faticare ad assorbire il concetto di donna bella, colta e intelligente. Non che ci fosse qualcosa di strano in quella miscela, semplicemente non l'aveva mai sperimentata. «Allora lo faccia» disse per prendere tempo. «È attribuito ai tipografi Sweynheym e Pannartz» partì lei senza farsi pregare. «Stampato a Subiaco tra il 1465 e il 1468.» «Non mi risulta nemmeno questo.» «Infatti nessuno dei repertori lo cita, nemmeno il Repertorium né il Gesamtkatalog der Wiegendrucke. Per questo ho bisogno della sua consulenza. Non vorrei spendere una fortuna per poi accorgermi che si tratta di un falso, ma nemmeno perdere l'occasione di assicurarmi un'opera eccezionale nel caso fosse autentica.» «Gli altri cosa hanno detto?» «Gli altri chi?» «Se mi considerasse stupido non mi avrebbe interpellato, quindi non mi tratti come tale.» «Giusto» convenne Donna senza insistere. «Nessuno di quelli a cui mi sono rivolta se l'è sentita di dare un giudizio definitivo.» «E come è arrivata a me?» «Conoscenze comuni. E ora le dispiacerebbe occuparsi dell'incunabolo?» John la declassò da antipatica a insopportabile e si sforzò di pensare che la consulenza avrebbe ridato un po' di ossigeno al suo asfittico conto corrente. «Ha una descrizione dell'opera?» «Nel portadocumenti, sul sedile posteriore.» John slacciò la cintura di sicurezza e si contorse per arrivare alla valigetta. Se la pose sulle ginocchia e l'aprì. Sotto un ammasso di cianfrusaglie di tipico uso femminili trovò un catalogo. Christie's Parke?Bernet Asta di opere d'arte del tardo medioevo Sabato 16 giugno 2001. Ore 17. Rockefeller Center ? New York Le pagine erano state tutte strappate tranne quelle relative al lotto n.14, la prima delle quali riportava la foto del frontespizio miniato di un codice: in una cornice di foglie di acanto, attorno a un San Francesco a mani giunte, volavano una quantità di uccelli variopinti mentre ai piedi del santo erano accovacciati diversi animali domestici mescolati ad altri selvatici. John suppose che si trattasse di una xilografia colorata a mano ma, vista l'aria che tirava, preferì non commentare. La pagina seguente era la scheda identificativa del lotto. Titolo: Tractatus de miraculis Sancti Francisci Autore: Tommaso da Celano Lingua: latino N. immagini: 21 xilografie, delle quali una, sul frontespizio, dipinta a mano Epoca: 1465?1468 Tema: biografia di S. Francesco Tipo: incunabolo Editore: Sweynheym e Pannartz ? Subiaco Provenienza: collezione privata Supporto: pergamena Dimensioni: foglio (392x286), specchio (261x191) Copertina: tavolette di legno con dorso in pelle Condizione: incunabolo integro; qualche buco di insetti infestanti, specie nelle pagine iniziali; macchie di umidità nei margini delle pagine iniziali e finali. Descrizione: unica edizione nota di questo codice, l'esemplare proviene da una collezione privata alla quale appartiene da tempo immemorabile. Data e luogo di stampa sono riportati nell'ultima pagina. Il frontespizio reca un'ammirabile xilografia dipinta a mano con uso diffuso di lapislazzuli e foglia d'oro. I margini dei fogli sono fittamente annotati: alle postille rosse, che sono le più numerose, se ne affiancano altre in inchiostro bruno appuntate da mano diversa. Base d'asta: $ 400.000 John alzò gli occhi dal fascicolo. «Provenienza piuttosto oscura.» «Risparmi le banalità, professor Forrest, so elaborarne a iosa anche da sola.» «Credevo che il chiamarsi per nome fosse reciproco. O preferisce ristabilire le distanze per le banalità che dico?» «Se fare lo spiritoso non è determinante per il suo metodo di indagine la inviterei ad astenersi da stupide battute. Suppongo immagini che quel codice non sarà aggiudicato per meno di un milione di dollari, una somma che nemmeno io posso permettermi di prendere alla leggera.» John ritenne inopportuno spiegare come lui, invece, su una cifra del genere poteva benissimo scherzare: a malapena sapeva con quanti zeri era scritta. Lesse in silenzio le altre informazioni contenute nel fascicolo, ma nessuna di esse documentava in modo definitivo la provenienza del codice, né come fosse finito nella collezione. Una ventina di minuti dopo Donna fermò l'auto e scese. Scorgendo il Prometeo dorato John capì che erano arrivati in Rockefeller Plaza. Un giovane elegante si avvicinò e scambiò qualche parola con Donna che gli passò le chiavi della vettura e si avviò decisa verso una porta a vetri girevole. Al dito medio della mano che si allungò sul tavolo di mogano per prendere il cellulare era infilato un grosso anello. «Sono arrivati» disse chi aveva chiamato.

Nota: Incunabolo è stato pubblicato nel 2007 da Il Punto d'Incontro

http://www.riccardomerendi.altervista.org



Commenti

pubblicato il 24/03/2006 20.49.54
Lampidibuio di Chiara Onofri, ha scritto: L'inizio promette bene....coinvolgente e ben scritto.

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