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lavoro pubblicato giovedì 23 marzo 2006
ultima lettura giovedì 16 novembre 2017

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Prodigio

di DiEcoLaNemesi. Letto 816 volte. Dallo scaffale Generico

Prodigio L'uomo si abbracciò, come se quello potesse essere il solo abbraccio possibile. Era una sagoma di buio nel buio spalancato dal...

Prodigio L'uomo si abbracciò, come se quello potesse essere il solo abbraccio possibile. Era una sagoma di buio nel buio spalancato dal balcone aperto. La notte si scioglieva in grosse gocce, scoprendo una tela nera che se pure si fosse squarciata avrebbe mostrato solo altro nero. Era il colore del destino quel giorno. Il vento gelido animava la tenda come un folle mimo balbuziente che non sapesse che dire. Frammenti di cielo contaminavano un pavimento che tra non molto si sarebbe liquefatto a liberare cadute. Per strada le stelle erano precipitate nelle pozzanghere, a luccicare riflessi di scheletrici lampioni e stop di macchine che rincorrevano le segnalate solitudini di altre auto. La vita è così: un'accozzaglia di sensazioni. Rumori ripetuti e ancora e ancora. Ti premono sulle tempie, e a volte ti schiacciano fuori un urlo: invece quasi ti saresti aspettato materia cerebrale gridata via. L'uomo pensava questo, mentre attendeva che il cielo smettesse di allargarsi sul pavimento della stanza. La foto che stringeva stava disfacendosi tra le mani bagnate. La fissò nonostante l'oscurità, o proprio per quello. Un frammento di vita aveva macchiato della carta fotografica, come uno schizzo di caffè o di sangue impressiona una cravatta. Ed ora si scioglieva nell'acqua: come tutto in quella notte. Siamo una fotografia in mano d'altri. Saremo tutti una fottuta foto tra le mani di qualcuno che piangerà o s'interrogherà su quell'immagine. O nessuna delle due. E' tutto qui il senso della vita? L'uomo si voltò, mostrando la metà oscura di una luna completamente buia. Fissò la stanza. La voleva guardare prima che il pavimento finisse di divenire cielo e gli si aprisse sotto i piedi, di lui che non se l'era mai cavata neppure a camminare, figurarsi a volare. Guardò ogni oggetto di quel luogo come un cieco guarda i suoni. Sapeva di ognuno, e di ognuno la collocazione. Una volta che convivi con i tuoi ninnoli è come se gli dessi un pezzo della tua anima. E che dentro di essi divenisse anima loro. Come con un figlio a cui la madre da la vita, che non rimane un pezzo di carne sua. Gli oggetti hanno un loro carattere, una loro storia, le loro paure. Ad esempio, quell'orsacchiotto di cristallo in quel buio a destra. Lui ha paura di cadere, eppure affronta il proprio timore con l'ironia dipinta sul volto. Alcuni mobili hanno i propri vezzi, oppure le proprie trasandatezze. A volte, di alcuni, in passato era stato tentato di fornirli di guinzaglio e portarli a spasso, se non a fare bisognini, quantomeno per condividere una passeggiata. E quel peluche, lì, quel cagnolino, sul piccolo letto nel buio in fondo, con quell'espressione così malinconica... in un'attesa che sarebbe stata eterna. Forse lo aveva sempre saputo il peluche, ma solo ora era chiaro il senso di quella tristezza di occhi abbottonati su un segreto. L'uomo si era interrogato sul perché per molti fosse più facile piangere di fronte agli oggetti di un defunto che non di fronte al corpo di questi. Forse perché nella morte il corpo mantiene poco di quella persona: di minuto in minuto più estraneo. Ma i suoi oggetti sono come amici vivi che hanno condiviso un'esistenza con lei e che di lei ci raccontano. Chissà, è forse negli oggetti il nostro aldilà. Nulla alogeni di un qualche camion si spostarono improvvisi su una parete a riempire paradossi, a negarsi con la presenza l'assenza. La stanza rischiarata per un secondo: non svelata ad un mio rapido sguardo. Invece come se avesse, per un istante, sollevato una palpebra e fosse stata lei a fissare me. Quel chiarore non aveva rivelato. Aveva coperto con un pallido lenzuolo la verità della notte, di quella stanza senza luce, degli sguardi sussurrati degli oggetti, delle lacrime cucite negli occhi di bottone di un orsacchiotto che non avrebbe mai più abbracciato la sua compagna di sonno. L'uomo sentiva che non aveva potuto controllare nulla della propria esistenza. Per quanto si fosse sforzato, per quanto avesse tentato con ogni premura. La vita è un gigante con cui cammini assieme e a volte che ti cammina addosso: è solo un caso che non ti schiacci a dieci anni invece che a ottanta. O che non lo faccia con chi ami. Non è inconcepibile che un figlio possa morire? Una madre da la vita al proprio bambino. Forse è il padre, allora, che ha in sé il gene della morte. «Sopravviveremo insieme, nelle nostre foto. Nei nostri giochi. Nella nostra tavola in cucina o nel divano dove ridevamo per un film, nei libri mille volte sfogliati dello studio, in tutti i nostri mobili, che come cuccioli aspetteranno per sempre il ritorno del proprio padrone. Poi le foto diverranno color seppia tra mani estranee. I mobili perderanno il loro alone di malinconia e cominceranno a impregnarsi di lucide storie d'altri, sfrattando i nostri ricordi; oppure si lasceranno morire per inedia di nostre risate, capita l'inutile attesa. Spero solo che quando non potremo più stare assieme neppure nelle nostre cose, si possa continuare ad essere una famiglia: da qualche parte, in qualche modo, o in qualche tempo. Perché è la sola cosa che mi spaventa: perdervi per sempre.». Non aveva avuto alcun controllo sulla sua esistenza, sulla sua vita, sulle loro morti. Non aveva potuto proteggerli. Voleva essere almeno il solo padrone della propria morte. Aveva preparato tutto, ogni dettaglio, per rendere la propria disperazione un rituale di rivalsa verso la vita, di dignità e di libertà nella morte, soprattutto una dichiarazione d' amore. Preparò il cappio. Sistemò la sedia sotto il grande lampadario. E vi salì sopra. Da lassù vide dai riflessi che l'acqua aveva terminato la sua opera, rendendo il pavimento cielo verso cui volare per sempre. Il suo. Il cielo che aveva scelto di morire. Di morire nel volo senza caduta tra un cielo fragile ma amato e uno che lo bramasse. Solo la libertà degli uccelli ha l'aria sia sopra che sotto le proprie ali. Strinse lo scorsoio attorno al proprio collo. E cominciò a legare la corda al cavo del lampadario. In quell'istante la stanza sembrò esplodere di luce, e quasi gli parve che tutti i suoi oggetti stessero urlando una disperazione unisona. Gli ci volle un momento a capire il perché. Non aveva ancora fissato la corda al lampadario. Ma ora sapeva che non avrebbe più potuto farlo. Qualche minuto prima aveva pensato che per una volta avrebbe davvero deciso, per una volta sarebbe stato solo lui l'estremo artefice del proprio destino. Ma quell'urlo di luce gli aveva fatto capire che non sarebbe andata così. Uno dei cavi del lampadario doveva essere lacerato. E lui stava morendo fulminato tra i disperati singhiozzi di luce della stanza. Avrebbe voluto morire tra due cieli, non così. Avrebbe voluto che gli oggetti che avevano amato la sua famiglia fossero l'ultima dissolvenza, un velo di vita sui suoi occhi spenti. Invece sarebbe morto nella bestemmia di colori sconosciuti e chimici fissando una mano che maledice e strangola un soffitto vuoto. Impiccò la propria anima alla lacrima che stava scivolando da una ciglia, sperando che non incontrasse una goccia di pioggia, sul volto bagnato, a salvarla dalla caduta, dal volo di quell'ultimo dolore, da quella sola libertà. Tony P., 21 marzo 2006


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