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lavoro pubblicato martedì 21 marzo 2006
ultima lettura martedì 21 novembre 2017

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L'OCCASO DI UNA LUCERNA (XII)

di Dunklenacht. Letto 922 volte. Dallo scaffale Amore

CAPITOLO DODICESIMO Il piccolo Johannes fuggì e fuggì, ma fu tutto inutile, oh, sì! La perfida e il dottor K. lo inseguivano, attrave...

CAPITOLO DODICESIMO

 

 

Il piccolo Johannes fuggì e fuggì, ma fu tutto inutile, oh, sì! La perfida e il dottor K. lo inseguivano, attraverso le lugubri stanze di una clinica dove si consumava l’agonia.

 

-         Mamma! – chiamava il piccolo.

 

Desiderava vederla, oh, sì, lo desiderava tanto, fosse stata l’ultima cosa della sua vita, ma non sapeva, oh, non sapeva ciò che lo aspettava.

 

Entrò nella stanza triste…

 

Il corpo di sua madre era attaccato a mille fili di plastica, di lei, più nulla restava, se non una treccia di capelli rossi.

 

Cielo!

 

Ebbe l’impressione di non vedere altro che un teschio, racchiuso in quella cornice di bei capelli!

 

-         Mamma! – gridò.

 

Era soffocata dalle macchine, che allungavano la sua agonia; non era cosciente, ma trovò egualmente la forza per regalargli un ultimo abbraccio, l’ultimo, della sua vita.

 

-         Ti voglio bene…

 

La povera moribonda non poté donargli altro che queste parole, inutili e tristi, oh, sì! La bella morì in quell’istante, abbracciando il suo bambino.

 

Cielo!

 

Il piccolo Johannes ancora stringeva quel corpo morto, quando si misero una mano sulla spalla, un’ombra nera lo avvolse, erano loro, i malvagi… Avevano vinto.

 

-         Il decesso è avvenuto per collasso cardiocircolatorio alle tredici e zero cinque, ahahaha! – ghignò il terribile dottor K., mentre prendeva un foglio bianco, da macchiare con l’inchiostro color della morte, per redigere il certificato richiesto dalla legge.

 

Il piccolo Johannes cercò di scappare di nuovo, ma le braccia della Strega del Mare lo trattennero. Sì, la perfida lo fermò con i suoi artigli.

 

-         No, tesoro, no, dove vuoi andare? Adesso devi vedere quello che succederà alla tua cara mammina!

 

Lo facevano piangere, sì!

 

Il crudele dottor K. andò a prendere un telo di plastica, trasparente e bruttissimo: sembrava uno di quei sacchi nei quali si suole depositare la spazzatura. Voleva riporvi la povera morta!

 

-         Adesso ti accorgerai della crudezza dell’umana sorte! Ah, davvero miserabile è il mortale, tanto ignaro del suo destino quanta è la paura che per questo lo assilla durante tutta la sua vita!

 

Così disse la fattucchiera. E il feroce medico le fece eco:

 

-         Tale è la natura umana, da essere invidiosa di ogni altra sorte. Chi mai è più disperato, di colui che non conosce il perché del suo dolore, né ciò che lo attende dopo il decesso? Ah, l’uomo, sin dall’istante del suo concepimento, egli è dannato! Tant’è amaro il suo sopravvivere, che deve nutrirsi d’illusioni! Lavora e soffre per la morte, che disperde le opere sue come cenere al vento!

 

Le due voci avevano intonato un canto terribile e maledettamente triste.

 

Era un modo di schernirlo.

 

 - Mamma! – urlava il piccolo Johannes.

 

-         Tua madre è morta, bambino mio, ahahahaha!

 

Questo gli rispose la Strega del Mare e, spalancando il suo nero manto, lo avvolse nella sua disperazione.

 

Ma da dov’era venuta, quale era la vera storia di quell’essere crudele? Elke, in vita sua, aveva creduto di intuire il passato che si celava in quelle pupille maledette.

 

Ricordo una visione.

 

Lei, favolosa, vestita come una viola, io non so bene il suo nome, quel languido nome. Era la Figlia del Mare.

 

E alle sue spalle, c’era un oceano turchino, celeste quanto il cristallo più puro, e limpido, sublime, soave. All’ingenua piaceva bagnarsi in quelle acque.

 

Con quei suoi occhi fatati, vedeva le azzurre tamerici da lontano, i magici raggi della luna e del sole, le nuvole bianche. Tutto sembrava un sogno radioso.

 

A volte, le capitava di abbassare le palpebre. Allora, le sembrava di diventare stella marina, conchiglia, o perla di mare.

 

Possibile?

 

Sì…

 

Le onde le sfioravano la candida pelle, i capelli suoi sembravano fatti di scintille di luce, e lei affondava, giù, giù, nell’acqua, semplicemente, così…

 

Pareva che le onde si commuovessero, toccando le membra della sublime fanciulla. Le sussurravano. La cullavano. La baciavano. La accarezzavano. Le raccontavano favole.

 

Poi, svanivano.

 

I ricordi mi assalgono… L’eco di una maledizione, di un maleficio, mi raggiunge. Sono parole di ghiaccio! Sono parole nere, quanto il carbone! Sono parole di pece…

 

Si mescolano a quel vecchio miracolo di illusioni, fatto della luce del sole, che giocava con le onde del mare, e lei, quel volto, dipinto in una visione malinconica, nella quale volavano una melodia sconosciuta ed un suono di tamburi, fatti di bambù.

 

Mi viene in mente di quella volta… Oh, tutto era grigio, quel giorno, sulla spiaggia non c’era anima viva. Ma la misteriosa creatura vagava nella tormenta, alla ricerca di un raggio di sole.

 

Aveva visto un gabbiano, sapete?

 

Era un gabbiano grande, con le ali bianche, che servivano a volare lontano, e lei voleva giocare con quel volatile grazioso, tanto, tanto grazioso, sì.

 

Il caro animale non fuggiva… Oh, no, quasi si lasciava prendere, afferrare dolcemente per le zampe, allegramente, tanto allegramente, che… Oh!

 

La giovane l’aveva rincorso, prima di riuscire ad acchiapparlo. E lo pregava, lo supplicava di aprire le grandi ali e di portarla con sé, in cielo.

 

Mi ricordo ancora il suono un po’ cupo della voce sua… Era simile a quella del vento, quando ululava disperato nella gola. Il vento soffocava le sue parole. Diceva:

 

-         Avanti, su, vola! Vola, portami in alto, portami lontano, insieme a te! Portami lassù, lassù, dove voleremo insieme, sì, così…

 

Allora, le sembrava di volare. Il gabbiano bianco ripeteva sempre il suo verso un po’ roco: era una specie di risata, di sorriso, che parlava di malinconie e di grigiore.

 

La Figlia del Mare aveva una ghirlanda, grande e bianca, fatta dei fiori del nord, che crescevano chissà dove, chissà dove…

 

Sembravano girasoli, di cui tanto volentieri ella adornava le chiome e le membra eburnee, fingendo di essere una sposa, nel giorno delle proprie nozze.

 

Io non so che cosa cantasse, in quegli istanti. Erano canti di paesi sconosciuti, che contenevano tutto il dolore e l’affanno del suo popolo, ma anche le gioie segrete che la vita, a volte, può riservare.

 

Qualcuno, per farle paura, le aveva raccontato storie di annegati e di malinconie. Ma lei non ci aveva creduto. Era amica degli avvoltoi e delle aquile, le piacevano le montagne e i ghiacciai, nonché le storie di giganti, incatenati alle rocce.

 

Un giorno, vide passare lungo il mare freddo una grande nave, non so se fosse un veliero, oppure un galeone. Era sola sulla spiaggia e si mise a fare delle segnalazioni col fazzoletto.

 

Fu allora che conobbe il Pirata Vichingo, uomo celebrato da mille leggende e che pochi avevano visto in carne ed ossa. Sul capo portava un cappello, ornato di piume di cormorano, stava spesso a torso nudo, anche quando cadeva la neve… Era un eroe scandinavo, che, secondo alcuni, cavalcava gli unicorni. Portava un manto di visone dorato, pregiatissimo, degli stivali neri, e ad una bandoliera vermiglia: la teneva a contatto con la pelle nuda e vi era sempre appesa la Sciabola Stregata.

 

Ah, sì, quell’arma era maledetta, maledetta! Lo rendeva invincibile ed era grazie ad essa che aveva assaltato mille navi colme d’oro.

 

Erano stati gli spiriti a fargli trovare la Sciabola Stregata… Voi dovete sapere che quel brando era cresciuto e germogliato come una pianta, nata sulla terra maledetta. L’avevano fecondata l’odio e la vendetta, la superbia invincibile e la violenza, prima che il coraggioso la trovasse!

 

Quel ferro si era bagnato del sangue di mille uomini. E grazie ad essa, il Pirata Vichingo aveva sempre riportato la vittoria su tutti i suoi nemici.

 

Egli era un uomo crudele che, innamoratosi delle belle forme della misteriosa giovane, la volle rapire. Ella cedette alle sue lusinghe e lui la possedette, la stuprò.

 

A prua del galeone era incatenato un avvoltoio parlante. Di tanto in tanto, profetizzava il destino. E sapeva gracchiare, mescolando ai suoi versi rochi e tenebrosi le parole umane.

 

Quell’animale aveva parlato, aveva narrato la sorte della Figlia del Mare e del Pirata Vichingo… Sarebbero periti insieme, durante un assalto, o forse, un abbordaggio, nel tentativo di conquistare un forziere pieno di mille e mille monete d’oro, no, di lingotti d’argento…

 

Non so bene cosa accadde. Ricordo soltanto che la Sciabola Stregata precipitò negli abissi e i due amanti maledetti affondavano nell’oceano del nord, abbracciati insieme, chiusi in una botte…

 

E poi… Oh, Cielo, non chiedetemi, no, non chiedetemi che cosa accadde poi! La luce del sole di mezzanotte mi abbaglia, i suoi lampi scarlatti, quei riflessi color del sangue mi accecano!

 

Vedo delle nuvole nere, trafitte da dei raggi rossastri, simili a spade, costruite dalle divinità pagane che abitavano quei cieli perduti.

 

Era lei, era lei, la Strega del Mare, che emergeva urlando dalle profondità marine, frantumando i ghiacci, come vetri infranti! Un’esplosione di spruzzi, le acque, le nevi, i ghiacci, bruciati dalle fiamme, levarsi fino al cielo…

 

Questo, questo accadde, mentre i Figli del Nord, uomini dalle lunghe barbe bionde e dai corpi giganteschi e nudi, uscivano dall’acqua e facevano squillare le loro trombe d’oro.

 

La perfida era nata dall’amore maledetto fra il Pirata Vichingo e la Figlia del Mare. Teneva tra le sue braccia una donna nuda, che simboleggiava Elke…

 

-         A me, forze della natura! – gridava, tra gli squilli di trombe. – A me!

 

E strinse un patto, uno scellerato patto, col mare, i venti e la bufera.

 

Infelice, infelice la sua vittima! Come avrebbe voluto, la bella giudice, poter amare ancora il suo Johannes…

 

Oh, sì! Farsi sorprendere nuda, con indosso soltanto la sua toga, dal suo amante, dal suo uomo, che la prendeva tra le sue braccia e la alzava fino al cielo!

 

Lei rideva, gli dava dei baci con le sue belle labbra, recitando, come per gioco, qualche articolo dei suoi codici… Impugnava per scherzo il martello della legge, quello che usava alle udienze, quando era in buona salute, e lo batteva teneramente sulla testa del suo amante, come per fargli una carezza…

 

Gli diceva che forse un giorno lo avrebbe messo in galera, per punizione… Ma sarebbero stati insieme tutto il tempo!

 

Elke avvolgeva il suo amore nella sua toga, i loro corpi nudi erano stretti in quella specie di mantello… Lei gli chiedeva di fare l’amore lì, così, semplicemente, tanto, tanto appassionatamente…

 

Si era fatta le trecce e le usava per carezzare, vezzeggiare il corpo del suo Johannes… Come gli voleva bene! Quanto si amavano!

 

Le sembrava fossero soli, distesi sul banco degli imputati, o sul Sacro Altare della Corte, lei stava sotto di lui, erano ansanti, erano ansanti, una voce misteriosa recitava gli articoli di legge violati, no, anzi, quelli che imponevano loro di congiungersi carnalmente e di essere felici!

 

Non rispettarli, sì, solo non accoppiarsi, significava trasgredire.

 

Le fiamme si erano accese e bruciavano ogni cosa, bruciavano le pagine dei libri, bruciavano i loro corpi, bruciavano le toghe, il legno e il pavimento, i quadri di pittori scandinavi che abbellivano le pareti, i banchi per il pubblico, allora vuoti.

 

-         Brucia con me, brucia, Johannes – sussurrava Elke. – Bruciamo insieme, per sempre!

 

Era come essere ritornata vergine, ma soltanto per provare il piacere di farsi deflorare di nuovo. Era possedere tutta la vita, in un istante, avere l’anima al posto del corpo, il corpo al posto dell’anima, gli occhi al posto della pelle, la pelle al posto del cuore.

 

Un’illusione confusa, sì, un’illusione, fatta di travolgenti abbracci e di tempeste dei sensi, di folle follia e triste tristezza ad un tempo: questo, nient’altro, era ciò che torturava e carezzava i due amanti in quei momenti perduti…

 

E pensare, oh, e pensare che esisteva il dolore, la sofferenza, la morte, l’affanno, la malattia, il destino, la sventura e il presentimento… Ma tutto questo era niente, niente, di fronte a tanta immensa ricchezza di pelle, di piacere ardente, di sensazioni brucianti.

 

Il cuore di Elke palpitava forte… Era per la felicità, sì, per la felicità, solo per quella… Un sentimento raro nella sua vita, tanto, che forse l’aveva conosciuto appena, così come aveva conosciuto appena il suo amore.

 

E le betulle si muovevano leggere nel vento… Erano anime parlanti, che conoscevano uno per uno i misteri di quei luoghi lontani. S’udivano le voci dei gufi e i canti dei corvi. I tetti spioventi delle case erano ammantati di neve.

 

Qualche cervo errava solitario in mezzo ai boschi, dove, si diceva, abitassero i lupi, che, durante le notti di bufera, davano l’assalto ai viandanti. L’ultimo vichingo parlava alla luna, quando saliva nel cielo, o si impossessava dei deboli raggi del sole, per farsene un mantello.

 

Si raccontavano mille leggende; la più cupa di esse stava per avverarsi proprio allora, sì!

 

Era nera ed aveva le mani fredde, fatte per stringere forte ed accarezzare due guance nude e bianche… Sapeva di mistero, come il canto delle tortore, quando volano in stormi, o si posano al suolo.

 

Il sortilegio maledetto voleva che il piccolo Johannes riaprisse gli occhi suoi per guardare il volto della morte.

 

Il mare era terribile e triste.

 

La Strega stava in cima alla rupe, tra le sue braccia, teneva il corpo morto della povera Elke. L’avevano avvolta nella sua toga, quel bell’abito che tanto le donava e che l’aveva vestita durante tutta la sua esistenza.

 

Oh, sì, lei, lei, lei, perfida, doveva seppellirla! A compiere quel gesto, doveva essere lo stesso demonio che aveva ucciso l’infelice!

 

Il fanciullo piangeva…

 

Ma la collera della Strega del Mare era terribile e non conosceva confini!

 

Forse, era immensa, quanto il suo odio. Ed ecco, io mi ricordo quei lunghi capelli scarmigliati, che toccavano il corpo della bella, quel lungo manto, che volava nel vento, la furia delle onde, la spuma bianca, e tutto che brillava di luce sinistra.

 

La toga della giudice aveva preso fuoco e le fiamme se la divorarono.

 

Ad un tratto, il sole sbucò dalla coltre di nubi. Era freddo, accecante, crudele, quanto il castigo.

 

Il corpo di Elke precipitava giù…

 

Poi, non apparve che come un ammasso di ossa grigie, un teschio, che si disintegrava sugli scogli, e nulla più.

 

Lei, lo splendore triste dei suoi occhi, i suoi bei capelli di porpora, non erano che questo: uno scheletro che si trasformava in cenere.

 

Questo, e nient’altro!

 

La Strega sghignazzava dall’alto della rupe. Il piccolo Johannes salutò per l’ultima volta l’amata madre.

 

La terra era diventata grigia, color cenere… La luce non avrebbe penetrato mai più la coltre di lugubre immenso che avvolgeva il cielo.

 

Il piccolo Johannes fuggiva, solo nella folla dei mortali.

 

E incontrava figure di fantasmi, vecchie senza volto, diavoli, vestiti di mantelli neri, che cercavano di rapirlo o di deriderlo.

 

Non un filo d’erba più generava l’infertile terra.

 

Il fanciullo correva spaventato nell’immensità deserta, inseguito da un vento di bufera, nel quale s’udiva l’eco delle voci degli uomini malvagi.

 

Egli sussurrava invano il nome della sua mamma.

 

Il bel volto di lei era svanito nella polvere. E la vita non ricordava più il suo nome, il suo amato e caro nome.

 

Sì, così, come le vecchie betulle non ricordavano più la luce del sole!

 

Rammento che il piccolo Johannes giaceva triste sulla neve, desolata e fredda, quando una voce lontana gli giunse:

 

-         Figlio mio, le mie braccia non potranno cingerti, né consolarti dopo il pianto, mai più, per sempre, sì, per sempre…

 

Poi, più nulla.

 

Più nulla!

 

La mano del Male cercava il fanciullo, così come egli, invano, cercava sua madre.

 

Ricordo una giornata di luce triste, faceva freddo tanto freddo, lungo la spiaggia deserta, spazzata dal vento. Il mare era ricoperto di ghiaccio.

 

La sabbia volava nell’aria gelida, come neve dorata e immensa. Un miraggio sinistro, inenarrabile, brillava lontano, sull’acqua. Ardeva, come una fiamma.

 

Il piccolo Johannes aveva visto un’ombra, sugli scogli…

 

Appoggiata ad una roccia, stava una figura di donna, avvolta in un mantello nero, i lunghi capelli biondi al vento.

 

Era voltata verso settentrione, senza mostrare i suoi lineamenti, forse, di perla. Il fanciullo corse, corse, verso di lei, follemente, perché aveva creduto di riconoscere la persona cara che aveva perduto, e che, forse, non l’avrebbe mai più abbracciato.

 

-         Mamma! – gridava. – Sei tu? Mamma!

 

Ma non era lei, no! La figura misteriosa si voltò, era la perfida Strega del Mare! Allargò il suo nero manto, che volava nel vento, e strinse a sé l’innocente, sì, tra le sue braccia maledette, sogghignando:

 

-         Ahahaha! Ti ho preso! E adesso farò di te ciò che vorrò! Ih ih… Bambino mio, ti manca la mammina? Non sai? Adesso, i vermi la divorano!

 

Non voglio ricordare altro di quegli istanti di morte… La perfida avvinceva tra le sue braccia di ferro il povero piccolo Johannes… Venne una folata di vento gelido, che sollevando una nube di sabbia, fece svanire quell’immagine triste, così.

 

Ricordo che mi parve come di vedere un volto bianco, d’argento, disegnato nel cielo freddo. Forse, era quello di Elke, sì…

 

Quegli occhi brillavano ancora di smeraldo, ma erano lontani, tanto, tanto lontani, che nessuno poteva ammirarli.

 

La povera giovane piangeva, perché la mano sua più non poteva sfiorare il volto dell’amato figliolo, né poteva difenderlo dai malvagi.

 

Era vestita con la sua toga, portava il bavero e le erano ricresciuti i meravigliosi capelli rossi, che rilucevano come fiamme sul nero sgargiante del suo bell’abito. In mano, teneva un codice…

 

Brillava, brillava, lontana…

 

Dietro di lei sembrava di scorgere la scritta, a lettere dorate: “VOR DER GESETZ SIND ALLE GLEICH”.

 

Le labbra sue, rosse come l’amore profondo, si socchiusero, per un istante.

 

E mi parve di udire:

 

 - Non fategli del male! Non fate del male al mio bambino, anime maledette! In nome del mio ricordo triste…

 

Ma era una voce sfumata e lieve, tanto, che neppure avreste potuto dirla umana. Forse, non era che il fruscio del vento tra gli alberi spogli, una folata di gelo, che sollevava la polvere grigia.

 

Uno stormo di corvi si alzò in volo.

 

E il mio sguardo più non poté sfiorare quel volto, mentre svaniva, in quella nube di ali nere, forse, per sempre.

 

Addio…

 

Ricordi!

 

Rammento di come il piccolo Johannes fosse stato portato su di una rupe dalla perfida Strega del Mare.

 

Sotto di loro, ruggiva l’abisso blu, freddo e spumeggiante!

 

La vecchia aveva appoggiato le sue mani sulle spalle del fanciullo e gli andava sussurrando mille cose tristi, sì!

 

-         Ascoltami… Dove credi che sia tua madre, adesso, eh?

 

-         Lei mi ha parlato di una carrozza, tirata da cavalli bianchi, che viene a prendere gli uomini, per farli vivere in un mondo migliore, sai? – risposero quegli occhi pieni d’ingenuità.

 

-         Ah, bugie! E sai perché te le ha raccontate? Per non farti piangere, illuso! A questo mondo si soffre e si muore! E non saperlo, significa farsi ancor più male… Lo sai? Io sono tua amica, sì, la tua migliore amica… Parlo per il tuo bene! Ih ih!

 

 

Il piccolo piangeva… Perché la perfida gli parlava di cenere e violenze, di vermi, di lacrime e di sogni infranti! Ed era apparso anche il suo fedele servitore, il dottor K., che aveva dimesso il camice bianco e si mostrava qual era: un nero avvoltoio che volava, gracchiando, nel cielo.

 

La Strega del Mare legò il piccolo Johannes ad una roccia. Sotto di lui, il precipizio, le onde, che muggivano.

 

-         Ahahahaha! E’ inutile che la chiami! Tua madre è morta! E adesso farò di te ciò che devo fare… Sei alla mia mercé!

 

Questo gli disse, scatenando i venti di bufera, suoi fratelli.

 

Il fanciullo aveva chiuso gli occhi suoi. Forse, li avrebbe riaperti nell’incubo.

 

Il dottor K. lo schiaffeggiò. Era di nuovo suo, nell’ospedale maledetto dove la povera Elke aveva incontrato la morte.

 

-         Ahaha! Bel bambino… - gli diceva il dottor K., guardandolo da dietro i suoi occhiali grigi e spessi. – Adesso sai che cosa faremo? Ti faremo provare la macchina del diavolo, ih ih!

 

E sghignazzava, sghignazzava, il cattivo; chissà, chissà che cosa aveva architettato nella sua mente malefica!

 

Il piccolo Johannes aveva visto una macchina terribile, piena di fili e di meccanismi, con una specie di elmo per imprigionare la testa dei malcapitati, e dei ganci d’acciaio per immobilizzare le loro membra.

 

-         Sì, sì! La macchina del diavolo! – urlò il dottor K.

 

Cielo!

 

Io non vorrei ricordare… Ma erano venute due inservienti grigie e rugose, che sogghignando in modo arcigno avevano immobilizzato il piccolo recalcitrante, per sottoporlo alla macchina terribile.

 

-         Su, caro, in fondo, ti stiamo facendo del bene! – fece il dottor K. – Vogliamo evitare che il morbo di tua madre possa radicarsi anche su di te, ih ih ih!

 

La macchina aveva come due occhi enormi, senza pupille, per guardare nell’animo delle persone e succhiarne il sangue.

 

Aveva due mani meccaniche, di ferro, per stringere forte, due braccia robuste, per cingere ed imprigionare chiunque.

 

Il dottor K. si era messo alle leve, per comandare quel mostro d’acciaio.

 

-         Smettila di strillare, piccolo discolo! Vedrai, vedrai, adesso avrai quello che ti meriti! Così finiscono tutti i birbanti come te! Ahaha!

 

Ma il piccolo Johannes non aveva fatto niente per meritarsi quel castigo.

 

Era prigioniero di quella macchina, i suoi occhi si chiudevano, mentre ancora riusciva ad accorgersi di come le fredde inservienti lo guardassero con degli occhi da far paura.

 

E gli facevano le boccacce, sì, lo prendevano in giro, mostrandogli le loro gengive sdentate, i loro volti rugosi, freddi, quanto la morte. Alcune alzavano la scopa, come per prenderlo a botte.

 

Dicevano:

 

-         Guarda, eh? Guarda, bambino, se tua madre morta può venire ad aiutarti adesso! Guarda se ci riesce! Chi muore cessa di esistere, i vermi lo divorano, e non c’è una Provvidenza a questo mondo!

 

Le inservienti erano vestite con delle divise grigie e portavano dei grembiuli che sembravano macchiati di sangue.

 

Al suono di quelle parole maledette, il figlio di Elke chiuse gli occhi suoi. Cielo, forse, non li avrebbe riaperti più!

 

Rammento i colori di belle primavere: il rosa, il verde, il blu, l’arancione e anche il giallo, sì.

 

Tutto sbocciava nella sua immensità, anche se c’era qualcosa di triste, nell’aria tranquilla.

 

C’era qualche rondine, ma anche qualche corvo, bigio bigio, che, gracchiando, si levava in alto nel cielo.

 

Il sole era bianco, di perla, lontano, malinconico, dietro i tetti della cittadina. A tratti, lo vedevamo sparire, dietro le nuvole bianche.

 

C’erano dei fanciulli, che, gli occhi chiusi con bende nere, facevano a rincorrersi, a rincorrersi, sì, a rincorrersi…

 

Si chiamavano.

 

Erano come i passeri, come i fringuelli che abitavano il cielo, ignari delle cose del mondo, ignari della luce e dell’ombra, del pianto, così come della gioia. Volavano, volavano, forse, per un solo giorno, abitando l’immenso, l’immenso…

 

Alcuni intrecciavano ghirlande colorate.

 

Poi, le lanciavano in aria, sperando che si compisse l’incantesimo che le avrebbe trasformate in colombe.

 

Così…

 

Il mare spumeggiava sempre, freddo e azzurro, sulle sue rocce. Sopra di lui, soltanto il cielo.

 

Una strega morta, o forse, il suo fantasma, giaceva sulla sabbia triste. Folate di vento sollevavano la sabbia, che, a poco a poco, copriva quella figura cupa ed il suo nero manto.

 

Alcuni si erano divertiti a prenderla a palle di neve. Altri, le avevano tirato i lunghi capelli, che sembravano stelle filanti. Altri ancora l’avevano scambiata per uno spaventapasseri.

 

E non si sapeva se dormisse, o se vegliasse, della veglia funebre dei morti.

 

La bufera scarmigliava quelle lunghe chiome, che brillavano di un oro sinistro, nella luce di ghiaccio.

 

La perfida stringeva ancora tra le sue mani la bacchetta di frassino, che le era servita in vita per farsi gioco del mondo, avviluppandolo nei suoi sortilegi.

 

E non si capiva se avesse sghignazzato o pianto, prima di chiudere gli occhi.

 

E non si sapeva se il suo nero manto doveva servirle da lugubre drappo, o per volare ancora.

 

Ed era di nuovo silenzio, rotto soltanto dalle voci dei corvi, che misteriosi, fatali, s’affollavano presso gli scogli, volavano a stormi, gracchiando, come in attesa del loro ultimo pasto.

 

Il mare spumeggiava sempre, freddo e azzurro, sulle sue rocce. Sopra di lui, soltanto il cielo. E la vita, ignara d’ogni altra sorte.

 

F I N E

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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