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lavoro pubblicato martedì 21 marzo 2006
ultima lettura martedì 21 novembre 2017

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the escape(4)

di Umalyn. Letto 1040 volte. Dallo scaffale Racconti

CHAPTER NINE Camminavano da quasi un’ora nella fredda oscurità della notte. Ielays a tratti cercava di addormentarsi ma temeva il freddo pung...

CHAPTER NINE

 

Camminavano da quasi un’ora nella fredda oscurità della notte. Ielays a tratti cercava di addormentarsi ma temeva il freddo pungente di quella regione: in fin dei conti indossava solo la camicia da notte. Sentiva Leiahel sbadigliare di tanto in tanto. Passarono vicino ad una panchina di legno e metallo, che costeggiava la via che stavano percorrendo.

«Vuoi che ci fermiamo, così riposi un po’?» chiese lei, reclinando indietro la testa e sorridendo leggermente, mentre tremava come una foglia.

«Sicura? Perché se forse cerchiamo di arrivare prima…».

«No. Devi stare calmo, anche se per poco. Stai continuando a sbadigliare: tra un po’ cadi dal sonno!». Sorrise anche lui.

La panchina non aveva i braccioli, così Leiahel spostò la carrozzina, mettendola perpendicolare alla panchina stessa, mentre lui si sedeva. Ielays continuava a tremare, con le braccia conserte sotto il cappotto di lana nera, dal quale spuntava il tubicino della flebo.

Il ragazzo si chinò poco sopra le sue ginocchia, scostando di poco il cappotto e iniziando a massaggiarle le gambe con le mani, stranamente tiepide. Ielays avvampò in volto: fortunatamente era buio e lui non poteva vederla arrossire.

«Che cosa stai facendo?» chiese, con una punta d’imbarazzo nella voce.

«Ti scaldo le gambe, siccome non ho trovato dei pantaloni.». Silenzio.

«È stata colpa mia: sono stato io a trascinarti in questo casino…Molto probabilmente chi mi sta dando la caccia ha saputo o scoperto che mi rifugio nella vostra Locanda. Scusa: vi sto creando un sacco di problemi.». Lei lo guardò un momento: aveva il capo abbassato, intento a scaldarle piedi e polpacci con le mani.

«Non sei tu la causa di questo. Non è la prima volta che cercano di uccidermi.» disse lei amaramente. Lui alzò il volto, fissandola.

«Tu? Perché vorrebbero ucciderti?».

«È una storia molto lunga e non credo che t’interessi…». Lui non chiese altre spiegazioni, continuando nel massaggiarle le gambe. Tra loro cadde nuovamente il silenzio.

 

«Erebo ci sei stato favorevole…- sussurrò lui – ora lascia posto ad Emera, per riscaldarci e asciugare la nostra tristezza…».

Ielays tese l’orecchio per ascoltare quella che poteva sembrare un’invocazione ad un’Entità superiore.

«Che cosa ha detto?» chiese con discrezione, fissandolo mentre era ancora a capo chino.

«Ringraziavo gli Dei.» rispose, distogliendo l’attenzione da ciò che stava facendo per guardarla.

«Dei?» incalzò lei, spinta dalla curiosità, mentre gli occhi le brillavano nell’oscurità.

«Voi non venerate gli Dei?». Lei scosse il capo, lui sorrise, fissandola.

«Devi sapere che, nella mia città d’origine, Fog Village, come anche nel resto della zona Nord, si praticano i cosiddetti “Culti Primigeni”, ossia una serie di riti atti a venerare gli Dei antichi, quelli che, per le nostre credenze, sono alla base della vita del mondo e del suo ordine.». Lei continuava a fissarlo, quasi fosse assetata di una conoscenza appena scoperta.

«Da noi vengono venerati Erebo, che è l’Oscurità, e Notte. Da loro vennero i restanti Dei, soprattutto Etere, la Luce Superiore, ed Emera, la Luce Diurna. Quest’ultima é sempre accompagnata da Eos, l’Aurora, ed Elio, il Sole: a loro è dovuto il ciclo vitale d’ogni essere su questa terra. Espero, l’Astro della Sera, accompagna sempre la sorella Selene, la Luna, che scandisce il tempo dei raccolti. Ponto, il Flutto Antico, ed Estia, il Fuoco Domestico, percorrono assieme le vie del cielo: opponendosi per le loro caratteristiche, s’attraggono.».

Ielays lo ascoltava estasiata e assorta, fissandolo mentre parlava di cose a lei sconosciute, di riti e magie antiche, tramandate dagli anziani per secoli.

«Io credo poco a tutto ciò e penso che sia solo superstizione. Non ho mai venerato tutti questi Dei. Le poche cose in cui credo sono l’Oscurità e la Notte, con alcune delle sue Astrazioni: Nemesi, Destino, Inganno. È stata l’esperienza a farmi ringraziare queste poche Divinità, altrimenti io sarei un vero e proprio materialista e non mi abbasserei di certo a delle stupide superstizioni.». Sembrava come se, con quell’affermazione, volesse quasi giustificare una sua debolezza. Si alzò dalla panchina e guardò l’orologio: era l’una passata.

«Proseguiamo il cammino, altrimenti non arriveremo mai. Dimmi: in questa Zona…».

«Da noi tutto è diverso: non abbiamo dei o divinità.» iniziò Ielays, bloccandolo. Il ragazzo la fissò con un’aria perplessa.

«Siete liberi da culti?» chiese stupito.

«No, anche noi abbiamo delle Entità che veneriamo, ma non erigiamo cappelle votive, non offriamo doni, non chiediamo la loro intercessione. Per noi queste Entità sono esistite e sempre esisteranno. Sono eterne, senza inizio né fine, perché, anche per noi, sono il fondamento della vita.».

«Di che tipo d’Entità parli?».

«Sono gli Elementi del mondo: Acqua, Aria, Terra e Fuoco. Sembra impossibile sostenere che esisteranno sino all’infinito, perché finiranno per esaurirsi. Secondo le convinzioni della gente che ancora crede a queste cose, non sono solo quattro elementi materiali, ma sono come degli spiriti eterni che vigilano sull’umanità. Per chi ci crede è una bella illusione.».

«Illusione?».

«Tutto era nato per rendere grazie dei primi abbondanti raccolti di una zona prettamente a carattere agricolo, che della coltivazione ha fatto la sua fortuna; un po’ come a Nord il commercio, ad Est il turismo e a Sud l’industria.».

«Questo è vero, ma perché sei così disillusa?io, personal…».

«Non mi sono trovata come te in situazioni che mi abbiano fatto creder in qualcosa di superiore. Credo in un ordine universale che domina l’umanità, ma che l’uomo può tranquillamente modificare a suo vantaggio, se è capace di usare quelle virtù che la natura propria dell’uomo gli ha affidato.». Tra i due vi fu una breve pausa.

 

«Se tu allora credi nell’uomo, non rischi di essere tradita e di trovarti senza un appoggio morale, dato che affermi che non esiste una qualche Entità superiore?». Ielays non rispose immediatamente, ma ci rifletté un momento.

«Credo a quella forza che muove l’umanità. Se parli di fiducia nell’uomo come principio di credo, sappi che l’umanità ha tradito largamente la fiducia che avevo riposto in lei, eppure sono ancora qui, non mi sono certo tagliata le vene dei polsi per non aver avuto un sostegno morale! Se l’uomo tradisce la mia fiducia e il mio credo in questa sua natura mortale, ho la virtù umana cui affidarmi. Ed essa, perché immateriale e spirituale, non può tradire la mia fiducia.». I due continuarono un bel pezzo di strada nel silenzio e nell’oscurità più totale. Ielays finì per riaddormentarsi.

 

Una casa grande e illuminata. Un grande giardino. Voci di bambini.

Una donna magra ed esile, vestita di rosa e di fiori. La gonna al vento dell’estate.

Capelli castani, corti, fluttuavano come onde nell’aria. Bella e pallida la donna.

Labbra di fuoco. Occhi chiusi, bocca serrata. Mani e braccia ossute stringono un bimbo.

Voci di bambini che si avvicinano. Leggeri, quasi evanescenti. Chiamano la madre.

Non risponde perché immobile. Ha di fronte una ragazza. Esile, vestita di grigio. Piange.

Perché versi lacrime, signorina? Sorride.

Perché ora vedo.

Che cosa vedi signorina?

Vedo una madre.

Madre?

Mia madre, signora. Mi tiene tra le braccia, vestita di rosa e fiori, nel verde. Si avvicinano.

Sei tu ciò che sarà questo fagottino?

Sono stata questa bimba? Si prende tra le braccia. Una carezza sulla guancia. La madre sorride.

Apre gli occhi. La fissa. Il destro verde. Azzurro il sinistro. Ritrova l’affetto da quegli occhi.

Non essere triste signorina: vedi il tuo vestito ora è rosa e fiori. Ho visto come diventerà il mio fagottino.

I bambini si allontanano. Lei si volta. Ci rivedremo.

Sente in sé il calore di un sorriso. Sorride. A presto signora.

 

Qualcosa la scosse un poco dal suo sonno ma era comunque troppo intorpidita perché riuscisse a svegliarsi del tutto, così ripiombò in una sorta di dormiveglia. In quel momento riuscì a ripensare alla sua famiglia unita, a quando sentiva che nulla poteva intaccare quel mondo perfetto.

Ricordava che vivevano in una casa grande, con un ampio giardino, con molti e alti alberi, querce e pini, dove si arrampicava da piccola, se i rami erano bassi. La madre era una donna elegantissima, anche quando indossava una semplice tuta da ginnastica: tutto le stava bene addosso.

Ogni tanto lei e sua sorella entravano di nascosto nella camera dei genitori, s’infilavano nell’armadio e si provavano i vestiti della madre, che, a volte, le scopriva, sorridendo nel vederle indossare abiti più grandi di loro, con, al collo, lunghe collane di perle.

Aveva i capelli castani e gli occhi di due colori differenti, magra in viso e longilinea.

Si ricordava che, di tanto in tanto, diceva loro che, quando sarebbero cresciute, avrebbero avuto vestiti più belli e più adatti alla loro età, e che avrebbero stupito le persone per la loro classe e il comportamento. Era fatta così. Non alzava mai il tono della voce, era sempre calma. Poteva alzare la voce solo in aula per richiamare gli avvocati e gli imputati: era un bravo giudice sua madre. L’unico autorizzato ad alzare la voce in casa era il padre.

Uomo alto, scuro di capelli con gli occhi grigi, sempre con la barba e i baffi. Era un politico molto rispettato, sostenitore di una monarchia innovativa e per questo, molte volte, era ritenuto scomodo. In fondo serviva il Paese con tutta la devozione possibile e aveva brillanti doti diplomatiche e retoriche: sentirlo parlare nelle Assemblee era meraviglioso. Incantava la gente con le parole. Era affascinante, aveva un carisma eccezionale.

Non ricordava come si fossero incontrati, né dopo quanto si erano sposati. Per sedici anni rimasero assieme, fino alla fine, senza lasciarsi un momento, nemmeno nelle difficoltà.

Eppure adorava così tanto sua madre che, quando se n’andò, si era chiesta il perché, e molte volte ancora se lo chiedeva.

Un brutto male se l’era portata via, l’aveva strappata ad un mondo idilliaco di felicità, senza che qualcuno potesse fare nulla per salvarla da quel cancro micidiale.

 

Leiahel sentì che singhiozzava. Si fermò nel buio della notte, le si avvicinò accucciandosi di fronte a lei.

«Ehi, che cosa succede? Ielays, perché piangi?» chiese scrollandola un poco. Si destò leggermente, aprendo un momento gli occhi e fissandolo. Gli si avvicinò lentamente, cingendogli con le braccia il collo, abbracciandolo, mentre continuava a singhiozzare sulla sua spalla. Pian piano riuscì a calmarsi, fino quasi a riaddormentarsi. Lui la scostò delicatamente, mentre lei mugolava, tirando un po’ su col naso.

«Spero che non sia colpa mia, e se lo è perdonami, qualunque cosa io abbia fatto. Adesso calmati e riposati, manca ancora molto a casa.». La baciò sulla guancia, tornando poi ad avanzare con lei sulla carrozzina nella notte pungente.

«Ielays…svegliati!» la scoté lui. Alzò quasi di scatto la testa, aprendo gli occhi. La flebile luce del sole del mattino colorava di rosa e arancione le nubi basse, che si ammassavano all’orizzonte. Sotto di sé non sentiva più la tela morbida della carrozzina, ma qualcosa di più duro. Voltò il capo e vide Leiahel seduto accanto a lei, con una mano sulla sua spalla e l’altra sul ginocchio. Gli lanciò un’occhiata torva.

«Che cosa succede?» chiese.

«Abbiamo fatto tardi: sono le sette passate, l’alba.».

«Come mai …».

«Avevo bisogno di riposo. Sulle due e qualcosa ho trovato questa panchina e, visto che tu già dormivi pesantemente, ti ho messo distesa qui sopra, con il cappotto per tenerti al caldo. Ho tolto i miei calzini e te li ho infilati perché avevo paura che ti gelassi i piedi; mi sono seduto sotto le tue ginocchia, cercando di coprirle con le braccia come meglio potevo…». Lei non sapeva se essergli grata oppure, appena avesse recuperato le forze, picchiarlo talmente forte da fargli perdere i sensi. In ogni caso non rispose.

«Ho chiamato tua sorella quando ho trovato un telefono pubblico abbastanza vicino…». Lei non rispose, guardando verso il cielo, che, a poco a poco, si tingeva di quel grigiore tipico del cielo di fine autunno.

Leiahel la guardò un momento, perplesso. Avrebbe voluto poter entrare nella sua mente per capire a cosa stava pensando, per capire le motivazioni dei suoi lunghi silenzi, delle sue espressioni dure e contrariate. Avrebbe voluto carpire tutti i segreti che nascondeva sotto gli aculei da riccio che aveva eretto attorno a sé. Gli sembrava una ragazza molto strana, forse alienata dal mondo, chiusa nei suoi problemi, in un certo qual modo, soggiogata dalle sue stesse paure e schiava delle circostanze, che l’avevano imprigionata in una realtà che, di certo, non era la sua. Aveva notato che si fermava a contemplare, trasognata, cose insignificanti, come l’andare ondeggiante di una foglia morta nel vento o le gocce del liquido della flebo che scorrevano lente nel loro cammino. “L’animo del poeta.” Concluse tra sé, quando lei si girò, dopo aver sentito un’auto grigia frenare di colpo davanti a loro. Il finestrino della vettura si abbassò lentamente, lasciando intravedere, nella penombra dell’abitacolo, due figure. Un lieve bagliore color miele si mosse, lasciando spazio all’oro di un campo di grano.

«Finalmente vi abbiamo trovato!» esclamò sollevato Nithael, scendendo dal fuoristrada argentato.

«Pensavo che non arrivaste più! Stavamo per riprendere il cammino…» ribatté Leiahel, mentre anche Umalyn scendeva, andando incontro alla sorella, seduta immobile sulla panchina.

«Come stai? Ti sei ristabilita? E la ferita… ti fa male?» chiese d’un fiato la ragazza, versando calde lacrime, abbracciandola.

«Sto bene, ma sento freddo e, a dire la verità - sorrise - anche un po’ di fame! Potremmo per favore sbrigarci?». Umalyn sorrise tra i singhiozzi, lasciandola.

Nithael stava per prendere Ielays tra le braccia, ma Leiahel lo scostò quasi violentemente da lei, sorridendo con le labbra, ma lanciando lampi dagli occhi.

Delicatamente le mise sulla pancia la flebo, le mise una mano sotto le ginocchia e la sinistra dietro la schiena, sollevandola cautamente, mentre la sorella apriva in fretta la porta, in modo da metterla comodamente sul sedile posteriore. Leiahel si sedette accanto a lei, chiudendo la porta. Umalyn si sedette al posto di guida mettendo in moto, mentre Nithael si preoccupava di caricare la carrozzina nel bagagliaio e di salire in vettura subito dopo: l’ avrebbero gettata via, in una discarica qualsiasi, possibilmente senza dare troppo nell’occhio.

 

 

 

 

CHAPTER TEN

 

Tornarono verso casa che l’ora volgeva al mezzogiorno. Si erano sbarazzati della sedia a rotelle ed erano passati da una farmacia perché un medico potesse togliere la flebo, ormai terminata dal braccio di Ielays.

«Purtroppo il buco in cui è posto l’ago si è allargato con i vari movimenti dell’arto. Potrei provare a cauterizzare la ferita ma non assicuro nulla.» aveva detto l’anziano farmacista ad Umalyn, mentre rigirava l’ago nel braccio. Ielays, troppo debilitata per fare delle polemiche e infreddolita, aveva sopportato in silenzio. L’uomo si era voltato, prendendo, poi, da uno scaffale, una vecchia lampada ad olio e un pezzo di ferro. Umalyn le aveva messo una mano sulla spalla, per tranquillizzarla, vedendola tesa e un poco impaurita.

«Non si preoccupi, signorina: è solo il dolore di un momento, poi non sentirà più nulla, ma, la prego, stringa questo tra i denti…» aveva detto il medico, porgendole un fazzoletto di stoffa arrotolato, mentre chiedeva ai due giovani uomini di tenere ferma la paziente. Prese con delle pinze il ferro caldo dal fuoco e, con un rapido movimento estrasse l’ago, premendo poi sulla pelle il metallo rovente. Lei aveva stretto i denti, agitandosi e gemendo per il dolore. Umalyn aveva girato il volto per non guardare, mentre Nithael confortava la ragazza, che respirava affannosamente.

«Signorina, si calmi per favore: è tutto finito! Io le faccio questa fasciatura ma bisogna cambiarla una volta al giorno, per almeno due giorni. Fino a domani non bisogna mettere creme né acqua perché potrebbe fare molto più male, ma si deve tenere pulita la ferita con questo disinfettante. – aveva detto il farmacista, porgendo un flacone giallo a Leiahel. – Dato che siete debilitata, per un primo periodo consiglierei una dieta leggera.». Avevano pagato e si erano accomiatati dal medico, ripartendo verso WestVille.

 

Erano passati già due giorni da quella mattina.

Ielays, seduta sul proprio letto, contemplava la tacca vermiglia che aveva sull’avambraccio, grande quanto una moneta da mezza Droa. La sfiorò con le dita fredde, provandone quasi fastidio, anche alla vista, non solo al tatto.

Si avvicinò alla scrivania, aprendo uno dei cassetti e tirandone fuori una foto un po’ sbiadita. La fissò, mentre sul suo volto si delineava una smorfia che pareva quasi un sorriso.

La foto ritraeva un ragazzo in uniforme bianca e azzurra e una ragazza con un vestito bianco leggero. Lui aveva i capelli e gli occhi neri, una medaglia appuntata sul petto e cingeva la vita della ragazza con un braccio. Lei indossava un cappellino di paglia, mentre i capelli erano agitati dal lieve vento. Sullo sfondo s’intravedeva il mare e il molo.

Le mani di Ielays tremarono: ogni volta che riguardava quella foto era così. Doveva trattenere le lacrime, ma a stento ci riusciva. Non aveva più voluto incorniciarla per non dover mettersi a piangere ogni volta che il suo sguardo si posava sopra a quell’istantanea. Girò la fotografia e rilesse un paio di volte la dicitura: “7 luglio… promozione di Taylor a Tenente di Vascello”.

«Taylor…» sussurrò a se stessa.

 

Taylor Cassels era stato l’unico ragazzo che fosse realmente riuscito a conquistare il suo cuore. Come tutti i pargoli dell’alta società, entrambi avevano frequentato le scuole più prestigiose e, come tutti, l’ultima tappa dei loro studi era l’Accademia Militare della Capitale, prima di scegliere cosa fare della propria vita. Il destino li aveva fatto frequentare la stessa classe, inserendoli nel medesimo corso di studi. Lui era figlio di un Ammiraglio Ispettore della Marina Regia, e come tale doveva seguire le orme del padre, ma, a differenza di altri, era entusiasta a quell’idea. Lei, figlia di un rispettato Senatore, avrebbe avuto campo libero sulle sue future scelte. Il loro primo giorno di lezione si erano scontrati nel corridoio, si erano fissati per un momento. Il classico colpo di fulmine.

Erano subito andati d’accordo, maturando una profonda amicizia, tanto che, chissà per quale strana alchimia del fato, questa si era presto trasformata in un amore benignamente invidiato e approvato da tutti. Avevano passato tanti momenti piacevoli insieme. E quella foto n’era la prova.

Era stata scattata quando, entrambi ventenni, dopo aver finito il corso di studi, si erano recati a South City per la promozione di Taylor e degli altri cadetti, già inseriti nell’allora miglior corpo militare del Regno: la Flotta Marina.

Ielays era riuscita a far promettere al suo Taylor di sposarla, non appena sarebbe tornato dall’anno di tirocinio, obbligatorio per gli ufficiali del suo grado.

Qualche mese più tardi arrivò la notizia: alcune navi pirata avevano attaccato le ammiraglie della flotta Vania, facendone saltare qualcuna. Molti erano stati i morti, ma ancora più alto era il numero dei feriti e dei dispersi in mare. Com’era successo ad altri, il corpo di Taylor non fu mai ritrovato.

Dopo aver ricevuto quella notizia, Ielays aveva passato il resto del giorno come se fosse stato qualcun altro a muovere i suoi passi, a compiere i gesti quotidiani e scontati, mentre tutte le su forze erano concentrate al suo interno, mentre affrontava il vuoto che provava dentro, ponendosi domande alle quali né lei stessa né altri avrebbero saputo rispondere. Nemmeno tutte le lacrime che aveva versato sarebbero bastate a colmare quell’immensa mancanza nel suo cuore.

L’ultimo saluto ai caduti era stato solenne: alla celebrazione avevano partecipato la Famiglia Reale, con i Ministri e gli Ufficiali di più alto grado, ma tutta l’ipocrisia che aveva percepito in quel momento l’avevano riempita di ancor più dolore e rancore. Ricordava ancora la pressione sulla spalla della mano di sua sorella e quella ruvida del padre che teneramente stingeva la sua. Non portava i grandi occhiali scuri come quelli della sua governante o della sorella. Ad occhi aperti, fissi, osservava le bare sfilare lente sulle spalle dei commilitoni, lungo il porto: non aveva più lacrime da versare, i suoi occhi sembravano svuotati da qualsiasi dolore, ma in sé sapeva che ciò che provava sarebbe stato in grado di far piangere il mondo intero.

Quelli che la conoscevano e la fermavano per strada, vedendola triste e abbattuta, le assicuravano che il tempo, a poco a poco, rende le cose più sopportabili. Probabilmente anche per lei sarebbe stato così: per prima cosa bisognava sopravvivere al dolore, poi si può ricominciare a vivere, ma faticosamente, nel ricordo, ancor più lacerante e a volte fastidioso di qualsiasi ferita o sconfitta.

Una lacrima scivolò leggera lungo la sua guancia, finendo sulla fotografia, bagnando l’immagine di quel ragazzo sorridente, che ormai non esisteva più. Non era mai andata sulla sua tomba. Per lei non aveva alcun senso piangere su una bara vuota. Quelle poche volte che andava in riva al mare con gli amici, portava dei fiori e li lasciava fluttuare sulle onde, maledicendo quell’acqua che le aveva portato via l’amore: un laconico addio ad un fantasma.

Le sembrava strano, invece, che uno sconosciuto fosse entrato nella sua vita, riempiendola d’attenzioni quando era in difficoltà, assistendola e addirittura salvandola nel pericolo, in un momento in cui la sua famiglia non si curava di lei. Come un uragano aveva rotto la sua tranquilla routine.

Si alzò nuovamente dal letto, frugando nel cassetto e prendendo un foglietto: era il disegno di un serpente stilizzato che Taylor s’era fatto tatuare sulla nuca, prima di partire per il tirocinio. D’improvviso le ritornò in mente: quella sera all’ospedale, le era sembrato d’intravedere, nell’oscurità, lo stesso tatuaggio sul collo di Leiahel.

“Perché non sono la stessa persona…” pensò, amareggiata.

Sentì bussare alla porta. Mugugnò un “avanti” a denti stretti, chiudendo il cassetto e, lasciando cadere il foglietto a terra, si alzò dal letto per aprire.

«Ti senti un po’ meglio oggi?» le chiese la sorella, rimanendo un momento tra il corridoio e la soglia della porta, fissandola con i suoi grandi occhi smeraldini. Ricambiò quel dolce sguardo apprensivo con uno carico di astio.

«Che cosa devi chiedermi?», ribatté, secca.

«Non posso più chiedere a mia sorella come si sente, dopo che è stata in ospedale e dopo che non la vedo da cinque giorni?».

«È proprio per questo…».

«Cosa?» esclamò incredula, mentre la rabbia le montava dentro con violenza.

«Se vuoi mettere a posto la tua coscienza non sarò certo io ad aiutarti! Se credi che chiedendomi come sto possa risolvere tutto e riempire il vuoto che hai lasciato, ti sbagli di grosso!» esclamò quasi infastidita dalla sua presenza, incrociando le braccia sul petto, come per difendersi. Umalyn socchiuse la porta.

Nel corridoio buio passò Leiahel. Pochissima luce filtrava dalla fessura della porta. Si accostò al muro quando sentì delle voci, origliando involontariamente ciò che veniva detto.

«Ma cosa diavolo vai dicendo? Ti sei bevuta il cervello? Cosa credi? Che io sia un pezzo di marmo su cui tutto scorre come lo sei tu?».

«È inutile che fai quella faccia contrariata! In ospedale ti sei fermata per non più di cinque minuti! Sempre pensare a questo maledetto lavoro, a quei maledetti soldi che tu vai tanto cercando e accumulando! Per te sono sempre stata all’ultimo posto nei tuoi pensieri!». Le due iniziarono ad alzare il tono della voce.

«Credi forse che io non mi sia spaventata quando ti sei accasciata per terra? Credi che non mi sia preoccupata per te?

Guarda che è solo a questo maledetto lavoro e ai miei maledetti soldi che tu non lavori, fai la bella vita e puoi essere curata!».

«Stai zitta! Perché ti sei perfino permessa di lasciarmi in balia di un delinquente! Nemmeno nelle mani di Nithael, ma in quelle di un assassino! Altro che sorella maggiore: sei una sconsiderata!».

Leiahel, intanto, fuori dalla stanza, appoggiato al muro, stringeva i pugni, morsicandosi le labbra per mantenere il controllo, impedendosi di entrare e prendere a ceffoni quella ragazza impertinente.

«Se non ci fosse stato lui tu saresti già morta!», urlò la sorella, aprendo con forza la porta. Il ragazzo sussultò, spostandosi verso sinistra, lontano dalla luce.

«E vedi di finirla con questa storia: non voglio più essere incolpata per cose che non ho fatto e non sono più disposta a sopportarti oltre! La prossima volta che farai una scenata del genere ti sbatto fuori da questa casa e non me ne frega niente se sei mia sorella, perché dovrai iniziare ad arrangiarti, ingrata!». Uscì subito dopo, senza guardarla e sbattendo la porta dietro di sé.

Fissò per poco la porta candida davanti sé, mentre le braccia le cadevano lungo i fianchi. Una lacrima le scivolò sulla guancia.

Sentì bussare nuovamente e con molta foga. Aprì la porta, asciugandosi la lacrima con la mano. Entrò Leiahel, chiudendo la porta con prepotenza.

«È questo ciò che pensi di me?», esclamò, brusco.

Indossava una vecchia camicia gialla, logorata sui polsi e sul colletto, aperta fino allo sterno, e un paio di jeans larghi, che molto probabilmente aveva preso da Nithael. Poco si riusciva a capire della consistenza del corpo sotto gli abiti informi. I capelli castani, chiari, arruffati, nascondevano il volto magro e gli occhi scuri, ombrosi, ma che conservavano il colore delle foglie primaverili. La guardò un attimo e i loro sguardi s’incrociarono.

Due occhi tristi, colore del mare in tempesta, zaffiri, luccicanti e opachi al tempo stesso, si spalancarono e lo fissarono con espressione incredula e quasi di rimprovero. Un brivido lo percorse lungo la schiena.

«Credi che sia sordo? Vi ho sentito litigare e ho finalmente capito quello che realmente pensi di me, dietro quella maschera grottesca che porti per nasconderti!».

«Hai origliato! Questa è solo vigliaccheria bella e buona!».

«La vera vigliacca tra noi due sei tu! Non ho mai trovato una persona tanto ingrata in tutta la mia vita! Ma se per te sono un delinquente, vuol dire che mi comporterò di conseguenza!». Leiahel si avvicinò minaccioso.

«Che cosa hai intenzione di…», indietreggiò lei, impaurita dal suo sguardo.

«Ti ho detto che, se per te sono un delinquente, mi comporto come tale!».

La osservò impassibile e distrattamente: indossava un maglione rosso con le maniche troppo lunghe, il cui scollo lasciava scoperta la spalla sinistra, e i pantaloni di una tuta nera un poco sbiadita.

Lei iniziò a tremare, indietreggiando e sedendosi sul letto.

«Non credere che io non abbia mai visto quell’espressione sul volto di una donna. Non provare a frignare come una bambina, sperando di commuovermi: non ci riuscirai mai.». Fece un altro passo avanti, sentendo il tappeto soffice sotto i piedi nudi, continuando a fissarla negli occhi.

«Non la passerai liscia se lo farai!».

«Questo lo credi tu: tua sorella è uscita sbattendo la porta e Nithael è via da quando abbiamo preparato il salone dopo pranzo. Avrei dovuto ucciderti quando eri su quel lettino d’ospedale, indifesa, in balia di quest’assassino che ora hai di fronte.». Avanzò di un altro passo, mentre lei indietreggiava sul letto.

«Prima il piacere e poi il dovere mi hanno detto una volta. Vorrà dire che penserò più tardi a come farti sparire.».

Fece un ulteriore passo, sentendo, però, sotto al piede, qualcosa che si accartocciava. Velocemente levò il piede e raccolse un foglietto un po’ logoro e stropicciato. Lo fissò per qualche secondo, sorpreso: era il disegno di un serpente stilizzato.

Ielays mise da parte il proprio timore e lo affrontò, scendendo in fretta dal letto e scagliandosi contro il giovane.

«Ridammelo! Non lo toccare con le tue luride mani!» esclamò, tentando di riafferrarlo, inutilmente.

Si sentiva, infatti, offesa nei propri sentimenti.

«Davvero lo rivuoi? – girò su se stesso, alzando la mano con cui teneva il foglio – E se te lo strappassi?».

«Non lo fare!».

«Chissà perché t’interessa tanto questo foglietto scarabocchiato. Avanti, perché non ti metti comoda e me lo spieghi?». La sbeffeggiò lui, facendola scivolare e cadere sul letto, mettendosi poi a cavalcioni sopra di lei e bloccandole il polso destro con la stessa mano, mentre nell’altra teneva ancora stretto il foglio. Dimenandosi, Ielays, riuscì ad aprire il cassetto del comodino e a prendere con la sinistra la pistola che vi teneva dentro. Velocemente l’estrasse e la puntò in mezzo alla fronte di Leiahel, che allentò la presa al polso della ragazza. Si liberò, facendolo scendere lentamente dal letto, scendendo a sua volta, sempre con l’arma puntata sulla fronte di lui, impugnata con fermezza nella mano sinistra.

«Restituiscimi quel maledetto foglio.» disse con voce ferma, caricando la pistola.

«Ok! Ok! Se fai il gioco duro mi arrendo!» esclamò, riconsegnandole il foglio e alzando le braccia, arrendendosi. Lei staccò la pistola dalla sua fronte, mirando al petto, mentre riponeva il foglio all’interno del cassetto della scrivania.

«Stenditi a terra, prono.» ordinò lei.

«Va bene, ma toglimi una curiosità: questa è una fabbrica d’armi o una cosa simile? No perché se è così allora io…».

«Zitto e stenditi a terra! Metti le mani sulla testa!» ordinò nuovamente, mettendosi a cavalcioni sulla sua schiena, puntandogli la pistola alla nuca.

«Possiamo ragionare da persone civili sull’accaduto, senza che tu mi punti una calibro 18 alla testa?». Nei suoi occhi verdi notò come una scintilla e, mentre diceva quelle parole, si distrasse a contemplare i suoi capelli che, sotto la luce artificiale della lampada, sembravano più ramati che castani.

Leiahel approfittò di quel momento per rigirarsi e mettersi nuovamente a cavalcioni sulla pancia di lei, bloccandole entrambi i polsi. Con un rapido movimento le strappò la pistola dalla mano, gettandola dietro di sé, sotto la scrivania, riprendendole poi il polso, prima che lei potesse assestargli un pugno in volto.

«Adesso iniziamo a ragionare!» esclamò con un ghigno sul volto, socchiudendo i suoi occhi smeraldini.

«Qualsiasi cosa tu decida di fare, sappi che te ne pentirai amaramente!» asserì duramente lei.

Tra i due cadde il silenzio, come una barriera che li difendeva, l’una dall’altro, come un vetro o un abisso che li teneva separati mille chilometri. Si fissavano entrambi con astio, scrutando nello sguardo dell’avversario il minimo segno di una qualsiasi debolezza. Il respiro di Ielays divenne più veloce, facendo quasi eco a quello di Leiahel. Fu proprio quest’ultimo a rompere il silenzio che li divideva.

«Perché… – esitò – Perché hai il disegno del mio tatuaggio?».

«Cosa?». Lei trasalì.

«Perché hai quel disegno? Perché hai l’immagine del tatuaggio che ho io sulla nuca?». Il suo sguardo s’incupì.

«Questo non è il tuo tatuaggio!» ribatté, con la voce incrinata, forse, dal timore.

«Se non mi credi, controlla tu stessa.». Così dicendo, si levò da lei, inginocchiandosi accanto a lei, dandole le spalle. Si stava fidando di lei, stava offrendo la sua gola al leone, l’onore e la vita al proprio nemico. In quella posizione si sentiva vulnerabile come un pulcino sotto gli occhi del falco. Si sollevò i capelli con la sinistra e abbassò il colletto della camicia gialla. La linea nera di un cobra serpeggiante percorreva il suo collo quasi dalla fossetta sulla nuca, sino a metà delle scapole, seguendo la colonna vertebrale. Ielays, sedutasi a gambe incrociate dietro a lui, sfiorò con le dita fredde la pelle del ragazzo, seguendo il disegno con l’indice. Il contatto li fece rabbrividire entrambi. Silenzio.

«Mi credi ora?».

«Ma com’è possibile che tu…». Si voltò verso di lei, fissandole gli occhi di cielo e ghiaccio. Si perse nella profondità di quel triste sguardo.

“A cosa stai pensando, ragazzina viziata che non sei altro?” pensò teneramente, fissandola, quasi come un bimbo che vede per la prima volta il mondo.

La fissava con quei suoi occhi color bottiglia, spalancati sui suoi, intriganti: lo sguardo di un serpente.

“No, un serpente ha gli occhi gialli, non del colore del prato più verde in primavera…” pensò lei, mentre le crescevano dentro la tristezza e la rabbia: come poteva quel delinquente avere lo stesso tatuaggio di Taylor? Quello stesso tatuaggio che lei stessa aveva scelto perché si ricordasse di lei in eterno? Certamente non erano la stessa persona: n’era sicura e nemmeno pensava di metterli a confronto. Lo aveva incontrato sette giorni prima, ma le sembrava che fosse passata una vita intera. Le sue labbra, contratte prima in una smorfia triste, si schiusero involontariamente. Leiahel spostò lo sguardo alla sua bocca e nuovamente ai suoi occhi.

Le prese il mento con le dita, avvicinando il proprio viso a quello di lei, costringendola a chiudere gli occhi, tenendo i propri aperti. Le sfiorò le labbra con le proprie, premendo leggermente. Notò una lacrima scendere e tracciare un solco d’argento sulla sua guancia e subito la lasciò, vedendola scossa dal pianto. Rimase per un po’ in ginocchio di fronte alla ragazza, fissandola, mentre il silenzio tra i due era rotto dai piccoli singhiozzi che lei faceva a testa china, cercando di asciugarsi le lacrime con la manica del maglione che indossava. Si avvicinò, sollevandole dolcemente il mento con le dita. Due occhi colore del mare in tempesta lo fissarono mestamente, lucidi. Allargò un momento le braccia e lei gli si gettò contro, abbracciandolo e piangendo sulle sue spalle, mentre lui, teneramente, ricambiava quell’abbraccio, consolandola e carezzandole la testa e la schiena.

« Sei fragile, ed è un peccato che tu non abbia realmente la forza d’animo che dimostri pubblicamente. – gli sussurrò dolcemente all’orecchio – Se vuoi essere un leader non devi indossare maschere.».

Si staccò da lui, ancora con le lacrime agli occhi, fissandolo incredula.

«E tu – disse tra i singhiozzi – tu come fai a…».

«Non credere di essere l’unica a sapere tutto di tutti, Generale.». Sorrise in modo stentato, amaro. Lei continuava a fissarlo, mentre le lacrime scorrevano più copiose dai suoi occhi.

Aveva scoperto una parte della sua identità, ferendola ancor più profondamente nell’orgoglio.

L’orgoglio ereditato da una famiglia che non si è mai dovuta piegare, che ha sempre mantenuto il segreto sui propri membri, per proteggerli dalla dura legge della politica.

Si sentiva tradita da se stessa per ciò che stava accadendo, auto-incolpandosi di tutti gli errori fatti nel corso di generazioni dalla propria famiglia. Scoppiò di nuovo a piangere, rituffandosi tra quelle braccia che, seppur nemiche, le offrivano una consolazione che, in molti anni di pianti silenziosi, non aveva mai ricevuto.

A poco a poco i singulti diminuirono, placandosi, mentre, fuori della finestra, si poteva vedere il sole rossastro della sera scendere lentamente oltre le colline.

 

Il gran portone di legno scuro si aprì dall’interno, mentre l’imponente fortezza di pietra inghiottiva un’automobile scura. Il sole calante rifletteva bagliori ramati sulla lucente carrozzeria. L’auto si fermò.

Un ragazzo in divisa beige si accostò alla vettura, aprendo una delle porte posteriori. Ne uscì un giovane dall’aria composta. I capelli scuri, schiacciati dal basco nero, gli nascondevano il volto. Si tolse lentamente il berretto, dove era ricamata un’aquila che sovrastava una corona. Indossava un cappotto di lana, lungo fino alle caviglie, color verde oliva. Su ogni bavero erano ricamate tre stelle, come tre erano i bottoni sulle maniche.

«Soldato, portate le valigie nei miei alloggi.».

«Ai vostri ordini, Signore.». Il ragazzo portò la mano sinistra al petto, facendo un breve inchino, prima di svolgere il compito assegnatogli.

Il militare intabarrato si avviò con passo spedito verso il porticato alla sua destra. Si tolse il cappotto camminando: indossava un’uniforme nera, bordata di bianco, con le decorazioni dorate. Svicolò entro un portone sempre alla sua destra. Percorse un lungo corridoio: le pareti erano candide e i tacchi dei suoi stivali di pelle nera ritmavano ogni suo passo sul pavimento di marmo rosso, accompagnato dal tintinnio delle medaglie appuntate sul petto. Entrò da un nuovo portone, alla sua sinistra. Si fermò un momento, appendendo il basco e il cappotto sull’appendiabiti più vicino a lui. Guardò verso la scrivania, dalla quale si levò una donna bionda, vestita con un’uniforme beige. Si tolse gli occhiali rettangolari, fissando il militare con i suoi occhi pervinca.

«Buona sera Gran Generale, Signore. Avete fatto un buon viaggio di ritorno.». L’uomo la fissò stancamente, sistemandosi con una mano i capelli.

«Per niente, Arper. Per niente. Sua Maestà ha convocato una nuova Sessione di Guerra per domani alle 14. Ho avuto molto da fare oggi e sono molto stanco.».

«Signore, andate pure a riposare. Io ho il turno della notte.».

«No, ho molto lavoro da sbrigare per la riunione di domani. Sergente, fatemi portare la cena in ufficio.».

«Signore…» arrossì.

«Mi dica, Lin.». Com’era strano pronunciare il nome della propria segretaria.

Eppure non era la prima volta. La fissò perplesso e curioso.

«Signore, se posso permettermi, vorrei chiedervi se posso in un qualche modo alleggerirvi il carico di lavoro.». Nemiah sorrise. Entrò un momento in ufficio e ne uscì con una cartellina arancione.

«Vi sarei infinitamente grato se poteste trascrivere questi ultimi dati logistici nel mio database personale. Mi raccomando: massima attenzione alle cifre delle coordinate e…».

«Come sempre allora!» esclamò, sorridendo e sedendosi, mentre anche l’ufficiale, un po’ divertito e sollevato, rientrava nell’ufficio, per una notte d’intenso lavoro strategico.

«Signore, un’ultima cosa. – lo chiamò la giovane donna – Come sta vostra sorella?».

«Molto meglio ora, grazie. Buona notte, Sergente Arper.».

«Buona notte, Gran Generale.».

Leiahel continuava a carezzare la testa, sfiorando con le dita i capelli della ragazza: avevano il colore del legno e la morbidezza della seta di un prezioso abito, scendevano sulle esili spalle tremanti della giovane come un fiume scorre placido nel suo letto, mosso solo all’ultimo da qualche roccia arrotondata. E come un rivolo d’acqua erano scese quelle sue lacrime, cristalli di sale argentato.

Avevano scoperto alcune verità, tenute nascoste da entrambi, ma Ielays era stata colpita nel profondo della sua fragilità emotiva, che tentava di celare sotto gli aculei da riccio che aveva eretto attorno a sé, invano. Quegli aghi acuminati erano ora caduti per lasciare finalmente posto ad un cuore vulnerabile e vibrante, inconsolabile dopo i lunghi anni d’indifferenza da parte delle persone da lei amate.

In quel preciso momento, in cui si sentiva in pace e protetta dal mondo che la circondava, si ricordò dei momenti più brutti, in cui nessuno le aveva dato conforto per il suo dolore.

Sin da quando era nata le avevano dato la colpa dei continui malesseri della madre e, quando ella era morta dopo le sofferenze della malattia, non le avevano nemmeno dato una carezza per consolarla dopo quell’immensa perdita.

Come era possibile negare la consolazione ad una bambina di soli otto ani, facendola vivere nel rimorso per tutto il resto della sua vita?

Anche quando era morto Taylor l’unico gesto di affetto che aveva ricevuto era stata la stretta di mano del padre. Non l’aveva visto versare nemmeno una lacrima per quello che sarebbe stato il suo futuro genero. Da quel momento aveva perso qualsiasi fiducia nella figura paterna, che comunque, fino a quel punto, era stato per lei un punto di riferimento, seppur freddo e distaccato.

Quell’uomo severo e retorico la sgridava sempre, per qualsiasi sciocchezza; dopo Nemiah, Umalyn era la sua figlia preferita, relegando in un angolo buio de cuore l’ultima bambina arrivata, che gli aveva portato via la moglie tanto amata.

Ielays non si preoccupava più dei suoi continui borbottii da quando se n’era andato in pensione con tutti gli onori della sua Carica: aveva imparato ad essergli indifferente. Non lo odiava. Era semplicemente insignificante, non lo ascoltava più.Ogni tanto, prima che si ammalasse, origliando alla porta del suo studio, lo sentiva singhiozzare sommessamente. Ora era da due anni sul letto di una Casa di Cura prestigiosa a vegetare.

Forse la sorella aveva imparato a detestarla dal padre: neppure lei credeva dell’innocenza della sorella minore riguardo alla malattia della madre.

Le lacrime scesero copiose dai suoi occhi, come un fiume in piena, mentre Leiahel continuava a stringerla a sé e a cullarla.

L’unico che credeva in lei, l’unico il cui solo pensiero la consolava nei momenti di difficoltà era il fratello Nemiah. Lui era l’unico a non incolparla mai di nulla, sempre pronto a prendere le sue difese e molte volte a difenderla dai ceffoni e dalla troppa severità del padre: l’addestramento militare e l’incarico di prestigio che ricopriva non avevano cambiato il suo atteggiamento nei confronti della sorella minore. Sapeva che cinque giorni era tornato a casa principalmente per lei. Non per Umalyn, Nithael, per la casa o per i soldi. Per lei, la bambina da proteggere dai pericoli.

Leiahel la riportò alla realtà.

«Ora per favore calmati…non piangere più. So che è colpa mia e ti chiedo di perdonarmi. Adesso calmati.».

Aveva già udito quelle parole: qualche sera prima, mentre fuggivano dall’ospedale. Lo fissò in quei suoi occhi smeraldini, tristi e quasi compassionevoli. Quella sera l’aveva baciata sulla guancia, prima era stato un bacio a fior di labbra. Si ridestò in lei quel sentimento d’odio che aveva nei confronti del giovane. Gli tirò uno schiaffo, allontanandosi da lui, ancora con le lacrime agli occhi, alzandosi da terra, mentre, con il braccio e l’indice sinistro tesi, indicava con violenza la porta.

«Esci subito da qui!» urlò, tremando, mentre Leiahel si alzava e apriva lentamente la porta, uscendo mestamente senza controbattere. Non appena fu uscito e la porta fu chiusa dietro di lui, Ielays abbassò il braccio e chinò il capo, rimanendo in piedi, con la porta di fronte e il letto alle spalle.

“Hai rotto il mio mondo…avevo seppellito certi ricordi negli antri più oscuri del mio cuore e tu…tu li hai riportati in superficie. -pensò con rabbia- Perché ogni volta che incrocio il tuo sguardo mi sembra sempre che tu possa spiarmi, carpire i pensieri del mio cuore? Perché con te ho pianto…ho pianto sulle tue spalle…? Perché?”. Si accasciò nuovamente sul pavimento della stanza, con la testa tra le mani, piangendo.

Leiahel rimase appoggiato al muro, nell’oscurità del corridoio, tenendo gli occhi fissi a terra.

Con lei non riusciva ad essere perfido, come lo era stato con altre donne e altre persone.Ogni volta che provava ad essere freddo e spietato, lei lo fissava con quei suoi occhi di ghiaccio e lo smontava completamente. Si girò, toccando con il palmo della mano sinistra la porta candida.

“È questo il cammino che mi hai imposto, Destino? Ma se è una punizione derivata da Qualcosa che sta più in alto non sono disposto ad accettarla! Perché mai una stupida ragazza viziata, che gioca a fare il soldatino, dovrebbe fermare il mio progetto?” pensò, serrando il pugno e gli occhi, contraendo la bocca in una smorfia di dissenso.

Solo una volta si era sentito vinto, sconfitto, privato di tutto ciò che era in lui: quando ancora non era diventato la persona apparentemente senza scrupoli che ora era di fronte a quella porta, in quella casa.

Tornato nella piccola borgata dove abitava, dopo aver passato due giorni da un amico, in città, aveva trovato il suo paese natio distrutto. I campi bruciati, case abbattute, corpi penzolanti dai rami più robusti degli alberi, i cani randagi che si cibavano delle carcasse degli abitanti. Era corso verso la propria casa, trovando, stesi a terra, i corpi crivellati di colpi dei genitori, del fratello e della sorella minori, inerti, di fronte al caminetto. Non era nemmeno riuscito a piangere, tanta era la rabbia che aveva in corpo.

Come travolto da un’esplosione si era trovato catapultato in un mondo che non avrebbe mai pensato così vicino: la guerra civile. A soli sedici anni era entrato a far parte di un’Organizzazione nella quale credeva di trovare la vendetta. Quando però aveva scoperto molti attentati ai danni dei civili non erano stati promossi dal Governo, ma dalle varie O.N.G., si era sentito tradito ed aveva iniziato la sua battaglia personale, per uscire da quella che riteneva ormai come una vera e propria setta. Ormai temeva però di perdere: l’alleanza che stava avvenendo tra i ribelli e le Organizzazioni malavitose avrebbe reso entrambe indistruttibili e intaccabili, anche a causa degli interessi politici in gioco.

Si staccò dalla porta, voltandole le spalle, restando in piedi di fronte ad essa.

 

“Perché devi essere tu l’Acqua che lava via le colpe e cancella i brutti ricordi?”.

 “Sei forse tu il Vento che raffredda e scalda i cuori?” pensarono.

«…Spero proprio di no…» sussurrarono quasi all’unisono, mentre pensieri, emozioni, ricordi e sentimenti ritornavano alle proprie dimore.

 

 

 

 

CHAPTER ELEVEN

 

Un inserviente lasciò un plico di fogli graffettati sulla scrivania di legno rossaccio, uscendo velocemente dalla porta.

Dall’oscurità di un angolo poco visibile uscì una nuvola di fumo grigio e denso, seguito dal contorno di una figura che, a poco a poco, si andava delineando sotto la fioca luce del lampadario posto sul soffitto.

L’uomo, vestito con una camicia bianca, cravatta rossa, pantaloni e giacca marrone, si avvicinò alla scrivania lentamente, con una mano nella tasca dei pantaloni, mentre con l’altra prendeva il sigaro che, fino a poco prima, teneva in bocca. Tolse la mano destra dalla tasca e prese i fogli, mentre, con la sinistra, spegneva il sigaro nel posacenere.

Girò attorno alla scrivania, accese la luce da tavolo e si sedette sulla poltrona di pelle scura.

Sfogliò distrattamente le prime pagine, che contenevano un resoconto dettagliato di una recente incursione in una centrale idroelettrica. Forse troppo dettagliato per i suoi gusti.

Appoggiò il gomito sinistro sul tavolo, frizionandosi le tempie con due dita, stropicciandosi gli occhi e chiudendo la mano sulla bocca. Iniziò a tormentare il pizzetto con l’indice e poi la barba che gli incorniciava la mascella, sfregandosi il collo e allentandosi il nodo della cravatta. S’incantò a fissare per qualche istante la libreria alla sua sinistra, mentre con la mano giocava ancora col proprio pizzetto. Si alzò all’improvviso, dirigendosi verso la pesante tenda nera che copriva l’ampia finestra. Tolse la tenda e guardò il luminoso cielo notturno fuori del vetro. Andò a risedersi, rivolgendo ancora la sua attenzione al fascicolo candido che risaltava sotto la luce della scrivania. Prese una biro dal portapenne e un foglio da uno dei cassetti. Scrisse qualche riga velocemente e male. Piegò il foglio e lo infilò in una busta, chiudendola e sigillandola con una goccia di ceralacca e un timbro di metallo.

Si alzò dalla poltrona, avviandosi, con la lettera in mano, fino alla porta scura. Chiuse gli occhi e aprì la porta, venendo investito da una forte luce, quasi accecante, per lui che non vi era abituato. Gridò, affinché corresse da lui un cameriere o qualcun altro, ma non sentì nessuno correre, né riecheggiare dei passi più svelti del normale. Guardò l’orologio da polso: l’una passata. Rientrò un momento a spegnere la luce della scrivania, uscendo dopo poco, chiudendo la porta e intascandosi la chiave.

Percorse stancamente il piccolo corridoio illuminato, scendendo dalla grande scala di marmo bianco fino all’ampio atrio illuminato a giorno. Mentre scendeva rigirava nervosamente la lettera tra le mani. Rimase immobile, terminata la scalinata, ad ammirare l’atrio candido, alzò gli occhi al gran lampadario di cristallo. Si avviò poi verso un mobile antico e di legno lucidissimo, addossato alla parete, con una scatola d’argento sopra di esso.

Posò la busta sul mobile ed aprì con la mano destra la scatola, estraendone un lungo sigaro. Con la mano sinistra cercò, in un cassetto appena aperto, il trancino. Tagliò un pezzo del sigaro, gettando lo scarto in un cestino quasi invisibile, posto dietro di una delle pesanti tende che incorniciavano i grandi finestroni che illuminavano, anche se poco, l’atrio.

Chiuse la scatolina e il cassetto, riprese la lettera con la destra e si avviò verso un candelabro, acceso sopra un altro vecchio mobile. Con la sinistra tenne il sigaro, mentre lo accendeva a contatto con la fiamma, boccheggiando e aspirando il denso fumo del tabacco bruciato. Un lieve aroma si spanse nell’ambiente circostante.

Si voltò verso destra e si avviò entro una porta, attraversando un’altra sala, mentre tutt’intorno riecheggiavano i suoi passi sul pavimento di marmo candido. Inspirava ed espirava dal sigaro lentamente, con la stessa lentezza con la quale si trascinava lungo quella silenziosa e deserta magione.

 

Passò lentamente la sala, molto più piccola dell’atrio, fermandosi di fronte ad una porta bianca.

Tenendo il sigaro tra i denti si chinò, posò la lettera a terra e si slacciò le scarpe. Le ripose di fianco alla porta chiusa, togliendosi poi i calzini e riponendoli all’interno delle scarpe: il contatto con il marmo freddo lo fece rabbrividire. Scosse le spalle, raccolse la lettera e si rialzò, aprendo lentamente la porta, boccheggiando con il sigaro tra le labbra.

Arrivò su un pianerottolo di legno, forse di larice; chiuse la porta dietro di sé, entrando nella stanza semi-buia. Scese i due ampi gradini che lo separavano dal chiaro pavimento ligneo.

La stanza era piuttosto fredda e silenziosa, illuminata solo dalla luce chiara della luna piena che splendeva alta nella notte, filtrando attraverso i vetri delle ampie finestre.

Appoggiò i piedi sul pavimento di legno, che gli sembrò quasi tiepido. Prese, con le dita della mano sinistra, il sigaro, espirando e impregnando l’aria circostante con l’odore acre del tabacco bruciato. Vicino ad uno dei grandi finestroni, quasi addossata alla parete, era posta una scrivania di legno rossastro, un po’ come quella nel suo studio, con tutti gli oggetti di cancelleria perfettamente in ordine. L’uomo si avviò verso il mobile, posandovi sopra la busta sigillata, sedendosi poi sulla poltrona di pelle scura, appoggiando i gomiti sul piano di scrittura e il mento sopra le dita incrociate. Di fronte a lui c’era un enorme specchio che ricopriva tutta la parete sul fondo della stanza.

Su di essa era riprodotta l’immagine di una donna, seduta di fronte al grande specchio sopra un cuscino, probabilmente rosso.

Indossava un kaftano chiaro e stava con le gambe incrociate e le mani poggiate sulle ginocchia con le palme verso l’alto, dando le spalle alla scrivania. Respirando lentamente, ad occhi chiusi. L’uomo si appoggiò allo schienale della poltrona girevole, mettendo i piedi sulla scrivania e tenendo ancora tra le dita il sigaro, mezzo consumato.

Prese una boccata di fumo, espirò ed iniziò a parlare con un tono indefinito, tra il lugubre e il minaccioso:

«C’era una volta un re / seduto sul sofà / che disse alla sua serva: / Serva, raccontami una storia! / E la serva cominciò…».

« C’era una volta un re / seduto sul sofà…», proseguì, cantilenante, la donna, con la voce un po’ bassa e quasi roca.

Aprì piano gli occhi, alzandosi lenta, fissando continuamente la propria immagine riflessa nello specchio.

Si voltò stancamente, trascinandosi verso la scrivania. Il pavimento scricchiolava ad ogni suo passo. Arrivò vicino all’uomo, prendendogli dalle dita il sigaro, aspirandone una boccata di fumo. Allungò un braccio sulla scrivania e spense il sigaro nel posacenere nero. Il fumo denso uscì velocemente dal naso della donna, spandendosi nell’ambiente. Fece il giro della poltrona, appoggiando le mani sulla sommità dello schienale.

«Non voglio che tu fumi qui dentro: non è la prima volta che te lo dico, mi pare!».

«Mettiti nell’ordine di idee che non sarà l’ultima: mi dimentico in fretta le cose.».

«Fumare così tanto ti ucciderà.».

«Da quando ti preoccupi per la mia salute?».

Le mani della donna scivolarono lungo lo schienale, fino a posarsi sulle spalle larghe dell’uomo, massaggiandogliele un poco. Lui tolse i piedi dalla scrivania, chiudendo gli occhi e cercando di rilassarsi. Lei si chinò, avvicinando le labbra al suo orecchio.

«Voglio essere io ad ucciderti.», sussurrò cupamente lei. Tra loro cadde il silenzio, come una coltre pesantissima e opprimente.

«Potrei addormentarmi…», disse flebilmente, sotto il suo tocco.

«Dovresti…- sussurrò di nuovo la donna - …è da molto che non ti riposi…cosa ci fai ancora sveglio a quest’ora della notte?».

«Un criminale non dorme mai.».

«Un uomo si…». Aprì gli occhi e si tolse violentemente dalla presa di quelle esili mani, alzandosi bruscamente dalla poltrona.

«E tu?», chiese quasi furioso, alzando la voce. La fissò nel buio: la carnagione cerulea, gli occhi scurissimi e brillanti, i capelli corvini, lucenti come ossidiana, le incorniciavano il volto dai tratti di pietra. Le labbra s’inclinarono in un lieve sorriso compiaciuto.

«Dopo cinque anni conosco ogni tua mossa: sapevo che saresti venuto. – iniziò a girargli attorno, sfiorandolo a tratti con la sinistra – Conosco i tuoi ritmi, quanto durano le tue veglie e i tuoi sonni; conosco il gravare di ogni tuo singolo passo in questa casa, ogni sospiro. Sento che ci sei prima ancora di vederti, per l’aroma che hai…».

Si fermò innanzi a lui, che era rimasto immobile, ad occhi chiusi, ad ascoltare la sua voce calda, ad assaporare quelle parole suadenti. “Strega…”, pensò.

«Perché non mi uccidi allora?», chiese, fissandola d’improvviso.

«A cosa gioverebbe? Che profitto ne trarrei?…forse alla fine del nostro progetto, chi può dirlo!».

«Dimentichi una cosa… - la afferrò per la gola con la destra, senza che lei reagisse - Serva, raccontami una storia!».

Lei sogghignò, accarezzandogli il pizzetto con le dita, mentre gli allentava la presa sul collo.

« C’era una volta un re… », disse, con quel suo tono un po’ gutturale che lo faceva sempre sciogliere.

«Sei teso…perché non ti rilassi un poco?…», aggiunse poi togliendogli la cravatta e la giacca.

 

L’aveva conosciuta per caso, in una notte serena e tersa come quella, in una delle sale di uno dei tanti casinò che frequentava abitualmente.Portava i capelli lunghi, drittissimi, e un abito in satin color notte, che scivolava come l’acqua su quel corpo pallido. Gli occhi vivissimi, come mai aveva visto in una donna, “persi nell’infinità di un battito d’ali di libellula” (così li aveva definiti lui tempo dopo, discorrendo con un amico). L’aveva caricata sulla sua berlina grigia, con l’intento di abbandonarla in una stanza d’albergo, ancora addormentata, l’indomani. Il piano fallì: la rivide quella sera e altre sere ancora. Era diventata per lui come una droga: sborsò una somma ingente per portarla fuori di quella vita. Voleva solo per sé quell’algida bambolina di porcellana.

Ma si rivelò tutt’altro che una bella, fredda bambola da sfoggiare al proprio fianco nelle occasioni mondane.

A poco a poco aveva scoperto le sue qualità nascoste: la completa assenza di scrupoli, il sadismo e il carattere autoritario che mostrava in certe situazioni, l’abilità nel simulare e dissimulare, nell’essere differenti persone.

Forse l’amava per queste sue “qualità”.

Un giorno lei aveva scoperto che la multinazionale del tabacco era solo una copertura e lui si era trovato di fronte ad una scelta difficile: salvare l’Organizzazione, uccidendola, oppure farla sua complice, rischiando il suo più grande progetto di gloria. Fortunatamente, tra i due mali, aveva scelto quello minore, credendo che, così, risparmiandole la vita, forse Aminya si sarebbe avvicinata di più a lui. Ma la freddezza calcolatrice della donna non gli aveva dato questa soddisfazione.

Solo ora, dopo cinque lunghi anni di collaborazione, si stava rivelando più affabile e disponibile. In fondo, risparmiandole la vita, aveva salvato l’Organizzazione.

 

«Grazie.».

«Scusa?».

«Se non fosse stato per te sarei ancora in quel casinò a fare la donnicciola dei ricchi.», aggiunse, sospirando, la donna, infilandosi la camicia bianca dell’uomo, dandogli le spalle. Era sensualmente cattiva in ogni gesto. Come lui era perfidamente diabolico in qualsiasi situazione.

Lui si rimise i propri pantaloni marroni, rabbrividendo leggermente.

«Se non ti avessi tolto a quella vita, la mia Organizzazione si sarebbe infossata nel fango.». La donna si voltò a guardarlo con astio: pensava solo ai suoi maledettissimi affari, mai alle persone. Mai a lei.

Si diresse rabbiosamente verso la porta, sbattendola dietro di sé, dirigendosi verso la propria camera da letto.

Ecco, con lei era sempre così. Ma gli piaceva ferirla, farle credere che non gliene fregasse nulla di lei.

Soddisfatto e compiaciuto, prese la giacca e la cravatta da terra, raccolse le scarpe fuori della stanza,tornando al suo studio a piedi scalzi. Appena entrato accese la luce, buttando giacca e cravatta sulla poltrona di fronte alla libreria, aprendo una porta scura che dava sulla sua stanza.

«Devo dormire un po’… Mi è sempre più stancante starle dietro…», sussurrò, infilandosi sotto le coperte.

 

 



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