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lavoro pubblicato mercoledì 15 marzo 2006
ultima lettura mercoledì 13 dicembre 2017

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L'OCCASO DI UNA LUCERNA (VI)

di Dunklenacht. Letto 784 volte. Dallo scaffale Amore

CAPITOLO SESTO Ed era come se ogni notte, la vecchia Strega del Mare venisse a sussurrarle qualcosa negli orecchi… A lei, che più non...

CAPITOLO SESTO

 

 

Ed era come se ogni notte, la vecchia Strega del Mare venisse a sussurrarle qualcosa negli orecchi… A lei, che più non era una bambina.

 

-         Dimmi, tesoro, lo sai dov’è tuo padre, ora? Lo sai? Io ti dico sempre la verità, di questo puoi stare certa… La vita te lo dimostra!

 

E le parlava di un gran carro, tirato da cavalli neri.

 

Un carro, che correva nel cuore della notte, condotto da un cocchiere con una livrea grigia.

 

Nessuno sapeva dove portasse, quel carro, no, nessuno lo sapeva! Passava per lugubri strade, dove la luna giocava a fare il fantasma con gli alberi spogli e i rovi… Dove non s’udiva che il verso cupo della civetta!

 

-         Dimmi, tesoro, lo sai, eh, lo sai dove porta quel carro? Lo sai che chi vi sale non può ritornare indietro, no, non ritorna più, perché nessuno può scampare a raccontarla!

 

Erano parole di dolore e di tristezza, eppure, era la verità, Elke lo sapeva.

 

-         E i cavalli galoppano forte… Chi vede quel carro sarà rapito a propria volta e portato lontano, non potrà più parlare a nessuno… Nelle notti di tempesta il cocchiere bussa alla porta e conduce il prescelto via con sé!

 

Era il carro della morte.

 

***Mi risveglio un giorno di primavera, le tortore bianche mi volano intorno, nei raggi di un sole radioso***

 

***E mi spuntano le ali, ma fatte d’immenso, per volare l’aria di luna, piena degli olezzi della festa***

 

***Di un pianto di perla mi circondo, forse, per girare forte, attorno al mondo, sì, proprio tutt’intorno***

 

***Oh, per me, le campane non suoneranno di nuovo a morto***

 

La sconsolata ebbe questa sorta di visione, sogno dei suoi occhi, in un mondo che più non la abbracciava.

 

E correva, correva forte, giovane come era stata da fanciulla, insieme con il suo Johannes, che più non avrebbe rivisto.

 

Ad un tratto, apparivano le torri e le guglie della città, come avvolte da un mantello di fiori bianchi.

 

La mano sua stringeva quella di lui, ma, quasi all’improvviso, cominciò a non sentirla più, e quel volto amico scomparve, diventando polvere, polvere, polvere, dissolta dal vento freddo.

 

-         Johannes! Dove sei? Dove sei andato? No! No! No…

 

E si scopriva, come moribonda, a chiamarlo, invano… Invano!

 

-         Tornerò un giorno a prenderti con me… Ricordati di non pensarmi, perché, altrimenti, la mia voce non ti regalerebbe che promesse di morte!

 

“Tornerò un giorno a prenderti” sussurrava tra sé la bella, mentre gli occhi suoi fissavano il mare turchino, dalle magiche schiume bianche.

 

E fu in quel mentre, sì, in quel mentre, che io vidi brillare in quelle pupille la soluzione di tutti i problemi dell’esistenza.

 

Brillava, nei suoi occhi di smeraldo.

 

Ed era fatta delle onde di un mare freddo e immenso, della schiuma tempestosa dei flutti, che eternavano il loro sortilegio senza fine schiantandosi contro gli scogli, facendo sentire la loro voce, che raccontava i misteri della vita, in una lingua incomprensibile.

 

Era fatta di nevi bianche, che ricoprivano le sabbie.

 

Era fatta del sussurro malinconico della bufera, che parlava agli abissi gelidi.

 

“Tornerò un giorno a prenderti” sussurrava sempre la nostra bella.

 

Stava seduta su uno scoglio… Fu allora che decise di regalare al mare una cosa sua, come un anticipo del suo corpo, che un giorno, forse, senza vita, avrebbe abbandonato alle sue onde fredde.

 

Sì, fu allora che gli regalò una ciocca dei suoi lunghi capelli scarlatti… Sì, scarlatti…

 

Aveva fatto un sogno triste… Una di quelle vecchie locomotive a vapore, nera nera, il fumo grigio che saliva nel cielo…

 

Nubi di corvi che volavano intorno, disegnando nell’aria come delle lacrime bianche, che coprivano la luce del sole…

 

C’era tanta nebbia grigia, c’erano le brume, che tutto avvolgevano nei loro manti di fantasma.

 

Il treno correva veloce, passavano le case, le città, dalle grandi torri, i boschi di faggi spogli.

 

Tutto era triste.

 

E lei, lei soltanto stava affacciata al finestrino, i lunghi capelli che volavano nel vento, nella velocità fredda, come in una visione, il silenzio la avvolgeva, tetro tetro.

 

I corvi le parlavano.

 

Raggruppati in grandi stormi, le raccontavano la vecchia favola, di un’anima rapita per un lungo viaggio, e mai più ritornata da quel paese lontano, chiamato il Paese dei Morti.

 

Una lacrima, un addio…

 

Poi, più nulla.

 

-         Oh, morte, sei tu? – sussurrava Elke.

 

Ma non era la vecchia mesta e crudele che si immaginava sempre. Aveva due occhi azzurri e immensi, due braccia grandi, per avvolgere nell’affetto.

 

Era vestita di turchino e di smeraldo.

 

-         Oh, morte, quanto sei buona per me… E forse, per tutti noi!

 

E le parlava, si parlavano, entrambe erano racchiuse nel sogno, così…

 

-         Oh, fa’, fa’ che questo istante possa durare per sempre!

 

-         Elke… Io sarò qui, con te, ogni qualvolta lo vorrai, con le mie braccia io ti cingerò dolcemente, affettuosamente, per sempre…

 

Aveva sentito la voce di suo padre, che rideva, e le parlava di felicità, di eternità… Le diceva di non piangere, di non piangere, di non piangere, no, no, no…

 

Cullata da quelle parole, Elke aveva chiuso gli occhi suoi, ma soltanto per riaprirli, dolcemente, tanto dolcemente, sulla spiaggia, innevata e bianca, innevata e bianca…

 

-         Papà, sei tu, venuto per risvegliarmi da questo torpore soave? – sussurrava Elke. – Tenera è la morte, per noi miseri mortali…

 

“Oh, papà, se solo tu potessi essere davvero qui!” sussurrava la bella.

 

E le sembrava che il mare triste sollevasse una delle sue onde azzurre, soltanto per avvolgerla nell’immenso e portarla via con sé, lontano, lontano, nell’infinito, dove forse la attendeva il vecchio giudice dalla barba bianca, che le spalancava le braccia e la chiamava.

 

-         Vengo, vengo, vengo!

 

E gli occhi suoi scintillavano di luce triste. Aveva pianto. Il mare le si mostrava in tutta la sua vastità, bianco e freddo, come un mantello, pronto ad avvolgerla nei suoi veli d’affetto.

 

Le pareva che lui, oh, sì, lui, non si stancasse di chiamarla…

 

-         Figlia mia, vieni da me, che io possa abbracciarti!

 

Ma le loro mani non potevano toccarsi… L’immenso e le profondità li separavano sempre.

 

-         Oh, papà, sapessi quanto è dura la vita sulla terra! Nessun Dio può confortarci, nessuna parola d’affetto, nient’altro, se non il mare, il gelo, la neve e le bufere!

 

Corse, corse lungo la spiaggia, povera ragazza, i gabbiani le volavano intorno, come a festa, come dopo un sogno, spezzato per sempre, per sempre, per sempre.

 

-         Ho fatto un testamento – sussurrava Elke. – L’ho regalato al vento, all’oceano tempestoso, al freddo, eterno, del mistero… Oh, papà, vieni, accoglimi presso di te, fra le tue braccia!

 

Aveva abbandonato le sue membra immobili alle forze della natura. Poi, venne un’onda, tanto, tanto fredda, che la travolse…

 

Elke aveva poi riaperto i suoi occhi, forse, per l’ultima volta.

 

-         Dopo – mormorava – non diverrò che uno degli infiniti granelli di sabbia che ingombrano le spiagge fredde…

 

Aveva sentito una voce lontana, cupa cupa e terribile. Era quella della strega, che moriva negli abissi dei mari glaciali.

 

Sì, fu allora che lei si voltò, e vide per la prima volta l’Uomo di Legno… No, non ne aveva mai visti, prima di allora, e gli chiese che cosa fosse, perché non poteva, no, non poteva riconoscerlo.

 

-         Uomo di Legno… Dove sei? I miei occhi ancor cisposi di sogno non ti vedono…

 

Giocava con lei, che però ancora non si era accorta di avere dinanzi a sé un essere capace di piangere e soffrire.

 

-         Oh, davvero tu sei triste? Che cosa, che cosa mai ti fecero gli uomini?

 

-         Oh, no, non un uomo, ma una strega fu, a incatenarmi, per sempre!

 

Aveva appena nominato quel nome, ed era già come se un nero manto, color dei corvi, li avvolgesse entrambi, simile a un maleficio infausto.

 

-         Sì, forse, tu mi sarai amico… E non voglio perderti! – sussurrò la bella.

 

-         Noi due però non potremo mai vivere insieme: tu lo sai, io abito nel paese del sogno…

 

-         E’ vero… Ma anche tu non sai che io sono come morta al mondo!

 

Sì, morta, per tutto il mondo…

 

Rammento la povera infelice, abbracciata all’Uomo di Legno, e tutto questo accadeva, mentre una nuvola fredda li avvolgeva…. Sì, freddissima, ed eterna.

 

Scomparvero.

 

Elke gli aveva chiesto di portarla via con sé, lontano, dove la cattiveria degli uomini non poteva arrivare.

 

Quando i miei occhi socchiusi si riaprirono, videro un mostro crudele.

 

La Strega del Mare, o forse, il suo fantasma, vagava sulla terra. Tremavano la sabbia e il vento al suo passaggio.

 

Nuvole di polvere si levavano a destra e a manca, mentre la sua veste nera toccava il mare, e i suoi lunghi capelli grigi svolazzavano. La bufera aveva rapito il suo copricapo color carbone.

 

Parlava ai corvi… Sì, uno ad uno, li faceva appollaiare sul suo braccio, per raccontare loro una storia maledetta. Era come se li incaricasse di portare a termine uno dei suoi malefici.

 

Elke e l’Uomo di Legno andarono lontano, forse, là dove nemmeno il pensiero poteva giungere.

 

Egli la condusse sulla sua isola triste, in mezzo al mare freddo… Lì, non c’erano che rovi spogli, alberi morti, fiori appassiti e vizzi, racchiusi nel gelo.

 

L’Uomo di Legno abitava in una capanna, fatta di paglia; tutt’intorno, non v’era che il mare gelido, che moriva sugli scogli, e pareva volersi divorare quell’isolotto indifeso da un momento all’altro.

 

-         Oh, davvero tu abiti qui? – chiese Elke.

 

-         Sì, ma non chiedermi il nome dell’autrice del sordido maleficio che mi imprigionò.

 

-          Tutti e due abbiamo perduto chi ci stava accanto, per causa sua…

 

-         Qui, non abitano che corvi e morte… Solo il gelo, l’oscurità e il grigiore abbracciano la terra fredda, perché il sole non spunta mai da dietro le sue nubi…

 

Era un paese triste, triste, come un Averno.

 

Ed ella rimase con l’Uomo di Legno, perché era suo amico e le aveva giurato fedeltà eterna.

 

Sì, fu un giorno, un giorno, in un lampo freddo e terribile, sì, fu allora, che in un raggio di sole spettrale le apparve nuovamente il volto del vecchio padre, morto…

 

-         Davvero, figlia mia, non c’è niente per cui vivere…

 

Questo le sembrò di udire, mentre una lacrima le solcava il volto, pieno d’immenso.

 

Elke non sapeva dove fosse, ancora non l’aveva ben compreso… Fu una voce stregata a rivelarglielo: era sull’Isola dei Morti.

 

Fu là, sì, sull’Isola dei Morti, che poté fermarsi a sognare il volto perduto del padre, e quello dell’amato Johannes…

 

L’Uomo di Legno, intanto, era scomparso.

 

E le parve di abbracciare un fantasma, quel giorno, su uno scoglio, quando prese a correre verso l’ombra di colui che aveva amato, ma prima di raggiungerla, tutto disparve davanti agli occhi suoi.

 

Venne un’onda, che rapì quell’immagine triste da davanti ai suoi sguardi!

 

-         Amica mia, tu non sai, ma il volto dei morti non ha immagine…

 

Queste parole cabalistiche, piene di mistero, le furono sussurrate da una voce che assomigliava a quella del suo lui, ma molto lontanamente.

 

-         Oh, dove sono? Dove sono capitata? – mormorava la bella.

 

Tutti le giravano intorno, tutti. Erano i volti degli amati, degli odiati, della perfida Strega del Mare, fantasma della sua infanzia, le vecchie torri della città, il passato…

 

Alla fine, più nulla… Un’onda gigantesca dell’oceano, il freddo oceano del Nord, venne e la travolse… Elke galleggiava sulla schiuma bianca, tra fiordalisi tristi, come una perla, sull’acqua, gli occhi chiusi, le palpebre cucite da un filo d’argento, era fredda, come neve.

 

Si risvegliò di soprassalto. Tutto era triste, anche i tenui raggi di sole che, sfiorandole le guance morbide, le avevano reso la vista.

 

Si ritrovò sola, a parlare con l’ultima persona amica che le restava, dopo tanto tempo: il veterinario.

 

Le sembrava di passeggiare con lui sotto i tigli ormai spogli, mentre dei cavalli correvano, galoppavano, liberi, intorno a loro… Nel vento si nascondevano le voci amiche, le voci dei morti, oh, sì!

 

Amico mio, non lasciarmi anche tu… Questo sembravano sussurrare gli sguardi ingenui di Elke.

 

E lui, lui le parlava della morte degli uccelli, sì, che dopo un volo libero nel cielo, cadono e s’addormentano per sempre al suol!

 

Ella si aggrappò forte al suo braccio.

 

-         Figlia mia, tu non sai… Ma noi tutti, noi tutti siamo fantasmi, a questo mondo!

 

Non lo sentiva più. Cielo, lo stringeva, ma era come se il buon veterinario triste, dai capelli bianchi, svanisse, trasformandosi in cenere, al vento.

 

Era scomparso come un’anima bianca davanti ai suoi occhi. Pianse…

 

-         Oh, davvero, davvero tutto è niente a questo mondo!

 

Questo sussurrò la bella, guardando la mano fredda e invisibile della brezza, che rapiva le foglie morte.

 

Si ricordò improvvisamente di una fiaba, appartenente al passato, che però le parve di vivere in quell’attimo…

 

C’era una volta un fuoco ed una stufa tutta arrugginita, c’era anche lei, Elke, che amava tanto guardare le fiamme, quando bruciavano tanto forte.

 

Forse, quel vecchio gigante incandescente le era amico, si diceva sempre.

 

Oh, aveva una bocca talmente grande, che non gli sfuggiva proprio nulla, si divorava tutto, sì, lasciando solo cenere grigia.

 

Ma era un famelico infido… Ah, Dio solo poteva prevedere i movimenti di quelle braccia ardenti, che rapivano ogni cosa e non la lasciavano più.

 

Che paura faceva il fuoco della stufa!

 

Eppure era il suo vecchio compagno, da sempre, da quando spirava la tramontana e la neve cadeva sulle zolle fredde della terra.

 

Forse, poteva parlare, oh, una volta, alla bella parve proprio di udire una strana voce, che proveniva dalla stufa…

 

-         Vieni, piccola mia, vieni qui, ti voglio raccontare la mia storia, come sono nato… Su, dammi la mano, avvicinati, ih ih ih!

 

Che accento cupo avevano quelle parole!

 

Oh, la nostra ingenua non sapeva che, in realtà, al suo infido amico sarebbe tanto piaciuto divorare anche lei, sì.

 

-         No, non ho freddo, grazie, sto bene qui… Dimmi, ti ascolto, non serve che mi avvicini.

 

-         Oh, sei proprio sicura? Davvero? Uh, senti che mani fredde… Tu tremi, hai i brividi, vieni, vieni, non aver paura, non ti mangio mica, ih ih ih!

 

-         No… Non voglio!

 

-         Dammi la mano, giocheremo insieme! Oh, sì, tu me la darai, un giorno, e allora ci divertiremo tanto, davvero! Ma per adesso voglio che tu sappia che io sono un vecchio amico dei ceppi e degli infelici!

 

-         Davvero?

 

-         Sì, il buon Dio mi ha mandato sulla terra perché ne facessi fiamme, ahahaha!

 

Quella voce cupa faceva venire i brividi, come quella del vento gelido, che accarezzava Elke, rimasta lì, vicino alla finestra dal vetro infranto.

 

Eppure le avevano detto tutti quanti che il fuoco non poteva parlare, no, no, no!

 

Le avevano detto, più e più volte, che era tanto pericoloso stargli troppo vicino, anche se non poteva succedere quello che accade nei peggiori incubi.

 

Ma il fuoco sussurrava sempre alla povera giovane.

 

Oh, e le diceva di sentirsi molto solo e triste, chiuso dentro quella stufa nera, che gli faceva tanta malinconia!

 

Perché non veniva a liberarlo?

 

Se l’avesse fatto, l’avrebbe sicuramente abbracciata, ma voi ben potete immaginare quanto potesse costare una stretta data da quelle braccia senza compassione.

 

Ahimè!

 

La nostra amica aveva pietà di quel suo amico tanto cupo e invido e gli dava da mangiare, sempre, sempre, sempre.

 

Oh, e una volta… Una volta, non c’era più legna, il fuoco stava morendo, meglio così, meglio che il vecchio gigante si spegnesse, per una volta.

 

Ma la bella non volle, no…

 

Tanto gli voleva bene, che andò a prendere uno dei suoi migliori soldatini di legno, uno di quelli con cui giocava da piccola.

 

Oh, quel giocattolo era tanto bello, sapete? Era tutto colorato di rosso e di blu, con la divisa, la sciabola al fianco e il copricapo militare. Sembrava dicesse alla sua padroncina:

 

-         Non gettarmi nel fuoco!

 

Ma l’ingenua non volle sentire ragioni, la sua amicizia era troppo forte, tanto, che non accettava di veder morire così il suo compagno di giochi.

 

E così gettò il suo soldatino alle fiamme, per nutrirle, sì, proprio così!

 

Fu allora che la raggiunse una vociaccia nera nera. Sembrava che qualcuno sghignazzasse. Era lui, vecchio marpione, che si risvegliava e prendeva vita.

 

-         Grazie, piccola cara, grazie, ahahaha!

 

E il soldatino di legno moriva così, tra le fiamme, che lo divoravano, e a poco a poco lo trasformavano in cenere grigia.

 

La bella guardava, guardava, guardava…

 

E aveva le lacrime agli occhi, sapete? Perché mai visione più crudele l’aveva molestata prima, neppure nei suoi incubi!

 

Cielo!

 

Mi vengono tanti brividi, a raccontarlo, ve lo giuro, davvero.

 

-         Grazie, amica mia, spero che mi nutrirai sempre così, che mi darai ancora molte cose buone da mangiare, molti bocconi saporiti, ih!

 

Quella volta, la bella scappò via spaventata.

 

Aveva ucciso il suo soldatino, pensava, aveva ucciso il suo soldatino, davvero, l’aveva ridotto in cenere!

 

E una notte, il vecchio babbo aveva fatto a pezzi una sedia a dondolo di legno, perché non c’era più legna, no, non ce n’era più.

 

Era la sedia preferita da Elke.

 

E il fuoco ne aveva fatto un sol boccone!

 

L’aveva divorata insieme a una bambolaccia rotta, che non serviva più a nessuno… Ma in quel momento era sembrato di udire la voce delle povere creature di legno, mentre le fiamme le assalivano:

 

-         Pietà! – dicevano. – No, non farci male! Non mangiarci! Ahi! Che abbiamo fatto di brutto in vita nostra? Risparmiaci la vita! Pietà! No! No! Mamma…

 

Pareva di sentirle piangere, sì!

 

Ma il fuoco era senza pietà.

 

Oh, di che essere cattivo era diventata amica la nostra Elke! Quanto si pentiva di avere fatto amicizia con uno così.

 

E mi ricordo di una notte fredda fredda, in cui si vedevano le stelle d’argento nel cielo, lontane lontane, sì!

 

Lo sapete cosa succedeva? Lo sapete?

 

S’udiva la voce di sua madre, che la chiamava, la chiamava, cercandola dappertutto… Ma la bella non si trovava, no, non si trovava più!

 

Oh, buon Dio, dov’era andata? Dove? Io non so…

 

-         Figlia mia, dove sei? Dove sei? Rispondi alla voce di tua madre, che ti vuole tanto bene! Rispondile!

 

Ma lei non rispondeva più.

 

E il fuoco avvampava forte, tanto forte, pareva un mostro dell’inverno, che abitava lì, nella stufa enorme e grigia, sì.

 

-         Figlia mia, non giocare a nasconderti! Qui c’è qualcuno che piange, se non ti trova!

 

La povera madre piangeva già, ahimè!

 

Intorno a lei c’era un silenzio di gelo… E sembrava di sentire qualcuno che sghignazzava, nascosto tra le fiamme, oh, buon Dio!

 

-         Figlia cara, sei cattiva se fai così… Fai piangere la tua mamma, sì!

 

La voce della disperata si spegneva, a poco a poco, come una musica triste triste, come qualcosa di troppo malinconico, per poter essere raccontato.

 

E tutto, intorno a lei, era così azzurro, così freddo… Si vedeva il cielo, attraverso la finestra, e… Oh!

 

Io tremo, al solo pensarci, ma se quella notte la nostra Elke fosse rincasata presto presto, prima del solito, quando non c’era ancora nessuno, in casa?

 

Cielo!

 

E se il suo amico fuoco le avesse detto di stare tanto, tanto male, di sentirsi la febbre alta e la morte vicina?

 

Forse, lei gli aveva creduto…

 

E se il perfido le avesse detto di aver bisogno della sua mantella, per riscaldarsi? Se le avesse sussurrato di togliersela e di dargliela, come già aveva fatto con il suo soldatino di legno?

 

Sì, poteva essere andata così!

 

E se la bella se la fosse veramente tolta?

 

E se il fuoco avesse allungato la sua mano incandescente incandescente, dicendo:

 

-         Vieni, vieni più vicino… Oh, non ci arrivo, sai? No, proprio non ci arrivo… Aspetta, voglio farti una confessione: io sono tanto innamorato di te, e muoio dalla voglia di darti un bacio sulla bocca…

 

-         Mamma dice di non avvicinarmi mai troppo alla stufa…

 

-         Oh, ti giuro, non ti faccio niente, sai? Io ti amo… Ardo d’amore per le tue labbra scarlatte, vorrei solo accarezzarle… Sii mia amica, dammi la mano, non ci arrivo, dammi la tua giacca, già ne tocco la manica…

 

Cielo!

 

E poi, se Elke avesse avvicinato la sua bella bocca rossa, se si fosse lasciata accarezzare i capelli e prendere il braccio, se il suo pericoloso amante si fosse messo improvvisamente a sghignazzare e a divorarla, dicendo:

 

-         Ah, ti ho presa, adesso!

 

Io non voglio pensarci.

 

Mi vengono i brividi, sapete? E ho freddo, perché la paura mi raggela le vene.

 

Mi piacere guardare il cielo e le sue stelle. Sono tanto, tanto belle, così belle, che… Oh!

 

La giovane aveva sognato questo con me. Tutto era durato il tempo di un sospiro. Poi, lei si era ricordata di non avere più né un padre, né una madre…

 

 

 

 

 



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