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lavoro pubblicato domenica 12 marzo 2006
ultima lettura domenica 24 settembre 2017

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L'OCCASO DI UNA LUCERNA (III)

di Dunklenacht. Letto 1061 volte. Dallo scaffale Amore

CAPITOLO TERZO Le grandi torri nere della cattedrale gotica brillarono in quegli occhi, così come vi arse il fuoco dei gelidi tramont...

CAPITOLO TERZO

 

 

Le grandi torri nere della cattedrale gotica brillarono in quegli occhi, così come vi arse il fuoco dei gelidi tramonti, il correre delle stagioni, dei mesi, degli anni!

 

Vi arsero mari tempestosi, grida d’addio, pianto!

 

Quante, quante volte la bella dovette salutare per sempre persone amate, che se ne andarono, per non ritornare mai più!

 

Quante volte le tornò in mente quella frase, del caro padre, che, avvolto nel suo vestito blu, dai bottoni dorati, le diceva:

 

-         Quando io non ci sarò più, sarai tu a portare la mia toga…

 

E il destino vinse, forte e triste, come la schiuma bianca del mare… Vinse, sì!

 

Vinse, vinse, vinse! Rammento quei grandi occhi di donna, in cui volavano i gabbiani, e brillava il deserto grigio, fatto di sabbia fredda e rovi… Rammento quella voce, che gridava:

 

-         Oh, forse, davvero, davvero non vale la pena di esistere!

 

Tutto questo, travolto dalle brume fantasma, che salivano dal mare e tutto, tutto avvolgevano nel gelo.

 

-         Vedo i cavalli bianchi della felicità, passare veloci davanti ai miei occhi… Oh, ma non si fermano, no, non si fermano per me, per prendermi in groppa!

 

Parole di tristezza!

 

C’erano dei suoni di pianoforte, invisibili e malinconici, che si spandevano da una della case della città.

 

Uno sconosciuto suonava, e le sue note volavano nell’aria, rapite dai venti dei ghiacci.

 

Gli ippocastani bigi vivevano di quelle musiche sperdute.

 

E c’era anche un veterinario triste, che aveva i capelli bianchi e durante tutta la sua vita non aveva visto altro che disgrazie.

 

Curava i cavalli…

 

E c’era anche lei, Elke, diventata ormai un giudice giusto e misericordioso, che non credeva ad altro che ai suoi occhi! Quante immagini! Quante immagini, una dopo l’altra, si susseguivano davanti a lei, così…

 

Aveva incontrato il veterinario ed erano amici tristi…

 

E lui le raccontava di tristezze!

 

Una notte l’avevano chiamato, sì, una notte di bufera… C’era un animale morente, alla fattoria.

 

E l’avevano fatto entrare nella stalla, ma non c’era più niente da fare. Un cavallo sbraitava e sbraitava… Cielo!

 

E le raccontò degli urli, dei nitriti disperati di quella povera bestia.

 

Sì, perché l’avevano colpito con una forca, accidentalmente, e il sangue ricopriva la paglia fresca.

 

Tutte le cure erano inutili. La ferita era profonda e infetta… Alla fine, avevano dovuto ucciderlo, affinché smettesse di soffrire!

 

Mi sembra ancora di sentire l’eco di quel colpo di fucile. Che suono sordo, disperato! Che scoppio!

 

Elke quasi pianse, quando lui glielo raccontò, perché tutto questo le suggeriva pensieri lugubri…

 

-         Oh, davvero tutti gli animali e le piante della terra sono nati e vivono per soffrire!

 

Questo sussurrò, nascondendosi il bel volto dietro un fazzoletto, ornato di trina bianca.

 

Un giorno avevano portato davanti ai suoi occhi un orfano, sconsolato, e quasi in lacrime.

 

Non aveva fatto niente di male!

 

Tutti, però, in quel tribunale dove si applicava la legge violenta, lo guardarono con severità.

 

E la povera Elke sapeva quale doveva essere il suo compito triste… E per questo quasi piangeva come quel poverino!

 

Alle sue spalle c’era un cartello grande, tutto dorato, che diceva che davanti alla legge tutti sono uguali.

 

Ma non era vero! No, non era così, purtroppo!

 

L’orfano aveva perduto sua madre e il feroce patrigno lo accusava di essere stato lui a farla morire.

 

-         No, io non posso pronunciare una condanna ingiusta…

 

Questo diceva la giovane giudice, tra sé… Ma ella sapeva, oh, sì, sapeva che avrebbero ucciso anche lei, se non l’avesse fatto.

 

Elke sognò di abbracciare l’innocente… E con la sua lunga toga nera lo avvolgeva, lo proteggeva dalla ferocia degli uomini!

 

-         No, non permetterò a nessuno di farti del male!

 

Così gli diceva, consolandolo con le sue carezze.

 

Illusioni!

 

La condanna venne presto pronunciata, da quelle labbra che avrebbero preferito morire piuttosto che fare questo.

 

Elke chiuse i suoi occhi…

 

Ma non vide che tristezze!

 

Perché le si presentava sempre davanti il volto dell’orfano, che piangeva, prima che lo giustiziassero!

 

E la chiamava, la chiamava, la chiamava, sempre, sempre, sempre!

 

Poi, si alzava un fucile, freddo freddo…

 

Un grido…

 

-         No, non uccidetelo, cani! Non uccidetelo, uomini malvagi, figli del Male!

 

Poi, quello sparo. Un angelo incolpevole cadeva al suolo, senza vita.

 

La povera sconsolata diceva così, dentro di sé, ma inutilmente, inutilmente.

 

Per anni ebbe quell’immagine davanti agli occhi. Un fanciullo, addormentato profondamente, tanto profondamente, giaceva sulla neve, pallido pallido, un fiore azzurro tra le labbra.

 

Oh!

 

Un’altra volta, portarono al cospetto della giudice una vecchia crudele ed arcigna.

 

Aveva i capelli lunghi e grigi, era sdentata, sogghignava spesso e guardava la povera Elke con due occhi terribili.

 

Oh, sì, sì, sì!

 

Quella vecchia era colpevole, tutti sapevano che soleva uccidere i fanciulli, nelle notti di luna piena. Lo faceva per passatempo.

 

Perfida!

 

Pensate che aveva imparato persino ad ululare, come un lupo famelici.

 

Elke la incontrò da sola a sola, una volta, forse; fu un incubo.

 

-         Se mi ucciderai, un giorno rivedrai i miei capelli bigi e le mie rughe, perché verrò a prenderti, per portarti via con me, ih ih ih!

 

Così le diceva la megera, grattandole la zucca con gli artigli.

 

Poi, la vecchia prendeva per i capelli la povera infelice, come se avesse voluto onorare la sua promessa in quello stesso istante!

 

La povera serva della legge desiderava tanto condannarla a morte, sì!

 

Ma non poteva farlo!

 

Rivedo quell’aula grigia grigia, con quel cartello tutto dorato, appeso al muro, che diceva “DAVANTI ALLA LEGGE SONO TUTTI UGUALI”, Elke, con la sua toga nera, in lacrime, davanti a lei, la vecchia, che sghignazzava, sghignazzava, i capelli dritti dritti…

 

Aveva vinto!

 

E rammento anche quel mare tempestoso e freddo, che brillava sempre negli occhi della protagonista della nostra storia.

 

La gelida schiuma, i muggiti, il silenzio…

 

E quel grido:

 

-         Oh, no, davvero la giustizia non esiste a questo mondo!

 

Poi, più nulla.

 

Più nulla, nel gelido deserto del Male.

 

E riscopro così il colore di quegli occhi, quando, forse per la prima volta, scintillarono.

 

La schiuma bianca, i gabbiani, il vento d’inverno, che innalzava la sabbia, parlava di nevi…

 

Un abbraccio!

 

Elke si lasciava avvolgere dal lungo mantello di lui, mentre abbassava le palpebre e si abbandonava al sogno.

 

E non so, oh, davvero io non so se tutto questo fu visione oppure no.

 

Tanto accadde, in un istante.

 

E rammento la voce possente e giovane di un uomo, che con il sole che brillava nei suoi occhi, diceva:

 

-         Ah, c’è, ci deve essere qualche cosa per cui vivere!

 

Vennero gli albatri bianchi, venne il vento di bufera… E tutto avvolsero, nel loro candore triste!

 

E me li ricordo, mentre passeggiavano insieme, tenendosi per mano, sulla spiaggia deserta e fredda, deserta e fredda…

 

Allora, il manto di una strega buona li avvolgeva nell’immenso.

 

Nient’altro.

 

Niente, più di questo.

 

E le pupille grandi di Elke scintillarono forte, tanto, tanto forte… Scintillarono del suono delle sonate, che le veloci mani di lui scolpivano nel silenzio.

 

Scintillarono, al pensiero dell’addio, che doveva sorprenderli un giorno, quasi furtivamente.

 

Scintillarono, come i cavalli bianchi che correvano, correvano al galoppo lungo la spiaggia del Nord, le lunghe criniere al vento, tra i ghiacci e le nevi fredde.

 

Scintillarono per sempre!

 

Oh!

 

-         Amore mio, non lasciarmi più… - gli disse la bella, con voce piena d’affetto.

 

E nella mente sua si riaffacciava come un fantasma il ricordo del povero storpio, che un tempo l’aveva amata, e poi aveva perduto la sua vita davanti agli occhi di lei.

 

Tutto questo, mentre una voce cupa cupa pareva risvegliarsi dentro l’animo suo, minacciosa come l’ululato della bufera, perfida, come il gelo.

 

Era una voce terribile.

 

-         Morirai!

 

Questo Elke udì, tra le lacrime. Questo la sorprese, mentre quasi stava per toccare la felicità. Ebbe la sensazione di precipitare in un abisso.

 

-         Morirai! Ih ih ih!

 

E quel muggito si smarrì, poi, nel cupo e tremendo ululato di una tormenta, pronta a venire, e a tutto avvolgere, nei suoi manti di gelo.

 

Oh, che cosa, che cosa significavano quelle parole? Che ne sarebbe stato della povera piccola e del suo amore? Chi, chi mai l’avrebbe consolata, se non quella carezza amica sulla guancia, e quell’abbraccio, al quale era ormai avvezza, come all’acqua cristallina che dissetava le sue belle labbra?

 

Faceva freddo… I tetti delle case erano bianchi… Qualche finestra lontana era illuminata e brillava di luce vaga. Una fanciulla aveva acceso una candela, che ardeva come un’illusione, nella notte.

 

Due mani bianche accarezzavano un volto e lo stringevano forte.

 

Dei singhiozzi, soffocati e languidi, riempivano il silenzio.

 

E niente più.       

 

 

 

 



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