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lavoro pubblicato sabato 25 febbraio 2006
ultima lettura venerdì 1 novembre 2019

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INDIA KERALA - 17/18/19 dic.05

di Nigel Mansell. Letto 1362 volte. Dallo scaffale Viaggi

Sabato 17 dicembre 2005 Decidiamo di passare una giornata al mare, il caldo qui a Fort Cochin nelle ore centrali del giorno è insopportabile. Nell’...

Sabato 17 dicembre 2005 Decidiamo di passare una giornata al mare, il caldo qui a Fort Cochin nelle ore centrali del giorno è insopportabile. Nell’isola di Vypeen Island ci hanno promesso esserci delle spiagge molto belle, anche perché non abbiamo alternativa, quella di Cochin è un ammasso di rifiuti e resti della vegetazione che galleggia sui canali. La nostra destinazione è Cherai Beach. Prendiamo il battello al molo dopo le reti cinesi, delle macchine manovrate dai pescatori che permettono di issare e buttare con minimo sforzo le reti nel canale di fronte a Cochin. Una volta dall’altra parte prendiamo il bus che ci porta a destinazione. E’ la prima volta che lo prendiamo qui in India. A vederli sfrecciare con i loro autisti spericolati la cosa non ci tranquillizza molto, invece il viaggio è molto tranquillo. Scopriamo che ci sono posti in cui non si possono sedere gli uomini, ce lo fanno notare perché l’indicazione è scritta solo in caratteri indiani. Per arrivare alla spiaggia dobbiamo prendere un risciò che troviamo alla fermata dell’autobus. La spiaggia è di sabbia chiara, abbastanza fine, completamente deserta, sarà estesa per almeno dieci chilometri. Ci accomodiamo per farci rosolare per l’ultima volta dal sole indiano, la vacanza è ormai quasi finita. Facciamo conoscenza con un certo Yota, un israeliano che ci chiede di curargli le sue cose mentre fa il bagno. Ci conosciamo. Lo sommergo di domande e lui si vendica facendo lo stesso. Quello che mi preme sapere è come fanno a convivere con la paura del terrorismo. Lui la ritiene una cosa abbastanza normale, l’hanno esorcizzata la paura. Lui vive ad Haifa, dice che lì il problema non si avverte più di tanto, da loro poi ci sono stati solo due attentati. Qui è pieno di israeliani, Yota ce lo conferma, dice che è una meta molto frequentata dai suoi connazionali sia per i prezzi a buon mercato che per l’erba molto disponibile. Lui è già da parecchio che è in India e ci starà ancora per alcuni mesi. E’ brutto pensare di essere odiati da buona parte della popolazione del mondo, solo perché si è israeliani. In fondo che colpe ha questo Yota per esempio, non ha in fondo anche lui diritto ad avere una terra? Lui ha discendenze afgane, yemenite e inglesi, quindi quale dovrebbero essere la sua terra? Dice che nei momenti più critici si spaccia per francese o inglese, è costretto a rinnegare la sua nazionalità. Mangiamo in un posto a fianco della spiaggia dalla copertura realizzata con le foglie di palma, trattenute da una robusta struttura in ferro. Al pomeriggio la spiaggia che prima era deserta si popola, ci sono molti indigeni che giocano con gli aquiloni. Poi tre pullman sbarcano altrettante scolaresche. Le donne sono tutte col sari e gli uomini con i pantaloni e la camicia della divisa della scuola. Le donne senza svestirsi naturalmente, muovono timidi passi dentro l’acqua emettendo gridolini eccitati a ogni onda che bagna loro i vestiti. Gli uomini fanno che buttarsi così vestiti di tutto punto nell’acqua. Mentre aspettiamo a sera il risciò per tornare indietro incontriamo Simone e Consuelo, vengono da Ancona: sono tre mesi che sono in India e ci staranno per altri tre. Ci raccontano delle loro esperienze, di come può essere difficile vivere con 5 Euro al giorno di budget ( che sono poi 250 rupie e non sono comunque poco), di come può essere edificante vivere a contatto con la gente del posto, usare i loro stessi mezzi pubblici, mangiare con loro… Parlo con Simone in autobus mentre Anna chiacchiera con Consuelo. Il discorso va sulla pornografia, sull’ostentazione di immagini sessuali che se ne fa da noi, e per esteso nei paesi occidentali, anche se lui che ha girato molto mi conferma che siamo i peggiori in questo campo. Tutto questo qui è completamente assente, non c’è bisogno per venderti un formaggio o un profumo di farti vedere un paio di tette o un culo. Le immagini che si vedono in giro sono quelle delle divinità induiste, di Gesù Cristo con il cuore insanguinato o dei simboli religiosi dell’Islam, o per par condicio a volte tutte e tre insieme. Purtroppo anche qui tutto sta cambiando velocemente. Simone era già stato in Kerala l’anno scorso e la telefonia mobile era solo agli albori, quest’anno oramai tutti hanno già il telefonino e i muri sono tappezzati dai loghi dei gestori telefonici locali. Ci diamo appuntamento per la sera, vogliamo mangiare insieme. Discorriamo molto durante la cena, di tanti argomenti e Consuelo è particolarmente contenta perché non conosce l’inglese e in questi mesi ha potuto parlare ben poco oltre che con Simone. Anche qui fervono i preparativi per il Natale. Nella chiesa protestante di St. Francis hanno realizzato l’albero di Natale e le vetrate sono parecchie sere che sono tutte illuminate, da dentro si sentono intonare i canti natalizi, sono i preparativi per la messa magna della vigilia. Su qualche casa illuminazioni intermittenti vogliono testimoniare che oramai ci siamo, che manca poco, ma è così difficile per noi immaginare un natale con questo caldo. Domenica 18 dicembre 2005 Oggi è l’ultimo giorno. Una bella colazione al tea pot nei pressi di Princess Road che abbiamo appena scoperto e poi diamo l’ultima occhiata a Cochin. Il personale della nostra pensione alla fine fa sempre come vuole, non ci hanno fatto la camera tutti i giorni come si era rimasti d’accordo, non vuole accettare la carta di credito per il pagamento come si era stabilito, anche se noi insistiamo, loro non cedono, magari ti dicono di sì ma poi continuano come prima. Andiamo a vedere il Dutch Palace emblema del potere olandese sull’isola ma poi il caldo e l’umidità ci stordiscono. Decidiamo di tornare in albergo e ci concediamo un bel pisolino. Usciamo poi nel tardo pomeriggio per comprare qualche CD di musica locale come ci eravamo ripromessi. Il tipo del negozietto al quale ci rivolgiamo è molto in gamba e con 2 Euro si compra praticamente di tutto. All’uscita rincontriamo i nostri due amici italiani, Consuelo e Simone. Ci si ferma ancora un po’ a parlare. Ci ribadiscono ancora che Gokarna è un posto favoloso, a questo punto ci hanno convinto, se mai torneremo in India ci dovremo per forza andare. Poi si divaga su vari argomenti fino agli extraterrestri. Sembra che credano molto nella possibilità che delle entità spaziali possano volerci aiutare e consigliare come vivere meglio la nostra vita sulla terra; anzi Simone dice di aver visto addirittura un Ufo l’anno scorso, appunto a Gokarna. Sanno tutti che cosa si fuma e di che cosa ci si fa in quella località quindi altro che dischi volanti si possono vedere. Io non è che dubiti a priori di queste cose, ma è che certe persone credono proprio a tutto, dagli UFO, ai folletti del bosco, dal buddismo alle divinità nordiche e tutto ciàò che viene raccontato da certe persone diventa per forza poco credibile. Mentre siamo a cena seduti nei tavoli sulla strada, rincontriamo il nostro amico israeliano Yota. Si siede con noi e si parla un pochino, soprattutto sui luoghi comuni con cui si catalogano gli italiani. Gli faccio notare scherzosamente che l’altro giorno, quando ci siamo incontrati sulla spiaggia, l’abbiamo poi visto chiacchierare con una ragazza bionda. Lui ride e dice che non è molto fortunato con le donne bionde. Dopo arriva anche una sua amica, anche lei israeliana, anche lei di Haifa. Ha avuto come noi la sfortuna di andare a Fort Bekal e il suo giudizio è peggio del nostro. Qualche rimpianto di andarcene ce l’abbiamo ma abbiamo la nostra casa, il Natale si avvicina in Italia e il richiamo è molto forte. Lunedì 19 dicembre 2005 Avevamo chiesto il taxi per le tre e trenta di mattina, chissà perché ci hanno detto che sarebbe arrivato alle tre, alla fine alle due e trenta già bussano alla porta perché il tassista è già per strada. Ennesima dimostrazione che qualsiasi cosa tu dica agli indiani poi loro vanno avanti come vogliono, poi per quanto riguarda gli orari o proprio non li rispettano oppure agli appuntamenti si presentano sempre con notevole anticipo. Lasciamo Cochin sull’Ammbassador bianca del nostro tassista percorrendo strade deserte, quasi irreali, abituati come siamo a vedere sempre gente dappertutto. In effetti però, nonostante l’ora prematura del mattino, qualcuno lo vediamo dai vetri del nostro taxi. Girano così, senza meta, sulla bicicletta, con il loro risciò oppure si incontrano chiacchierando per strada, come se si trovassero in pieno giorno. Passiamo il ponte con rigoroso pagamento del pedaggio, sembra di passare un posto di frontiera, per lasciare l’isola di Cochin, poi ci immettiamo nella superstrada stranamente a percorrenza veloce per essere in India. Quando arriviamo a destinazione all’aeroporto c’è una ressa enorme all’ingresso, non si riesce ad entrare. Pensiamo che sia la fila dovuta ai controlli all’ingresso invece scopriamo ben presto che tutta quella gente è lì solo per salutare i propri cari che partono. Ci sono anche vecchi e bambini nonostante siano le tre e trenta del mattino. Come al solito i controlli sono molteplici, macchinosi e inutili, perché così piace agli indiani, ognuno ha da apporre il suo timbro, vediamo divise e uffici diversi, controlli anche a poca distanza l’uno dall’altro ma questa è la burocrazia, forse dovuta al sistema federale e a migliaia di burocrati che si moltiplicano e tutti da accontentare. Arriviamo con il nostro volo a Kuwait City dopo essere partiti da Cochin. Sorvoliamo il deserto a bassa quota prima di atterrare. Nella sabbia gialla si vede il nastro di asfalto trafficato come una freeway americana che porta alla capitale del deserto. Il nostro volo è pieno di religiosi cattolici, si avvicina il Natale e forse Roma li richiama? In Kuwait attendiamo qualche oretta poi ci imbarchiamo per il volo per Fiumicino. C’è il trasferimento di un malato nel nostro volo, lo sistemano a fianco di noi, è una donna anziana araba. Hanno smontato i sedili e sono riusciti quasi a realizzare un letto da ospedale, con flebo e tutto il resto. Quando arriviamo a Fiumicino c’è il solito casino che avevamo già trovato all’andata. Per le sole operazioni di transito, tra banchi senza personale e informazioni contrastanti perdiamo un’ora e mezza. E’ incredibile, neanche in India con la loro macchinosa burocrazia abbiamo avuto questi problemi. Ritroviamo anche la stessa hostess di terra dell’andata, che parla il suo idioma misto al romanesco e una lingua dell’est. Questo aeroporto è enormemente esteso, tra le informazioni contraddittorie che riceviamo, dobbiamo fare chilometri. Guardandoci in giro però notiamo che quest’estensione non è dovuta alla dislocazione di uffici necessari per le pratiche dovute ai voli, ma solo a negozi, negozietti, bar e stand di compagnie telefoniche. Tutto luminoso e luccicante con belle ragazze che sorridono ma finto, inutile, insignificante. Di nuovo in Italia ci guardiamo in giro. Ritroviamo le nostre donne, tutte molto eleganti, le riconosci tra le altre nell’aeroporto. Sono coperte di firme, make-up aggressivi, provocanti e sexy, nascoste magari dietro a occhialini scuri dalla marca naturalmente ben riconoscibile. Hanno sguardi imbronciati come si vedono nelle immagini pubblicitarie di moda. Se possono evitare lo sguardo lo fanno, non possono disperderlo e sprecarlo negli occhi di chicchessia. A volte si accompagnano a bambini, magari annoiati, antipatici e viziati, chiusi in passeggini ipertecnologici, che poi ci vuole per forza la monovolume per trasportarli. Se sono sole, per giustificarsi, non fanno che armeggiare con i loro telefonini, parlano con amiche improbabili che hanno eterni problemi da risolvere, di cuore, con i figli o sul lavoro. Quanto sono diverse dalle donne indiane, (forse fatta eccezione per quelle di fede mussulmana), nei loro sari colorati, con la loro bella pelle scura, naturale e lucente. Avvolte in vesti che non devono mettere in vista le loro parti anatomiche, ma anzi esaltare la loro femminilità senza ricorrere alla scorciatoia dei richiami sessuali. Sorridono sempre a tutti, sono felici, ma non maliziose. Se incontrano il tuo sguardo non lo abbassano, anzi ti salutano e sorridono in modo onesto, senza doppi sensi solo per il gusto di essere gioviali. Non hanno fretta, non sono stressate, non gli manca il tempo, non girano su fuoristrada da tremila litri, ma dignitosamente sedute all’amazzone su scooter malandati o dietro al sellino di biciclette sferraglianti. Prendiamo l’ultimo aereo per la Malpensa, un piccolo MD con solo cinque file di sedili che fa sembrare il volo una cosa molto intima e privata. Il freddo dell’inverno europeo ci assale mentre ci trasferiamo sull’autobus per prendere la scaletta. Mentre l’aereo decolla io sprofondo in un sonno immediato e pesante, mi sveglio che stiamo sorvolando le luci della Lombardia. Il comandante al microfono dice che stiamo per atterrare alla Malpensa dove ci sono meno sei gradi centigradi. All’aeroporto ci aspetta la sorella di Anna e la famosa Chicca, siamo tornati! Non si sa cosa raccontare per rispondere alle loro domande per cercare loro di descrivere quello che abbiamo visto con la loro magia. Mentre cerchiamo di farlo ci accorgiamo che le cose qui sono andate avanti come prima, come era logico aspettarsi, che ognuno è preso dalle sue priorità, dalle proprie ansie, dagli orari e dal lavoro. Insomma a loro in fondo interessa poco che in India ci sono un miliardo di persone che vivono in modo diverso da noi, che pensano altre cose, che fanno cose diverse, che un’altra vita è possibile. Ma in fondo dov’è l’India? E’ troppo lontana e qui ci sono altri problemi più importanti, più seri e poi fa un freddo cane, non c’è tempo per pensare, per tergiversare, qui tutto corre. Così veniamo subito presi dal gorgo, c’è il nostro posto vuoto sulla scacchiera, purtroppo non penso più in la della prima fascia la posizione dei pedoni, per fare da contorno a pezzi ben più pesanti. Sì è vero abbiamo ancora l’abbronzatura, uno sguardo sereno e rilassato, ma tanto tutto questo dura poco, bastano pochi giorni perché tutto ritorni come prima.


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