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lavoro pubblicato giovedì 23 febbraio 2006
ultima lettura lunedì 21 settembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

28 ore di vita

di Andrea Corbetta. Letto 1591 volte. Dallo scaffale Racconti

Avrebbe potuto benissimo nascere già adulto nel preciso istante in cui l'artificiale, estranea, quasi mattina estiva da discoteca lasciò spazio allo s...

Avrebbe potuto benissimo nascere già adulto nel preciso istante in cui l'artificiale, estranea, quasi mattina estiva da discoteca lasciò spazio allo sguardo più naturale che potesse mai capitargli di incrociare. Dimenticare tutto il vissuto sino a quel momento senza pentirsene troppo; compreso il primo timido bacio sghembo da quattordicenne, con una “principessa” che poi si baciò in modo scientifico tutti i suoi coetanei in una specie di censimento sessual-adolescenziale, quelle stronze di suore che l'ingozzavano a forza alla mensa dell’asilo, il primo giro in motorino, la prima caduta in un maldestro tentativo d'impennata, l'Italia campione del mondo in Spagna, il primo grande amico morto in un bastardo incidente stradale senza testimoni ne colpevoli, tutto il sesso insipido ed impreciso fatto di fretta nel corso degli anni non pensandoci mai troppo sopra, d'altronde era come se si dovesse farlo per forza, il mai disdegnato sesso manuale a base di spezzoni interrotti e silenziosi di videocassette: anche se in fondo poi stava vivendo solo una vacanza al mare, e nemmeno delle più belle sino a quel momento. Aveva più volte giurato a se stesso che non avrebbe mai messo più piede in una discoteca, di qualsiasi tipo, rock, acida, rave, balera, etnica reggae, esclusiva camuffata da esposizione di tappeti orientali; cambiava la musica, cambiavano gli abiti delle persone con cui doveva fare a spallate di continuo, ma le teste di cazzo ed il suo sentirsi fuori luogo rimanevano costanti. Avrebbe dovuto già capirlo dall'espressione suonata e vuota di alcuni buttafuori, così “impazienti” di riceverlo: - Ehi tu! In questo locale è gradito un abbigliamento elegante. Con un dito accusatore puntato verso le sue sobrie scarpe da skater (di un tranquillo color nero, spezzato da una linea curva bianca veramente elegante e per niente pacchiano) da un tizio con un abbigliamento stile divisa dello Zaire ai mondiali del 1974. Mancavano solo le scarpe con i tacchetti. Cosa aveva lui che non andava?! Si contorse su se stesso sgraziatamente in una sorta di danza propiziatoria, rassicurante e primitiva, passò la mano tra i capelli unti di noia e balli forzati. Gli sembravano anche loro immancabilmente sempre fuori posto, comprensibile considerandoli suoi, e finiva con il passare la mano nei capelli a ritmo di battito di ciglia, ma neanche a pensare di tagliarli; erano il sipario con cui celare gli occhi e la mente nei momenti di difficoltà, e rivolse di nuovo lo sguardo verso quell'inaspettato rifugio in un deserto di adrenalina ostile e idiota, incredulo. Il sorriso che i due si fecero non fu altro che il primo vagito della sua nuova vita; il primo abbraccio della madre al neonato ancora intriso di sangue e lacrime. Quel momento della sua vita non se lo ricordava perfettamente però. Guardò in mezzo alla pista da ballo come per riportarsi nella noiosa e tranquilla dimensione della realtà in cui si barcamenava indolentemente da mesi; non riusciva proprio a credere che in quell'insieme di visi inespressivi e alterati si potesse celare una naturalezza di quel tipo. Gli tornò in mente un titolo letto, passando davanti ad una edicola poche ore prima, sulla copertina di uno di quei giornali femminili carico di foto con ragazze maliziose e provocanti: “Un granello di zucchero in un mare di sale" o qualcosa del genere, e via di seguito con intere colonne di luoghi comuni casual sull'amicizia e l'amore. A lui piaceva curiosare fra le pagine di quelle riviste, preziosi suggerimenti per affrontare i primi turbamenti femminili, i ragazzi invece se la dovevano cavare da soli, i consigli a lui per conquistare lei, cosa piace a lei mentre lui lo fa, i punti deboli di lui mentre pensa a lei, se lei non lo fa più, perché ogni tanto lei si sente strana, e magari in un trafiletto a fondo pagina scritto in un carattere illeggibile cosa pensa lui mentre a lei tutto ad un tratto girano le palle vede un altro se ne innamora e lo lascia solo come un coglione. Si avvicinò a piccoli e misurati passi con il cuore a ritmo impazzito verso quella luminosa figura: sì, luce, era la definizione che meglio s’addiceva a quella visione. Si stupì, data la sua collaudata timidezza, di come non riuscisse a levarle lo sguardo di dosso. E di come lei facesse altrettanto. Non riuscì nemmeno a comprendere come, ma iniziò a vivere li: poteva benissimo considerare tutto quello che aveva passato sino ad allora solo come un lungo e noioso sound check prima del gran concerto finale, con chitarre che non volevano saperne di accordarsi, monitor perennemente fischianti, i fonici una massa di incapaci alcolizzati; cavi difettosi e gracchianti sparsi per tutto il palcoscenico disordinato della sua vita. Invece adesso toccava proprio a lui, in quella convulsione martellante di sudore, luci, fumo. Era il suo primo minuto di vita. Perlomeno come da sempre avrebbe desiderato viverla. Si trovarono senza nemmeno accorgersene molto vicini, troppo vicini per ignorarsi e fingere di star pensando a chissà cos'altro come lui stava ancora cercando di fare contro ogni logica. Bastò una semplice frase praticamente senza senso, quello l'avrebbero scoperto dopo; si appoggiarono ad una parete in un angolo caotico di quell'ambiente saturo di esseri saltellanti, tesi e ansiosi di conoscersi. L'enorme stanza illuminata a impulsi intermittenti da vari colori, le persone e le loro personalità digitalizzate per l'occasione, la musica, tutto sarebbe ben presto svanito, evaporato in una nebbia di lente e misurate parole. Lui era come un bambino davanti al più strabiliante e fantastico dei giochi. La sensazione era praticamente la stessa: - E adesso come si usa?! E se lo rovino usandolo?! Meglio aspettare prima di giocare Ma va, tanto l'anno prossimo Natale arriva ancora. Decise però di mantenere un approccio diverso dal suo solito usato nelle frenetiche mattine Natalizie per scartare i regali: un atteggiamento al limite del vandalismo, senza considerare qualsiasi appendice cartacea, scritta o no. Lei era semplicemente bella, senza bisogno di ricorrere a termini troppo ricercati per descriverla, per lui in quel momento tutto quello che inconsapevolmente, o sin troppo coscientemente, desiderava. Le frasi uscivano naturali, logiche, facili; per un attimo considerò sorprendente questa sua capacità oratoria mai scoperta prima d'allora, ma poi decise di non valutare semplicemente più nulla se non quella preziosa emozione che stava crescendo dentro di lui: i gesti erano liberi, sempre meno confusi, pian piano sempre più consapevoli, pieni di gioia, smaniosi di dimostrare a se stessi che la vita può anche dare oltre che pretendere dazi difficili da accettare e impossibili da spiegare; gli sguardi pigri, quelle pause passate nel cercarsi in fondo agli occhi che mai prima d'allora l'avevano così ipnotizzato, abbandonati nelle traiettorie di desiderio e complicità che solo due amanti sanno darsi. Ogni parola scambiata era un'implicita preghiera al vero o immaginario Dio che ognuno da qualche parte ha; lui aveva avuto sempre per sé la sua "Diogesùmadonnina", divinità personale e unica della sua infanzia, tramite la quale con un'invocazione si teneva buona la trinità e qualcosa di più ...affinché tutto non svanisse come uno di quei bastardi sogni mattutini interrotti dal suono di una sveglia. Si conobbero, si riempì gli occhi del suo sorriso straordinario, le orecchie della sua voce cantilenante e dolce, e la mente di tutta la sua vita passata e presente, riservando anche un piccolo spazio per il futuro, non si poteva mai sapere; le luci della discoteca si accesero di colpo. Si guardarono attorno scoprendo con divertimento che tutto quella suggestione chiassosa, che pure in minima parte aveva colpito anche loro, veniva regolarmente creata in una sottospecie di grande salotto arredato con pessimo gusto: la poca suggestione di una discoteca smascherata dalla luce artificiale. Uscirono nell’acerbo chiarore mattutino strafelici di essersi incontrati e di trovarsi complici in quell'improvvisata fuga dalla realtà; in quella sua nuova vita divenne ben presto grande con lei, erano passate solo due ore e aveva già provato l'attimo di sospensione dei pensieri che solo un bacio d'amore può dare, cosa significhi lo sguardo sospeso tra mille dimensioni sconosciute di chi si scopre fare una cosa che avrebbe voluto fare da sempre, stava crescendo. L'albeggiare di una nuova giornata fu la logica ambientazione all'esplosiva sensazione di onnipotenza procuratagli da quella ragazza che stava in quel momento teneramente accarezzando, con la stessa attenzione e cura con cui un uomo raccoglierebbe il proprio cuore dal fondo di una bacinella arrugginita. E in quegli attimi immancabilmente finiva per pensare a quando avrebbe pagato quei momenti d'estasi, per la sua innata teoria dell’equilibrio della vita che avvolgeva ogni sua azione: ad ogni momento felice avrebbe dovuto corrispondere uno triste e doloroso, ad ogni momento di crisi e depressione avrebbe fatto da contraltare giorni in cui nulla di fantastico gli sarebbe stato precluso, e quello che stava vivendo era proprio uno i questi ultimi. Si baciarono ancora una volta, eccitati e infreddoliti nell'umidità mattutina. Le si strinse forte addosso, cercando avidamente il suo calore, la sua pelle, facendolo sentire indispensabile e felice. Era la sua nuova vita, breve?! Eterna?! In quel momento non gliene importava nulla. Non tentarono nemmeno di dormire, il sole si era alzato in cielo ormai da parecchio, ma il solo pensiero di seppellirsi al buio senza vedere per più di cinque secondi quegli occhi, lo rendeva angosciato e perso; voleva vivere tutto, sfruttare sino in fondo quello che gli stava capitando. Ed infatti non rubarono nessun istante a quello che avrebbero potuto vivere, stringendosi silenziosi, cercando ognuno di interpretare il respiro dell'altro, camminando divertiti dai maldestri tentativi di sincronizzare i propri passi, facendo una colazione completamente sfatti, ma felici, nel bar pasticceria più elegante della cittadina, un posto che lui aveva sempre visto come un’esposizione permanente di statue di cera, ma a lei piacevano i bomboloni di quel locale, girando senza nessuna meta sulla sua moto, senza casco, chissenefregava, avrebbe affrontato incosciente e con il sorriso sulle labbra qualsiasi divisa militare con lei al suo fianco; un giro in spiaggia dagli amici di lui, un giro in spiaggia dalle amiche di lei, cercando di non rovinare troppo quella meravigliosa simbiosi che avevano creato fra di loro, quell'innaturale sensazione che tutto il mondo si sarebbe potuto ridurre a quei pochi centimetri che dividevano le loro pupille, e poi finalmente: la sua camera libera. Si sfiorarono, si fissarono per interminabili attimi con quei loro sguardi umidi, sconfiggendo ogni dimensione fisica conosciuta. Stava ormai “invecchiando", e non poteva farci nulla, aveva scelto di vivere questa nuova vita, accettando insieme il suo diverso concetto di scorrere del tempo e tutte le possibili conseguenze. Erano passate ventiquattro ore, quasi una vita?! Il buio era ritornato per cullarli pazientemente nei loro lenti abbracci, nei silenzi fra semplici desideri di cristallizzare la realtà, imprigionati in pensieri che a volte rimanevano incompleti, senza una fine logica, o un'origine precisa, nati da menti impreparate ad affrontare sentimenti così devastanti per una persona conosciuta da poche ore. Di lì a poco si sarebbero divisi come la logica della vacanza estiva pretendeva; merda! Sarebbe finito tutto, ed a nulla sarebbero valse le parole e le promesse scambiate, dette più che altro per sconfiggere quel senso di impotenza e di inevitabilità della fine di tutto che li avrebbe presi. Il nuovo scorrere del tempo li stava inghiottendo. Si rifugiarono ancora una volta in loro, avvolti in una massa imperfetta su di un dondolo in riva al mare, si addormentarono sfiniti, per un tempo imprecisato: e comunque divenne giorno, senza tante sorprese o colpi di scena. Si svegliò di colpo nel panico, sentendosi debole, colpevole di aver sprecato tutto quell'insieme vitale di attimi preziosi da dedicare a lei, se la ritrovò seduta sopra le sue gambe, si tranquillizzò. Era sveglia, lo sguardo pensieroso che sembrava puntare lontano, sin troppo, il viso inondato dalla luce arancio del sole appena levato, esaltato in tutta la sua quasi irreale bellezza da quella perfetta esplosione cromatica; e il suo cuore che come sintesi di tutto questo si strizzò, modellandosi come solo la forma della tristezza fatta oggetto potrebbe avere. Per essere così limitato, imperfetto, incapace di fissare le situazioni, ormai imprigionato in quella che doveva diventare l'icona dell'alba più bella e triste della sua vita. Lei doveva partire; fissò per l'ultima volta quegli occhi che tanto lo avevano trasformato nell'aria rarefatta di un'altra alba, una di quelle fatta apposta per dividersi da qualcuno che rimpiangerai, cercando disperatamente di impressionare per sempre la propria retina con il suo viso. Le loro labbra si sfiorarono lievemente mentre tutto si dissolveva, si fondeva, lentamente, inesorabilmente, mutava, senza nessuna parola. Non si voltò per un ultimo saluto. Le lacrime erano in agguato, e un po’ si vergognava a farsi vedere piangente. Infilò tutti i propri pensieri in un casco; la frizione strappo’ più del solito, via, il motore ringhiava nervosamente nell'immobilità mattutina; la strada appariva libera, solamente bottiglie vuote a testimonianza di qualche baldoria notturna ai lati della strada, la stessa marca di birra che avevano bevuto la sera prima; appena arrivato a casa le avrebbe telefonato subito, anzi no, avrebbe lasciato passare un paio di giorni, no unemmezzo, o meglio ancora un paio d'ore, non di più. Aprì completamente l'acceleratore della moto, mentre una lacrima apparve sul suo viso rugoso, forse era la stanchezza, ma ci avrebbe pensato la velocità a sciogliere in gola quel nodo che stava nascendo. Tutto ruotava vorticosamente intorno a lui, nella sua testa e nei suoi sensi, in quello che riusciva confusamente a concepire, guardò oltre, verso l'orizzonte della strada, come se solo lontano ci fosse qualcosa di significativo; una macchina gli si parò davanti all'improvviso. Non sembrava nemmeno guidata da qualcuno in particolare. Frenò disperatamente, inutilmente: puttana alle moto ed al fatto di avere solo due ruote, troppo precario un equilibrio del genere. Rotolando da qualche parte sull'asfalto, una volta, due, cambiando persino il senso di rotazione, come uno di quei manichini di prova, reali però, il casco che sembrava volerlo lasciare in quei momenti di difficoltà, la spalla che si torceva, anche lei una volta, due, con un dolore lancinante che si espandeva sin alle ginocchia, alle gambe, che non volevano saperne di stare ferme un attimo, il cielo davanti agli occhi per un attimo, fugace, a ricordarti di esser ancora per il momento vivo, mentre la carne di qualche parte non localizzata del corpo, sicuramente sotto il bacino, iniziava a grattugiarsi sull'asfalto, bruciore, forse anche odore di pelle bruciata, quando cazzo sarebbe finita quella giostra?! ...aveva sempre odiato i luna park, poi un colpo secco contro qualcosa di basso e spigoloso a finire la corsa. - Avanti bel biondino, scendere, la corsa è finita. Vaffanculo; si incupì, come ultima azione cerebrale, pensando che chiudendo gli occhi non avrebbe più rivisto il suo sorriso. (E solo in quel momento comprese quanto potesse essere oscuro il vero buio, e che non erano cazzate le storie del leggendario film della vita che passa davanti agli occhi prima di morire; non che ci avesse mai tenuto particolarmente a scoprirlo. Solo che per lui era stato un cortometraggio, pochi fotogrammi, anzi a dir la verità si era limitato ad una sola immagine, arancione, indefinitamente bella, lo sguardo che puntava lontano, come lei in quel momento)


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