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lavoro pubblicato mercoledì 22 febbraio 2006
ultima lettura giovedì 21 febbraio 2019

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INDIA KERALA - 8/9/10 DIC.05

di Nigel Mansell. Letto 1336 volte. Dallo scaffale Viaggi

Giovedì 8 dicembre 2005 Abbiamo fatto colazione nel locale a fianco del nostro albergo, quello dove ieri sera avevamo assistito a uno spettacolo di...

Giovedì 8 dicembre 2005 Abbiamo fatto colazione nel locale a fianco del nostro albergo, quello dove ieri sera avevamo assistito a uno spettacolo di fuochi eseguito da due ragazzi occidentali, due fidanzati abbiamo immaginato, vista l’intesa. Stamattina ci sono anche loro. Dopo colazione immersi in un parco di palme scambiamo due chiacchiere con loro. Lui ha da vendere una splendida Royal Enfield una moto stile anni sessanta che viene prodotta ancora, si potrebbe dire l’equivalente a due ruote dell’Ambassador. Decidiamo di visitare la spiaggia fino al suo limitare ovest. Il nostro Albergo è gia a ovest della scogliera di Varkala, dove la costa declina fino a raggiungere l’altezza del mare, così ci spingiamo ancora più in là dove il sole sparisce. Dopo la moschea, dalla quale provengono i richiami del muezzin sino al nostro albergo ogni mattina presto, c’è un villaggio di pescatori. Appena ci vedono abbandonano le loro faccende marinaresche e ci chiedono se vogliano grass. Non gli diamo retta e subito ritornano al loro lavoro, che a quest’ora del mattino è più che altro la sistemazione delle reti. Finita l’esplorazione ritorniamo sulla chiassosa scogliera di Varkala, ci facciamo poi irretire da un venditore di prete preziose. Il suo negozio è freschissimo e abbandoniamo volentieri la calura della costa. Viene dal Kaschmir, ha solo ventidue anni ma il suo lavoro lo sa far bene e alla fine gli compriamo qualche gioiellino. Spendiamo l’equivalente di 100 Euro ma in Italia non ne sarebbero bastati 500. Facciamo poi un salto in un’agenzia viaggi per confermare il volo di ritorno e ne approfittiamo per farci illustrare sulle bellezze del luogo. Quando parla il ragazzo che sembra il responsabile dell’ufficio, scrive quello che dice anche su di un foglio davanti a lui, così è più semplice anche per me capire. In conclusione acquistiamo il tour con la House Boat. Organizzano tutto loro, risciò, treno ecc. Ci da anche un’idea per il dopo: Fort Bekal e l’accettiamo. Dopo la House Boat andremo là per poi tornare indietro sino a Cochin da dove prenderemo poi il volo per l’Italia. Oggi è il giorno delle esplorazioni, quindi decidiamo di visitare anche la spiaggia più a Est di quella principale di Varkala. E’ una piacevole sorpresa. La sabbia è un pochino più nera è vero, ma è meno frequentata e le sedie e gli ombrelloni costano di meno, e poi c’è un’aria meno turistica. Ci fermiamo tutta la giornata. In alto sopra le nostre teste volano le aquile che sfruttano la corrente ascensionale del mare ed è un vero spettacolo osservarle volteggiare con il loro collo bianco che spicca sul corpo marrone. (Almeno penso che siano aquile). Come al solito mi abbandono al sole e mi brucio e lo stesso vale per Anna. Cena al Funky Art Caffè che ci aveva consigliato il ragazzo dell’agenzia viaggi. Qua sembra che sia il locale che va per la maggiore: alla sera è sempre pieno. Una volta lì scopriamo che alla sera ci lavora anche lui, quindi la dritta non era proprio disinteressata. Si scambiano due parole, lui lavora tutto l’anno così da quando aveva undici anni, ora ne ha trentuno. Dice che non smette mai, neanche nella stagione dei monsoni, continua raccontando che non è poi tanto diverso: un giorno c’è il sole e un altro piove. Gli chiedo se non ha paura che un giorno o l’altro la scogliera possa franare e lui mi risponde che è very strong, no problem. A vederla da sotto, dalla spiaggia principale, l’impressione però è tutta un’altra. Dopo cena entriamo nel negozietto di una coppia di tibetani, (ce ne sono molti qua), c’è anche il loro bambino, gioca con una pallina di carta come se fosse il più bello dei giochi, quanta differenza dai nostri. Venerdì 9 dicembre 2005 Anna si fa fare i massaggi e io vorrei passare il tempo magari consultando internet. Giro qualche postazione, sembra tutto bello e tecnologico ma basta un nonnulla e tutto va insieme. In una postazione trovo un impianto elettrico che fa le bizze, in un’altra il server non funziona: insomma sono costretto a desistere. Vado allora incontro ad Anna. Mentre attendo che finisca parlo con quello che poi vengo a sapere è l’assistente. Gli faccio molte domande, sono curioso, mi piace sapere cosa pensa la gente del posto. Tra le altre cose chiedo spiegazione riguardo a un quadretto attaccato alla parete: da sinistra verso destra, Gesù Cristo nella versione biondo con barba fluente e cuore raggiante in bella vista, se non sbaglio è la raffigurazione del Sacro Cuore; poi la divinità Indù con proboscide e infine una moschea con simboli islamici a corollario. Mi risponde che lui crede in tutte e tre le religioni, senza distinzione, insomma un bel minestrone mistico, ma se questo può servire a non far scoppiare conflitti come qui pare succeda, ben venga. Poi vista la mia curiosità riguardo il suo segno in fronte, mi segna come fanno gli indù: sulla fronte, sulla gola e sulla testa, l’ultima dovrebbe essere una variante mussulmana però. Quando arriva poi Anna fa lo stesso con lei, con la variante di una riga rossa che taglia in due la fronte che dovrebbe comunicare a chi la guarda che è sposata. L’assistente mi racconta anche della sua amica tedesca, mi mostra orgoglioso le foto di lei sul telefonino che qui hanno tutti come da noi. Gli chiedo il perché di tanti giovani sulla costa, in effetti ci sono pochissime persone mature o anziane, e poi molti di loro si accompagnano con giovani donne occidentali, che poi mi fa pensare che molte di loro vengano qui proprio per questo motivo. Risponde che gli uomini indiani sono liberi, possono avere tutte le storie sentimentali che credono, ma le donne invece devono rimanere illibate per il futuro marito. E’ proprio per questo che i giovani vengono qui a lavorare a contatto con i turisti, per conoscere una civiltà diversa e persone differenti come gli occidentali, ma soprattutto per stringere amicizie particolari con le belle e smaliziate turiste. Decidiamo di andare a visitare il tempio di Janardhana Swamy, ma invece l’autista di risciò, come di solito avviene, una volta saliti sul suo mezzo ci prende prigionieri. Una volta saliti inizia a sciorinare luoghi e località da visitare a prezzi altissimi, intanto viaggia senza sapere per quale destinazione. Noi abbassiamo la guardia e non bisogna mai farlo. Ci facciamo portare in giro senza chiedere esattamente la tariffa. Ci conduce in un luogo chiamato Golden Island, un’isoletta nel mezzo di un canale di un Back Water con al centro un tempio, appunto il tempio Golden Island. Veniamo trasportati sulla barca da ragazzi saltati fuori dalle palme. Il posto è molto bello. Purtroppo al ritorno ci troviamo a discutere sul prezzo della traversata, mentre il nostro autista in combutta con loro se ne tira fuori. Dobbiamo ricordarci sempre di concordare i prezzi prima, altrimenti gli indiani se ne approfittano non essendoci un listino o un prezziario già stabili e soprattutto considerando che qui il tassametro non viene mai messo in funzione. Essendoci poi venuto a noia il nostro autista dopo l’episodio del prezzo della barca, ci facciamo portare al tempio di Janardhana e lo liberiamo. Ci aveva anche fatto attendere sotto il sole mentre lui si comprava la scheda telefonica che aveva precedentemente consumato facendo lo stupido al telefono con quella che pareva essere la sua ragazza. Davanti al tempio c’è un enorme vascone dove i locali fanno di tutto: c’è chi si lava, chi fa il bucato o chi nuota come se fosse in piscina. Per noi è un po’ raccapricciante la cosa, ma loro ne godono a pieno di questa riserva d’acqua. Visitiamo il tempio che si raggiunge dopo una lunga scalinata. Quando arriviamo stanno facendo pulizia, possiamo solo osservare da fuori perché chi non è induista non può entrare. La sera mentre torniamo dal mare, passeggiamo sull’orlo del cliff osservando l’orizzonte oramai quasi invisibile, quanto il sole tramonta diventa buio in un attimo. Questa Varkala Beach mi sembra tutta una follia. Intorno è tutta vegetazione mentre sull’orlo di questo cliff, il precipizio della scogliera, si è concentrato di tutto. Si ha la stessa sensazione che si prova quando si guarda un bicchiere lasciato sul bordo più estremo del tavolo, si ha sempre la paura che qualcuno lo urti inavvertitamente e lo faccia cadere di sotto mandandolo in frantumi. Sabato 10 dicembre 2005 Inizia a piovere che sono le due di notte. Il rumore del mare e del ventilatore al soffitto che sovrasta il nostro letto, viene coperto dalla pioggia che batte incessante sulle foglie delle palme. Tutti gli animali notturni qui intorno tacciono. Piove per tutta la notte. Alla mattina è la stessa cosa. Passiamo così una giornata interlocutoria. Appena possibile ci muoviamo, si fanno due passi approfittando della tregua che la pioggia ci ha concesso. Purtroppo questo tempo grigio mi ha messo addosso un’incredibile sonnolenza. Dopo mangiato ricomincia a piovere. Decidiamo allora di tornare in albergo. Chiediamo il conto e come al solito cercano di fare i furbi, invece che 600 rupie ce ne hanno imputato 700 per la camera. Facciamo correggere la ricevuta. Mi ero anche lamentato perché la camera veniva riassettata ogni due giorni, per risposta avevano bofonchiato qualche risposta, forse delle scuse, mi dissero che bastava dirlo e loro l’avrebbero fatta ogni giorno. Allora chiesi formalmente il servizio giornaliero e invece anche oggi hanno fatto come volevano e la camera non è stata pulita. Gli indiani sono così, non dicono mai di no, però alla fine fanno sempre come vogliono e soprattutto con i loro tempi che per noi sono veramente eterni. Sembrano quasi dei bradipi, però se ci penso, se rifletto meglio sulla cosa, concludo che hanno ragione, siamo noi che siamo in errore e non loro. Siamo noi che stiamo sbagliando, abbiamo sempre fretta, vogliamo sempre correre, cercare sempre nuove emozioni, sperando di trovare la felicità e forse quando l’abbiamo tra le mani ce la facciamo sfuggire perché non abbiamo la pazienza di assaporarla e stiamo già correndo in cerca di qualcos’altro. In questi giorni, guardandomi intorno mentre giriamo per il paese, ho notato nei locali pubblici, negli adesivi sui mezzi che prendiamo o nel parlare con le persone, che qui tutti hanno una religiosità come quella dell’assistente con cui parlai mentre Anna faceva i massaggi. Gesù Cristo è molto spesso accostato ai simboli indù e quelli mussulmani, forse perché essendo qui tutti nel commercio non vogliono fare torto a nessuno o forse perché è proprio questo il loro sentire, in fondo non vedono molte differenze tra le religioni e credono in unico Dio.


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