ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato martedì 21 febbraio 2006
ultima lettura giovedì 21 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

INDIA KERALA 6/7/8 DIC.05

di Nigel Mansell. Letto 1250 volte. Dallo scaffale Viaggi

Martedì 6 dicembre 2005 Avevamo previsto di lasciare la zona invece questo aggiuntivo è stato uno dei giorni più belli e proficui da quando siamo q...

Martedì 6 dicembre 2005 Avevamo previsto di lasciare la zona invece questo aggiuntivo è stato uno dei giorni più belli e proficui da quando siamo qui a Kovolam. Facciamo le valigie e le lasciamo in reception perché come avevamo deciso lasciamo lo Swagarth Holiday Resort affiliato alla Best Western, per una soluzione più economica in riva al mare della Light House Beach. Oggi ci aspettano le Back Water di Thiruvallam. Il nostro autista è già in attesa all’uscita dell’albergo, con la sua splendida Ambassador, naturalmente bianca come tutti i taxi qui. Nel frattempo che attendo che Anna regoli il Bill io faccio i complimenti per la macchina all’autista. Mi dice che nonostante l’aspetto da auto degli anni sessanta la sua ha solo due anni. Poi apre il cofano per mostrarmi il motore, un millecinque diesel, che non deve essere un granché. Deve avere tanta coppia quello sì, ma poi mi persuado che a più di ottanta all’ora non ci arriva; e per fortuna perché le strade così mal ridotte non lo permetterebbero. Arriva Anna e allora partiamo per il luogo dove prenderemo la barca per navigare nei Back Water. Durante il tragitto stradale osservo i fili della corrente sospesi ai lati delle vie. Oramai noi non ci siamo più abituati, da noi li hanno tutti interrati. Mentre si intrecciano sopra le nostre teste, sospesi da pali precari, donano al paesaggio un’aria di tempi passati, di mondi antichi e dimenticati. Quando poi raggiungono i centri abitati si crea il caos, come tanti fili di lana annodati da un gatto dispettoso, non fanno che riflettere la situazione a terra delle abitazioni e delle vie, confuse e congestionate. Saliamo sulla barca che spinta da una lunga canna in bambù nelle mani di un sapiente barcaiolo si muove velocemente in quello che sembra il canale di un’estesa foce di un fiume. La barca zizzaga da una costa all’altra per permetterci di ammirare la vegetazione di quella che pare una jungla sconfinata. Ci fermiamo per cambiare il barcaiolo, si presenta dicendo di essere il fratello del precedente. Poi più avanti un’altra fermata, dalla vegetazione appare una donna in sari per consegnarci un te molto speziato con il latte: è molto buono. Non pensiamo se i bicchieri in cui beviamo, o il thermos che contiene la bevanda siano puliti, è meglio non soffermarsi su certe cose qui in India, si digerisce meglio e si vive più sereni. Costeggiamo il mare in un canale che scorre parallelo alla spiaggia costiera. Dalla riva dei canali, a piccoli gruppetti, ci sono le povere ma dignitose abitazioni dei locali, mentre sulla riva del mare ci sono quelle dei pescatori ora intenti a ritirare le reti cantando canzoni marinaresche per darsi il tempo e fare forza tutti insieme. Gli abitanti locali sono molto puliti, li vediamo spesso scendere nei canali dei Back Water, insaponarsi accuratamente per poi lavarsi senza risparmio. Il barcaiolo ci indica più volte con il dito punti della vegetazione, ai lati dei canali, per farci notare i numerosi king fisher, i martin pescatori. Ora richiama la nostra attenzione per mostrarci dei rapaci pescatori che paiono falchi pellegrini o qualcosa di simile. Al ritorno dalla nostra escursione traslochiamo i nostri bagagli, ci spostiamo al Pappukutky Beach Resort un nome altisonante per un albergo in realtà non più che onesto. Tralasciando le condizioni del bagno un po’ precarie, si può apprezzare la vista della piccola baia del Light House e il canto incessante del mare. Per spostarci ci avvaliamo del risciò, l’autista alto e magro è lo stesso di ieri, quello dell’ufficio turistico, è come se ci aspettasse, lo incontriamo ogni volta che usciamo. Gli diciamo che ci piacerebbe visitare il villaggio dei pescatori a sud del faro, Vizhinjam Harbour. Per questo ci aveva accompagnato all’albergo portandoci le valigie a mano fino alla reception percorrendo i cinquecento metri di passeggiata dove si può solo andarci a piedi e ha aspettato paziente che noi ci sistemassimo. Il lungagnone poi ci sequestra letteralmente. Appena partiti ci mostra un enorme cratere, in linea d’aria proprio dietro alla spiaggia del faro. E’ il vuoto creato da un vulcano ormai spento diventato una sorta di laghetto, così si spiega la sabbia vulcanica nera della spiaggia. Lo guardiamo dall’alto della strada principale perché è molto profondo. Poi prosegue allungando la strada e ci porta al distributore di benzina dove rifornisce con la miscela la sua ape, così ne approfitta per chiederci un anticipo per pagare. Finalmente ci porta nel villaggio, dove alla sua entrata notiamo una torre con vetrine che lo sovrasta. Dai vetri luridi si intravedono una sopra l’altra le statue della Madonna, San Antonio e qualcun altro che non riesco a riconoscere. Più su, nella sommità dell’abitato, spicca la sagoma della chiesa cattolica di colore rosa, come la torre, in uno stile molto stravagante. Di fronte, dall’altro lato del piccolo porto una grande moschea, cosicché i cattolici guardano i mussulmani e viceversa e tutto in un’apparente tranquillità. Il nostro autista ormai non ci molla più e ci accompagna all’interno del paese per visitarlo; la cosa mi tranquillizza, non mi sarebbe piaciuto andarci da solo con Anna. Attraversiamo l’abitato e capisco cosa può essere la povertà e la pesantezza della miseria in India. La gente pare come ammassata in un pollaio. Nei vicoli, al centro, scorre una sorta di fogna a cielo aperto. La gente pare sospettosa e non molto gioviale come a Kovalam. Entriamo nella chiesa in cima al paese, si sta celebrando un matrimonio. Le donne, ci sono solo loro in chiesa oltre allo sposo, sono bellissime, molte colorate. Del cattolico ha ben poco questo luogo che comunque ispira molta spiritualità. Sembra di assistere a un rito cristiano rivisto in chiave induista. I santi cattolici sembrano la trasposizione delle divinità induiste e i colori e gli odori non sono quelli seriosi delle nostre chiese ma quelli festosi dei templi induisti. Via dal paese il nostro autista ci porta su di un’altura, ci arriviamo percorrendo strade sterrate impraticabili per un’auto figuriamoci per questo mezzo a tre ruote. Una volta giunti in cima ci sporgiamo dalla collina che sovrasta la costa, il nostro autista ci invita ad ammirare la vista. Nell’ordine sotto di noi una stretta valle a V verdissima, probabilmente bagnata da un fiume rigoglioso che non si riesce ad intravedere nella vegetazione, poi la striscia gialla, quasi infinita, di una spiaggia disseminata dalle barche dei pescatori messe in secca e infine l’infinito blu dell’oceano indiano. Scendiamo e ci rechiamo in quella splendida spiaggia che avevamo visto dall’alto. Ci sistemiamo nella parte terminale, quella riservata agli English, che poi saremmo noi occidentali, perché è così che identificano gli indiani. A fine gita, esausti, ci facciamo lasciare sulla spiaggia di fronte al nostro albergo, dove mangiamo e trascorriamo la giornata al mare. Alla sera andiamo a mangiare il pesce in un locale consigliato dalla nostra guida Routard, l’Island View Restaurant. Locale non molto a buon mercato, ma il pesce è ottimo, noi ci facciamo portare la grigliata mista e la troviamo deliziosa, ci sono anche le aragoste. Nel frattempo orde di bambini divise in vari gruppi, di cui uno si veste da Babbo Natale non paffuto come e rubicondo come lo raffiguriamo noi ma piuttosto esile e gracile, improvvisano canti di Natale per spillarci qualche rupia. Mercoledì 7 dicembre 2005 Lasciamo Kovolam per Varkala qualche chilometro più su verso nord. Ci facciamo portare alla stazione centrale di Trivandrum, non senza rimanere colpiti dal caos e dal traffico eterogeneo. Moto da tutte le parti, tutti senza casco, camion pesanti al fianco di inermi risciò che sembra possano essere schiacciati da un momento all’altro. Di semafori non ce n’è e tutte le strade si intersecano in modo obliquo per evitare l’imbarazzo dell’incrocio, le auto si intrecciano così diagonalmente: chi primo arriva, strombazzando chiassosamente passa. A una fermata degli autobus c’è anche un grosso vitello tra la folla che attende, ma nessuno sembra prestargli molta attenzione. Finalmente scendiamo dalla nostra Ambassador, facciamo i biglietti e saliamo sul treno. E’ comunque meglio di quanto ci aspettassimo. Noi sbagliamo vagone e infatti veniamo redarguiti dal controllore, ma non riusciamo a capire quello che ci dice. Penso che siamo saliti su un vagone ibrido, metà vagone letto e metà passeggeri, nel senso che sopra la testa ti ritrovi gente che dorme su brandine studiate apposta per tale uso. Nel soffitto del vagone, nella parte più alta, enormi ventilatori assicurano il ricambio d’aria. Il treno parte e le porte rimangono aperte per tutto il viaggio, nessuno se ne preoccupa, ma il rischio che qualcuno possa anche cadere inavvertitamente al di fuori del vagone durante il viaggio è reale. Una volta arrivati chiediamo a un tassista di portarci in un albergo che avevamo scelto sulla nostra guida routard. Invece come al solito l’autista fa di testa sua e ci porta al Sea Breeze presso la spiaggetta di Thiruvambad. Solo 600 rupie per una camera senza aria condizionata ma con ventilatore, non è male. Visitiamo poi la località di Varkala che è tutta costruita sulla cresta della scogliera: se metti un piede in fallo potresti ritrovarti di sotto, sulla spiaggia, dopo un salto di almeno cento metri. Alla sera passeggiamo sulla scogliera, guardo la luna ma non mi sembra la stessa della nostra, da noi quando si dice che è mezza è tagliata in senso longitudinale, qui invece lo è in mezzo, trasversalmente. Per fortuna che c’è Anna che mi suggerisce sempre i nomi delle località altrimenti non me ne ricorderei neanche uno, poi oltre a conoscere bene l’inglese riesce a capire questi indiani che pronunciano le parole tutte a modo loro, io non capirei quasi niente. Giovedì 8 dicembre 2005 Abbiamo fatto colazione nel locale a fianco del nostro albergo, quello dove ieri sera avevamo assistito a uno spettacolo di fuochi eseguito da due ragazzi occidentali, due fidanzati abbiamo immaginato, vista l’intesa. Stamattina ci sono anche loro. Dopo colazione immersi in un parco di palme scambiamo due chiacchiere con loro. Lui ha da vendere una splendida Royal Enfield una moto stile anni sessanta che viene prodotta ancora, si potrebbe dire l’equivalente a due ruote dell’Ambassador. Decidiamo di visitare la spiaggia fino al suo limitare ovest. Il nostro Albergo è gia a ovest della scogliera di Varkala, dove la costa declina fino a raggiungere l’altezza del mare, così ci spingiamo ancora più in là dove il sole sparisce. Dopo la moschea, dalla quale provengono i richiami del muezzin sino al nostro albergo ogni mattina presto, c’è un villaggio di pescatori. Appena ci vedono abbandonano le loro faccende marinaresche e ci chiedono se vogliano grass. Non gli diamo retta e subito ritornano al loro lavoro, che a quest’ora del mattino è più che altro la sistemazione delle reti. Finita l’esplorazione ritorniamo sulla chiassosa scogliera di Varkala, ci facciamo poi irretire da un venditore di prete preziose. Il suo negozio è freschissimo e abbandoniamo volentieri la calura della costa. Viene dal Kaschmir, ha solo ventidue anni ma il suo lavoro lo sa far bene e alla fine gli compriamo qualche gioiellino. Spendiamo l’equivalente di 100 Euro ma in Italia non ne sarebbero bastati 500. Facciamo poi un salto in un’agenzia viaggi per confermare il volo di ritorno e ne approfittiamo per farci illustrare sulle bellezze del luogo. Quando parla il ragazzo che sembra il responsabile dell’ufficio, scrive quello che dice anche su di un foglio davanti a lui, così è più semplice anche per me capire. In conclusione acquistiamo il tour con la House Boat. Organizzano tutto loro, risciò, treno ecc. Ci da anche un’idea per il dopo: Fort Bekal e l’accettiamo. Dopo la House Boat andremo là per poi tornare indietro sino a Cochin da dove prenderemo poi il volo per l’Italia. Oggi è il giorno delle esplorazioni, quindi decidiamo di visitare anche la spiaggia più a Est di quella principale di Varkala. E’ una piacevole sorpresa. La sabbia è un pochino più nera è vero, ma è meno frequentata e le sedie e gli ombrelloni costano di meno, e poi c’è un’aria meno turistica. Ci fermiamo tutta la giornata. In alto sopra le nostre teste volano le aquile che sfruttano la corrente ascensionale del mare ed è un vero spettacolo osservarle volteggiare con il loro collo bianco che spicca sul corpo marrone. (Almeno penso che siano aquile). Come al solito mi abbandono al sole e mi brucio e lo stesso vale per Anna. Cena al Funky Art Caffè che ci aveva consigliato il ragazzo dell’agenzia viaggi. Qua sembra che sia il locale che va per la maggiore: alla sera è sempre pieno. Una volta lì scopriamo che alla sera ci lavora anche lui, quindi la dritta non era proprio disinteressata. Si scambiano due parole, lui lavora tutto l’anno così da quando aveva undici anni, ora ne ha trentuno. Dice che non smette mai, neanche nella stagione dei monsoni, continua raccontando che non è poi tanto diverso: un giorno c’è il sole e un altro piove. Gli chiedo se non ha paura che un giorno o l’altro la scogliera possa franare e lui mi risponde che è very strong, no problem. A vederla da sotto, dalla spiaggia principale, l’impressione però è tutta un’altra. Dopo cena entriamo nel negozietto di una coppia di tibetani, (ce ne sono molti qua), c’è anche il loro bambino, gioca con una pallina di carta come se fosse il più bello dei giochi, quanta differenza dai nostri.


Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: