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lavoro pubblicato lunedì 20 febbraio 2006
ultima lettura martedì 19 novembre 2019

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INDIA KERALA - 3/4/5 dic.05

di Nigel Mansell. Letto 1395 volte. Dallo scaffale Viaggi

Sabato 3 dicembre 2005 C’è la neve e chi se l’aspettava! Dobbiamo vestirci leggeri perché sicuramente giubbotti e maglioni non ci serviranno e non ...

Sabato 3 dicembre 2005 C’è la neve e chi se l’aspettava! Dobbiamo vestirci leggeri perché sicuramente giubbotti e maglioni non ci serviranno e non vogliamo certo portarceli a spasso per l’India. La nostra gatta è allarmata: avverte nell’aria la nostra emozione per l’imminente partenza, ancora non sa che per un po’ rimarrà l’unica custode della casa. Il volo dell’Alitalia è come ci si potrebbe aspettare in ritardo. Mi consolo constatando che in attesa insieme a noi c’è anche la Cucinotta. Nascosta dietro a un enorme paio di occhiali neri, sembra quasi che speri che nessuna la riconosca. In attesa per il nostro stesso volo c’è anche una piccola folla di piloti, assistenti di volo e chi più ne ha ne metta, tutti dipendenti dell’Alitalia. Questa tratta è probabilmente utilizzata anche come trasferimento del personale da Milano a Roma. Nelle loro impeccabili divise occupano almeno metà dell’aereo. Parlano quasi tutti in romanesco, sono chiassosi e anche i più indisciplinati dei viaggiatori, tanto che devono loro stessi essere richiamati dai loro colleghi in servizio, magari per il bagaglio a mano eccessivo o perché non vogliono rialzare lo schienale durante la fase di decollo. Il pilota si presenta dall’altoparlante, l’accento spiccatamente romanesco ne fa quasi una macchietta. Più avanti, durante le fasi di atterraggio a Fiumicino che lo rendono titubante per via del maltempo, viene anche sfottuto dai suoi colleghi. A Roma cambiamo per la Kuwait Airlines. Nelle fasi di check-in un impiegato compila dei moduli, ci chiede la destinazione, gli diciamo che andiamo a Trivandrum in India. Se lo fa ripetere un paio di volte perché non l’ha mai sentita questa città, poi chiede anche se è in India, infine un lampo di genio gli attraversa gli occhi: passate anche da Bombay? Allora posso scrivere Bombay? No, no, rispondiamo, andiamo a Trivandrum direttamente. Sconcertato scarabocchia qualcosa sul suo foglio, sicuramente si sarà inventato qualche altra città indiana. Troviamo un aeromobile che alla prima occhiata può quasi sembrare chic ma poi si rivela fatiscente, tutti gli schermi sugli schienali non funzionano o se lo fanno le immagini sono discontinue e la qualità di visione è pessima. In compenso il pranzo non è male, è cucina indiana, per non sbagliare scelgo chicken. Con un po’ di ansia per la coincidenza di Kuwait City, abbiamo solo mezz’ora di margine, prendiamo un altro airbus per Trivandrum, la nostra destinazione finale nel Kerala, nel sud dell’India. Questo apparecchio si rivela nettamente migliore del precedente, tutto sembra in ordine. Arriviamo in India che è già domani. Domenica 4 dicembre 2005 A Trivandrum ha appena piovuto. Quando sbarchiamo dall’aereo ci pare di entrare in un bagno turco, oltre al caldo c’è un’umidità incredibile, non potrò mai più dire che da noi sul Lago Maggiore il clima è umido. Sono le quattro e trenta del mattino ma tutto qui è in fermento come se fosse pieno giorno. Passiamo il controllo dei passaporti e poi c’è il ricontrollo e poi il ricontrollo del ricontrollo. C’è una burocrazia acefala che ti da la sensazione possa tagliare le gambe a qualsiasi iniziativa privata. Una volta fuori dal modesto aeroporto prendiamo un taxi, una splendida Ambassador bianca come quasi tutti i taxi che troviamo nel piazzale di fronte all’uscita. Sul cofano una sorta di spada sguainata, è un’auto fossile residuo degli anni 50-60 perfettamente funzionante, probabilmente sono ancora in produzione. Arriviamo a Kovalam nel nostro albergo lo Swagarth dove tutti ancora dormono. L’abbiamo prenotato dall’Italia, nonostante le nostre insistenze ci avevano già avvisati che non ci avrebbero dato la camera così presto. Invece il personale che troviamo è magnanimo, raggiungiamo così il nostro cottage separato dal complesso ricettivo, immerso nel verde del piccolo parco. Intorno stormi di cornacchie non smettono di gracchiare, devono essere a migliaia qui intorno, è una delle prime cose che mi ha colpito dell’India: ce n’è ovunque. Ci svegliamo verso le dieci e trenta, il tempo di rimetterci in sesto e siamo sulla spiaggia dalla sabbia nera vulcanica dominata da uno splendido faro dalle strisce bianche e rosse, non per niente si chiama Light House Beach. Con un certo appetito passiamo in rassegna i locali e scegliamo l’ottimo Beatles, cucina tipica presentata però molto bene, con razioni leggermente povere, secondo i dettami della nouvelle cuisine. Passiamo il resto della giornata sulla spiaggia ed è proprio una grande soddisfazione pensare che a casa abbiamo lasciato un inverno carico di neve. A sera ci godiamo il tramonto da un locale in riva al mare. Non stacco gli occhi dal sole finché non si inabissa all’orizzonte, sino a quando da rosso, prima di scomparire definitivamente alla nostra vista, assume quasi una colorazione verde: è un attimo, non bisogna distrarsi. Nel frattempo il faro sulla collinetta alla nostra destra che domina la spiaggia si accende. Penso che tutto questo non ha prezzo. Questa gente pare che abbia poco o nulla ma in realtà ha tutto. Questi indiani hanno tutto ciò per cui noi dobbiamo lavorare magari tutto l’anno, lo hanno qui a portata di mano, ogni sera e tutto questo non si può quantificare, non ha un prezzo. Gli abitanti di qui ne sono consci, alla fine di ogni giornata passeggiano sulla spiaggia felici, gli uomini mano nella mano, con le dita intrecciate: molto, molto strano. Nel locale sul mare abbiamo ordinato la birra del luogo, la King Fisher. Stranamente viene servita in tazze da caffelatte e poi il cameriere nasconde le bottiglie sotto il tavolo. L’avevamo già notato a pranzo guardano degli altri avventori che l’avevano ordinata. Incuriosito chiedo spiegazioni. Is illegal, risponde il cameriere da me interrogato. Nel frattempo per strada passano i soliti venditori che a tempo interrompono la nostra vista dell’orizzonte proponendo le loro mercanzie, sono i consigli per gli acquisti: un déjà vu, come quando a casa perdo cognizione di me stesso adagiato sul divano, soggiogato dalla televisione. In serata piove ancora mentre stiamo cenando al Lonely Planet dove si cucina solo vegetariano. La precaria copertura dopo alcuni minuti inizia a gocciolare acqua da molti punti, ma per fortuna poi cessa di piovere. Lunedì 5 dicembre 2005 Oggi ci inoltriamo verso nord rispetto alla nostra spiaggia per esplorare i dintorni. Camminiamo tenendo il mare sempre a sinistra, raggiungiamo infine una spiaggia privata dove ci uniamo ai pochi clienti: la giornata anche oggi non è un granché. Decidiamo poi di pranzare in uno splendido locale che si affaccia sulla spiaggia con i tavolini sistemati all’ombra delle palme. In mattinata avevamo visitato l’ufficio turistico locale dove ci aveva accompagnato un solerte autista di risciò. Questi mezzi altro non sono che le nostre vecchie ape, quelle con il faro ancora sopra il parafango, dove al posto del cassone è sistemato un quasi comodo divanetto che può accogliere due persone. L’autista molto servizievole ci aveva aspettato senza chiedere null’altro, ogni tanto si faceva vedere dalla finestra che dava sul cortile esterno occhieggiando verso l’ufficio, al punto che il funzionario distratto veniva costretto ad interrompere il discorso. Tornando al nostro pranzo purtroppo è stato interrotto dall’ennesimo temporale che si è protratto per alcune ore. Di tutta fretta ci siamo trasferiti al coperto all’interno del locale che si trovava un pochino più su nella collinetta. Una volta sistemati al coperto, al posto del pavimento abbiamo trovato la sabbia che ben presto è stata rigata dagli scarichi dell’acqua che si rovescia per terra dalla copertura senza grondaie. Mi perdo nell’osservarla, senza la guida dei pluviali si unisce all’altra che arriva in forze dall’altura retrostante. L’acqua è come presa dal panico, si butta all’interno, cerca una via di fuga senza ragionare. Poi quasi incomprensibilmente si unisce a dell’altra che copiosa nel frattempo affluisce. Ora gonfia scorre continua aprendo un solco sotto al mio tavolo. Infine annoiato mi appisolo, mentre sopra le teste la pioggia batte incessante sulla copertura precaria, senza accennare a spiovere. Ogni tanto Anna mi prende in giro e mi sveglia. La nostra gita che avevamo programmato con il personale dell’albergo è saltata. Decidiamo di cambiare la nostra sistemazione perché 2.500 rupie sono troppe, l’avevamo prenotata dall’Italia, protraiamo così di un giorno il nostro soggiorno a Kovolam e ci trasferiamo in un altro meno chic, ma vicino al mare che ne costa 800.


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