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lavoro pubblicato giovedì 28 febbraio 2002
ultima lettura giovedì 30 agosto 2018

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

terza farfalla

di ArdiCore*. Letto 1699 volte. Dallo scaffale Pensieri

E sentivo le vibrazioni scivolarle dalle mani, cadermi addosso,...

E sentivo le vibrazioni scivolarle dalle mani, cadermi addosso, entrarmi dentro, come un virus che si muta, che diviene iguana, rettile, che corre sottopelle, scaldandosi il sangue come fosse al sole, mentre affondava con il culo nell'erba bagnata, come la sua bocca. Bagnata, sputata, leccata, morsa; mentre il sangue le colava dalla schiena e danzava, su quella pelle fatta di branchie, filtro con cui setaccia e setacciava il desiderio, la volontà nascosta di essere stropicciata, stretta, stritolata, vezzeggiata in graffi e morsi.

Tic tac - il tempo passa mentre poche farfalle gialle e nere planano nell'aria cadendo, avvelenate, mentre vere lucertole corrono sulle pietre, a scaldarsi, e mentre lei si china con capelli che scrosciano in mille riccioli e che si adagiano sulla mia pelle: cercano la quiete, l'inerzia placida che la femmina non concede, mentre si muove altalenante, slittando di labbra sul membro duro, leccando, senza lasciarsi mai in pace, scuotendosi di in un velluto che si muove, sotto alle mie mani grosse e nuove, che affondo nei suoi capelli.
E “scusa”, dico, mentre mi succhia la cappella, saggiando gocce di sperma e di respiro, affondando negli odori, godendo del suo procurar piacere. E “un attimo”, dico, mentre mi sposto appena, perché era questa pietra sotto al culo a farmi male. Ma “che c'è?”, dice. “Questa pietra sotto al culo.. mi fa male”, dico, e lei ride, ed ha bocca piena di sorriso, mentre si aggrappa alle mie scapole, spingendomi giù, mordendo a denti stretti che tirano su questo capezzolo senza mammella; e carezza con le mani due impertinenti ciuffetti di peli sul mio petto.

Era un giorno di maggio, con quelle farfalle sempre meno, che volavano placide, mentre non sapevano dei due amanti, della gente che muore e dei signori che sparano ed imbrogliano e del corridoio numero otto, numero strano, ora ragione di morte, alle volte contrassegno di canzone splendida, raccolta in live, che lancio in aria, sperando che suoni, in un correre di dita su pianoforte. Ma era bella l'aria, quel giorno, col sole che rideva, le spiagge a merletto che si aprivano e si chiudevano anche se uominitermiti mangiavano e mangiano la roccia e l'acqua sbatteva e chiamava, come il signore dei gelati, a cui molti accorsero, in tuffi che si mutarono in morte, del caso, stavolta, e non della decisione senza criterio, dei potenti o dei padroni del mondo, che vedo impegnati in una barbara simonia, ma in questo pomeriggio di vento calabrese, in cui l'acqua è mantide e divora, io posso solo piangere, mentre poggio un fiore: rosa bianca che compro chiedendo solo quella, senza carta ne glitter, senza fronzoli, perché il mio è solo un gesto bagnato di lacrime. Così ti guardo, mentre mi carezzi il petto, e mille pensieri si accalcano, ma io tiro i petali, per capire se sono ancora vivo, per misurare lo spazio in me, in questo involucro di carne che dividerei volentieri in mille pezzetti.

Ma fu lisciando questi peli che volle ripartire, lenta. Perché ne aveva voglia; voglia di succhiare, di sentire il cazzo duro nella bocca, di accogliere ed essere grembo al contrario, arnese che procura piacere, puttana. E così voleva e vuole, pensava e pensa, faceva ed ora fa, mentre sono io a stringerla fra le mie mani, aggrappandomi al suo cranio, spingendola giù, tirandola in aria, come una ballerina da carillon, a cui mi aggrappo, chiedendole di portarmi via; via da ogni pensiero.






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