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lavoro pubblicato giovedì 12 gennaio 2006
ultima lettura martedì 12 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL SOGNO DI EMILY

di Summerjam. Letto 1774 volte. Dallo scaffale Sogni

"Nel centro di Parigi c'e' un negozio che apre a mezzanotte in punto. Lo apre un signore basso, con la barba bianca e un cappellino in testa. Nel suo ...

"Nel centro di Parigi c'e' un negozio che apre a mezzanotte in punto. Lo apre un signore basso, con la barba bianca e un cappellino in testa. Nel suo negozio non c'e' niente che si possa acquistare. Ma c'e' una grande sala, con un divano e brandine con materasso che occupano tutto lo spazio. Ma chi va in questo negozio? Quelli che non riescono a dormire. Si presentano al signore, gli dicono cosa fanno nella vita. Poi lui ci pensa su un po’, e regala un sogno. Allora i clienti vanno a sdraiarsi sul divano o su un materasso e..." “No, non può funzionare” pensò tra sé Emily guardando quello aveva appena scritto, “è una storia banale senza capo né coda, un’idea cui non riesco a dare il giusto respiro. Non sono proprio tagliata per scrivere favole”. Si alzò dalla scrivania e avvicinatasi al focolare, gettò il foglio tra le fiamme. Lo guardò incenerirsi piano piano e lasciarsi trasportare dal calore sviluppato dalle fiamme. In un sospiro Emiliy espresse tutta la sua delusione. Rimase in silenzio, solo il bagliore del focolare impediva al buio di inghiottire anche i muri della stanza. Un ronzio scosse Emily, che barcollò qualche istante prima di riprendere saldamente l’equilibrio. Si guardò intorno, stranita. Quel ronzio, come di uno sciame d’api inferocite, le riempiva la testa. Si sentì pesante e imputando questa sensazione alla stanchezza, andò a dormire. Nei giorni seguenti quella strana percezione si incuneò ancora tra i pensieri di Emily, spossandola. In un primo tempo sopportò il fastidio, ma alla fine si fece strada l’ipotesi di una qualche strana malattia e così pensò ad un consulto medico. Il dottore la tranquillizzò sostenendo che si trattasse solo di un po’ di stanchezza pregressa. Emily allora prese qualche giorno di riposo dal lavoro per rilassarsi un po’, ma il ronzio non scomparve. Anche quella mattina si svegliò con quella sensazione che la pervadeva dalla testa ai piedi. La attendeva un'altra giornata estenuante di lavoro all'ufficio notarile dove, quotidianamente, era subissata da scartoffie e documenti che le impedivano persino di guardare fuori dalla finestra. Quando sedeva alla sua scrivania non esisteva più il tempo. Il suo unico pensiero era quello di archiviare le pratiche con diligenza e rigore. Solo alle otto precise Emily scattava in piedi, l'ora di tornare a casa. Emily sapeva tutto questo ma quella mattina non sprecò nemmeno un minuto per pensarci. Presa la metro, cercò di distrarsi occupando i 30 minuti necessari per arrivare al lavoro guardandosi intorno. Appoggiando la fronte al finestrino, per vedere luci e pubblicità scappare dalla sua vista, si accorse di un pezzetto di carta stropicciato, incastrato accanto al poggiatesta. Con un po' di riluttanza lo prese con la punta delle dita e lo lasciò scivolare dentro la borsa senza curarsi di nulla. Qualcosa dentro le suggeriva che non era né il momento né il luogo adatto per leggerlo. Il ronzio ricomparve ed Emily non poté fare a meno di corrugare la fronte e stringere le labbra in una smorfia di fastidio. Una volta in ufficio, seduta dietro una roccaforte di documenti si mise al lavoro a testa bassa. Era quasi  mezzogiorno quando il ronzio si fece intenso a tal punto che cominciarono a lacrimarle gli occhi. "Devo essermi presa proprio una bella influenza stavolta", pensò tra sé mentre cercava un fazzoletto nella borsa. A tasto, senza staccare mai lo sguardo dalle pratiche, toccò il foglio accartocciato che aveva raccolto sulla metro. Il ronzio cessò immediatamente. Tirò fuori quel foglietto sgualcito e lo appoggiò con cura sulla scrivania. Lo aprì facendo attenzione a non rovinarlo. Emily si sentì il cuore in gola, il fiato corto, come quando si fa una corsa, dopo che ebbe letto il contenuto di quel foglio. Era imbarazzata, sbalordita e in un certo senso era anche spaventata. "Nel centro di Parigi c'e' un negozio che apre a mezzanotte in punto. Lo apre un signore basso, con la barba bianca e un cappellino in testa. Nel suo negozio non c'e' niente che si possa acquistare. Ma c'e' una grande sala, con un divano e brandine con materasso che occupano tutto lo spazio. Ma chi va in questo negozio? Quelli che non riescono a dormire. Si presentano al signore, gli dicono cosa fanno nella vita. Poi lui ci pensa su un po’, e regala un sogno”. Il resto della pagina era illeggibile, come se l'inchiostro se ne fosse andato dal foglio e avesse lasciato solo una traccia della sua fuga. Emily tacque fino alle otto di quella sera quando, una volta uscita dall’ufficio, decise di fare una passeggiata. L’aria pungente di dicembre le accarezzava il viso in un gelido sospiro e le faceva ondeggiare i ciuffi di capelli che sporgevano dalla berretta rossa. Camminando senza una meta, visto che i pensieri la tenevano troppo impegnata, si addentrò nei vicoli storici di Parigi, quelli frequentati dai soli abitanti della zona, quelli che a lei ricordavano le fiabe e i voli di fantasia che faceva fin da bambina. A  riportarla alla realtà fu il solito ronzio, acuto come non mai. Quando alzò lo sguardo rimase a bocca aperta. Davanti a lei c’era il negozietto che aveva immaginato da sempre, quello dove lavorava il suo venditore di sogni, quello di cui aveva scritto e le cui parole si erano perse nel fuoco, per poi tornare a farle visita sulla metro. Erano appena le nove di sera ed il negozio pareva chiuso, quando, ad un tratto, la luce di una lampada irradiò la vetrina in direzione di Emily. Sentì lo scatto della serratura e vide la maniglia aprirsi lentamente. Emily fu paralizzata dal terrore. Un volto familiare, quello del suo venditore, con un buffo cappello rosso in testa le sorrise e con cortesia la invitò ad entrare: “Ti aspettavo Emi”. Emily rimase disorientata per qualche istante, impietrita di fronte a quello che fino a pochi secondi prima era solo il frutto dal sua immaginazione."Ce ne hai messo di tempo", le disse il vecchio signore dallo sguardo limpido come i cieli irlandesi, mentre la invitava con un ampio gesto a sedersi ad un tavolo rotondo su cui erano poggiate due tazze di the. "Mi spiace per il ronzio, ma era l'unico modo per attirare la tua attenzione", proseguì l’uomo, dato che Emily continuava a tacere e fissare incredula l'anziano. La stanza era come l'aveva immaginata, in tutto e per tutto: sedie, brandine, divani, letti compresi. "Tutto bene...io ..credevo, cioè sognavo ma non è vero". La frase che Emily tentò di pronunciare rimase incastrata tra le labbra, come se le parole terrorizzate non volessero uscire e si fossero avvinghiate agli angoli della bocca. Il signore con la barba la fissò con i suoi occhi azzurri e disarmanti e le sorrise tranquillizzandola: "E’ stato così anche per me la prima volta che sono venuto qui". "Come vedi sono vecchio. Ho atteso a lungo che qualcuno prendesse il mio posto,che avesse in sé tutti i sogni del mondo e che volesse condividerli con coloro che hanno perso anche il tempo per dormire". Emily continuava a non capire. "E' triste non avere sogni Emi e tu lo sai bene", proseguì placido l'anziano signore che aggiunse: "quella pagina che hai gettato nel camino è la chiave di tutto. Ti ho sognata e tu hai sognato me. Era il segno che attendevo. Hai grandi doti di sognatrice". Una lacrima scese silenziosa sulla guancia di Emily senza che lei se ne accorgesse. La goccia, una volta giunta al mento, si staccò dal suo viso e precipitò sul tavolo diventando una farfalla. L'anziano signore le sorrise ancor più lieto e le disse: "Visto? i sogni non muoiono né possono essere dati alle fiamme". Emily d'un tratto capì che le cose non accadono mai per caso e che i sogni sono un dono prezioso, che si realizzano solo quando possono essere condivisi. Il lavoro le aveva impedito fino ad allora di comprendere la potenza di quella energia. "Sono felice" bisbigliò Emily al vecchio signore, che le porse la mano e le disse "Io sono felice di donarti i sogni che mi sono rimasti. I sogni sono come un filo d'erba Emi, un piccolo stelo che ha la forza di farsi largo anche tra le pietre. ricordalo sempre". Emily strinse con calore quella mano e si sentì pervasa da emozioni mai provate prima. "Questa è un vita nuova", sentì, ma la voce le giungeva da un luogo indistinto. In un battito di ciglia si rese conto che l'anziano signore non c'era più. sul tavolo, di fianco alla sua tazza, l'inizio di un racconto, o di un sogno, che aveva scritto di suo pugno e che credeva ormai perduto: "Nel centro di Parigi c'e' un negozio che apre a mezzanotte in punto. Lo apre una ragazza, si chiama Emily , ha un sorriso splendido e una berretta rossa in testa. Nel suo negozio non c'e' niente che si possa acquistare. Ma c'e' una grande sala, con un divano e brandine con materasso che occupano tutto lo spazio. Ma chi va in questo negozio? Quelli che non riescono a dormire. Si presentano a Emi, le dicono cosa fanno nella vita. Poi lei ci pensa su un po’, e regala un sogno”.


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