ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato mercoledì 23 novembre 2005
ultima lettura martedì 11 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL CAFFE'

di MICHELE DA PILA. Letto 1863 volte. Dallo scaffale Fantascienza

IL CAFFÈ Fabio doveva essere a lezione alle dieci. Era un orario comodo, tenendo conto del fatto che l’università distava poco più di dieci min...

IL CAFFÈ Fabio doveva essere a lezione alle dieci. Era un orario comodo, tenendo conto del fatto che l’università distava poco più di dieci minuti di macchina da casa sua. Poteva dunque tranquillamente alzarsi verso le nove e prepararsi con comodo. Quella mattina non era però dello stesso avviso, e buttarsi giù dal letto alle nove e venti era stata davvero un’impresa. Era venerdì, ma si sentiva stanco e stordito come il lunedì mattina. Della sera precedente si ricordava molto poco. Non sarebbe stato in grado di raccontarla. Gli venivano in mente solo delle immagini lontane, benché nitide, senza però nessun collegamento tra loro: il pub, la schiuma, la scollatura di quella, le scarpe del buttafuori, le bollicine, le scritte oscene della toilette per “signori”, il fondo del bicchiere, ecc. ecc.. Avrebbe voluto fare una lenta e abbondante colazione, ma era già in ritardo. Si rassegnò così a prendere solo un cornetto ed un caffè. A quest’ ultimo non avrebbe mai potuto rinunciare, tanto più quella mattina. Versò l’acqua bollente nella grossa tazza in cui aveva già ben mescolato tre cucchiai di caffè solubile con tre di zucchero. Rigirò il tutto lentamente, inspirando a pieni polmoni l’aroma deciso. Già questo era riuscito a rilassarlo, facendogli dimenticare lo stordimento e il ritardo. Stava quasi per bere, quando un piccolo grumo di caffè che girava vorticosamente nella tazza catturò la sua attenzione. Sapeva di essere in ritardo, ma proprio non riusciva ad accelerare i movimenti, né riusciva a rinunciare al peggiore dei suoi vizi: fantasticare. Così, quel puntino che girava in tondo sulla superficie del caffè, ebbe il privilegio di avere concentrato su di sé tutta l’attenzione di Fabio. Questi, vedendolo roteare in un moto così semplice e perfetto, non poteva non pensare al puntino come ad un minuscolo pianeta. Il bello è che Fabio non sapeva quanto la sua fantasia si avvicinasse alla realtà. Se la sua vista fosse stata, diciamo cento miliardi di miliardi di volte più acuta di quella del più potente microscopio esistente, sarebbe riuscito a scorgere, dentro il puntino, uno sterminato universo. Un universo anche abbastanza antico, poiché qui, a queste dimensioni, il tempo scorreva incredibilmente più veloce. Facciamo un piccolo esempio. Un elefante può vivere fino a, diciamo settant’anni, mentre alcune specie di moscerino si e no una settimana. Ora, non è che il moscerino è uno sfigato perché vive solo una settimana e non ha tempo nemmeno di farsi un amico. Il fatto è che il cuore del moscerino (non so se ce l’ha un cuore, ma facciamo finta di si) batte molto più veloce di quello dell’elefante, e tutte le sue funzioni vitali risultano estremamente rapide se confrontate con quelle dell’elefante. Questo per dire che la settimana del moscerino viene da lui vissuta ad un ritmo così intenso (ma per lui naturale), che la domenica si sentirà così vecchio e stanco da accettare la morte con rassegnazione. Mi sono servito di quest’esempio idiota per cercare di spiegare un concetto semplicissimo: il tempo è relativo. Non si tratta poi di una rivelazione, poiché in fondo tutti ne abbiamo fatto esperienza. Vi ricordate quando eravate bambini? Vi ricordate di quanto ci voleva perché una settimana intera passasse? Vi rendete conto di come il tempo, adesso che siete adulti, scorra decisamente (e ahimè inesorabilmente!) più veloce? Certo se lavorate in miniera per dieci ore al giorno e per sei giorni a settimana, la domenica vi sembrerà non arrivare mai. Credo comunque che il concetto sia sufficientemente chiaro, e direi dunque che possiamo tranquillamente chiudere questa parentesi e tornare a Fabio e al suo puntino-universo. Dicevamo appunto, che tale universo aveva già diversi miliardi di anni, che per il tempo di Fabio equivalevano a nemmeno dieci secondi. Esso era composto da diverse galassie, le quali a loro volta erano composte da sistemi di pianeti orbitanti intorno a stelle come il nostro sole. Nel momento esatto in cui Fabio cominciò a fissare il puntino, decidendo così di rimandare, seppur di poco, il suo primo sorso, su una decina di pianeti sparsi per l’universo-puntino nacque, quasi contemporaneamente, la vita. Starete pensando: e lo dici così? E come dovrei dirlo? Certo mi rendo conto di quanto questo fenomeno sia affascinante e misterioso, e capisco possiate pretendere una solennità quasi religiosa e una forma appropriate quando se ne parla. Ma, posto che l’universo è infinito, avete idea di quante volte nello stesso giorno, da qualche parte nell’universo nasca la vita? Ve lo dico io: infinite. So che la mente umana ha delle serie difficoltà con il concetto di infinito, perciò, per non perderci in chiacchiere inutili, fidatevi quando vi dico che la comparsa della vita non è poi un evento tanto eccezionale. Più degno di attenzione si può invece considerare ciò che accadde immediatamente dopo (immediatamente per il tempo di Fabio) in uno di questi pianeti. Qui infatti, fra le numerose forme di vita che si erano sviluppate, una si cominciava a distinguere dalle altre per una rara qualità: l’intelligenza. Dei lucertoloni di circa due metri di lunghezza avevano assistito ad una rapida trasformazione dell’habitat in cui vivevano. Una vastissima foresta, sui cui alberi i lucertoloni si rifugiavano per sfuggire agli attacchi di giganteschi polli, si andava velocemente diradando a causa di una nuova specie di minuscoli topolini ghiotti di legno. I rettili dovettero per forza di cosa scegliere tra l’essere trucidati da becchi giganteschi e cercare di far fronte nel modo migliore alla muova situazione. I lucertoloni si adattarono magnificamente, e in pochi milioni di anni cominciarono ad assumere la posizione eretta, e ad usare gli arti anteriori per brandire grossi bastoni con cui fracassavano i crani dei polli giganti e schiacciavano i minuscoli topolini. Ma non a questi, seppur rilevanti, progressi mi riferisco quando parlo di intelligenza. Per quanto mi riguarda, si può parlare dei lucertoloni (che ormai assomigliavano un po’ agli alieni di Roswell) come di una razza intelligente da un momento preciso. Semplicemente da quando uno di loro usò un pezzo di carbone per tracciare una figura su una roccia. Il lucertolone aveva preso il carbone incuriosito dall’effetto che un oggetto così sporco potesse avere sulla superficie bianca e liscia di una roccia. Il primo piccolo segno tracciato gli aprì gli occhi su ciò che avrebbe potuto realizzare con un pezzo di carbone e una superficie rocciosa. Il nostro primo artista dimenticava spesso di mangiare, passando giornate intere a cambiare l’aspetto del mondo che lo circondava dandogli la sua personale impronta. Era nata l’arte, e nei lucertoloni, o almeno in alcuni di essi, era nato “lo spirito”. E tutto questo nella tazza di caffè di Fabio. Passano decine e decine di millenni sul pianeta dei lucertoloni, e Fabio sta ormai per bere. La civiltà dei rettili domina non solo il suo pianeta, ma anche altri del suo sistema. La loro tecnologia ha raggiunto un livello altissimo. Vivono una vita abbastanza tranquilla, essendo terminati da secoli gli ultimi conflitti. Gli incredibili progressi dell’ingegneria genetica hanno portato alla creazione di una popolazione di individui essenzialmente perfetti. Ed essendo la perfezione una “qualità oggettiva” per una razza evoluta come la loro, erano tutti pressoché identici. Non tutti naturalmente, poiché si tendeva a lasciare un margine (seppur minimo) di casualità nel controllo dei concepimenti. La strada verso la completa omologazione era però intrapresa, ed erano molti gli intellettuali che inveivano contro il conformismo fisico e culturale, proponendosi di volta in volta in atteggiamenti provocatori di vario tipo. Ma le critiche degli intellettuali, più che cozzare contro il pensiero comune, tendevano piuttosto ad essere inglobate in esso, contribuendo se non altro a renderlo meno ingenuo. La situazione si presentava dunque più complessa dell’età della pietra, ma anche adesso qualcosa di eccezionale stava accadendo, ed è su questo che sarà opportuno concentrare la nostra attenzione. Su uno dei pianeti colonizzato aveva appena raggiunto la maturità un lucertolone di nome Enrico. Enrico era un artista, ma un artista sui generis. Era un pittore, e come tale dipingeva delle tele astratte molto belle. Ma le tele dipinte erano per lui solo una “fase preliminare” dell’opera d’arte vera e propria. Durante le sue esposizioni infatti, egli appendeva una alla volta le sue tele ad una sbarra metallica, spegneva le luci, e poi le dava fuoco avvicinando una piccola fiamma ad un punto nella parte inferiore dei dipinti. Il quadro mentre bruciava era l’opera d’arte. Colori e tele differenti producevano fiamme differenti, la cui lenta e inesorabile marcia divorava il disegno dando vita ad effetti alle volte davvero bellissimi. Enrico non sapeva spiegare che cos’è un’opera d’arte: non sapeva se fosse una sensazione, un’intuizione, un messaggio, o semplicemente una personalissima firma. Sapeva però che quello che faceva era arte. Sapeva che quelle immagini in fiamme erano il mezzo più diretto e veloce per carpire il segreto dell’universo, qualunque esso fosse. In quei secondi di fuoco, lui sapeva di non essere più solo un lucertolone. Sapeva che era diventato qualcosa che andava al di là della sua carne, al di là del posto che occupava nel suo piccolo universo. Quando la fiamma bruciava sapeva di essere invincibile. Sapeva di essere in ogni tempo e in ogni luogo. Sapeva di condensare nel suo Io la quintessenza dell’essere. Non era forte: era la forza; non era saggio: era la saggezza; non era bello: era la bellezza. Se avesse saputo cosa intendono i Cristiani con la parola “Dio”, si sarebbe tranquillamente definito “molto più di Dio”. Nonostante tutto però, la sua arte non era ancora completa. Sapeva di essere vicinissimo alla sua piena realizzazione, ma sapeva anche che gli mancava ancora qualcosa. Era come se la fiamma non bruciasse mai abbastanza. Come se si fosse incredibilmente avvicinato al centro, senza però averlo mai toccato. Lo sforzo di rendere il suo lavoro completo lo assillava. Non riusciva a capire che cosa veramente gli mancasse, e passava gli anni ingannando se stesso con opere bellissime, ma che in realtà ancora non colpivano nel segno. Non smetteva mai di lavorare, per dimostrare a se stesso di essere vicino alla soluzione, ma in realtà sapeva che per giungerci occorreva qualcosa di nuovo, ma non riusciva a capire cosa. Sapeva che era necessario un “salto”, ma non sapeva come farlo. Nei momenti di depressione avrebbe voluto non essere quello che era, ma piuttosto un fisico, un medico, perché sapeva che in queste discipline un lavoro costante e appassionato come il suo avrebbe alla fine dato i suoi frutti, mentre adesso aveva paura di sprecare la sua vita aspettando un’intuizione che forse non sarebbe mai arrivata. Inverosimilmente frustrato, scaricava la sua rabbia su tutto e su tutti. I suoi simili così sicuri di se e così indifferenti verso il suo problema, che avrebbe dovuto coinvolgere tutti, gli sembravano sempre più insopportabili. Per tutta la sua vita le relazioni con gli altri si erano ridotte ad un continuo adattarsi alle loro miserie e alle loro meschinità, ma adesso era stanco, troppo stanco. Rimase così completamente solo. Sicuramente si sarebbe comportato in maniera diversa se avesse saputo quanto era vicino alla soluzione. Non avrebbe avuto paura di sprecare tutto se stesso per niente se avesse saputo quanto era vicino al traguardo. L’illuminazione arrivò per caso. O meglio, chiunque avrebbe pensato al caso, ma Enrico sapeva bene che niente è casuale: molti la pensano così solo perché non riescono ad accettare che l’ordine dell’universo è troppo complesso per essere inteso dalla mente delle lucertole. Un giorno dunque, mentre era come al solito impegnato nel suo lavoro, gli accadde un piccolo incidente. Era nel suo studio e si accingeva a dar fuoco al suo ennesimo lavoro (ormai lavorava solo per stesso), quando la tela si staccò dalla sbarra e gli cadde addosso. I colori ancora freschi gli si appiccicarono addosso, propagando le fiamme sui suoi vestiti. Enrico, ridotto quasi ad una torcia lucertoliana, corse in bagno e si buttò sotto la doccia. Le scottature non erano gravi, ma Enrico sembrava comunque non pensarci affatto, impegnato a ridere e poi a piangere di gioia. Aveva finalmente capito tutto. Non erano le sue opere ad essere incomplete: era lui che non riusciva a “capirle”. Non si può capire il fuoco standolo a guardare. Per capire il fuoco bisogna bruciare. Dolore e sacrificio erano un prezzo insignificante da pagare, paragonato a ciò che Enrico avrebbe ricevuto in cambio: tutto. Era eccitatissimo, ma seppe aspettare. Si curò. Per un mese intero cercò la calma. Alla fine, il giorno prescelto si svegliò di buon’ora e si recò nel luogo deserto che aveva scelto. Scavò una buca circolare di trenta centimetri di profondità e circa tre metri di diametro. Impiegò quasi tre ore per disporre i colori infiammabili nella buca. Tornò poi a casa, si lavò e ritornò subito dopo nel luogo prescelto. Giunto lì, si spogliò e si unse il corpo. Prese una breve rincorsa e saltò nel centro della buca. Accese la torcia che aveva scolpito giorni prima e scagliò via l’accendino. Restò così nel mezzo della buca pronto a darsi fuoco. Era felicissimo. Tra pochi secondi sarebbe diventato Dio. Tutto sarebbe diventato lui e lui sarebbe diventato tutto. Lanciò un ultimo urlo. Era pronto, era nato e vissuto solo per questo. Lanciò la torcia in aria e allargò le braccia. La torcia tentò di raggiungere il cielo, ma la gravità e la volontà di Enrico la richiamarono giù. Essa si fermò e subito cominciò a ricadere, ma prima che potesse bruciare i colori, Fabio bevve il caffè. S’era fatto troppo tardi. MICHELE DA PILA


Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: