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lavoro pubblicato mercoledì 16 novembre 2005
ultima lettura sabato 14 dicembre 2019

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Rethor&Lithil - Nella foresta

di Andrea Borla. Letto 1808 volte. Dallo scaffale Fantasia

<i>Nel continente di Daviria due regni si sfidano da centinaia di anni per la supremazia: la Repubblica di Lithil, retta da un Consiglio di dodici membri e votata allo studio della magia, e il Regno di Rethor, una monarchia che ha da sempre dato impulso allo sviluppo delle scienze e della tecnologia. Dopo un susseguirsi di guerre che hanno quasi distrutto completamente i due regni, Rethor e Lithil vivono un periodo di convivenza apparentemente pacifica. Le tensioni si concentrano sul controllo delle risorse e delle fonti di energia e sfociano in piccoli scontri in ambiti molto ristretti o sulla via carovaniera che corre lungo i confini con i regni del nord. L'ago della bilancia sembra tuttavia pendere verso Rethor, grazie alla creazione di armi rivoluzionarie di incredibile potenza e in grado di annullare la magia. Un eterogeneo gruppo di eroi provenienti da Lithil cercherà con ogni mezzo di ribaltare la situazione a favore del proprio regno, trovandosi anche ad affrontare i pericoli derivanti dalla riscoperta delle arti oscure. </i>

Il sole era appena tramontato mettendo fine alla loro corsa. Si accamparono in una radura ai margini della foresta di Bonesglade, appena oltre il confine tra Rethor e Lithil. Accesero il fuoco e cominciarono a preparare la cena. Cercarono di sbrigarsi il più possibile, facendo finta di ignorare la stanchezza derivante dal giorno di viaggio che si erano appena lasciati alle spalle. L’alba li avrebbe costretti a ripartire e le ore di sonno sembravano sempre inferiori a quelle necessarie per rimettersi in forza.
“Ancora un paio di giorni di viaggio con questo ritmo e saremo arrivati” commentò Gardagos raggiungendo il gruppo. Aveva sistemato i cavalli legandoli a un albero per poi strigliarli come meglio poteva. “Sempre che non finiamo per perdere le nostre cavalcature a causa della stanchezza” concluse.
“Tu parli un po’ troppo con gli animali” rispose Wentley mentre controllava il grado di cottura della carne. “Ammetto che questo ci ha dato degli enormi vantaggi nel corso del viaggio” si affrettò ad aggiungere prima di rischiare di offendere il druido. “Ma ciò non toglie che sia una cosa veramente strana.”
“Forse oggi lo è davvero” intervenne Gil-maash. “Ma un tempo non era così. Per molti della mia razza quel dono non era nulla di speciale.”
“Perché gli elfi sono più strani degli uomini” tagliò corto Murnaros. “E poi vi lamentate se noi nani cerchiamo di starcene il più possibile per conto nostro.” Prese un pezzo di carne dal fuoco e cominciò a mangiare la sua parte di cena senza attendere che gli altri si unissero a lui.
“A volte ho il dubbio che a forza di stare rinchiusi nelle miniere voi nani vi mettiate a parlare con le pietre” lo schernì Gil-maash. “Perché lui non dovrebbe parlare con gli animali?”
Murnaros rispose con un verso roco e mosse la mano come se volesse scacciare una mosca fastidiosa. “Spiegami allora cosa hai detto a questa lepre prima di infilzarla con una freccia” chiese indicando la carne che stava cuocendo sul fuoco.
“Le ho detto la verità” commentò Gardagos. “Le ho spiegato che non c’era nulla di personale.”
Il nano alzò le braccia al cielo in un gesto di impotenza. Wentley e Gil-maash si scambiarono un sorriso divertito.
“Avere un druido nel proprio gruppo può essere molto comodo” commentò una voce proveniente dal limitare della radura. I compagni scattarono immediatamente in piedi estraendo le armi e volgendole verso la figura che stava emergendo dal buio della foresta.
“Abbassate quegli arnesi” continuò il nuovo arrivato fermandosi in una zona illuminata e permettendo ai membri del gruppo di scorgerlo in viso. “A meno che non consideriate un uomo avanti negli anni come un pericolo mortale.”
“Chiunque giri in una foresta, da solo e senza cavallo, può essere un pericolo mortale” commentò Gil-maash.
“No” si intromise Murnaros avanzando di un passo con fare minaccioso. “È un pericolo, non può essere.”
“Sentiamo cosa vuole da noi” propose Wentley. Nonostante la cautela dei suoi compagni non riusciva a considerare il vecchio come una fonte di guai. Non sapeva da dove gli venisse quella convinzione, forse dalla figura tutt’altro che minacciosa dell’uomo, forse dalla fierezza del suo sguardo. Gettò un’occhiata ai vestiti trasandati, alla barba scarmigliata, al bastone da viaggio e allo zaino che aveva in spalla. Concluse di avere di fronte un viandante avvezzo a trascorrere molto tempo per le strade, un uomo non più giovane ma ben fornito di forza e determinazione.
“Sei il solito tenero di cuore” commentò Murnaros. “Tutti i bardi sono teneri di cuore. A forza di cantare canzoni melense non potete che diventarlo.”
“Come si diventa a scavare la pietra giorno dopo giorno?” ribattè Wentley.
“Il fatto che noi siamo quattro e lui uno non ti deve far abbassare le difese” si intromise Gil-maash.
“Ascoltate quello che dice il vostro amico” convenne il vecchio. “Quattro contro uno non è una sicurezza di vittoria, soprattutto se l’uno è un mago.”
“Non amo i maghi” sentenziò il nano con disprezzo. “Trovo già difficile fare un viaggio con un elfo, un bardo e un druido. Figuriamoci un mago!”
A quelle parole i compagni si scambiarono occhiate cupe e veloci. Il ricordo di ciò che avevano vissuto solo pochi giorni prima era ancora impresso nelle loro menti. Se Macronius fosse stato ancora con loro non avrebbero certo temuto uno scontro con un mago.
“Purtroppo, o per fortuna, io non sono avvezzo alla magia” proseguì il vecchio “se no non mi sarei fatto sorprendere dalla notte in mezzo a una foresta e adesso me ne starei al calduccio in una locanda a mangiare un pasto decente.”
Nessuno dei presenti disse nulla. Non sapevano se restare sulla difensiva o accogliere il viandante. All’apparenza pareva innocuo, ma nessuno voleva prendersi la responsabilità della decisione. Sembravano tutti in attesa che qualcosa decidesse per loro. “Cosa dicono gli animali?” chiese Gil-maash avvicinandosi all’orecchio del druido per evitare di essere sentito.
“La foresta tace” rispose Gardagos. “È strano, ma è anche vero che non c’è ansia nell’aria.” Sapeva benissimo che la notizia dell’avvicinarsi di un pericolo veniva trasmessa dagli animali e dalle piante con velocità inimmaginabile per un uomo. L’istinto li avrebbe portati lontano, verso la salvezza. Bastava saper interpretare quei segni per mettersi subito in allerta. Ma tra gli alberi non c’era ombra di preoccupazione.
“Non hai ancora chiarito cosa vuoi” sentenziò Murnaros rivolgendosi al nuovo arrivato.
“Hai ragione” ammise il vecchio. “Ma prima le presentazioni. Mi chiamo Kortan e sono un viandante.” Si avvicinò ai membri del gruppo allargando le braccia come per dimostrare che non costituiva un pericolo per loro.
“Un antico gesto di ospitalità” commentò Gil-maash allargando anch’egli le braccia. “Non pensavo che qualcuno lo conoscesse ancora.”
“Non sai come dice un proverbio? L’uomo fa il mestiere e il mestiere fa l’uomo” rispose. “Passo da una città all’altra e racconto la storia del nostro regno. E anche quella di Rethor, ovviamente. Riporto in vita vecchi racconti e antichi gesti. Mi guadagno un pasto caldo in questo modo.”
A Murnaros non sfuggì lo sguardo che il vecchio aveva rivolto alla carne messa ad abbrustolire sul fuoco. “Qualcosa mi dice che stai pensando di propinare anche a noi qualche storia, non è vero?”
“Solo se lo desiderate” ribattè Kortan. “Diciamo che potrebbe essere un buon modo per sdebitarmi dell’accoglienza e della protezione che vorrete darmi per questa notte.”
“Protezione?” chiede Gardagos.
“Certamente” ammiccò il vecchio. “Di notte si fanno strani incontri, soprattutto nelle foreste.”

“Da dove è cominciata la lotta tra Rethor e Lithil?” chiese Wentley. L’occhiata che scambiò con Gardagos fu più che sufficiente a far capire ai compagni di viaggio il vero motivo di quella domanda. Non era una questione di accondiscendenza verso l’ospite o di desiderio di sentir raccontare le sue storie, probabilmente mezze inventate, sul passato dei due regni. Voleva semplicemente evitare che fosse Kortan a fare domande sul loro viaggio e soprattutto sulle motivazioni che li avevano spinti a percorrere le strade in tutta fretta accampandosi in mezzo alla foresta.
“Tutto è cominciato quasi centoventi anni fa” cominciò il vecchio. “Vi racconterò questa storia, ma prima voglio che abbiate chiara una cosa. Non so chi siano i buoni e chi i cattivi, dove stia la ragione e dove il torto. Come in tutte le guerre che si trascinano per lungo tempo, probabilmente non ci sono più né ragioni né torti. C’è solo la guerra. Io non posso giudicare: racconto e basta.”
Gil-maash si domandò quante altre volte l’uomo avesse cominciato in quel modo la sua narrazione. Un preambolo molto utile, d’altronde: gli dava la possibilità di raccontare le stesse cose, con le dovute sfumature di differenza, sia nel regno di Rethor che in quello di Lithil.
Kortan fece passare lo sguardo da uno all’altro dei membri del suo uditorio come per essere sicuro che avessero compreso l’antifona. Poi li riportò indietro nel tempo.

“Un secolo fa Lithil era una monarchia. Molti si stupiscono di questo: sono talmente abituati alla repubblica da pensare che sia sempre stata questa la forma di governo del Paese. No, una volta sia Rethor che Lithil avevano un sovrano. Re Hunter di Lithil era però molto diverso dai suoi predecessori. Era uno di quelli che potremmo definire un monarca illuminato. Aveva stravolto le tradizioni creando un nuovo organo consuntivo che lo affiancava nelle decisioni. Ben inteso, a scegliere era sempre lui, ma era convinto che sentire il parere dei rappresentanti del popolo fosse produttivo. Al contempo voleva favorire lo sviluppo dell’economia interna attraverso il fiorire dei mestieri. Mise assieme queste due idee e creò il Consiglio. A quei tempi era un organo molto diverso da come lo conosciamo oggi: era costituito da soli dodici membri, ognuno dei quali eletto da una delle Gilde presenti nel Regno. Maghi, commercianti, artigiani, trasportatori, artisti, soldati… tutti facevano parte di una corporazione nella quale trovavano conforto e aiuto nei momenti di difficoltà. E ogni Gilda poteva portare i problemi dei suoi membri direttamente all’attenzione del Re. Non voleva certo dire che ogni desiderio venisse automaticamente esaudito, ma il solo parlarne era già un buon risultato. Diminuiva la distanza tra la corona e il popolo. Il Re manteneva i suoi consiglieri, quasi tutti provenienti dalla nobiltà, ma poteva sentire due campane prima di prendere le decisioni. Gli aristocratici non erano per nulla felici di quel vento di novità e alcuni criticavano la presunta debolezza di Hunter dimostrata nel coinvolgere il popolo nelle decisioni. Lui rispondeva che se si vive in prosperità è più difficile veder sorgere delle contese. E poi li faceva giustiziare.”
“Molto democratico!” sbottò Elfo.
“Era pur sempre il Re” commentò il viandante. “E non è salutare mettere in discussione la sua volontà. Se affili troppo la lama…”
“…rischi di perdere la testa dice il proverbio” concluse Wentley.
“In prosperità, senza ostilità” aggiunse il bardo.
“Esatto” convenne Kortan. “Il detto ha origine proprio dal pensiero di Re Hunter. Ma lasciamo per un momento Lithil e spostiamoci a Rethor. Il Re era morto lasciando due figli. Nonostante il diritto di successione spettasse al primogenito, Serthor, il fratello minore accampò molte pretese dopo la morte del padre. Mise in dubbio le capacità di governo del nuovo Re e trovò l’appoggio della chiesa di Rethor, un’istituzione che, oggi come allora, era molto potente. Le tensioni tra questi centri di potere lacerarono il regno: da una parte l’esercito e Re Serthor, dall’altra Tomas, appoggiato dalla chiesa e dai suoi soldati. I nobili si divisero tra le due fazioni e la guerra civile scoppiò quanto mai sanguinosa. Lithil non stette a guardare e cercò di approfittare di questo momento di debolezza dei vicini. Gli eserciti di Re Hunter invasero Rethor sicuri di non trovare resistenza. Ma l’invasione generò un risultato inaspettato: vedendosi attaccare da un nemico comune, i due fratelli sospesero le contese e si coalizzarono per impedire il tracollo del regno e la sua annessione a Lithil. Riuscirono a ricacciare l’esercito invasore fuori dai confini e a ritrovare l’unità perduta. Da questa vittoria Re Serthor ottenne risultati che andavano ben al di là delle sue più rosee aspettative. Per prima cosa aveva vinto la guerra e questo era già di per sé un successo. Purtroppo, durante una battaglia, suo fratello Tomas era stato malauguratamente e inaspettatamente colpito da una freccia ed era morto mettendo così fine alla contesa per il trono. I nobili si riunirono attorno a Re Serthor, indiscusso detentore del potere nel regno. La Chiesa non potè far altro che prendere atto della situazione venutasi a creare e corse immediatamente a benedire il legittimo regnante. Ma la vittoria ottenuta non garantiva certo a Serthor che nuove tensioni percorressero Rethor indebolendolo dall’interno. Si sforzò di individuare un collante che tenesse assieme tutte le componenti della società del regno e lo trovò nell’odio per Lithil. Erano stati i vicini ad attaccarli quando Rethor era in difficoltà. Poco importava che lui avrebbe fatto lo stesso se gli si fosse presentata l’occasione. Lithil aveva colpito per prima. Morte a Lithil.”
“Politica” sbuffò Gil-maash. “Una guerra solo per politica.”
“E per appropriarsi della ricchezza altrui” aggiunse il bardo. “Come tutte le guerre, d’altronde.”
“Il risultato fu l’inizio di una serie di incursioni di Rethor nel territorio di Lithil, a cui seguì la reazione dei vicini. E così via per decine e decine di anni, in quella che viene definita Epoca della Faida.”
Il vecchio fece una pausa e sorseggiò un po’ di acqua da una ciotola che gli era stata appena riempita. Attese in silenzio prima i continuare, come per vedere se qualcuno volesse rivolgergli una domanda. Nessuno parlò.
Wentley ascoltava il racconto con grande interesse. Il bardo avrebbe sicuramente tratto molte canzoni dalle storie che l’uomo stava raccontando. In parte conosceva quei fatti, li aveva già sentiti e ne aveva cantato lui stesso. Ma le sue conoscenze venivano arricchite di tanti particolari e risvolti che non potevano che catalizzare la sua attenzione sulle parole del viandante.
Murnaros aveva un atteggiamento diametralmente opposto. Dall’inizio del racconto si era tenuto in disparte e non aveva proferito parola. Guardava il vecchio con sospetto e sembrava scrutarlo alla ricerca di un segno di ostilità, per quanto piccolo potesse essere. Gardagos, che teneva d’occhio l’amico mentre ascoltava Kortas, non si sarebbe meravigliato di vederlo scattare in piedi all’improvviso gettandosi addosso all’anziano uomo.
Seppure non condividesse l’atteggiamento di aperta ostilità del nano, anche lui mostrava prudenza nei confronti del viandante. Quando aveva confermato che la foresta non restituiva segnali di pericolo, il druido aveva dato il via libera all’accoglienza dell’uomo. Tuttavia non era ancora riuscito a togliersi di dosso il peso di quel silenzio inaspettato che aveva invaso la radura con la comparsa dell’uomo. Era come se una cappa fosse scesa su di loro impedendo di sentire ciò che succedeva al di fuori. Una specie di dimensione di sogno, molto simile a quella che riusciva a creare un bardo quando suonava il proprio strumento.

“Volete che continui?” si informò Kortan. “Non vorrei che vi sentiste troppo cresciuti per ascoltare le storie di un vecchio. Magari le vedete alla stregua delle fiabe che si raccontano ai bambini per farli addormentare.”
“Una storia è una storia” sentenziò Murnaros. “Non è mai solo verità o invenzione. Quindi, la tua, non può che essere alla stregua di tutte le altre.”
“Dimostri tutta la concreta saggezza del tuo popolo” rispose Kortan ridacchiando. “È vero: una storia è una storia. E a volte, mentre la si racconta, si compiono passi da gigante, lasciandosi alle spalle decine e decine di anni in un solo respiro.”
Gettò un bastoncino di legno nel fuoco e cominciò nuovamente a raccontare.

“La faida vera e propria durò quasi cinquant’anni. Poi sia Rethor che Lithil constatarono che non c’era più niente da distruggere o da annettere e che la conta dei morti pareva non finire mai. E la faida cessò così come era cominciata. Al suo posto rimase soltanto l’odio.”
“Uno scambio vantaggioso” commentò con ironia Gil-maash.
“Qualche risvolto positivo in effetti ci fu” continuò Kortan. “Durante tutta la durata della faida Rethor aveva dato forte impulso alla scienza. Ingegneri, architetti e chimici si erano dedicati allo studio e alla realizzazione di armi e strumenti di distruzione da utilizzare contro Lithil. Terminati gli scontri poterono dedicare il loro tempo all’applicazione dei risultati alla vita di tutti i giorni. Cominciò così un periodo di forte crescita di Rethor, in cui gli studiosi divennero sempre più richiesti e, di conseguenza, sempre più potenti. La svolta ci fu dopo una decina di anni. Re Otharios, salito al trono dopo la morte del padre, prese una decisione che segnò per lungo tempo la vita del regno. Avocò a sé le principali cariche: quella politica di governante, quella di Primo Architetto, il vertice nel campo delle scienze, quella religiosa di Capo della Chiesa. Vedeva infatti crescere sempre più l’importanza di centri di potere al di fuori della corona e non voleva correre il rischio di ritrovarsi a fronteggiare una divisione interna come ai tempi di Serthor e Tomas. L’odio per Lithil era ancora vivo tra la popolazione, ma gli uomini si abituano troppo in fretta alla pace e il Re voleva stare con le spalle coperte. C’era inoltre un altro aspetto da non sottovalutare. Otharios aveva dato il via libera allo studio sulle fonti di energia legate alla natura. Sotto questa definizione era celata la possibilità di sottrarre forza vitale agli esseri viventi, piante o animali che fossero, per alimentare il funzionamento dei congegni prodotti dagli ingegneri. La Chiesa insorse definendo questa possibilità un’aberrazione. E venne messa a tacere dal pugno duro del Trono.”
“Sei passato veramente a raccontarci delle fiabe, vecchio” sentenziò Murnaros. “E ti aspetti che ti crediamo?”
“Un narratore fa di tutto perché il suo pubblico lo ascolti” rispose pacato Kortan. “Da qui a sperare che credano a ciò che dici…”
“Non mi vorrai raccontare che mettevano i criceti o gli scoiattoli dentro una ruota e gli facevano muovere marchingegni strani” lo canzonò il nano.
“Se ho capito bene ” si intromise il bardo “le cose non funzionavano proprio così. Ma mi viene un dubbio. Togliere energia dagli animali e dalle piante. E perché non fare lo stesso dagli uomini?”
“Sei perspicace” lo lodò il viandante. “Fu questa la principale causa dell’opposizione della Chiesa. E della repressione che il Re operò su di essa.”
“Che oscenità!” commentò Gardagos. Per un druido la possibilità di sottrarre forza alla natura non poteva che essere considerata un orrore inaudito.
“Otharios era molto più interessato ai possibili sviluppi della scienza che alla violazione di un qualsivoglia principio morale” replicò Kortan. “Ma la sua preoccupazione crebbe quando si accorse che questa decisione aveva finito per mettere molto potere nelle mani degli scienziati del Regno. E fu allora che cercò di accentrare nel trono il controllo sia della Chiesa che della Scienza.”
“I preti di Rethor saranno stati molto contenti di questa decisione” intervenne l’elfo.
“In quel periodo la Chiesa aveva anche un’altra bella gatta da pelare” continuò il viandante. “A Lithil un gruppo di maghi aveva ripreso lo studio di una pratica bandita da centinaia di anni: la negromanzia.”
“Ah, ah, ah!” Le risate di Murnaros sembrarono riempire la radura delimitata dagli alberi. “Prima quell’assurda storia sui criceti e adesso i morti che tornano in vita! Quando comincerai a parlarci dei fantasmi? Tanto per provare a spaventarci un po’!”
“Lascialo continuare” commentò Wentley. “Che sia vero o pieno di esagerazioni, il suo racconto è certamente un buon diversivo rispetto alla semplice attesa del sonno.”
“Almeno ci evitiamo la tua solita strimpellata notturna, con quelle canzoni smidollate e melense” ribattè Murnaros.
“Continua, Kortan” lo esortò Gil-maash. “Cosa successe dopo?”
“Rethor non si fece sfuggire l’occasione” proseguì il viandante. “Grazie agli sviluppi delle nuove scoperte, grazie alle forze che riuscirono a mettere in campo e grazie soprattutto alla decisione del Re di favorire l’applicazione delle scoperte scientifiche agli armamenti, quando l’esercito si mosse contro Lithil riuscì a sbaragliare ogni difesa del nemico. I difensori avevano ben poco da opporre alle armi tecnologicamente avanzate di Rethor e anche quando riuscivano a entrare in possesso di alcune di esse non erano in grado di farle funzionare.”
I compagni si scambiarono veloci occhiate interrogative. Il ricordo dello scontro avvenuto solo un paio di giorni prima era ancora ben vivido nelle loro menti. “Dicci qualcosa di più su questa armi” lo incitò Wentley.
 “Erano strumenti letali” rispose il vecchio “in grado di lanciare raggi di energia. Distruggono, incendiano, fanno esplodere. Diedero a Rethor un vantaggio incolmabile. I maghi di Lithil cercarono di innalzare scudi a protezione delle truppe, ma non ressero a lungo lo sforzo. Il risultato di questa lotta impari era prevedibile. Gli eserciti di Rethor riuscirono a raggiungere il cuore del regno e addirittura a uccidere Re Uthlar.”
“Io conosco la storia in una versione un po’ diversa” si intromise Gardagos.
“È solo perché non devi fare i conti con la fantasia del narratore” commentò Murnaros caustico.
“Il Re venne ferito” continuò Gardagos “ma il giorno dopo si riprese e guidò il proprio esercito al contrattacco riuscendo a sbaragliare i guerrieri di Rethor.”
“Quella fu la versione ufficiale diffusa tra il popolo” ribattè Kortas. “La realtà fu ben diversa. Il Re era stato ucciso e né i più alti dignitari né i rappresentanti delle Gilde sapevano cosa fare. Il regno si trovò inaspettatamente senza una guida e con i nemici praticamente dentro casa. Il destino di Lithil sembrava segnato e tutti caddero nel pieno sconforto. Nessuno sapeva come muoversi. Nessuno, tranne i negromanti. Secondo loro una soluzione c’era ed era evidente. Avrebbero potuto riportare in vita il Re. Tutti si opposero, ma nessuno seppe fornire alternative plausibili.”
“Che grande utilità!” lo sbeffeggiò Murnaros. “Anche ammettendo che tu non ci stia raccontando delle fandonie, mi devi spiegare cosa potevano farsene di un re fantoccio che cammina senza nessuna volontà! Potevano mostrarlo al popolo, ma non ne avrebbero tratto un gran giovamento. Non so se sia meglio avere un pupazzo di carne al posto del re o non averlo affatto.”
“La tua è una giusta obiezione” spiegò il vecchio con pacatezza. “I primi risultati che ottennero i negromanti non furono incoraggianti. I cadaveri ricominciavano a muoversi, ma da qui a dire che erano stati fatti tornare in vita c’era un abisso. Doveva essere sempre presente un negromante per comandare un cadavere attraverso la telepatia. I morti finivano per ridursi a semplici bambole di carne che richiedevano la presenza di un burattinaio per muoversi. Ma i negromanti continuarono i loro studi e riuscirono a trovare il metodo per ridare veramente la vita e la ragione ai cadaveri. Dapprima fecero in modo che il cadavere mantenesse il ricordo della sua vita precedente. L’inconveniente era che in tal modo ricordavano anche la propria morte e impazzivano dopo poco. Poi trovarono il modo per superare anche questo inconveniente cancellando i ricordi delle ultime ore di vita. Chiamarono questo procedimento rinascita. E il primo a rinascere fu Re Uthlar.”
“Nonostante sia avvezzo alle storie” disse Gardagos “stento a credere alle tue parole. Un uomo che torna in vita come se nulla fosse. Riesce a ragionare, a muoversi, a parlare come prima. Sa chi è ma non come è morto. E può morire di nuovo? Ha bisogno di nutrirsi e di dormire? O è diventato una specie di immortale? E se si ricorda ciò che ha visto nell’altro mondo? Diviene una specie di dio che cammina in terra?”
“Comprendo tutte queste domande. La negromanzia è difficile da accettare perché sovverte il modo in cui vediamo il mondo e il corso della vita. Intendo non solo la nostra vita, ma quella di tutti. Se si spezza il cerchio di nascita e morte, cosa può succedere? Se il numero dei rinati rimane contenuto si rischia di dover consegnare nelle loro mani il destino del mondo. Ma se venissero riportati in vita tutti i morti indistintamente? C’è il rischio che il nostro mondo collassi.”
“Seguiamo il corso di ciò che ci hai raccontato” disse Gil-maash. “La chiesa di Rethor non poteva certo essere favorevole alla negromanzia. Avrebbe potuto utilizzare questo argomento per fare pressioni sul trono affinché venisse dichiarata guerra a Lithil. Ma d’altro canto il suo Re aveva dato avvio alle ricerche sulla sfruttamento della forza naturale. Chi è peggio dei due?”
“Tutti e due i regni, ognuno in modo diverso dall’altro, stavano oltrepassando i confini di ciò che sino ad allora era considerato lecito e moralmente accettabile. E l’avevano fatto per avventurarsi su sentieri che la Chiesa definiva oscuri. Ma la ricerca del potere non percorre quasi mai sentieri di luce.”
“I negromanti di Lithil riportarono il Re in vita” disse Wentley per far ritrovare al vecchio il filo del discorso.
“Fecero di più. Aprirono un punto di contatto con il regno dei morti, quello che chiamavano Confine delle Anime, e attinsero da esso la forza necessaria a riportare indietro il Re. Ma non si fermarono lì: utilizzarono le forze che avevano liberato per sbaragliare la potenza dell’esercito nemico. Le guarnigioni di Rethor furono spazzate via e i soldati dovettero affrettarsi a rientrare nel proprio regno prima di venir decimati. Lithil aveva vinto. Ma a quale prezzo? I rappresentanti delle Gilde insorsero contro quella dei maghi. I negromanti aderivano a quel gruppo e ottenevano supporto dagli altri membri della corporazione. La Gilda dei Maghi rischiava di trovarsi nell’occhio del ciclone e di dover difendersi in quella che non poteva che degenerare in una guerra civile. La loro decisione fu saggia ma molto combattuta. La negromanzia fu bandita e i suoi praticanti uccisi sistematicamente.”
“Viva la democratica Lithil!” proruppe Murnaros.
“E il Re?” chiese Gil-maash fingendo di non aver sentito il commento del nano.
“La verità? Il Re scomparve” spiegò il viandante. “Qualcuno dice che il suo corpo venne distrutto quando i confini del mondo dei morti furono nuovamente sigillati. Altri sostengono che la sua rinascita non andò completamente a buon fine e che durò solo poche ore. Altri ancora dicono che queste sono soltanto storie che si raccontano ai bambini” aggiunse guardando alla volta del nano.
 “Ai bambini o agli stupidi” ribattè quest’ultimo.
“E poi cosa successe?” chiese Gardagos.
“Si tennero i funerali di stato, una scena teatrale a uso e consumo del popolo. Poi si aprì un periodo di grande cambiamento. Sia Rethor che Lithil dovettero fare i conti con i propri problemi interni e non ebbero né tempo né forza per ricominciare la lotta l’uno contro l’altro. A Rethor la Chiesa riuscì a riconquistare la propria autonomia e a ristabilire il rapporto di parità con il Trono. Il Re dovette rinuncia al titolo di Capo della Chiesa, ma mantenne quello di Primo Architetto e continuò ad avere il controllo degli scienziati. Gli esperimenti per lo sfruttamento delle forze naturali vennero accantonati su pressione del Clero.”
“E Lithil?” si informò il bardo.
“Anche in quel regno si aprì una stagione di cambiamenti molto più profondi rispetto a quelli di Rethor. Il Re era morto e non aveva lasciato eredi. Si scatenò una immancabile lotta per accaparrarsi il trono. Il maggiore pretendente era un cugino di sangue del defunto Uthlar. Ma le Gilde si unirono e riuscirono a contrastare la sua ascesa al trono. I membri dell’aristocrazia cercarono di impedire questo processo, ma vennero travolti dalla voglia di cambiamento che si respirava nel paese. Lithil accantonò la monarchia e scelse la difficile via della repubblica. Si aprì un periodo di transizione in cui il regno venne governato dai rappresentanti delle Gilde, raccolti in un Consiglio. I dodici membri elessero un Presidente e diedero il via a quella che viene ricordata come l’Epoca delle Gilde.”
“Questo è vero” confermò Wentley. “Mia nonna, che allora era una fanciulla, aveva sentito parlare di questo cambiamento dai suoi genitori.”
“Almeno su qualcosa siamo d’accordo” rispose il vecchio. “Lithil raggiunse la stabilità e potè dare il via alla ricostruzione. Ogni abitante del regno contribuì alla nascita dell’embrione della società che conosciamo oggi. Tuttavia quell’epoca non durò molto. La sua fine non fu il frutto di errori o di incursioni esterne. Nulla di tutto questo. Finì semplicemente perché le Gilde esaurirono il loro compito. La società di Lithil era lentamente mutata. Erano finiti i tempi in cui ogni abitante era iscritto a una corporazione, in cui le città erano suddivise in quartieri affidati a una Gilda diversa, in cui i mestieri passavano da padre in figlio. Il Consiglio rischiava di diventare il centro di un potere oligarchico e ristretto. Il governo di pochi al posto del governo di uno. Le Gilde decisero di farsi da parte e di indire le prime elezioni democratiche. E così cominciò il periodo che stiamo vivendo, l’Epoca del Consiglio.”
“Ancora oggi le principali città del regno sono divise in quartieri specializzati in questa o quell’attività” fece notare Gardagos.
“È una eredità di quei tempi” rispose il vecchio. “Alcune città, viste dall’alto, sembrano divise in tanti spicchi. La città di Lithil, ad esempio, mantiene ancora la forma di una torta, racchiusa dalle mura circolari e tagliata in dodici fette.”
“Lithil una torta?” commentò Murnaros. “Per quelli di Rethor sarà sicuramente così! Un dolce da mangiare in un solo boccone!”
“Se è vero che hanno trovato un mezzo per annullare la magia, li vedremo presto banchettare con tutte le torte che vogliono” ribattè Wentley prima di incontrare lo sguardo torvo del nano. Subito dopo si zittì, capendo che non era il caso di affrontare quell’argomento in modo così aperto. Avevano giurato di non parlare con nessuno della loro ultima avventura, prima di aver riferito l’accaduto al Consiglio. E anche dopo, se fosse stato necessario.
“Annullare la magia?” domandò Kortan. “Adesso siete voi a raccontare le fiabe!”
La voce di Murnaros fu preceduta dall’eco delle sue risate. “Il bardo è talmente abituato a vivere in mezzo alle storie da non distinguere più verità e fantasia!”
“Mi sembra l’ennesima storia fantastica che si racconta su Rethor”“Il fuoco è ormai spento” osservò Murnaros avvicinandosi ai compagni come a voler mettere fine a quel pericoloso discorso. “Bisognerebbe avere le lampade di Rethor, quelle che si dice facciano luce senza bruciare. Peccato non garantiscano anche un po’ di calore.”
“È strano però” notò il viandante. “Dubitate delle mie storie, ma siete disposti a credere che a Rethor ci siano meraviglie come quelle di cui parlate.”
“A forza di starti a sentire ci stiamo abituando a credere alle favole” commentò il nano.
“Ci hai detto tante cose” osservò Gardagos rivolto a Kortan. “Ma non ci hai ancora svelato se sei di Rethor o di Lithil.”
“I viandanti appartengono alla strada” rispose Kortan. “Soprattutto quelli che mangiano la polvere da più tempo.”
“Ma dovrai pure aver una cittadinanza” insistette l’uomo.
“Sono nato a Lithil, se questo può avere una qualche importanza. Ma il mio viaggio mi porta lontano e, come ogni nuovo giorno, anche oggi è venuto il momento di continuarlo.” Alzò lo sguardo verso il sole che stava nascendo a est.
“È già mattino?” chiese con stupore Murnaros. “La notte non può essere passata in così breve tempo!”
“Non è possibile!” gli fece eco il bardo. “Sono fresco e riposato. Non posso aver passato tutta la notte sveglio!”
“Eppure quella è l’alba” rispose il vecchio. “Ma fossi in voi non me ne preoccuperei troppo. Quando si ascoltano le vecchie storie capita spesso di non riuscir più a tenere il conto del tempo che passa, soprattutto quando in una notte si devono condensare centinaia di anni.”
“Che specie di mago sei?” lo interrogò il nano con aria minacciosa.
“Nessuna specie!” ribattè ridacchiando. “Non sono un mago, l’ho già detto. Sono uno che si guadagna da vivere raccontando storie. Chiedi al tuo amico bardo se non capita anche a lui di mettersi a suonare e di svegliarsi come da un sogno dopo ore e ore.” Kortan sorrise alla volta di Wentley, ma non aspettò di ricevere risposta.
“È stato un piacere poter contare sulla vostra compagnia” si congedò. “E vi ringrazio per il pasto che mi avete offerto. Non so se ci saranno altre occasioni per incontrarci. Se dovesse succedere sappiate che mi sono rimaste molte storie da raccontarvi.” Il vecchio fece un ultimo segno di saluto e si allontanò dal gruppo. Alle sue spalle i quattro uomini cominciarono a ritirare le loro cose preparandosi a proseguire il viaggio.

“L’alba è arrivata prima di quanto pensassi” commentò il vecchio tra sé e sé mentre imboccava un sentiero che lo avrebbe condotto a nord. “Mi piace raccontare dei vecchi tempi, forse perché sono ancora legato a quel mondo che adesso non c’è più. Appena li ho incontrati ho allargato le braccia nell’antico gesto di saluto. Peccato sia caduto in disuso da quasi cinquant’anni, dal malaugurato giorno in cui le truppe di Rethor mi uccisero e quegli scriteriati dei maghi di corte decisero di provare a riportarmi in vita. Be’, non li biasimo di certo. Avevano bisogno di una guida e si sentivano persi. Ma questo è uno dei pesi che la vita mette sulle spalle degli uomini. Ognuno deve essere in grado di andare avanti con le proprie forze. Un po’ come faccio adesso, passo dopo passo, portandomi dietro il fardello di conoscere cosa ci sarà dopo la morte. È strano che non sia impazzito. Eppure ricordo tutto. I negromanti non sono riusciti a togliermi la memoria di quegli ultimi istanti. Ogni tanto, in sogno, mi sento ancora rivivere quegli attimi, morire per poi ritornare in me. L’ho fatto centinaia e centinaia di volte e mi sto quasi abituando all’idea. Mi chiedo solo se quando verrà nuovamente la mia ora sarò veramente pronto. Credo sia il dubbio comune a tutti gli esseri umani, anche quelli che come me hanno ricevuto una seconda opportunità. Ma chi può dirlo? Si vive una volta sola recita il proverbio.” Rise tra sé e si sistemò il mantello da viaggio. “Riuscii a scappare al termine della battaglia, dopo aver respinto i soldati di Rethor. Svanii nel nulla. Non potevo certo sopportare l’idea di ritornare alla stessa vita che facevo prima. No, il mio tempo di Re era finito, qualunque cosa potessero pensare i negromanti. Avrei voluto assistere al mio funerale, vedere gli onori tributati a una bara vuota. Non so se gli alti dignitari del regno abbiano mai capito che ero semplicemente fuggito. Quel che è certo è che si preoccuparono di salvare le apparenze per evitare di dover dare troppe spiegazioni.”
Gli venne in mente l’immagine della sala del trono, le guardie impettite, i signori che venivano di fronte a lui per chiedere grazia o giustizia. Si perse in quei ricordi e si stupì di non averli inclusi nella sua narrazione. “Forse è stato meglio così” realizzò. “Mi piace raccontare, anche se mi accorgo che è sempre più rischioso. Quando mi lascio sfuggire alcuni particolari che solo uno spettatore attivo avrebbe potuto conoscere, non posso far altro che sperare che le mie parole vengano considerate un’esagerazione o una fantasia. Ma il rischio aumenta di giorno in giorno. La mia mente vacilla sempre più spesso e sento che la fine, quella vera, quella da cui nessun negromante potrà salvarmi, sta per arrivare. Ho scoperto anche questo: c’è una seconda vita su questa terra, ma non può certo essere eterna. Non sono diventato un dio e nemmeno un semidio. Sono un rinato, un esemplare di una specie esotica che verrebbe guardato con stupore e sospetto se solo qualcuno ne conoscesse l’esistenza. Così mi maschero da viandante e mi annullo agli occhi di tutti. Gardagos, il druido, ha però percepito qualcosa. La sua sensibilità alle cose della natura stava quasi per farmi scoprire. Per fortuna non è riuscito a capire cosa mi rendeva così particolare. Chi mai si aspetta di trovarsi di fronte una leggenda?”
Si girò e guardò alle sue spalle, rivolto verso il luogo di quell’incontro. I quattro compagni si erano stupiti che la notte fosse passata così velocemente. “Per uno che ha vissuto tutti questi anni” pensò “il tempo ha acquisito una nuova dimensione. Cos’è una notte trascorsa a parlare? Niente. Scompare alle nostre spalle come sono scomparsi gli anni del mio regno. Forse è per questo che ho la fissazione di raccontare del passato: forse non voglio svanire con lui.”
Re Uthlar si fermò ancora un attimo a godere dell’aria mattutina. Poi rivolse lo sguardo verso nord e si rimise nuovamente in viaggio.



I racconti che compongono il ciclo di Rethor e Lithil, tutti di ambientazione fantasy, sono disponibili gratuitamente in rete e vengono ospitati in altrettanti siti internet. Questa forma innovativa di distribuzione (ebook diffuso) consente a un pubblico più ampio di apprezzare le vicende narrate, scoprendo al contempo i contenuti di riviste on line e di siti specializzati in e-book, letteratura fantasy o di altro genere, giochi di ruolo.

Ogni racconto è autoconclusivo e può essere considerato come un capitolo a se stante. Si consiglia tuttavia la lettura integrale dell'opera nell'ordine riportato in questa pagina.

Si ringrazia Sergio Vallone per i nomi dei luoghi e dei personaggi che compaiono in questo racconto.

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