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lavoro pubblicato martedì 15 novembre 2005
ultima lettura domenica 22 settembre 2019

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Fisiognomica del fusillo

di Desmaele. Letto 1049 volte. Dallo scaffale Generico

La fame accusa qualcuno, l’assenza di fame ti accusa di qualcosa. Fosse così facile. Bastasse questo pensiero ad esser certi che così stan le cose. ...

La fame accusa qualcuno, l’assenza di fame ti accusa di qualcosa. Fosse così facile. Bastasse questo pensiero ad esser certi che così stan le cose. Neanche la pasta che ho sotto il naso mi suggerisce cose facili. Almeno fossero spaghetti lisci dalle curve incidentali, che sanno così poco di predestinato. Insomma: gli spaghetti possono essere pieni di curve e attorcigliati ma nulla vieta che un destino a loro benevolo faccia sì che si ritrovino semplicemente dritti e con una fine e un inizio certi. Sicuramente ci sarebbe poi da porsi il problema su quali caratteristiche distinguano la fine dall’inizio di uno spaghetto. Scelta arbitraria apparentemente. Così andrebbe anche affrontato il discorso sul libero arbitrio contrapposto ad un fato già tracciato da un Demiurgo Pastaio. Si perché ci si potrebbe chiedere se al di là del fatto che nulla vieti ad uno spaghetto una volta cotto (ma si spera comunque al dente) di essere liscio piuttosto che curvarolo o invece spezzato o magari addirittura, caso improbabile, annodato, dicevo nulla di tutto ciò vieta comunque di pensare che, pur non essendo palese nella sua struttura così duttile, comunque lo spaghetto in questione fosse predestinato ad essere dritto piuttosto che mosso. Si perché ci si può anche illudere che un fusillo sia costretto nel percorso della vita dalla sua forma che si fa metafora per così dire. Allo spaghetto un atteggiamento preciso sembra andar stretto, ad esso sembrano toccare più possibilità: ma è davvero un caso che si ritrovi a cadere per terra scotto e raggomitolato invece che dritto e scotto? Lo spaghetto è davvero più libero del fusillo? Non so se mi spiego… si, lo so, ho dei pensieri che sono barocchi come delle lasagne. Niente. Più li guardo e più ‘sti fusilli san di filosofia invece che di ragù. Stanno lì a spiraleggiare in un abisso di sugo le loro domande senza risposte. Uno in particolare ribellandosi alla forchetta in caduta libera nel piatto mi ha sporcato la maglietta con l’illusione di un’illuminazione. Essendo un’illuminazione, per pregiudizio ho creduto si trattasse finalmente di una risposta. Invece è stata la certezza che le domande ti sporcano di esse come le macchie di sugo di macchie di sugo: mettersi un fazzoletto davanti è troppo tardi a meno di non voler nascondere invece che prevenire il disastro. Lo si sapeva fin dall’inizio che ci si sarebbe macchiati eppure non si è fatto nulla. E’ questione di carattere. Certa gente lo sa fin dal principio che non troverà risposta a nessuna delle domande che si porrà: ma non potrà evitare di farsele, e quando anni dopo si dirà rassegnata e per una presunta saggezza acquisita affermerà che ha smesso di porsi “perché” potete stare ben certi che le cose non stanno come essa magari in buona fede afferma. Chi si fa domande non smetterà col mutismo delle parole e dei pensieri. Diventeranno, le domande, quel certo prurito sottopelle o magari uno starnuto, gliele farà il corpo o gliele scriverà un lapsus. Certa gente non si sporca di sugo manco a volerlo. E’ una specie d’innato senso del sugo. Oppure perché son due sostante che assieme non “quagliano”: quella persona e il sugo, le domande con quella persona. Come dire… il sugo lo schifa, si guarda bene d’insozzarsi con la sua camicia. Questa gente la si riconosce. Però non van confusi con quelli che invece non si sporcano perché mangiano la pasta con un’attenzione scientifica. Son dei repressi del sugo… cioè le domande li spaventano al punto che le evitano con maniacali bavaglini… E’ come, chi lo diceva? Freud?, con la teoria per cui più si odia i gay e li si picchierebbe a sangue più si rassicura sé stessi di non esserlo omosessuali. La loro ossessione è sintomo che in potenza delle domande le avrebbero, e sono intimoriti da questa possibilità. Che poi, se ci pensate, non è incredibile che proprio gli spaghetti son quelli più modellabili anche ad assumere la forma a punto di domanda?! proprio loro dalle certezze vere o fasulle! …e il fusillo che è ontologicamente un dubitatore è costretto in un forma che non si presta all’amo di riposte facili? Si perché non avete mai fatto caso che il punto interrogativo ricorda un amo per pescare? Trafitto un fusillo con la forchetta voglio proprio godermi il suo disegno, quel vorticare attorno a un sé privo di certezze eppure un vuoto che sa non di assenza, non di nulla, ma di uno spazio di senso ricavato dalla mancanza di significati “assoluti” o dal di loro smascheramento. E’ come nella cultura giapponese di quelle case tradizionali così piene di assenza, dove la casa è proprio lo spazio tra le pareti e non le pareti e i mobili. Proprio belle e affascinanti, mi piacciono tanto. L’estetica del fusillo si avvicina ad un senso cosmico molto più di quella delle altre paste. E a proposito di estetica, ‘sto piatto di fusilli mi fa tornare in mente Roberta. Con i suoi bellissimi capelli corvini e ricci, quasi lunghi. Lei era una lunga serie di “quasi”. Era il bello e il brutto dello stare con lei. Un po’ come l’effetto psichedelico del sali-scendi o scendi-sali dei fusilli. Con lei era tutto una possibilità ulteriore ma anche un continuo mancare, quasi quasi quasi, una perenne nostalgia preventiva. Una melanconica certezza a cavallo sul lato sbagliato della freccia temporale. Però era come salire o scendere le scale a chiocciola verso qualcosa che seppur incerto sapeva di metafisico: come girare attorno a sé stessi nello scendere i gradini verso l’inferno o nel salirli verso il paradiso. O a volte addirittura come salirli verso l’inferno e scenderli verso il paradiso. Con lei era così. Affascinante ma vertiginoso: da perdere il senso dell’orientamento: che detta così non si capisce se è una cosa bella o brutta. E’ proprio questo: non si capiva dove fosse il bello e dove il brutto: il bello era il brutto e il brutto era il bello. E’ per questo che dico che spesso è una consolazione pensare che tutto possa dimostrarsi semplice come uno spaghetto: di solito è un’illusione se non addirittura un inganno. Che neanche lo spaghetto a volte si sente spaghetto. Come dire allora con tanta facilità che la fame accusa qualcuno e la sua assenza ti accusa di qualcosa? Ogni epoca ha la pasta che più le si addice. Parlo in senso assoluto ma anche di epoche nelle proprie personali storie di vita. Quando avevo giornate più semplici, quando non m’interrogavo su arbitrarietà e libero arbitrio, quando avevo affetti semplici e paure semplici e non m’importava di sporcarmi o meno di sugo, quando ci passavamo assieme al bicchiere d’acqua parole su una tavola apparecchiata di familiarità, quando mia madre faceva gli spaghetti alle cozze e vongole veraci che io amavo tanto e diceva un sacco di cose quel loro sussurrare unto tra parole di genitori e figli… Ora è la mia èra dei fusilli, ora mangio fusilli, parlo di voi fusilli con voi fusilli… cioè, volevo dire, parlo ai fusilli di fusillità, e non ci son più solo timidi sussurri di spaghetti alle vongole. E’ tutto come, di un fusillo, la spirale stanca: tanta strada ma che non conduce lontani da sé, mai lontani dalla propria voce, avvitati, orbitanti, tutto a sé stessi riconducibile, anche il fu ciarlare di questa pasta complicata. E mi accorgo che il suo tacere nel piatto ormai freddo, che il suo mutismo più folle di quando m’illudevo fosse pasta che parlava, mi dice del silenzio attorno alla mia tavola e delle troppe sedie vuote.


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