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lavoro pubblicato venerdì 11 novembre 2005
ultima lettura giovedì 19 settembre 2019

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Senza titolo

di Acid Burn. Letto 1674 volte. Dallo scaffale Epistole

“…il nostro corpo, il corpo di ogni persona, può essere strumento dell’amore ma non è il fine dell’amore. L’amore non è godimento dell’altro reificato...

“…il nostro corpo, il corpo di ogni persona, può essere strumento dell’amore ma non è il fine dell’amore. L’amore non è godimento dell’altro reificato, ridotto a cosa, ma è tensione che vive e si rapporta all’altro e con l’altro vive l’esperienza del trascendimento di sé, trascendimento della sua solitudine, pur nel pieno, reciproco godimento dei corpi. […] L’amore così inteso è una modalità di conoscenza e di essere nel mondo; in questo senso è coppia qualsiasi rapporto vissuto da un io che si rapporta al tu non secondo logica di possesso ma secondo logica di avvicinamento e di ascolto. Il tradimento, nell’ottica che sto tentando di delineare, cessa di essere sottrazione momentanea o permanente dell’uso esclusivo di una parte del corpo al titolare del diritto relativo e diventa chiudersi al compito costitutivo che ognuno di noi rappresenta, cioè riconoscersi come colloquio…” Ho scelto di iniziare questa mail con le parole di un libro, perché credo che non sarò mai così brava ad esprimere i miei pensieri e perché la citazione non è casuale: non è casuale il messaggio che contiene e non è casuale il fatto che l’abbia copiata dall’ultima parte del libro. Questo secondo aspetto rispecchia un po’ il mio modo di essere e il mio rapportarmi alle altre persone: ho fretta e mi butto nelle situazioni (o nei libri) saltando tappe sulle quali magari devo necessariamente tornare dopo, perché fanno parte di un cammino imprescindibilmente consequenziale. Riguardo il primo aspetto, che è sostanzialmente il punto centrale della mail, sarebbe importante per me continuare a conoscerti e a farmi conoscere, creare appunto quel rapporto che va aldilà della semplice compresenza e che diventa colloquio. Delle volte vorrei essere te per capire quello che pensi e quello che provi perché semplicemente immedesimandomi non ci riesco, non riesco a non spazzare via Matteo per vedere cosa farebbe Claudia se fosse Matteo, ma questa non è immedesimazione, è sostituirmi a te. Viceversa delle volte vorrei che tu fossi me per farti capire quello che sento. Visto che neanche questo è possibile tento di descrivertelo a parole, impresa non facile perchè nemmeno a me è chiaro quello che sento: passo da momenti di felicità estrema a momenti di tristezza e preoccupazione, dalla serenità all’arrabbiatura. Ciò che mi fa andare avanti sono le uniche certezze che ho. Sono certa di volerti bene al punto tale da darti consigli che vanno contro il mio immediato interesse, perché se per essere felice devi esserlo senza di me preferisco che vada così. Sono certa che mi piaci, e mi piaci in un modo ben diverso dai ragazzi che ho avuto prima di te, perché sei l’unico che ho voluto io prima ancora che lui mi volesse. Sono certa che se tu mi dessi la possibilità di stare assieme a te io saprei renderti felice e a me basterebbe averti accanto per esserlo, come mi basta sentire il suono della tua voce per rallegrarmi, a prescindere da quello che dici. So bene di comportarmi da persona egoista quando ti minaccio e so bene di sbagliare quando faccio le ripicche, ma devi considerare che se anche razionalmente so la cosa giusta da fare, a caldo posso dimenticarla e ti chiedo scusa ora per tutte le volte che l’ho fatto. Sono certa di non volere piacerti ricorrendo a strategie subdole che sarebbe fin troppo facile utilizzare: dandoti quello di cui so che hai bisogno senza metterti in discussione, senza dirti ciò che penso ti tratterei da stupido e reprimerei ciò che mi rende insicura, purtroppo ho imparato a mie spese che le angosce represse tornano a manifestarsi in maniera sempre peggiore. Ho pensato tanto a te, soprattutto al fatto che delle volte non ti dico ciò che penso per paura di pentirmene dopo, però una cosa devo dirtela. Non voglio più avere fretta di conoscerti, preferisco fermarmi e fare magari qualche passo indietro prima di iniziare ad essere coinvolta più di quanto non sia ora. In questo momento tu non puoi darmi quello che voglio, ma non mi va che tu mi perda, perchè non hai ancora capito quello che perdi. Non che abbia la presunzione di essere la migliore del mondo, ma ho la presunzione di essere il meglio per te e questa presunzione mi deriva dal sentire che tu lo sei per me. Mentre ti scrivo mi viene in mente un racconto di Kafka che non so se conosci. Narra di un uomo di campagna che si reca presso la porta che sta davanti alla legge. Questa porta è sorvegliata da un terribile guardiano. L’uomo gli dice che vuole entrare nella legge ed il guardiano gli nega il permesso. Così più e più volte l’uomo chiede ed il guardiano puntualmente gli impedisce di entrare nella legge. Passano anni e anni nei quali il campagnolo rimane davanti alla porta con la speranza di poter entrare un giorno, ma il guardiano continua a negargli l’accesso; alle volte addirittura gli dice “se io ti faccio passare troverai delle altre porte con guardiani ancora più terribili”. Alla fine del racconto l’uomo di campagna muore ma, in punto di morte, rivolge lo sguardo alla porta davanti alla legge e tutte le esperienze passate si condensano in una domanda che non ha mai rivolto al guardiano: prova a formularla e il guardiano risponde “Nessun altro poteva entrare qui perché questo ingresso era destinato soltanto a te. Ora vado a chiuderlo.” Prematuramente se vuoi, ingiustificatamente se vuoi, ti ho aperto una porta, non immagini nemmeno grande quanto. Tu sei rimasto sulla soglia ed io ora ho deciso di chiudere la porta, non a chiave, semplicemente di chiuderla. Quando vorrai, semmai vorrai, dovrai essere tu a riaprirla e, se non sarà ancora chiusa a chiave, potrai vedere tutto quello che c’è dentro. Io mi fido di te, forse anche troppo. E’ per questo che sto male quando alcuni tuoi comportamenti risvegliano la parte di me che non si fida. Tu dici tanto per farmi sentire importante, per farmi sentire addirittura preziosa delle volte e mi fai capire tanto, un “tanto” che alla fine può essere riassunto in una frase che m’hai detto una notte “tra me e te succederà sicuramente qualcosa, perché l’intesa che ho con te non l’ho avuta in vita mia mai con nessun’altra ragazza”. Questo tuo dire e questo tuo fare però si scontrano alcune volte con la realtà, con una realtà che porta me a comportarmi in determinati modi ai quali tu poi reagisci dicendo: “tu pensi che a te importa di me e che a me non importa niente di te”. Ciò che io penso è che il problema non è che non ti importa di me, è che non ti importa abbastanza. Penso che il problema non è che non ti piaccio, è che non ti piaccio abbastanza. Perdonami un’altra digressione, prometto che sarà l’ultima. E’ una digressione cinematografica che riguarda il film “11 settembre 2001”. In uno dei miei episodi preferiti, quello diretto da Sean Penn, il regista non tratta che indirettamente l’attacco alle torri gemelle. Al contrario narra la quotidianità di un uomo anziano che tutti i giorni si sveglia, si lava, si veste, consuma i pasti, si distrae guardando la tv, il tutto in compagnia della sua amatissima moglie. In realtà la moglie è morta quindi, agli occhi di chi guarda, quest’uomo si ostina a fare “come se” fosse ancora viva non rendendosi conto di quella che è l’evidenza (si può osservare infatti parlare da solo, pranzare da solo, mettere i vestiti che avrebbe voluto vedere indosso alla moglie sul letto ecc). Una mattina, mentre egli si trova in camera da letto e si lamenta perché la piantina della moglie esposta sul davanzale è ormai secca a causa della mancanza di luce, il palazzo di fronte crolla silenziosamente (si tratta della prima delle due torri), allora il sole irradia tutta la stanza e la piantina rifiorisce bellissima. L’uomo felice la prende per farla vedere alla moglie, ma girandosi, si rende conto della realtà, si rende conto che la presenza della sua amata non è altro che un’illusione e si butta sul letto piangendo disperato. Intanto la scena si allarga: proiettata sul muro del palazzo c’è l’ombra della seconda torre che crolla anch’essa silenziosissima mentre l’uomo continua a piangere. Questo cortometraggio è uno dei miei preferiti poiché è in grado di spiegare perfettamente l’angoscia che si può provare quando alcuni eventi mettono in luce la pazzia umana e distruggono le certezze che, guardate sotto una luce diversa, non appaiono altro che illusioni. E allora, non vorrei mai che tu mi volessi bene come io vorrei, preferirei imparare a conoscere come tu sei in grado di voler bene e rendermi una persona degna di essere amata da te. Penso che questo è avere una relazione, penso che già ora tu mi completi perché sono migliore quando sto con te, e penso che continuando a scoprire “me” e “te” e ad imparare “noi” continuerei a migliorare. Penso che quattro ore sono un soffio di vento quando parlo con te, ma un’eternità se non posso sentirti. Ma quando sbatto contro la realtà, quando alcuni eventi mettono in luce la mia pazzia, quando basta una tua frase o una tua “valutazione” per farmi vedere le mie certezze come illusioni, cosa devo pensare?


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