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lavoro pubblicato venerdì 4 novembre 2005
ultima lettura domenica 17 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Racconto di un giorno

di Ransie. Letto 1368 volte. Dallo scaffale Pulp

RACCONTO DI UN GIORNO (Marzo 2003) Era dalle tre e trenta, da quando aveva spalancato gli occhi e guardato la sveglia, che fissava il rifless...

RACCONTO DI UN GIORNO (Marzo 2003)

 

Era dalle tre e trenta, da quando aveva spalancato gli occhi e guardato la sveglia, che fissava il riflesso del lampione sul muro. Ora la luce del giorno lo stava sopraffacendo. Dovevano essere le sette.

Lo capiva dai rumori che provenivano dalla cucina.

Rumori quotidiani, che si avvicinavano al silenzio, ma quel giorno in grado di soffocare ogni suo pensiero.

 Li conosceva uno ad uno e poteva indovinarne la sequenza.

Il cigolio dello sportello, la caffettiera che urtava l’anta di legno, l’acqua che scorreva, il barattolo della miscela che veniva aperto e poi le scintille dell’accendigas. Un momento di silenzio e poi la tazza appoggiata sul tavolo, il frigo che si apriva, i passi, che nell’attesa del caffè arrivavano al bagno, e infine lo scarico che disattendeva la speranza di spezzare quella ripetizione.

Anni fa quegli stessi rumori l’avevano emozionata.

Con l’orecchio, allora, spiava il suo amore. Aveva  tempo per pensare all’amore. E  non era poco.

Poi era dovuta crescere e la noia che attendeva era arrivata, ma non ne aveva mai fatto una tragedia.

 

Ma quello che avvvertiva oggi  era qualcosa di sconosciuto, di imprevisto. Il suo corpo aveva come perso di consistenza, i suoi occhi uscivano dalle orbite e toccandosi con le mani non si riconosceva, non riconosceva le gambe, la pancia e la pelle.

Iniziò a masturbarsi, cercando di riappropriarsi, con l’orgasmo, di se stessa. Ma non riuscì che a sfiorarsi.

Solo più tardi fu in grado di alzarsi, ma attese che lui fosse uscito.

Trascinò quei piedi non più suoi fino alla porta, trovando la forza nell’inerzia, che da sola, la guidava nelle faccende giornaliere.

Doveva svegliare i bambini, si ripeteva da dieci minuti, ma al solo pensiero di sentirsi chiamare “mamma” con quella voce stridula e piagnucolosa avvertiva un senso di nausea. Poi per un attimo riacquistò coscienza di sé per il senso di colpa che quei pensieri nutrivano, si alzò di scatto dal letto, andò in bagno, fece pipì si lavò mani e viso si spazzolò i capelli e tornò nella sua camera, prese mutande, calzini e cannottiera, i jeans e un maglione a collo alto, nero e rosso, si vestì e infine infilò le solite scarpe marroni con i lacci, quelle “per tutti i giorni”.

Ma  doveva ancora svegliare i bambini.

Si fece coraggio guardandosi nello specchio grande della camera ma di nuovo quella sensazione si impadronì di lei. Le sue mani erano lontane, la sua mente fluttuava osservando quel corpo vuoto. Corse meccanicamente nella camera di quei mocciosi, li tirò giù dal letto li trascinò insonnoliti al bagno e aprì la doccia, gelata li spinse sotto, e restò a guardare le loro lacrime, poi li prese e li vestì bagnati e infreddoliti, dopodichè aprì la porta e li scaraventò sul pianerottolo urlanti e imprecanti....

Corse meccanicamente nella camera di quei mocciosi, aprì la finestra prese tutte le coperte e le gettò dalla finestra, poi andò in cucina,  prese un paio di forbici e tornò in quella camera. Ogni bambola fu decapitata, ogni gioco fu distrutto, ogni peluche fu sventrato. Poi con le stesse forbici si avvvicinò alla più piccola per vedere il dispiacere e il terrore di un mostro indifeso....

Corse meccanicamente nella camera di quei mocciosi, cominciò ad urlare, a strappare le lenzuola, a rompere il computer e poi tirò fuori un accendino dai pantaloni e diede fuoco a quello stupido poster di Winnie The Pooh corse via e chiuse la porta a chiave....

 

 

Guardò il tristissimo orologio d’argento appeso alla parete, segnava le 8.00

 

Tardi, tardissimo, Giacomo non sarebbe mai arrivato in tempo...e Lucia, va bè Lucia andava solo all’asilo quindi un ritardo non era poi così grave...

Corse nella camera dei suoi figli e come sempre con dolcezza aprì le tende, mentre la luce infastidiva il sonno ancora profondo dei piccoli. Li accarezzò sul viso, primo l’uno poi l’altra e con tono deciso di mamma pronunciò i loro nomi.

Allora i loro occhi si aprirono e con rassegnazione,dopo un altro minuto prezioso, si alzarono dal letto. Lei li guardò innamorata.

Ma non si sbrigavano, continuavano a sonnecchiare nonostante l’orologio segnasse tardi, tardissimo, non avevano rispetto per niente, per nessuno, nemmeno per la loro mamma....

- Su via tesoro che è già tardi! Lo sai Giacomo che per arrivare a scuola non impieghiamo mai meno di mezz’ora!

Il dolce rimprovero della mamma ebbe subito il suo effetto ed entrambi si vestirono di fretta, sempre ad occhi chiusi per trattenere la dolcezza dei sogni.

La pazienza ha un limite...

 Dopo due minuti al bagno, sufficienti per un veloce contatto con l’acqua eccoli pronti goffi e teneri con quei piumini imbottiti e gli zaini enormi.

 

Prima, come ogni mattina, lasciò, con un grosso bacio sulla guancia, Giacomo di fronte alla scuola. Poi, tagliando per via A. Manzoni, arrivò all’entrata secondaria dell’asilo di Lucia, scese fino al cancello e consegnò la bambina alla maestra...

 

Si sentì sollevata, si sentì nuova, finalmente era sola, libera di pensare....ma di nuovo quella sensazione la travolse, in un attimo perse prima le braccia e poi le gambe, gli occchi caddero sul marciapiede, la sua pelle cominciò a tirare, a squamarsi...non aveva più un corpo..di nuovo. Si guardava da lontano e non vedeva nulla. Non sentiva né dolore, né gioia, non sapeva più a chi apparteneva, chi era, non sentiva più il suo cuore. Si fermò, in mezzo alla strada...dietro le macchine suonavano clacson impazziti ma lei non risuciva a comandare quel maledetto piede a dirgli che doveva pigiare la frizione, e non riusciva a dire a quella mano che aveva davanti ma che non rispondeva, che avrebbe dovuto posarsi sul cambio e infilare la prima. Era bloccata, la sua volontà pretendeva di impartire ordini ad un corpo estraneo...

Ad un certo momento vide una luce, lampeggiante e chiarissima, fu accecata e lo shock gli riportò indietro il suo piede e la sua gamba...devo andare al supermercato, devo correre, devo comprare merendine al cioccolato, gomme e coca-cola, zucchero, latte parzialmente scremato, pane e poi il lievito, sì voglio fare la torta margherita che piace tanto a tutti..

Sostò nel parcheggio sotterraneo, scese dall’auto e cercò nella borsa l’euro per prendere il carrello, salì con la scala mobile fino al supermercato entrò e con cura iniziò a scegliere i prodotti. Fu allora che vide dall’interno un cane, fuori oltre la vetrina, sembrava star male, forse era stato ferito...lasciò tutto, abbandonò il carrello e corse fuori. Lo guardò bene da lontano per assicurarsi che non fosse pericoloso, lo avvicinò tendendogli la mano e vide che non era ferito. Aveva solo quell’andamento dimesso e scoordinato tipico dei cani da caccia, poco elegante e con la lingua penzoloni. Lo accarrezzò e lo invidiò, invidiò la sua vita, la sua libertà e fissandolo dritto negli occhi lo prese con forza per il collare e lo trascinò giù per il tappeto mobile, lo prese e lo scraventò in macchina. Voleva portarselo a casa, farlo vedere ai suoi figli, fargli vedere che la loro madre è più prigioniera di un cane...dimostrare a quell’idiota di suo marito che anche lei esisteva, ancora.

Accellerò, con il cane chiuso nel portabagagli che guaiva, piangeva, temeva e si precipitò a casa, nella sua mente nulla, solo meccanismi.

Arrivò sotto il palazzo e parcheggiò nel garage, da lì poteva arrivare a casa senza farsi vedere da nessuno perché una scala fatta costruire successivamente, lo collegava alla cucina. Scese con calma, con calma aprì il portabagagli, prese con rabbia il cane e lo scaraventò giù. Lo portò in cucina.

Lo lasciò andare, il cane era terrrorizzato, la guardava, fisso e immobile. Lei, indifferente sapeva che non gli sarebbe sfuggito e con calma si tolse la giacca e posò la sua borsa. Si tolse anche le scarpe, per stare più comoda.

Andò poi in cucina e prese una pentola, un tagliere e un coltello, ignorando il cane. Aprì il frigo e prese una cipolla. Inizò a tagliarla finemente, la mise nella pentola e aggiunse dell’olio, poi aprì di nuovo il frigo e prese una piccola carota, la raschiò con il coltello e la lasciò soffriggere con il resto..il profumo dell’olio aromatizzato avvolgeva la cucina e aveva tranquillizzato anche il cane che non era più rigido, cominciava a fidarsi.

In quel momento aprì il cassetto, scelse accuratamente il coltello più affilato e dalla lama più lunga lo impugnò e si diresse verso il cane, con l’altra mano lo accarezzò, più volte, con affetto.

Aveva deciso, oggi spezzatino per tutti!

 

 

 

 

 

 

 



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