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lavoro pubblicato giovedì 3 novembre 2005
ultima lettura sabato 7 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il prigioniero

di Desmaele. Letto 1046 volte. Dallo scaffale Generico

Lo sguardo si rimembrava pigro, più futile di quanto non fosse il suo non far niente quel giorno. Contava passi immaginari che lo separavano dalla pil...

Lo sguardo si rimembrava pigro, più futile di quanto non fosse il suo non far niente quel giorno. Contava passi immaginari che lo separavano dalla pila di piatti del giorno prima. A dirla tutta, di più di un giorno prima. Aspettava un pensiero che gli trasmettesse coraggio, o una distrazione della sua pigrizia, o la decisione improbabile d’intraprendere una vita ascetica e di perenne digiuno. E quei piatti a fissarlo strafottentemente immutabili, fingendo di non guardarlo torvi e con aria di sfida ma anche col ghigno di chi vuole dirti che sa già di averti inchiodato, sconfitto. Ma lui era più furbo di loro, più furbo come più furbo era stato Mohamed Alì contro Foreman quando tutti lo vedevano barcollante e rintronato dai pugni, più stanco di quanto in realtà non fosse o almeno più lucido di quanto non si credesse. Ma a chi voleva raccontarla? Era il solito narcisista, non poteva ammettere una sconfitta neanche davanti all’evidenza: a riflettori spenti lui stava ancora lì, racchetta in mano, desideroso di vincere per il punteggio impossibile di 10-7 su un tabellone spento che non segnava più i punti, e tra sé e sé a supplicare che un amico gli venisse a strappare la racchetta dalle mani. Voltò il capo di novanta gradi verso la stanza da letto. Potevano essere, diciamo, quindici passi? Forse di più considerando che c’era un angolo, a meno di non prendere le misure giuste e di riuscire a tagliare bene la curva. Comunque troppi. Lì, sulla sedia della cucina dov’era, distava da sé stesso zero passi: una distanza accettabile. Ma che rabbia però…sentiva le molle del letto cigolare sotto il peso del cane che non si decideva per la posizione più comoda. Che infingardo! Anche il cane, quel traditore, a prenderlo in giro. “Vedrai che bocconcini prelibati ti preparerò alla prima occasione!” pensò tra sé e sé perché il quadrupede non avesse a sospettare nulla. Tornando alla sua delicata situazione…Tornando? Oh cavolo!anche il telefono ci si metteva adesso! Dove diamine aveva messo il portatile? No! Lo aveva lasciato sul comodino vicino al letto (che diamine serve un portatile se non ce lo si porta sempre dietro?!) e ad arrivare all’entrata neanche a parlarne. Quella però doveva essere Claudia, la sua ragazza. L’altra sera avevano litigato. Lei gli aveva detto che era uno stronzo egoista che si crogiolava nella sua presunta superiorità. Poi lui le aveva telefonato per proporle di fare pace davanti ad un panorama conciliante. Doveva chiamare stasera per mettersi d’accordo. Se non rispondeva al telefono erano davvero casini! Il telefono trillò un’ultima volta. O forse era solo la sua immaginazione che riecheggiava l’eco stridulo nella casa oramai immobile e crepuscolare. Il cane aveva trovato la posizione confacente, le molle del letto grate e altrettanto appagate erano state zittite non si sa se prima dal cane o dal telefono. I piatti ormai lo guardavano con uno sguardo reso infinito dal buio. E in tanta quiete lui aveva tutto il tempo di fare la cronistoria di tutti quei piccoli insignificanti avvenimenti di una casa, tutte quelle cose che accadono in un’abitazione quando non un solo occupante è rimasto. Quante volte si era domandato che facesse casa sua in quelle tre settimane di vacanze estive… In tanta quiete la cosa più sonora era il rombare del suo ultimo pensiero, che in quel momento era: “Merda!”; non dissimile da quello precedente e dal vice-ultimo. Un rumore improvviso lo fece sobbalzare. Conosceva quel suono! Sapeva che in qualche recesso della sua mente poteva richiamare il ricordo di quella cacofonia ancestrale che creava un riverbero nei suoi neuroni e alla punta della sua lingua. ECCO! Ah.ecco cos’era: il campanello. Doveva essere quella rompipalle della vicina di casa: quella che “scusi ho finito l’olio sale zucchero caffè teh farina diaframma scuse”. Tutto il male non vien per nuocere. La sua triste situazione poteva avere anche qualche risvolto positivo. Certo aveva una sete del diavolo. Maledizione!non si era reso conto di quanta sete avesse. E poi doveva andare in bagno. Beh, aveva sentito di persone disperate bloccate sotto le macerie che erano sopravvissute bevendo la propria pipì… Il cane!Poteva provare a chiamare il cane e fargli capire di portargli dell’acqua. La ciotola non era troppo distante, era vicino, vicino…ai piatti. Maledetti piatti! ”Lo so che siete ancora lì, da qualche parte, oramai tutto ghigno e unto, a pensare a quanto sia patetica la scena di uno sconfitto che non vuole arrendersi alla propria resa ma non ha altrettanta dignità nel non perdere anche in dignità”. Piatti bastardi!! Comunque il cane era fuori discussione. Era già tanto che non pretendesse, il quattrozampe, che fosse il duezampe a portargli il giornale tra i denti. Il massimo che avrebbe potuto ottenere dal sacchetto di ossa e pelo era qualche leccatina calda sulle labbra arse e screpolate. “Oh Dio, ti giuro che se mi fai uscire salvo da questa difficile prova prometto: da domani solo piatti di plastica, prendo un cane non circonciso, niente più riflessioni esistenziali e comincio a credere in Dio”.


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