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lavoro pubblicato venerdì 28 ottobre 2005
ultima lettura venerdì 20 settembre 2019

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TERRA SCONOSCIUTA

di Laura Bellucci. Letto 1114 volte. Dallo scaffale Pensieri

Un viaggio, un amore appena cominciato, una ragazza con molte domande. Sullo sfondo, una terra bellissima e dalle mille contraddizioni...

TERRA SCONOSCIUTA un racconto di Laura Bellucci a Lino I Nonostante le nuvole e il cielo vagamente lattiginoso, i colori ferivano l’occhio: dall’autostrada, nient’altro che colline brulle e robusta macchia mediterranea. Il mare si increspava di scaglie argentate, lontano. Fin dal primo momento, la Sicilia le aveva suggerito l’immagine di una donna avvenente ed elegante, sfrontata e riservata insieme, che nasconde un segreto che non si può pronunciare, e che tutti conoscono. Ma subito si era resa conto che aveva tratto quell’immagine da un romanzo, e si era domandata se davvero la letteratura fosse stata d’aiuto alla Sicilia, o non l’avesse piuttosto danneggiata, diffondendo nel resto del mondo un ritratto dell’isola completamente falso. La Sicilia-donna ammaliatrice, la Sicilia impenetrabile, la Sicilia dei Borboni, dove fasto e rovina si mescolano… stereotipi attaccaticci, difficile liberarsene… La verità era che la Sicilia per lei era ancora una terra muta. Ma era la terra di Corrado, per questo era venuta, per conoscerla: e mentre studiava il profilo di lui concentrato sulla guida, non poteva fare a meno di notare le somiglianze tra lui e il paesaggio. In fase di atterraggio, l’aereo aveva virato a picco sul mare con stupefacente insensatezza. Fuori, un caldo secco batteva sulla pista; la parete di roccia sovrastava l’aeroporto, assurda, fuori posto. Su tutto, il peso della storia recente che già si studiava sui libri di scuola. Corrado era lì ad aspettarla. Adesso, superata Palermo e i suoi mastodonti di cemento, avevano davanti due ore e mezzo di ocra, verde petrolio polveroso, denso marrone, il bianco accecante delle pietre. Corrado guidava con attenzione, ma non senza fretta; lei osservava il profilo delle colline, faceva domande. Cercavano di truccare il tempo in attesa di quello che sarebbe venuto dopo. Eppure, anche se quello a cui lei pensava davvero in quei momenti era altro, interrogativi ne aveva, e molti. E la prima impressione di quella Sicilia silenziosa, da decifrare, rimase. - Mi piacerebbe vedere subito Ortigia. Corrado scostò il lenzuolo che la copriva e la trattenne ancora un attimo, senza rispondere, pelle contro pelle. Il sonno era stato breve e profondissimo. L’aria tiepida, la valigia ancora chiusa. Il cielo doveva essersi schiarito, perché tra le persiane sigillate filtravano lame color corallo. Mentre lui si radeva, lei andò ad aprire la porta-finestra del salone: oltre il portico, il fucsia aggressivo delle bougainvilles, bellissime rose turgide, cactee, palme nane. Un’edera testarda, dai tralci nodosi come quelli di una vite, aveva coperto la cancellata. Il terreno degradava fra le rocce, nell’erba alta e secca, dove nessuno irrigava; poi la strada, gli scogli, e infine il mare. E il sole, la luce che non trovava ostacoli. Corrado emerse dall’ombra della casa, indossava una camicia bianca. - Andiamo. - Ortigia è un’isola. È collegata alla terraferma da un ponte. Ed è barocca, naturalmente. Corrado sorrise. Il ruolo della guida lo divertiva. Si erano addentrati nei vicoli, nelle stradine strette tra alti portoni, su cui si affacciavano balconi dalle ricche ringhiere arrugginite; la luce penetrava obliqua e metteva mostra i fregi consumati, antichi stucchi. L’oro del tardo pomeriggio illuminava i piani più alti. Fra i tetti, il cielo era turchese. Corrado la portava verso il mare: lo intravedeva al fondo della scalinata che ora discendevano. L’aprirsi di quello scenario inaspettato la riempì di meraviglia. La grande terrazza in pieno sole, a strapiombo sull’acqua verde, invitava al passeggio indolente, nel profumo di salino; in sottofondo, il brusio musicale di chiacchiere da aperitivo. - E questa è la Fonte Aretusa, disse Corrado. Le persone si appoggiavano pigramente alla ringhiera, con i bicchieri in mano, godevano dell’ultima luce, nell’ora perfetta che ammorbidiva i contorni delle cose. Lei guardò giù, nel cerchio della fonte, dove l’acqua era più scura e pareva più fredda, e fu di nuovo assalita da suggestioni letterarie. Pensò ai miti greci, al teatro, e ancora le tornarono alla mente figure di donne inafferrabili. Ma nemmeno questa era la Sicilia, lo sentiva. Si riscosse. Il giorno declinava. Corrado disse che le avrebbe mostrato la piazza del Duomo. La piazza del Duomo le ricordò immediatamente le lanterne magiche che aveva visto in funzione ad una mostra sulle origini del cinema. Accostando il viso a una finestrella di vetro e guardando dentro a una scatola di legno dipinta, si vedeva la prospettiva diurna di una piazza stretta e lunga, chiusa su tre lati da edifici barocchi. A un certo punto, ecco che nella scatola scendeva gradualmente la notte, e la piazza buia si accendeva di un ricamo di minuscole luci. Questa fu la visione che lei ebbe, mentre le campane del Duomo battevano le sette. Su quel fondale da teatro si muovevano signore ingioiellate, uomini ben vestiti, ragazze sorprendentemente belle. La borghesia della città che andava in scena. C’era ancora chiaro, e Corrado scelse un tavolino al Caffè Novecento, per farle assaggiare la granita di mandorle. Mentre si sedeva, decise di smettere di interrogare la Sicilia, almeno per un attimo. Chiese a Corrado quale fosse l’autentica ricetta della granita, e lui glielo spiegò. Lei non badava al senso: ascoltava il suono della voce di lui, il suo accento… si accorse che aveva un desiderio dentro, ed ecco che già si domandava di nuovo che razza di alchimia fosse, se era quella la Sicilia, se era quel tepore che si posava sulla pelle, che dava l’impressione che i vestiti non ci fossero. Sorrise di sé stessa, poi disse che non aveva più voglia di granita. Prese Corrado per mano, lo fece alzare. - Ma abbiamo appena ordinato, rise lui, e già aveva capito tutto. Lei gli sussurrò all’orecchio: - Andiamo a casa. La notte trascorreva lenta. Nessun rumore arrivava fin lassù, tranne il vago ondeggiare degli sterpi, vento lieve che portava un’eco di mare. Corrado si era addormentato su di lei. Dormiva tra lenti respiri regolari, senza peso. Nel buio denso, lei seguiva con le dita le linee dei suoi muscoli non più in tensione, la mappa morbida della pelle, e si rese conto che quel corpo con le sue forme le era ormai familiare, avrebbe potuto modellarlo ad occhi chiusi, con il tatto. In quel momento le parve che non ci fosse più nessuna incertezza. Si mosse appena, ma Corrado si svegliò lo stesso. Le era mancato, in quell’ora di sonno che era stato lontano da lei, e ora lui cercava le sue labbra nell’oscurità. Già il respiro accelerava, già si sentiva cedere dentro. - Sei stanca?.. - No… I capelli di lui le sfioravano la fronte. - Eri sveglia… - Sono stata a guardarti. Lui sorrise. - Al buio? Allora lei gli mostrò che anche con le mani si poteva vedere. II Si alzarono esausti, senza aver dormito, era giorno alto. Corrado le chiese se le sarebbe piaciuto andare a Noto. L’auto sfrecciava tra muri a secco che chiudevano giardini abbandonati, ulivi, grandi fichi d’India. La vegetazione colonizzava la pietra: trovava acqua, in qualche modo, resisteva al limite dell’autocombustione nell’aria rovente del mezzogiorno. Nell’abitacolo invece la temperatura era fresca. Corrado scherzava, faceva battute per mascherare l’emozione che gli dava l’essere lì con lei, per non cadere nella tentazione di dire banalità. A Noto il barocco era fiorito senza ritegno ovunque. Non c’era elemento architettonico che fosse stato risparmiato: festoni, foglie, volute si arrampicavano sulle facciate degli edifici, incorniciavano le finestre e si appendevano ai balconi. E tra quella vegetazione pietrificata facevano capolino mostri, chimere, sirene, che da quattro secoli, imperturbabili e bizzarri, osservavano dall’alto generazioni di visitatori. Su tutto si posava un velo quasi impercettibile di polvere. Le chiese e i palazzi si arrendevano all’usura del tempo con aristocratica noncuranza. Anche qui, come in Ortigia, frontoni trascurati, decori che si sbriciolavano, statue rigate da lunghe lacrime nere. La decadenza presente evocava ancora di più la bellezza ormai morta. - Perché lasciate che tutto vada in rovina?, chiese lei. - Non lo so, rispose Corrado, la Sicilia è così. A casa, parlarono a lungo. Della Sicilia, e di loro. E lei capì che non era dalla Sicilia che voleva delle risposte, e nemmeno da lui. Lo amava, ecco, l’aveva detto, e lui non sembrava stupito, anzi, era conento. Era stato capace di costruire attorno a lei un cerchio dove l’angoscia e la paura non riuscivano a raggiungerla. La rendeva autenticamente felice. Perché allora quel bisogno di capire, di dare una definizione alle cose? - Che cos’è la Sicilia?, chiese infine. - È tutto quello che hai visto finora, e molto altro. E il suo contrario, rispose Corrado. - Mi sembra sempre di essere nella pagina di un libro. Di un libro fatto di pagine di altri libri, spiegò lei. Corrado la spinse sul divano, le sollevò la gonna. - Ma non ti basta la realtà? Lei lottò brevemente, il tempo di accorgersi che non voleva opporsi. - Non lo so, rispose lei, e non sapeva se era vero o no, perché il contatto con lui metteva in discussione tutto, la rendeva debole, e felice di esserlo. Corrado la fissò, con un’ombra nello sguardo. - Sei contenta? Lei lo attirò a sé e lo baciò. Nel pomeriggio andarono al mare. Da un viottolo tra villette ed eucalipti si scendeva alla scogliera, e lei capì da dove gli architetti siciliani avevano tratto l’ispirazione per palazzi e cattedrali: l’arte pareva aver imitato la natura, perché le rocce nere e frastagliate, irte di ricami appuntiti, creavano uno straordinario effetto di barocco naturale. Rampicanti dalle foglie polpose serpeggiavano fra le pietre quasi fino alla linea dell’acqua, e nelle cavità si depositava il sale, in placche bianchissime e abbaglianti. L’acqua sembrava vetro liquido, il fondale un giardino di alghe e ricci. Il sole imbeveva la pelle come un olio. Si abbandonò al calore. IV Nei giorni seguenti quegli scherzi della mente a poco a poco la abbandonarono. Le ore si consumavano piano. Gli orologi non servivano: bastava osservare le variazioni di luce e colori per capire che ora fosse. Corrado si apriva con lei, le parlava di sé e la faceva parlare, e nel frattempo la educava ai profumi, al gusto forte del cibo e del vino che assaggiavano, e dava al tempo che trascorrevano insieme un ritmo lento e pieno. La amava a lungo, senza impazienza; sapeva aspettare. E lei imparava da lui che perdere il controllo era facile, naturale. Le sembrava che di non aver mai conosciuto altro. Non si era mai sentita così viva e completa. Una sera, mentre cenavano tra le zagare, in un ristorante fuori città, lei gli elencò le ragioni per cui lo amava. Gli spiegò di come si era innamorata della sua forza gentile, della sua positività. Lui rise, un po’ imbarazzato ma contento che i loro vicini di tavolo sentissero. V Il giorno dopo lei sarebbe partita. - Portami un’ultima volta in Ortigia, disse. Nella piazza del Duomo c’era un concerto, file e file di auto parcheggiate ostruivano le strade fino al limite della zona a traffico limitato, trovare un posto richiese molto tempo; e Corrado era silenzioso, irritato, alle prese con quell’inconveniente così prosaico era solo un uomo come tutti gli altri, arrabbiato perché perde tempo prezioso e poi dovrà lasciare la macchina lontano, perché dovrà camminare. Scesero dalla macchina entrambi snervati, ma almeno avevano qualcosa a cui attribuire il loro malessere. Nessuno dei due accennava a domani. Camminarono un po’ mano nella mano, poi si sedettero sui gradini del Duomo. La musica rimbalzava tra i palazzi, nell’aria blu. In cielo, un’enorme luna rosa. Non era ancora la scenografia adatta a una separazione. Per fortuna, i minuti cadevano ad uno ad uno con la solita rassicurante lentezza. Corrado la circondò con le braccia. - Tornerai, vero? - Molto presto, te lo prometto, sorrise lei. Parlarono del futuro prossimo, scherzarono un po’ sui mesi a venire. Poi Corrado si ricordò che doveva cambiare il tagliando del parcheggio. - Faccio subito, le disse. Ci ritroviamo qui. E sparì nella folla. La piazza si era riempita, si era fatto più penetrante l’odore zuccheroso delle noccioline tostate; nella lanterna magica era scesa la notte. Lei era in Sicilia, sola. E all’improvviso, così come se n’era andato, quel senso di mistero la riprese. C’era qualcosa che ancora le sfuggiva. Voleva, doveva capire. Lasciò la piazza, si addentrò nei vicoli. Non era passata di qui con Corrado. O forse sì, non lo ricordava: al buio, tutto era diverso. Senza l’oro del giorno, i bei palazzi barocchi perdevano quell’aria di orgogliosa nobiltà. Le grate chiudevano le finestre come quelle di un carcere. Sotto luce bianca della luna, il degrado si riversava dalle facciate ammuffite sul selciato di una piazzetta cieca. Nella strada, nessuno. Doveva essersi spinta nel cuore della città antica: la musica della piazza non arrivava, l’unico rumore era quello dei suoi passi. Dove aveva già visto quest’uomo dal volto indecifrabile che ora camminava verso di lei, le passava accanto apparentemente senza guardarla e scivolava via?… Era lo stesso che aveva incrociato pochi minuti prima, sotto la luce livida di un lampione all’acetilene, o era solo un effetto della penombra?… Di cosa aveva paura? Del buio, del sangue? Si sentì stupida, infantile. Dovette trattenersi per non correre. Poi svoltò l’angolo… ed era di nuovo in piazza: i rumori le riempirono le orecchie, cercò Corrado con lo sguardo. Lo vide arrivare, guardarsi attorno smarrito, lei non era più lì dove l’aveva lasciata; lo raggiunse che già si addentrava nella folla per cercarla. Si fece largo tra la gente, lo chiamò. Lei vide sul suo volto l’angoscia che trascolorava nel sollievo. Gli si gettò al collo e lo baciò, mischiando ai baci le risa, che ancora tremava; dove sei stata, disse lui, e lei gli raccontò tutto, non sapevo cosa fare, ero spaventata, non avevo capito niente, e non parlava solo di quella sera ma della Sicilia, delle sue paure e di sé stessa. E lo baciò ancora, e ancora. Quando il bacio finì, Corrado la guardò negli occhi e le chiese se fosse contenta. Sorrideva, aveva un sorriso candido e fanciullesco; era bello, le piaceva guardarlo. Lei rispose di sì, ed era la verità. * * *


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